Rustin Man

Drift Code

2019 (Domino) | art-rock

Di fronte a musicisti come Paul Webb è difficile nascondere quel misto di riverenza e timore che ti assale quando sei al cospetto di artisti dal nobile passato. Eppure, a esser sinceri, quando è finita l’avventura dei Talk Talk, le nostre speranze erano tutte incentrate su una possibile carriera solista di Mark Hollis. Tuttavia, al di là di un unico eccellente progetto, l’ex-cantante e autore del gruppo inglese ha inesorabilmente fatto perdere le sue tracce.
Ben diversa la carriera del bassista della band: prima protagonista dell’avvincente formazione post-rock O’Rang (messa su con un altro membro dei Talk Talk, Lee Harris) e quindi autore di un album in collaborazione con Beth Gibbons dei Portishead (“Out Of Season”). Ed è da quest’ultimo progetto che riparte il musicista inglese, recuperando il moniker Rustin Man, nonché ampliando lo spettro dei riferimenti stilistici e creativi.

Registrato nello studio personale (facente parte della propria casa edificata su un vecchio fienile), in un arco temporale molto ampio, ben sedici anni, “Drift Code” è un album che non risente assolutamente delle tensioni e delle difficoltà incontrate dal musicista nel lungo periodo di gestazione. Con al fianco il fido ex-compagno Lee Harris e vecchi e nuovi amici come Mark Cotgrove e James Yorkston, Paul incornicia una serie di canzoni articolate e ricche di sfumature, dal fascino atemporale e amabilmente autarchico.

Folk, blues, i primi vagiti psichedelici di Syd Barrett, fluidi jazz, tonalità west coast, e un cospicuo retroterra emotivo, che va da Van Morrison a John Martyn, da Robert Wyatt a Nick Cave, cesellano nove intense ballate visionarie, oltremodo radicate nella tradizione letteraria e musicale popolare. A tanta densità corrisponde una fragilità emotiva, la cui natura si rivela solo dopo tanti ascolti, ed è oltremodo interessante scorgere dietro il mood quasi funereo di “Vanishing Heart” un lieve, altero disincanto che lascia spiazzato l’ascoltatore, o in converso scoprire che nelle trame dell’apparentemente giocosa e teatrale (“Light The Light”) si cela un campionario di storie e sonorità che potrebbero essere protagoniste sia di un racconto Disney, che di un brano di Tom Waits.

La vera sorpresa di “Drift Code” è il ruolo di vocalist di Paul Webb, d’altronde con un frontman come Mark Hollis è stato difficile per il musicista mettersi alla prova come cantante, mentre le timide esibizioni all’interno degli O’Rang non hanno offerto parametri sufficienti per valutarne la forza espressiva, senza dimenticare che per il primo album solista, il musicista aveva abdicato il ruolo di interprete, a favore della superba voce di Beth Gibbons.
E’ nelle pagine più notturne e solitarie che Webb raggiunge la perfezione, soprattutto quando, nonostante una non perfetta padronanza vocale, si improvvisa moderno crooner, tratteggiando le note dell’incantevole e angelica “Bring Me Joy” alla maniera di Robert Wyatt. Un incanto che si rinnova nell’ancor più languida e romantica “The World’s In Town”: una canzone che non avrebbe sfigurato nel notevole capitolo finale del Duca Bianco, una ballata che in un solo colpo cattura la poetica fantasy di “Space Oddity” e la catarsi emotiva di “Lazarus”.

Si rivela oltremodo versatile, “Drift Code”, tra un intelligente incursione strumentale dai toni cupi e fantascientifici che farebbe la gioia di molti film-maker (“Euphonium Dream”), e un insolito folk-pop dai toni pastorali che si tinge di saudade e sonorità esotiche, rafforzando il raffronto con l’ex-Soft Machine. L’episodio più disinvolto e grintoso dell’album è la cavalcata folk-gothic alla Nick Cave “Judgement Train”, un brano che si tinge di malsano blues e ritmi malfermi, ma è anche uno dei pochi episodi dove la malinconia non viene esternata con toni cupi e ultraterreni.

Il nuovo album di Rustin Man è anche un’amara e disincantata riflessione sul passare del tempo: le canzoni raccontano di solitudine, affetti traditi, del dubbio della fede e della comparsa delle rughe della vecchiaia, incorniciando il tutto con una copertina virata seppia, ricca di malinconia e rimpianto per il passato.
Nello stesso tempo “Drift Code” è anche uno sguardo al presente, un album che permette al musicista di entrare nell'affollato panorama musicale contemporaneo con autorevolezza e personalità.

(15/02/2019)



  • Tracklist
  1. Vanishing Heart
  2. Judgement Train
  3. Brings Me Joy
  4. Our Tomorrows
  5. Euphonium Dream
  6. The World's In Town
  7. Light The Light
  8. Martian Garden
  9. All Summer


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