Mercury Rev

Bobbie Gentry's The Delta Sweete Revisited

2019 (Partisan) | alt-country, neo-psych

Facile sparare a zero su un’operazione di restilyng come quella attuata dai Mercury Rev sul secondo album di Bobbie Gentry “The Delta Sweete”, operazioni nostalgia come questa rischiano spesso di fare cilecca, finendo col risultare inutili o perlomeno di impallidire di fronte agli ingombranti originali. Ma Jonathan Donahue e i suoi sono stati  bravi e furbi quanto basta per scampare il pericolo e intentare una manovra intrigante ancor prima dell’ascolto. Per questo cover record, la band di Buffalo ha infatti deciso di mettere temporaneamente da parte la voce ipnotica e zuccherina del suo frontman e affidare le parole di Bobbie a un roster di voci femminili all star, che potrebbe indurre a pensare a strategie di marketing o al timore da parte della band di non essere del tutto all’altezza del confronto. Un’infilata di nomi da far tremare le vene dei polsi, che va dalle dee country Lucinda Williams e Margo Price alle sirene alternative Rachel Goswell e Hope Sandoval, passando per Norah Jones e le sofisticate Marissa Nadler e Laetitia Sadier. Ma anche la rediviva Beth Orton e la giovane prezzemolina Phoebe Bridgers.

Saltando subito alle conclusioni, si può subito affermare che nessuna delle premesse ha influenzato il risultato finale, grazie a una misurata e calibrata gestione degli arrangiamenti, che non tendono a ribaltare la prospettiva originale ma aggiungono qua e là piccoli accorgimenti, ampliando l’estetica del progetto senza snaturarne la natura.
Nello stesso tempo i Mercury Rev non si limitano a una semplice rivisitazione del disco di Gentry: accantonato lo spirito più sperimentale rimesso in gioco nel progetto Harmony Rockets, quello che resta in gioco della loro musica è un suono pastoso, drammatico, eppure essenziale. D’altronde, la band ha rinunciato a sonorità noise da quando Donahue ha preso le redini, sostituendo al comando il dimissionario David Baker, da qui la modifica della sceneggiatura sonora che ha infine concesso più spazio ad archi e violini, privilegiando così atmosfere oniriche e vellutate. E così avviene sin dall’overture “Okolona River Bottom Band”, in cui la Jones viene fatta souleggiare flessuosamente in un’atmosfera dai contorni diafani, tra sintetizzatori fumosi, pianoforte e charleston appena sfiorati. Slide guitar narcolettiche e un wurlitzer malconcio accompagnano invece Hope Sandoval in una versione sensuale e intorpidita di “Big Boss Man”, polvere e tepore.

Pur restando coeso e unitario, l’album alterna, come era prevedibile, alcune tracce più riuscite ad altre puramente funzionali all’insieme. E’ poco efficace l’incontro tra l’armonica di “Reunion” e i gorgheggi di Rachel Goswell, mentre Lucinda Williams estrapola lo spirito più blues di “Ode To Billie Joe”, senza centrare fino in fondo l’anima del brano più famoso di Bobbie Gentry: brano peraltro non facente parte del disco originale e qui inserito al posto della poco rilevante “Lousiana Man”.
Alla norvegese Susanne Sundfør spetta il compito di rimescolare le carte con uno dei momenti più incalzanti, la movimentata bass-guided “Tobacco Road”, che però non manca di far intrecciare la vocalità algida della cantante a un celestiale turbine di fiati e archi. Spetta però a Margo Price la palma d’oro per la sensazionale interpretazione di “Sermon”. Più affini allo spirito sixties appaiono le due versioni affidate a due delle voci più interessanti degli anni 80, ovvero Beth Orton (“Courtyard”) e Laetitia Sadier (“Mornin' Glory”), tocca invece a Phoebe Bridgers elevare il tono estatico dell’album con un’incantevole cover molto fedele all’originale di “Jesseye’ Lisabeth”, resa però ancora più evanescente dai sospiri e dal tono flebile della giovane ragazza californiana. A Vashti Bunyan e Kaela Sinclair spetta il compito di dare nuova linfa agli scorci bucolici di “Penduli Pendulum”, in una versione con un pianoforte solenne in luogo della chitarra.

Nonostante arrangiamenti più o meno, a seconda dei brani, distanti dagli originali, quello che non viene mai tradito è lo spirito innovatore e caleidoscopico dell’opera seconda della Gentry. Questo progetto dei Mercury Rev offre un ulteriore motivo per riscoprire meglio l’opera dell’artista americana, la cui opera completa è stata recentemente pubblicata in un elegante cofanetto: “The Girl From Chickasaw County: The Complete Capitol Masters”. Un compendio perfetto dell’opera di una personalità miliare non solo di country e folk, ma dell’intero cantautorato al femminile – filone del quale la Gentry, scrivendo i testi delle sue canzoni quando per una donna non era poi così scontato, è stata pioniera assoluta.

(16/03/2019)

  • Tracklist
  1. Okolona River Bottom Band (feat. Norah Jones)
  2. Big Boss Man (feat. Hope Sandoval)
  3. Reunion (feat. Rachel Goswell)
  4. Parchman Farm (feat. Carice van Houten)
  5. Mornin' Glory (feat. Laetitia Sadier)
  6. Sermon (feat. Margo Price)
  7. Tobacco Road (feat. Susanne Sundfør)
  8. Penduli Pendulum (feat. Vashti Bunyan & Kaela Sinclair)
  9. Jesseye 'Lizabeth (feat. Phoebe Bridgers)
  10. Refractions (feat. Marissa Nadler)
  11. Courtyard (feat. Beth Orton)
  12. Ode to Billie Joe (feat. Lucinda Williams)


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