Stephen Malkmus

Groove Denied

2019 (Matador / Domino) | elettronica, indie-rock

Che lo si apprezzi o meno come artista, c'è una dote che non si può negare a un personaggio come Stephen Malkmus, ed è l'onestà intellettuale. Sì, il Nostro ha sempre fatto quello che gli pareva, senza guardare in faccia le logiche discografiche o le sirene di un successo più ampio di quello effettivamente raccolto, insomma senza scendere a patti con la realtà stessa che si era costruito attorno nei fatidici Nineties, quella realtà che si è sempre divertito a deformare dentro le sue canzoni. Ecco, appunto: Malkmus ha sempre fatto l'artista per il gusto di divertirsi. O così almeno ci ha lasciato intendere. Ha sciolto i Pavement quando erano diventati qualcosa di troppo grande e gravoso rispetto ai piani iniziali, poi è andato per la propria strada per vedere che cosa succedeva e, quando ha capito che la cosa non gli dispiaceva, si è formato attorno i Jicks, che chiama e congeda quando e quanto gli pare.

Date tutte queste premesse, non deve stupire che Malkmus se ne esca con un album come “Groove Denied”, pubblicato finanche troppo tardi rispetto a quanto fosse lecito aspettarsi da un tipo come lui (che, tra l'altro, aveva già omaggiato i Can nel 2013, come qualcuno ricorderà), ma in ogni caso nel momento più opportuno, ovvero subito dopo “Sparkle Hard”, il lavoro (peraltro di alto livello) con cui l'artista americano sembrava poter dare una fisionomia più lineare al suo modus operandi. Un po' come a ribadire che l'estetica compassata dell'ultimo album era una tappa del percorso, e non un punto di arrivo. E a proposito del percorso di artista, viene da pensare che i trascorsi europei di Stephen non siano stati infruttuosi, anzi: è in particolare il soggiorno a Berlino negli anni subito precedenti “Wig Out At Jagbags” ad avere ispirato questa stralunata – persino più del solito – accozzaglia di canzoni.

Per capire un lavoro come “Groove Denied”, infatti, è bene ricordare che questo repertorio nasce anzitutto come svago personale, e solo successivamente – forse per pressione dello stesso autore – si trasforma in opera discografica. Non c'è capo né coda, ammesso che ce ne sia mai stata nei lavori di Malkmus, e soprattutto non c'è un barlume di intento unitario. L'impressione è semmai quella di un insieme eterogeneo e partorito in epoche e momenti diversi, partendo proprio dall'età berlinese nei momenti più propriamente kraut del lotto, non a caso piazzati in testa alla scaletta: il synth-pop di “Belziger Faceplant” si butta in un dancefloor techno, “A Bit Wilder” rallenta i battiti per strizzare l'occhio al post-punk britannico e “Viktor Borgia” chiude l'ideale trittico mettendo insieme le influenze più sperimentali e acide dell'opera. “Forget Your Place”, poco più avanti, è l'avamposto psichedelico: un tunnel oscuro e ovattato in cui le voci rimbalzano e svaniscono.

Se invece preferite il Malkmus di sempre, dentro a “Groove Denied” c'è comunque pane per i vostri denti. I ciondolanti midtempo “Come Get Me” e “Rushing The Acid Frat” trasudano weirdness a palate, e la mano del californiano trapiantato a Portland si riconoscerebbe in mezzo a mille. “Bossvicerate” è un altro classico del repertorio malkmusiano, una filastrocca obliqua che non usciva da quel cilindro da un lustro tondo tondo, non fosse per quei rintocchi sintetici a svecchiare un po' la ricetta. Elementi di novità che già vengono a mancare nella successiva ballata “Ocean of Revenge”, tanto per capirci. Come a dire che, per quanto lontano ci si provi a spingere, alla fine si ritorna sempre dove si sente di appartenere.

(19/03/2019)

  • Tracklist
  1. Belziger Faceplant
  2. A Bit Wilder
  3. Viktor Borgia
  4. Come Get Me
  5. Forget Your Place
  6. Rushing The Acid Frat
  7. Love The Door
  8. Bossviscerate
  9. Ocean of Revenge
  10. Grown Nothing




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