Ghali

DNA

2020 (Sto Records) | pop, rap

Se tre anni fa avessi dovuto scommettere su un solo nome per il futuro del rap italiano, senza dubbio avrei puntato su Ghali. D'altronde, quella dell'italo-tunisino fu un'ascesa micidiale, cominciata negli anni precedenti con una serie di singoli trap uno migliore dell'altro e culminata nel maggio 2017 con "Album", il disco d'esordio, il quale, seppur coi suoi difetti, consegnava l'immagine di un ventiquattrenne che con ambizione si stava adoperando per fare del rap tanto accessibile quanto nuovo, perlomeno per il panorama italiano. Senza contare, poi, che il rapper di Baggio incarnava un tipo di popstar inedita per l'Italia, nata dall'incontro tra differenti etnie e culture. Nello stesso periodo che vedeva Salvini incrementare di mese in mese il suo consenso, anche la sola esistenza di un rapper come Ghali, idolo di milioni di adolescenti indistintamente di prima e seconda generazione, rappresentava una risposta politica forte e promettente da parte dell'Italia più giovane.

Poi qualcosa si è inceppato, le ultime elezioni europee sono andate come tutti sanno e Ghali si è visto soffiare il trono del rap da Sfera Ebbasta e sorpassare in popolarità da almeno tre-quattro rapper dal potenziale spesso decisamente minore (Capo Plaza e Dark Polo Gang su tutti). D'altra parte, dopo "Album", il rapper di Baggio ha optato per una serie di discutibili scelte di marketing: un tour nei palazzetti a un anno e mezzo dall'uscita del disco nel tentativo di tenere vivo l'hype, un progressivo allontanamento dall'ambiente rap per avvicinarsi al pop italiano e ai salotti televisivi (non si contano le sue apparizioni ad "Amici" e da Fazio) e, soprattutto, poca musica, quasi sempre al di sotto degli standard a cui aveva abituato. La stessa "Cara Italia" sarà anche stata la sua prima hit nazionalpopolare, ma ha di fatto visto affievolirsi la speranza di trovare in Ghali la voce eccentrica in grado di stimolare un dialogo. Proprio nel periodo in cui il paese si meritava un bello schiaffone in faccia, Ghali si è messo a cantare i buoni sentimenti, l'Italia unita e una serie di altre cose avvilenti e assolutamente non aderenti alla nostra violenta realtà. 

Non che un rapper di 26 anni sia obbligato a cantare cose in cui non crede, sia chiaro, però quando lo scorso luglio uscì il suo remix di "Vossi Bop" di Stormzy, una speranza che il Ghali "sociale" potesse tornare cominciò a farsi strada. "Compro villa a mamma con un pezzo pop/ anche se l'ultimo anno ho fatto qualche flop": così esordiva coraggiosamente il pezzo, in un misto di autocritica e rimpianto, prima di infilare due o tre rime affilate dirette a certi esponenti dell'Italia sovranista (chi sarà quel "politico fascista" che cita nella strofa?). E invece si è trattato dell'ennesimo falso allarme, perché ora che finalmente è giunto al secondo disco, intitolato "DNA", Ghali è più sereno e felicemente pop che mai. "Ti prego non mi uccidere il mood, dai", canta in "Good Times", "chissenefrega dei tuoi ma, dei tuoi se/ dei tuoi bla bla, voglio stare in good times", accompagnato da un beat latineggiante in levare, con tanto di fischiettii. È un pezzo talmente frivolo e inconsistente che non sai come commentarlo, forse per questo è una delle canzoni più inattaccabili e riuscite dell'album. 

Ma giocare con la leggerezza non è per nulla semplice, significa aver a che fare con quanto di più indefinibile e sfuggente ci sia in ambito pop. E nella sua spasmodica ricerca della hit spensierata, del singolo immediato a tutti i costi, "DNA" delude quasi sempre. Il nuovo disco di Ghali manca di freschezza e creatività, di idee e personalità. Le avvisaglie di un album non di certo memorabile le avevamo avute coi singoli usciti negli scorsi mesi - privi di smalto i rimandi house di "Boogieman", inutile il solito tropical-pop di "I Love You", annacquata e noiosa la trap di "Flashback" - ma ora che siamo di fronte al disco completo, i dubbi si son fatti certezze.
Tra melodie debolissime e testi che ci sono ma non te ne accorgi, canzoni come "22:22", "Barcellona" e "Cuore a destra" (ancora con le chitarrine latin) passano per le orecchie senza lasciare assolutamente nulla. Uno si domanda, poi, l'utilità di scomodare rapper internazionali come l'algerino Soolking se lo scopo è fargli cantare un reggaeton dozzinale come "Jennifer"; ne esce invece meglio Mr Eazi, una delle stelle del nuovo pop africano, grazie al suo apprezzabile contributo in "Combo".

Ghali si salva quando torna sui passi del re del pop dei rapper, ovvero Drake, come in "Extasy", che rimanda a quella eclettica compilation etno-pop che fu "More Life". Oppure quando chiama tha Supreme (suo il miglior feat) per duettare con lui in "Marymango", un buon pezzo trap in due atti sconnessi tra loro, con tanto di switch di beat, sull'onda di successi internazionali del calibro di "Sicko Mode" e "Life Is Good" - non a caso, entrambi forti del contributo di Drizzy.
Per il resto, ciò che rimane è solo un altro brutto disco di pop italiano, in cui la parola chiave vuole essere "presa bene", ma il risultato finale fa fatica a non annoiare. Ghali dice cose ma non dice quasi niente, canta ma non esprime, e anche quando c'è l'intenzione (ad esempio, in "Flashback") l'impianto musicale è talmente poco accattivante da far decadere tutto. Magari al prossimo giro.

(27/02/2020)



  • Tracklist
  1. Giù x terra
  2. Boogieman (feat. Salmo)
  3. DNA
  4. Good Times
  5. Jennifer (feat. Soolking)
  6. 22:22
  7. Fast Food
  8. Marymango (feat. tha Supreme)
  9. Flashback
  10. Combo (Mr Eazi)
  11. Extasy
  12. Barcellona
  13. Cuore A Destra
  14. Scooby
  15. Fallito


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