A Tribe Called Quest

The Low End Theory

1991 (Jive) | hip-hop, jazz

Verso la fine degli Anni Ottanta quella cosa chiamata hip hop aveva già largamente spiccato il volo, oltrepassando l’esosfera del ghetto grazie a gruppi come Public Enemy e Beastie Boys, ma soprattutto grazie al genio di pionieri del flow, e di qualsiasi tecnica relativa a djing, campionamento, scratch, beatboxing e chi più ne ha, più ne metta, come Kool Herc, Afrika Bambaataa, Grandmaster Flash, Eric B. & Rakim, e in seguito lo sterminato calderone new school post Run DMC e LL Cool J., come Ultramagnetic MC's, EPMD, fino ad arrivare alla Native Tongues Posse, il collettivo che legava varie anime della East Coast sotto una bandiera spudoratamente afrocentrica e con il mero intento di diffondere il modello conscious lungo tutto il pianeta; a farne parte, sono gruppi del calibro di Jungle Brothers, De La Soul, ma soprattutto A Tribe Called Quest, formazione tra le più estroverse e stilisticamente impavide dell’epoca.

Provenienti dalle strade incendiarie del Queens, uno dei borghi più estesi, poveri e infuocati della città di New York, gli A Tribe Called Quest nascono da un’idea di due amici d’infanzia, Q-Tip (Kamaal Ibn John Fareed) e Phife Dawg (Malik Izaak Taylor), MC per vocazione e grandissimi appassionati di musica. A loro si aggiungono anche Ali Shaheed Muhammad e Jarobi White. Ciò che colpisce fin dalle prime eccellenti impressioni fornite dal fulminante esordio del 1990 “People's Instinctive Travels and the Paths of Rhythm” - album registrato presso il memorabile Calliope Studios ed edito per la Jive di Clive Calder e Ralph Simon – è la capacità di riuscire a fornire una veste jazz al modello squisitamente rap. A questa capacità, fino a quel momento prerogativa di pochissimi, si aggiunge l'arte di trarre fuori dal proprio cilindro strofe pregne di pragmatismo e cultura afro.

“The Low End Theory” raccoglie i cocci più "grezzi" del primo album, inserendoli in un puzzle sonoro ancora più ampio, curato e parimenti conciso. Fin dalle prime rime dell’introduttiva “Excursions”, con tanto di discorso preso in prestito da “Time” dei seminali Last Poets, e contrabbasso estratto di peso da “A Chant for Bu” degli Art Blakey and the Jazz Messengers, tutto appare incredibilmente chiaro. Il gruppo capitanato da Q-Tip non bada a “spese”, e pesca da un universo parallelo, ovviamente di matrice nera, antico e tecnicamente distante anni luce dai fraseggi urban e dal groove dei ragazzi "boombox in spalla a tutto volume" del ghetto newyorchese. L’intento è quello di elevare uno stile nato nei primi anni del decennio precedente, e proiettarlo in alto mediante commistioni all’epoca ancora inesplorate. Non è un caso che l’etichetta jazz-rap verrà attribuita fin da subito al gruppo da parte delle riviste specializzate e dei vari Rolling Stone. Allo stesso tempo, è del tutto lecito sottolineare l’influenza di un album come “Straight Outta Compton” degli N.W.A. come fonte di ispirazione, come sottolineato dallo stesso Q-Tip in diverse interviste.

