Sivyj Yar

Гope / Grief

2020 (Avantgarde Music) | black metal

La scena black metal russa ha avuto dei trascorsi molto controversi, soprattutto se consideriamo le sue origini nate attorno alla famigerata BlazeBirth Hall, una sigla sotto la quale agiva un gruppo di persone in una cittadina a Sud di Mosca (Novomoskovsk), individui che condividevano l’amore per il black metal e per il nazionalismo più sfrenato. Per chi segue il genere, durante la seconda metà dei 90's realtà come Forest o Branikald hanno contribuito non poco all’ascesa di queste sonorità nelle lande dell’Est, un giro che poi si è allargato inglobando ulteriori progetti non meno celebri come Walknut o Temnozor. Dopotutto, se parlassimo di qualcosa di politicamente corretto, non sarebbe black metal.
Bisogna comunque rimarcare la nascita di altri gruppi geograficamente distanti e indipendenti dalle succitate band, come ad esempio i validi Old Wainds (da Murmansk) o questo Sivyj Yar (stanziato dalle parti di San Pietroburgo), un moniker nato nel 2006 per volontà del polistrumentista e unico fondatore Vladimir. La sua proposta merita di essere evidenziata, alla luce di un’attitudine (post)black metal decisamente personale.

Osservando la copertina del disco (che si affianca con fascino alle altre della discografia), non è poi così difficile immaginare le tematiche messe sul piatto dal titolare del progetto, sempre a cavallo tra mitologia slava e quel mood rurale che ci riporta in mente i primi ottimi lavori degli ucraini Drudkh. “Горе / Grief” parte da questi presupposti, accodandosi agli album precedenti in maniera naturale e riprendendo quella discreta ispirazione che sembrava essersi persa in “Поминальные холсты / Burial Shrouds” del 2015, un disco di maniera sicuramente inferiore allo splendido “Из тьмы вымерших деревень / From the Dead Villages’ Darkness” uscito solo un anno prima.

Questa fatica targata 2020 parte sotto i migliori auspici con il pezzo di apertura “The Great Ancient Mother”, quattro minuti che si esauriscono abbastanza in fretta attraverso un piglio strumentale piuttosto elaborato, in cui il basso pulsante non fa mai da spettatore supportando corposamente un riff intenso e malinconico. Si entra però nel vivo della storia con la lunga “Wasteland”, nubi oscure all’orizzonte che lasciano presagire una tempesta (il blast beat non tarda a sopraggiungere), mentre le urla strazianti di Vladimir ancora una volta sembrano portatrici di chissà quale pestilenza. Improvvisi cambi di tempo (anche troppi, in alcuni casi), break atmosferici, la ricetta è rimasta immutata e nonostante i dodici giri di lancetta, tutto sembra essersi cristallizzato in un’epoca assai remota.

La title track, scelta anche come videoclip di lancio, ribadisce quanto detto, trasportando Sivyj Yar in una dimensione antropologica alquanto suggestiva, non a caso le immagini del video sono state estrapolate dal monumentale “Andrej Rublëv” di Andrej Tarkovskij (le sequenze della celebrazione pagana non si dimenticano facilmente). Con le ultime due tracce - rispettivamente di dodici e tredici minuti - l’album mostra nuove peculiarità non meno interessanti: se infatti “The Black Fall” si apre a rarefatte influenze post-rock tutt’altro che estranee al corpo-canzone, è con “Depth” che Vladimir ci riporta in mezzo a quei campi sterminati del Nord, citando (in chiusura) dei frammenti del folklore locale che affogano nella nostalgia più disperata.

Per Sivyy Yar questo “Горе / Grief” rappresenta dunque il prolungamento ma anche l’evoluzione di quanto già detto in precedenza: un disco impegnativo, non di immediata assimilazione, pregno però di dolore e di originali atmosfere di ex-sovietica provenienza. Chi segue da vicino le vie infinite del black metal contemporaneo deve anche passare da qui.

(26/02/2020)

  • Tracklist
  1. Великая Древняя Мать (The Great Ancient Mother)
  2. Пустошь (Wasteland) 
  3. Горе (Grief)
  4. Черная Осень (The Black Fall)
  5. Глубина (Depth)
 


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