Rose Elinor Dougall

A New Illusion

2019 (Republic Of Music) | songwriter

Non c'è più tempo per scrutare le stelle, per corteggiare la perizia dei maestri teutonici e premere sul pedale del perfetto ritornello pop. È giunta l'ora di tornare con i piedi ben saldi per terra, tra le brughiere d'Inghilterra, a riflettere sul proprio passato, sui disagi di una generazione piegata dal millennial burnout, sulla crisi senza sosta di un impero glorioso avvolto dall'ombra cupa della Brexit. Con un quadro narrativo così delineato, proporsi con la contagiosa effervescenza propria di “Stellular” sarebbe stato probabilmente fin troppo ardito, anche per una musicista piena di spirito come Rose Elinor Dougall. Anche così, nelle trame espanse di “A New Illusion”, non c'è spazio per l'ennesima operazione-nostalgia priva di criterio. Con il pianoforte a fungere da faro guida, i brani del nuovo album si muovono nella direzione di una sofisticata essenzialità, volta a incanalare la potenza universale delle grandi signore folk d'Albione in un manifesto autoriale compiuto e determinato, fuori dal tempo e dalle consuetudini. Alla volta del terzo full-length Dougall acquista ulteriore pienezza espressiva, ponendo le premesse per un prosieguo di assoluto valore.

Coordinatrice di un piccolo ma intrepido manipolo di musicisti (tra i vari anche il fratello Tom), l'autrice scrive, compone e produce nella più totale autonomia, dando pieno sviluppo alla sua visione. È un'indipendenza gestita con piena consapevolezza, senza sbandieramenti o proclami di sorta, che irrobustisce però la reputazione di una musicista perfettamente formata, di un ventaglio artistico che è suo diretto riflesso. E se si fanno i nomi di Bridget St. John, Anne Briggs e Sandy Denny (la mente corre però anche alle suggestive interpretazioni di Maddy Prior), Dougall sa comunque come non perdersi tra simili personalità, mostrandosi erede contemporanea di un eccezionale patrimonio artistico. Là dove le melodie, spogliandosi dell'allure più smagliante e dell'eclettismo della precedente raccolta, testimoniano i collegamenti coll'eccezionale tesoro tradizionale britannico (in “Worldlessly” emerge al meglio il poetico rigore dei classici), composizioni e arrangiamenti parlano invece di una sensibilità più elaborata, in continuo dialogo tra epoche e generazioni, tutt'altro che prona a compiacere una formula lineare e omogenea. Aspettarsi comunque un'effettiva riduzione ai minimi termini era forse pretendere troppo.

Anche così, il disco non volge mai il suo sguardo a impalcature eccessivamente fastose o ad abbellimenti fuori contesto. A prevalere è piuttosto un articolato minimalismo che ruba la scena con rare eccezioni, rispecchiando la misurata economia dell'emozione che nuovamente ispira le linee vocali. Fioriscono così ballate che perpetuano la docile malinconia della già eccellente “Wanderer”, florilegi giocati su una strumentazione mai soverchiante nell'organica, sempre creativa però nelle sue esecuzioni, nel suo trascendere il mero dato tradizionale o un'estetica predeterminata. “That's The Where Trouble Started” traduce la virtuosa posatezza dell'autrice in un flusso narrativo che rivela la sua ricchezza espressiva nelle sfumature, dai lievi contributi sintetici alla luminosità atmosferica del tappeto di base, vero e proprio contraltare alle increspature dell'interpretazione, potente riflessione sui rapporti disfunzionali.
È un dualismo che si riflette anche altrove, nel vellutato addolcimento dell'amara confessione “Too Much Of Not Enough”, strutturata a mo' di serena romanza d'amore, ma anche nel quieto incedere di “First Sign”, in cui ottoni da camera stemperano la dolorosa consapevolezza su come sia vano tentare di allontanare i problemi, senza un doveroso processo di autoanalisi.

Non che Dougall abbia rinunciato totalmente a timbri più nervosi o a un impatto sonoro più massiccio, nel caso di “A New Illusion” si tratta di schegge impazzite, fulmini a ciel sereno nell'economia di un lavoro ben più “dimesso” e pastorale. Vibra della turbolenza e del caos dei suoi vent'anni (rivissuti attraverso la lente dei trenta) “Take What You Can Get”, una baraonda di violini spiritosi e chitarre spiritate, in un adattamento contemporaneo del folk sui generis proprio di Comus e Incredible String Band. E così la title track recluta l'effervescenza del baroque-pop anni 60 per costruire uno dei momenti più intensi e articolati della raccolta, un puzzle sfaccettato con cui sondare anche inconsueti territori jazz e prog.
Alle prese con quella che è stata un'autentica sfida dichiarata a se stessa, Rose Elinor Dougall ne esce totalmente vittoriosa, rivelandosi talento autoriale di finissima caratura e mente produttiva capace di esprimersi con grande personalità anche in un terreno spesso scivoloso quale il folk britannico. In una dimostrazione di carattere, la nuova illusione tessuta dalla musicista irretisce nel suo contrastato dipanarsi.

(05/04/2019)

  • Tracklist
  1. Echoes
  2. That's Where The Trouble Started
  3. Wordlessly
  4. A New Illusion
  5. Something Real
  6. Take What You Can Get
  7. First Sign
  8. Too Much Of Not Enough
  9. Christina In Red
  10. Simple Thing
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