Dunque, l’inserimento di elementi puramente jazzy come il sample della suadente “Minya's the Mooch” di Jack Dejohnette nella successiva “Buggin’ Out” incarna appieno l’elemento caratteristico del marchio ATCQ. Stavolta, a fare da cerimoniere è Phife Dawg  - purtroppo venuto a mancare nel 2016 - mentre i riferimenti all’organizzazione Universal Zulu Nation fondata da Afrika Bambaataa nel lontano 1973 e una dichiarazione d’appartenenza come “figli del jazz” fungono da collante al sound interamente black da tappeto al flow estremamente pungente: “Zulu Nation, brothers last creation/Minds get flooded, ejaculation/Right on the two inch tape/The Abstract poet incognito, runs the cape/Not the best not the worst and occasionally I curse/To get my point across, so bust, the floss/As I go in between, the grit and the dirt/Listen to the mission listen Miss as I do work, umm/As I crack the, monotone/Children of the jazz so, get your own/Smokin R&B cause they try to do me/Or the best of the pack but they can't do rap/For it's Abstract, original/You can't get your own and that's, pitiful/I know I'd be the man if I cold yanked the plug/On R&B, but I can't and that's bugged”.

Il rapping fluido e accattivante della celere “Rap Promoter”, con omaggio ai Sugarhill Gang unito al sample del brano “Leaving on a Jet Plane” di Peter, Paul & Mary, e i versi introspettivi di “Butter”, aprono le porte alla meravigliosa e altrettanto complessa “Verses From The Abstract”, a cui partecipa l’immenso contrabbassista Ron Carter, a conferma di una ricerca maniacale di un sound del tutto particolare e imbevuto di jazz fino al midollo. Ma “The Low End Theory”, pur non presentando di base alcun assalto frontale proprio delle altre formazioni hip hop, riesce, attraverso l’invettiva contro il sistema e il business discografico in generale di “Show Business”, ad essere un album ugualmente di protesta. Al brano vi partecipano integralmente anche i vari Diamond D, Lord Jamar e Sadat X. Sample di matrice ancora una volta jazz sono contenuti anche nella traccia più “divertente” del disco, “The Infamous Date Rape”, munita di flow sbilenco e andatura ubriacante.

I ripescaggi chirurgici di Weather Report, Funkadelic, Sly & The Family Stone, Eric Dolphy, James Brown, Aretha Franklin e Jimi Hendrix proseguono tra i solchi di un album che non cessa di stupire nella seconda metà del piatto, con la briosa scarica funky rap di "Everything Is Fair", e l'irriverente “Skypager”. Chiude il singolo bomba “Scenario”, che vede la collaborazione del mega collettivo Leaders of The New School guidato per l’occasione da un rampante Busta Rhymes. Ciò che rese ulteriormente memorabile questa traccia, fu la performance stratosferica che gli ATCQ fecero al mitico "The Arsenio Hall Show". Il famoso "Raow! Raow! Like a Dungeon Dragon!” imbastito dallo stesso Busta Rhymes è uno dei momenti più alti della storia del rap.

Se i Run DMC hanno dato una spinta rock all’universo hip-hop, e i Public Enemy una precisa veste politica, gli A Tribe Called Quest sono riusciti nell’impresa di arricchire di partiture jazz l’intero movimento, portandolo su piani stilistici ancora più alti, tremendamente fascinosi, in parte distanti dalle viscere incattivite del ghetto e dalle pozzanghere della rivolta. Senza l’apporto fondamentale di capolavori come “The Low End Theory” beatmaker del peso specifico di Madlib, ed etichette come la Stones Trow, forse oggi non esisterebbero nemmeno. Scusate se è poco.

(30/07/2017)



  • Tracklist
  1. Excursions
  2. Buggin' Out
  3. Rap Promoter
  4. Butter
  5. Verses From The Abstract
  6. Show Business [Feat. Diamond D, Lord Jamar and Sadat X]
  7. Vibes And Stuff
  8. The Infamous Date Rape
  9. Check The Rime
  10. Everything Is Fair
  11. Jazz (We've Got)
  12. Skypager
  13. What?
  14. Scenario [Feat. Busta Rhymes, Charlie Brown and Dinco D]
A Tribe Called Quest su OndaRock
Recensioni

A TRIBE CALLED QUEST

We Got It From Here… Thank You 4 Your Service

(2016 - Epic)
Il sesto e ultimo album del leggendario gruppo di New York

A Tribe Called Quest on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.