Douglas Dare

Milkteeth

2020 (Erased Tapes) | art-pop, songwriter

È troppo tardi, ho trovato una porta, prendimi, se puoi, ho visto il cielo, una linea sottile, sto uscendo da qui, e mi tira dentro e mi tira su, sono libero e posso sentire l'amore, sono libero.
Si apre così il terzo album di Douglas Dare, quasi a segnare il passaggio dall’adolescenza alla piena consapevolezza di sé. La malinconia mai autoindulgente, il rigore meditativo, l’essenzialità della struttura musicale non si sono però alterate, sono ancora quelle del magico esordio del 2014, “Whelm”. Il musicista inglese è ancora il fragile songwriter che ha reso accessibile le drammatiche narrazioni di Owen Pallett e Ólafur Arnalds, con una sensibilità che nello stesso tempo attinge sia da Jeff Buckley che da Leonard Cohen.

L’incontro tra innocenza e sessualità è per Douglas Dare il divario ingannevole tra immaginazione e realtà, è infatti l’infanzia che sfugge il canone narrativo di “Silly Games”, ed è la nostalgia quella che si impossessa degli accordi apparentemente incalzanti di chitarra e autoharp, fino a renderli oscuri, cupi.
E’ in fin dei conti un album strettamente personale e introspettivo, segnato dai ricordi, come quello di un amico la cui assenza non trova spiegazione (“Whenever You Are”), ed è anche il disco del dolore, che Douglas prova a stemperare sognando di tornare a essere bambino, giocando con le note quasi giocose e spensierate del piacevole chamber-pop “The Playground”.

E poi c’è la voce: Douglas canta come se fosse l’ultima possibilità di dire tutta la verità senza mentire a se stesso: il crescendo di piano e voce di “I Am Free” è amletico, incerto, ma è in “Red Arrows” che il canto diventa disturbante, ossessivo come una nenia infantile, ultima fonte di resistenza alla saggezza e al futuro. Ed è l’identica riflessione racchiusa nella dolente e solitaria “Heavenly Bodies”: "I miei genitori sono orgogliosi di me? Posso diventare un uomo?". Due domande che l’autore lascia in sospeso, mentre scivolano gentili accordi di chitarra e sparute sonorità in sottofondo, dalle quali sgorga la melodia più intensa dell’intero progetto.
“Milkteeth” è ancora più minimale e solitario dei due album precedenti, ma la scrittura più solida ne arricchisce la forza espressiva, difficile immaginare una torch song più lieve e originale di “The Joy In Sarah's Eyes”.

Douglas Dare ha finalmente conosciuto il bacio della musa, e anche se a volte sembra sopraffatto dall’avvenenza austera della malinconia, è finalmente pronto per una maggiore fama e notorietà, e la dolente empatia di questo suo nuovo progetto ha tutte le carte in regole per appassionare e incuriosire gli amanti di un cantautorato minimale ed elegante.

(27/03/2020)



  • Tracklist
  1. I Am Free
  2. Red Arrows
  3. Heavenly Bodies
  4. The Piano Room
  5. Silly Games
  6. The Joy In Sarah's Eyes
  7. The Stairwell
  8. Wherever You Are
  9. The Window
  10. The Playground
  11. Run




Douglas Dare on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.