Mono

Nowhere Now Here

2019 (Temporary Residence Ltd. / Pelagic) | post-rock, experimental rock

Se si cercasse il corrispettivo cinematografico di “Nowhere Now Here”, ultimo album della band nipponica MONO, lo si troverebbe in qualche pellicola oscura, magari ambientata in una capitale europea pluviale dallo scenario apocalittico.
L’apertura di questo ultimo lavoro della formazione post-rock del Sol Levante, dopotutto, è proprio un’inquietante e sommessa anticipazione di una fine che pare prossima e improcrastinabile; “God Bless” ha il sapore di un inquietante preambolo ed evoca il settimo angelo dell’apocalisse con la tromba in bocca, disposto a eclissarsi solo affinché la seconda traccia (“After You Comes The Flood”) possa deflagrare, senza alcuna soluzione di fuga, pentimento o redenzione.

“Nowhere Now Here” è nient’altro che un viaggio nell’oscurità, in zone con poca luce, ove i suoni rimandano a opere noir/thriller d’intrattenimento televisivo o cinematografico (Angelo Badalamenti e Mogwai su tutti). Se la preannunciata fine non è ancora arrivata, è solo questione di qualche attimo. L’album dei MONO è un lavoro di vicinanze e allontanamenti, di contatti e congedi, abbracci e dipartite a suon di arpeggi che oscillano tra l’onirico, il surreale (una ballerina in punta di piedi sul Big Ben) e l’elegiaco (“Far And Further”). È una musica con le radici piantate sulla dicotomia essere e non essere più (now here appunto, e nowhere) attraverso crescendo e diminuendo di notevole dinamicità, con estensivo uso di riverbero e delay.

E proprio questo binomio della salita e della discesa, a conti fatti, è il punto di forza e al tempo stesso il limite di “Nowhere Now Here”. Se da un lato gli spettrali acuti di “Meet Us Where the Night Ends” risultano di grande impatto quando si fondono al ritmico incedere della suite, dall’altro la reiterazione delle chitarre elettriche - immerse anche in elementi neoclassici oltre che nell’immaterialità del sound ambientale - trasmette spesso atmosfere stantie, anziché sobbalzi emotivi (“Parting”). La ripetizione dei fraseggi passa troppo spesso dall’essere una culla per l’immaginazione (non pare così lontana l'Islanda dei Sigur Rós) a un mero sottofondo per serate lasse e noiose; per di più, molteplici episodi dal promettente esordio spesso si dissolvono naufragando in finali noise dai contorni indefiniti, più vicini a una vacuità di idee che a una vera e propria consapevolezza artistica.

(30/01/2019)



  • Tracklist
  1. God Bless
  2. After You Comes the Flood
  3. Breathe
  4. Nowhere, Now Here
  5. Far and Further
  6. Sorrow
  7. Parting
  8. Meet Us Where the Night Ends
  9. Funeral Song
  10. Vanishing, Vanishing Maybe


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