Alice

Il sole nella pioggia

1989 (Emi) | songwriter, pop

L'uomo della provvidenza, ma anche un'ombra troppo ingombrante per non doversene prima o poi sbarazzare. Questo, per Alice, è stato Franco Battiato, colui che l'ha lanciata all'alba degli anni 80, regalandole successi garantiti (da "Il vento caldo dell’estate" e "Per Elisa" in poi) e proiettandola nell'olimpo della canzone pop d’autore.
La ragazza, però, aveva stoffa e la testarda determinazione di volerlo dimostrare da sola. Non una Sibilla qualsiasi, insomma (ricordate "Oppio"?).

Così, dopo tre anni esaltanti e sentiti omaggi al maestro (le cover dei "Gioielli Rubati"), Alice si emancipa, seppur restando in ottima compagnia. Di Francesco Messina, anzitutto, musicista, autore e designer, da tempo nell'entourage di Battiato, e destinato a divenire il deus ex machina di tutte le produzioni di miss Bissi, cui lo legherà anche una solida storia sentimentale. Ma non solo. Perché Alice ha ormai acquisito una dimensione internazionale, consolidata da anni di successi in Germania e in altri paesi europei, dalle lusinghe della Capitol americana e persino da un disco pubblicato in Giappone. Così nasce l'idea di rivolgersi a musicisti di grande lustro mondiale per edificare con loro un nuovo sound, che si liberi degli artifici pop degli anni 80 e imbocchi le nuove autostrade ethno-world aperte in quel periodo da guru come Peter Gabriel, David Byrne e David Sylvian.

Il primo supercast (i due pupilli di Gabriel, Tony Levin e Jerry Marotta, più l'ex-Roxy Music Phil Manzanera) si riunisce al "Park Hotel" nel 1986. Ne scaturisce un disco elegante e ambizioso, trascinato da un gioiello come "Nomadi", gentile omaggio di un altro collaboratore storico di Battiato, Juri Camisasca. Ma sarà tre anni dopo che quel percorso e quelle intuizioni giungeranno a definitivo compimento.

Nel 1989, infatti, esce "Il sole nella pioggia", l'album che consacrerà definitivamente la "nuova" Alice. Certo, le collaborazioni aiutano, e non poco, considerati i nomi coinvolti: Steve Jansen e Richard Barbieri (ovvero metà dei Japan), due straordinari trombettisti come Jon Hassell e Paolo Fresu, Dave Gregory degli Xtc alla chitarra, Jan Maidman (Penguin Cafe Orchestra) al basso, il turco Kudsi Erguner al flauto ney, e, dulcis in fundo, Peter Hammill (Van der Graaf Generator). In più, c'è la mano di Juri Camisasca, che stavolta firma quasi tutti i (bellissimi) testi.
Un'adunata di stelle, che non si limitano certo a fare da comparse, come si intuisce dal sound. Tuttavia, il disco riesce a scongiurare il rischio più prevedibile: quello di risultare solo un lussuoso esercizio di stile, frutto della mera sovrapposizione di più personalità e linguaggi. C’è un’anima, insomma, un’identità forte, che coagula mirabilmente questa babele di suoni.

Le liriche di Camisasca - vicine a quelle del contemporaneo Battiato - propongono un'originale variante italiana al misticismo etnico di Peter Gabriel & C.. E il suono trova un equilibrio perfetto, con le tonalità eteree dei synth a fondersi con i timbri secchi delle trombe e con l’impareggiabile drumming profondo di Jansen. Su tutto si staglia la voce possente di Alice in volo su partiture sempre più audaci e complesse.
Tra oasi di luce e oceani di silenzio, si snodano canzoni dalla scrittura incisiva e dagli arrangiamenti impeccabili. Il singolo "Visioni" non rinuncia alla vena pop nel ritornello, ma lo fa planare su una distesa di tastiere, ad accompagnare idealmente l'infinito errare degli anacoreti nel deserto. La title track (ispirata da un concetto zen che invita a ricercare la realtà della vita oltre l’apparenza) è un'elegia sospesa tra nuvole di synth, ma propulsa da una ritmica incessante, che evoca rituali tribali africani.

Tutto il disco è una lenta ascesa dalle piccole cose quotidiane all'eternità: "E cammina lento il corso della vita/ il messaggio è nel silenzio nella sobrietà" è l'insegnamento de "Il tempo senza tempo", gioiello di rarefatta eleganza con il contralto di Alice mai così profondo, che poi si distende e sale di tono, disegnando una melodia umbratile che non avrebbe sfigurato tra i "segreti dell'alveare" del suo nume David Sylvian. E un'altra tappa commovente del viaggio è quella ai piedi del "continente perduto" de "L'era del mito": l'intro chitarristica ad effetto di Gregory prepara il terreno a una ballata spettacolare, punteggiata dalle chitarre e mandata in gloria da un solo di tabla speziato d’Oriente, con il canto di Alice che si fa sempre più tenebroso e fatalista.
E' un continuo dibattersi tra la corruzione del mondo e la purezza dell'immensità: così anche "Le baccanti" che lavano "i capelli scintillanti" mentre i sottomarini nucleari si inabissano divengono epitome di candore ancestrale.

Ad ampliare ulteriormente il range, un terzetto di brani più "eccentrici": "Anìn a grìs", ninnananna che rielabora un traditional del Friuli (la regione "adottiva" di Alice), la litania medievale di "Orléans", già ripresa da David Crosby in "If I Could Only Remember My Name" e qui in versione a cappella, e la cover "dilatata" di "Le Ragazze di Osaka" di Eugenio Finardi. "I cieli del Nord" è invece la nuova registrazione di "Le Scogliere di Dover", già edita sulla compilation giapponese "Kusamakura" nel 1988.
Sono canzoni originali e preziose, radicate nella poetica italiana, ma con un respiro universale quasi del tutto inedito nelle produzioni nostrane. Non stupisce, quindi, che a chiudere l'album sia un duetto (in inglese) tra Alice e sua maestà Peter Hammill ("Now And Forever").

Alice continuerà su questa strada, proseguendo una ricerca musicale e letteraria fuori dagli schemi e arricchendo il suo palmares di nuove prestigiose collaborazioni. Ma "Il sole nella pioggia" rimarrà il vertice di una carriera preziosa e di assoluto prestigio per l’Italia, benché spesso più apprezzata fuori dai confini nazionali.

(05/10/2008)



  • Tracklist
  1. Il sole nella pioggia
  2. Cieli del nord
  3. Visioni
  4. Tempo senza tempo
  5. Le ragazze di Osaka
  6. Orléans
  7. Anìn a grîs
  8. L'era del mito
  9. Le baccanti
  10. Now And Forever
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