Spielbergs

This Is Not The End

2019 (By The Time It Gets Dark) | noise-pop, post-hardcore, emo

Indie band from Oslo, recita la lapidaria sezione about della pagina Spotify degli Spielbergs. Non va meglio sbirciando tra le informazioni della loro pagina ufficiale di Facebook, dove tocca accontentarsi di un sintetico indie rock from Oslo. Insomma, le cose chiare sono due: Mads Baklien (chitarra e voce), Christian Løvhaug (batteria) e Stian Brennskag (basso) sono norvegesi e preferiscono che sia la loro musica a parlare, piuttosto una solita, affettata press release. Eppure un’idea di cosa aspettarsi dall’ascolto di questo loro debutto ce la si può fare semplicemente guardandone la copertina.
Nome della band e titolo del disco, “This Is Not The End”, sono appiccicati fuori misura sulla fotografia di una villetta a schiera immersa nel grigiore nordeuropeo. Siamo in Norvegia, ma il rimando al Midwest americano di Mineral e American Football è forte e chiaro. Così come i riferimenti alla pop culture americana, da McDonald’s alla NFL, disseminati tra titoli e testi delle canzoni. E non dite che con un nome così non ve lo sareste aspettati.

L’abbrivio emo dal quale prendono spunto le varie “Forevermore” e il singolo bomba “Distant Star”, ma anche la ballad sussurrata “Sleeper” sono però solo una delle anime che agitano le fragorose chitarre di “This Is Not The End”, che, vitale, escapista e (qualche volta) addirittura gioioso com’è, risulta essere un lavoro noise-pop molto più variopinto di quanto si sia portati a credere.
“NFL”, ad esempio, ha un riff a-là Clash, un basso scalciante e culmina in deliqui sonici alla Husker Du – un bel po’ di carne a cuocere insomma. In “McDonald’s (Please Don’t Fuck My Order)” le riflessioni di Mads e le frasi di chitarra al ralenti fluttuano come sospese nel fast food, che aspettando l’ordine è diventato un acquario dalla cui superficie è possibile intravedere i cieli stellati degli Explosions In The Sky. Altrettanto sofisticata è “Familiar”, con una sinfonietta per archi e xilofono che può ricordare le rock opera dei Fucked Up. I ritornelli catchy di “You All Look Like Giants” e della divertente “Bad Friend”, invece, sono parenti delle band pop-punk quanto dei No Age.

I testi peccano un po’ di ingenuità, risultando talvolta didascalicamente adolescenziali, ma l’energia con cui le parole di Mads surfano le chitarre magmatiche di sferzate post-hardcore come “Five on It” e “4AM” ne garantisce l’efficacia. Ottime canzoni a parte (brani come le succitate “Distant Star” e “We Are All Going To Die” si candidano a infestare le chart di genere di quest’anno), il più grande merito degli Spielbergs è di approcciarsi con freschezza e originalità a un filone molto spesso abusato, senza aver paura di imboccare strade tortuose e per esso inconsuete.
Ci auguriamo di ritrovare queste freschezza e impavidità anche nelle prossime fatiche della band, insieme magari a un pelo di concisione in più. A quel punto, gli Spielbergs rischierebbero davvero di impacchettare il disco post-hardcore perfetto per questi anni.

(20/02/2019)

  • Tracklist
  1. Five on It
  2. Distant Star
  3. NFL
  4. We Are All Going to Die
  5. Familiar
  6. You All Look Like Giants
  7. Bad Friend
  8. Mcdonald's (Please Don't Fuck up My Order)
  9. Sleeper
  10. 4AM
  11. S.K.
  12. Forevermore


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