Zen Circus

Vivi si muore 1999-2019

2019 (Woodworm / La Tempesta) | combat-folk, alt-rock

Andare al Festival di Sanremo senza snaturarsi: un'impresa riuscita in passato tanto agli Afterhours quanto a Elio e le Storie Tese, tanto a Mauro Ermanno Giovanardi quanto ai Marlene Kuntz, passando per Subsonica e Bluvertigo. L'obiettivo, per chi non arriva dal circuito mainstream, è affrontare quel palco evitando troppi compromessi, certificare davati a una platea numericamente importante la propria esistenza, anche se alla fine - al netto dell'ovvio clamore del momento - il livello di notorietà potrebbe non incrementarsi quanto sperato. Ebbene, gli Zen Circus sono riusciti nel 2019 a compiere un'impresa ancor più grande: raccogliere ragguardevoli consensi al Festival presentando un brano privo di qualsiasi caratteristica tradizionalmente "sanremese".

"L'amore è una dittatura" è una canzone senza ritornello, che se ne infischia dei canoni festivalieri, costruita con tratti che più Zen Circus non si sarebbe potuto, per di più con un testo prolisso, complesso, a tratti "scomodo", un richiamo forte a non temere le diversità. E pensare che la band pisana aveva ampiamente dimostrato in passato di saper scrivere brani in grado di poter competere in una competizione simile, basti ricordare "L'anima non conta". In questo caso hanno invece preferito mantenere la propria integrità artistica, senza deludere le aspettative dello zoccolo duro dei fan. Ovvio poi che il passaggio nella Città dei Fiori in qualche modo vada capitalizzato, ed essendo ancora relativamente recente "Il fuoco in una stanza", gli Zen decidono di unire l'utile al dilettevole.

Ricadendo, guarda caso, il ventennale di attività, Appino, Ufo e Karim (con l'ausilio dell'ormai confermatissimo Maestro Pellegrini) confezionano la prima retrospettiva del Circo Zen, selezionando diciannove istantanee dal loro percorso artistico, optando per la narrazione cronologica inversa. Si parte dalla traccia più recente, per l'appunto "L'amore è una dittatura", e da un secondo inedito, "La festa", per poi viaggiare a ritroso sino alla "Mexican Requiem" ripescata dall'esordio "About Thieves, Farmers, Tramps And Policemen", pubblicato a fine anni 90, quando i ragazzi si facevano chiamare The Zen.
Nel mezzo, una sequenza di estratti da quasi tutti i loro lavori, saltando giusto "Visited" e "Doctor Seduction", i due interamente in inglese, dimensione nella quale Appino e compagni non si riconoscono più. L'unico brano cantato in lingua anglosassone è "Punk Lullaby", contenuto in "Villa Inferno", al quale si dà qui ampio spazio, l'album condiviso nel 2005 con Brian Ritchie, quando la formazione pisana era ancora misconosciuta.

I primi barlumi di notorietà giunsero soltanto l'anno successivo, grazie ad "Andate tutti affanculo"; da lì in poi la storia del Circo Zen è nota ai più: un susseguirsi di progetti acclamati da pubblico e critica, con un livello di notorietà crescente, che raggiunge l'apice assoluto in corrispondenza dell'apparizione al Teatro Ariston di quest'anno. Nell'edizione più "indie" di sempre, gli Zen Circus non hanno vinto (va detto che senza Daniele Silvestri sarebbero stati i più seri candidati ad aggiudicarsi il Premio della Critica), ma hanno confermato una coerenza e uno spessore fuori dal comune.
Dal combat-folk degli esordi al mai scontato songwriting miscelato ai suoni alt-rock dei recenti lavori, "Vivi si muore" vuole essere una retrospettiva lucida e sincera, che accanto alle piccole hit del circuito alternativo non evita di lasciar spazio al lato più irriverente della band, quello grazie al quale si è ritagliata negli anni un importante spazio vitale, divenendo una delle più acclamate della propria generazione.

(11/02/2019)

  • Tracklist
  1. L'amore è una dittatura
  2. La festa
  3. Il fuoco in una stanza
  4. Catene
  5. Non voglio ballare
  6. L'anima non conta
  7. Ilenia
  8. Viva
  9. Postumia
  10. I qualunquisti
  11. L'amorale
  12. Andate tutti affanculo
  13. L'egoista
  14. Canzone di Natale
  15. Figlio di puttana
  16. Vent'anni
  17. Punk Lullaby
  18. Fino a spaccarti due o tre denti
  19. Mexican Requiem


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