Keeley Forsyth

Debris

2020 (The Leaf Label) | alt-songwriter, avant-folk-dark

L’arte come panacea contro il dolore, non solo fisico ma anche psichico. Per Keeley Forsyth gettarsi tra le braccia della musica è stato un atto necessario, terapeutico, dopo essere rimasta vittima di un blocco psicologico e fisico che le ha impedito di poter muovere la lingua per mesi. Depressione, malinconia, incubi, disperazione si sono impossessati dell’attrice, immedesimatasi forse un po’ troppo nelle vicende dei personaggi a cui ha dato volto e voce.

Keeley, prima di compiere questo passo nel mondo della musica, era nota in patria per essere apparsa in molte serie televisive (tra le altre "Criminal Justice" e "Coronation Street"), quasi sempre in ruoli drammatici, buon ultimi quello di una prostituta in “Happy Valley e di una tossicodipendente in "The Casual Vacancy". Nata a Oldham, città della contea metropolitana della Grande Manchester, è attrice, ballerina e ora cantautrice, avendo trovato nella passione per il canto una via d’uscita dal periodo più buio e difficile della propria vita artistica e personale.
Un giorno Keeley ha preso coraggio e ha inviato via mail le sue canzoni, registrate in modo grezzo e approssimativo, al musicista inglese Matthew Bourne, il quale, folgorato dalla profondità espressiva delle composizioni, ha offerto non solo la sua collaborazione, ma anche il contratto con l’etichetta Leaf Label, coinvolgendo nel progetto l’amico e collega Sam Hobbs.

Il risultato è "Debris”, uno dei viaggi interiori più toccanti dai tempi di "Tilt", un enigmatico e drammatico racconto che non supera i trenta minuti, eppure destinato a proseguire in eterno, forte di un linguaggio che riesce a lambire i confini del tormento e del dolore.
Sono otto brani che sembrano un unico racconto, una laica via crucis verso la sofferenza e la resurrezione spirituale e materiale, un percorso che Keeley tratteggia con poche note di piano, harmonium, violoncello, strumenti elettronici e acustici che sembrano avere una fisicità espressiva simile alla danza.
E poi c’è la voce, il cui vibrato può essere anche frettolosamente associato a Nico, Karen Dalton, Marianne Faithfull, Nina Simone, Beth Gibbons, senza che queste similitudini ne riescano a catturare tutta l’intensità, costantemente ai limiti della liturgia teatrale e drammaturgica.

Dopotutto “Debris “ vuol dire macerie, non c’è dunque spazio per intime confessioni cortesi con le quali nascondere sentimenti di rabbia, di risentimento, di insofferenza: Keeley Forsyth non si rivolge agli altri per essere ascoltata e compresa, ma canta a se stessa, per riuscire a comprendere l’origine di tanto dolore; c’è infatti nella sua voce un respiro malsano, un’affinità espressiva alla follia, il suo è un canto sofferto privato delle calde lacrime.
E’ un testamento spirituale al pari di “Desertshore” di Nico, o “Pink Moon” di Nick Drake, è un album le cui esternazioni sonore sono così aspre e solitarie da lasciarsi amare sempre di più ad ogni ascolto, tra note gentili che scorrono come gocce di rugiada (“Look To Yourself”), minimalismi folk-noir affidati a orchestrazioni quasi impalpabili (“It's Raining”), fragilità espresse attraverso un linguaggio da cabaret avantgarde (“Butterfly”) e scampoli jazz-blues addomesticati da familiari armonie folk, che per un attimo mettono in contatto l’anima di Josephine Foster con la voce di Nina Simone (“Black Bull”).

E’ racchiusa comunque in “Lost” la confessione più audace di “Debris”: "È questa la follia?/ Lo spazio liscio dopo che tutti i confini sono stati dissolti/ Dove c'è vento, vento forte/ Ma non ci sono alberi alti per combatterla/ Né una benna per spingerle intorno al cortile". Forsyth accenna a quella follia che si era impossessata della sua psiche, sconfitta con l’aiuto di un harmonium a cui ha affidato queste preghiere profane, spartane eppur tacitamente poetiche e dense.
Non sono canzoni costruite su melodie e ritornelli accessibili, c’è infatti una fisicità inedita, un susseguirsi di movenze e flussi emotivi simili a una danza (la già citata “Butterfly”, ad esempio), una spiritualità trattenuta fino a rendere le melodie esangui come una colonna sonora dei Popul Vuh per Werner Herzog (“Large Oak”).

Che l’ultima traccia si intitoli ripartire (“Start Again”) è infine un segno: la voce quasi esplode, non più restia a echi e riverberi, resi oltretutto scintillanti dal suono di un synth che sembra non avere una collocazione temporale ben definita e da un accenno di ritmo che sa di speranza, un anticipo delle probabili evoluzioni di un work in progress che si annuncia come una delle saghe più avvincenti del panorama musicale contemporaneo.

(01/03/2020)



  • Tracklist
  1. Debris
  2. Black Bull
  3. It's Raining 
  4. Look to Yourself
  5. Lost
  6. Butterfly
  7. Large Oak
  8. Start Again




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