Tim Bowness

Flowers At The Scene

2019 (Insideout) | progressive, pop-rock

Anche per Tim Bowness è arrivato il momento di raccogliere i frutti di una carriera qualitativamente costante, eppur lontana dai riflettori e dal plauso critico. L’avventura targata No Man, condivisa con Steven Wilson dei Porcupine Tree, le interessanti collaborazioni con Richard Barbieri, Samuel Smiles e Peter Chilvers, e un poker di progetti da solista, sono il cospicuo bottino frutto della costante attenzione del musicista a quell’universo art-pop che ha trovato negli anni 80 e 90 la sua massima espressione negli anfratti poetici svelati ad arte da David Sylvian, Bark Psychosis e Talk Talk.

“Flowers At The Scene” segna un nuovo passo nel percorso di Tim Bowness. Grazie a una formazione più stabile (Tom Atherton, Colin Edwin, Brian Hulse, David K. Jones), a un buon numero di guest star e a un trittico di ospiti di elevata caratura (Peter Hammill, Kevin Godley e Andy Partridge), alla bella copertina di Jarrod Gosling e alla co-produzione del vecchio amico Steven Wilson (la prima collaborazione dopo dieci anni), il musicista mette a segno la collezione più brillante e intensa, con un più calibrato dosaggio degli elementi più introspettivi e una più fantasiosa ed energica architettura strumentale.

Alla maniera di Peter Gabriel in “So”, Bowness contagia le sue nostalgiche riflessioni sullo scorrere del tempo con possenti tempi ritmici e raffinati accenti lirici, che non cedono mai il passo al sentimentalismo. Deliziose trame pop lasciano fluire gli articolati arrangiamenti, tra suoni di trombe e fiati che intrecciano raffinate stratificazioni di synth nell’epico pop-rock di “Rainmark” - con un incisivo assolo di chitarra di Jim Matheos (Fates Warning) - o che tingono di vellutate inflessioni jazzy la più morbida “Borderline” - con David Longdon dei Big Big Train al flauto e alla melodica -  un brano in origine concepito per un album con Chilvers.
E’ comunque nel compatto e arioso corpo ritmico che risiede il fascino di “Flowers At The Scene”, una peculiarità che l’album mette subito in scena con “I Go Deeper”, dove protagonisti sono basso, batteria e drum-machine, appena turbati da intrusioni di synth e chitarra, sonorità quest’ultime che rafforzano le similitudini con la “Red Rain” di gabrieliana memoria. C’è un che di ipnotico nel contrasto tra i ritmi possenti e la voce eterea di Bowness, un mix emotivo che infetta l’eccellente title track: una perfetta fusione di prog, jazz e rock, appena tinta di lounge, che si snoda su un delizioso groove, ingentilito dal tocco del piano e rinverdito da un assolo di chitarra appassionante (ancora il buon Jim Matheos).

Ed è ancora il ritmo a scandire le emozioni in “Ghostlike”, con una tensione che cresce man mano che gli altri strumenti intercettano i tempi ossessivi di basso e batteria, il brano è senza dubbio il più vicino a quei dettami progressive che molti sostengono siano stati traditi da Bowness in favore di velleità pop e cantautorali. Introdotta da un riff in stile The Edge “Killing To Survive” offre un classico crescendo pop-rock, mentre Peter Hammill si cimenta come back-vocalist, prima di diventare protagonista dell’oscura e tagliente “It’s The World”, un brano inaspettatamente spigoloso e granitico che mette in scena toni apocalittici affini a quelli del Bowie di “Lodger” o di Gabriel in “IV”, con Hammill che sfodera un assolo di chitarra che è un vero graffio sulla tela armonica di Bowness.

Non mancano brani più riflessivi, dove il ritmo lascia la scena ora a un quartetto d’archi dall’incedere solenne e marziale (“The Train That Pulled Away”), ora a un commovente minimalismo per piano e voce, lievemente lambito da tastiere, drum-machine e basso (“The War On Me”). Con un arrangiamento scelto da Wilson, nel trittico di versioni messe in essere da Bowness, la malinconica e introspettiva “Not Married Anymore” è un altro piccolo capolavoro di poetica sobrietà, la stessa che anima la geniale sinergia tra la chitarra dell’ex-Xtc, Andy Partridge, e la voce dell’ex-10cc, Kevin Godley, protagonisti di un'atipica e flebile ballata in stile musical “What Lies Here”, che sigilla l’album più coeso e riuscito dell’ex-No Man, qui alle prese con una serie di canzoni che oltre a incasellarsi perfettamente in una esaltante scenografia d’insieme, restano autonome e intelligentemente accessibili.

(26/04/2019)



  • Tracklist
  1. I Go Deeper
  2. The Train That Pulled Away
  3. Rainmark
  4. Not Married Anymore
  5. Flowers At The Scene
  6. It's The World
  7. Borderline
  8. Ghostlike
  9. The War On Me
  10. Killing To Survive
  11. What Lies Here






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