John Moreland

LP5

2020 (Old Omens) | country-rock, blues

Bizzarro, ma non inusuale, che l’album più ispirato e coeso di John Moreland giunga dopo un periodo di profonda crisi, durante il quale il musicista ha dovuto combattere con fobie e traumi psicologici fino all’angosciante dilemma provocato dal cosiddetto blocco dello scrittore.

Prima di raccontarvi di “LP5” è doveroso fare un piccolo passo indietro, cioè a quando il cantautore ha deciso di ampliare il proprio spettro creativo compiendo il primo passo verso un country-rock più temerario. Un percorso iniziato con il sesto album “High On Tulsa Heat” (il terzo senza una backing band). E’ stato a quel punto evidente che a Moreland non siano mai mancati il coraggio e la volontà di confrontarsi con altre realtà. Il temporaneo passaggio alla 4AD ha confermato le intenzioni dell’autore di voler gettare uno sguardo fuori dai confini patrii, nel tentativo di evolversi anche dall’ingombrante ruolo di erede del Boss, spesso citato dalla critica anche in virtù di un’indubbia somiglianza vocale.

L’ultimo tassello di questa crescita è la scelta di affidarsi per la prima volta a un produttore esterno, ed è qui che entra in scena il batterista Matt Pence, perfetto interprete delle più visionarie creazioni di “LP5”. Stratificazioni vocali e strumentali, loop ritmici e incisivi groove di drum machine, tastiere e synth, suoni di chitarra più nitidi, ma anche più grintosi, contagiano le canzoni di questo nuovo album di Moreland (intitolato volutamente “LP5” per rimarcare il distacco con i tre album incisi con la Black Gold Band e i Dust Bowl Souls), senza intaccare la naturale vena country-blues (“In Times Between”, “Let Me Be Understood”).
E’ un disco a suo modo intimista e crepuscolare, ma nello stesso tempo vivido e molto più personale e originale: bastano le prime note di “Harder Dreams” per cogliere la perfetta sinergia tra testi e musica. Il cantato ha un suo ritmo e un incedere più deciso e intorno ad esso si dischiudono spazi sonori sognanti, dove armonica, flauto e percussioni dialogano agilmente con piano e chitarra.
La stessa magia si ripete istantaneamente nel rock-blues di “A Thought Is Just A Passing Train”, tra giri armonici di chitarra dal suono cristallino, un tocco di soul negli accordi di basso e virtuosismi di tastiere (clavinet e wurlitzer) che anticipano un eretico assolo di chitarra elettrica.

Ed è un susseguirsi di emozioni e intelligenti variazioni sul tema quello che agita le acque di “LP5”: ci sono tracce soul più nette nella toccante “East October”, pregevoli intrecci a più voci su groove quasi country-psych in ”I Always Let You Burn Me To The Ground” e delicate ballad uptempo che tradiscono un’insolita vena spirituale (“Terrestrial”). Tutto nella norma, se non fosse per la presenza di due brani strumentali, “Two Stars” e “For Ichiro”, la cui natura simile a quella dei field recording genera sorpresa e incanto. Dopo tutto Moreland dichiara apertamente che questo è l’album delle verità svelate: “I'm Learning How To Tell Myself The Truth”, canta infatti l’autore in una delle ballate più solari.

“LP5” è l’ulteriore sfida di John Moreland, forse non rivoluzionaria come la svolta elettrica di Bob Dylan o l’approdo in Africa di Paul Simon, ma senza dubbio importante per comprendere cosa stia accadendo alla moderna scena cantautorale americana (Jason Isbell, Sturgill Simpson, Chris Stapleton), che vede una generazione di artisti impegnati nel rinnovare le radici country e blues contaminandole con sonorità moderne (metal, hip-hop, grunge) senza snaturarne l’essenza.

(11/03/2020)



  • Tracklist
  1. Harder Dreams
  2. A Thought Is Just A Passing Train
  3. East October
  4. I'm Learning How To Tell Myself The Truth
  5. Two Stars
  6. Terrestrial
  7. In Times Between
  8. When My Fever Breaks
  9. I Always Let You Burn Me To The Ground
  10. For Ichiro
  11. Let Me Be Understood




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