Banco del Mutuo Soccorso

Darwin!

1972 (Dischi Ricordi) | progressive

Adamo è morto ormai e la mia genesi
non è di uomini ma di quadrumani

I Banco del Mutuo Soccorso hanno rappresentato per il prog italiano quello che i King Crimson hanno rappresentato per il prog inglese: un modello a cui guardare con timore reverenziale e un vertice praticamente inarrivabile. Dotati di uno stile complesso e arzigogolato, capaci di voli pindarici ineguagliati nel progressive nostrano, sono riusciti a far convivere in modo sorprendente i due stili pianistici dei fratelli Gianni e Vittorio Nocenzi (più classico il primo, più jazzistico il secondo) e i testi di grande profondità di Francesco Di Giacomo che, con le dovute differenze, ha rappresentato per il nostro paese l’alter ego del fenomenale paroliere dei King Crimson, Peter Sinfield. I Banco hanno inoltre dato voce ad aspetti legati alla società italiana a loro contemporanea. Il bisogno di una musica diversa capace di superare di slancio sia il semplice beat in voga pochi anni prima, sia gli standard canonici della canzone tradizionale italiana, capace di confrontarsi alla pari con i giganti del prog anglofono.

Vi era inoltre il bisogno di un approccio meno fisico e più intellettuale alla musica, distante dal classico formato della canzone di protesta, pronto a confrontarsi con temi politici, sociali, religiosi e scientifici arricchendo il proprio lessico con le moderne scene musicali britanniche (Genesis, Gentle Giant, ELP, King Crimson, Yes ecc). In questo senso i Banco centrano il loro obiettivo in modo sorprendente; la loro musica è costantemente duplice, divisa in elementi che coesistono senza prevaricare l’uno sull’altro (classicismo e modernità, testi e musiche di eguale livello). Da una parte i virtuosismi fuori dal comune - con lunghi assoli estremamente elaborati - dall’altra i testi, che svelano conoscenze filosofiche e letterarie profonde, oltre a una capacità di dialogare con l’Italia divisa in due degli anni 70, dimostrano che le principali opere del Banco siano, oltre che da ascoltare, anche da leggere.

Se tra il disimpegno e la critica sociale il prog sceglie certamente la prima opzione (con due nobili eccezioni, Robert Wyatt e una parte di Canterbury, gli Area e il Rock In Opposition), i Banco scelgono decisamente la seconda, approfondendo tematiche legate alla guerra, alla libertà individuale, alla filosofia, al conflitto tra scienza e religione, pur in ambito rigorosamente prog, ma lontanissimo dalle fughe dalla realtà tipiche di buona parte di quel mondo. “Darwin!” (1972), il loro secondo album dopo il fantastico esordio omonimo, è emblematico di tutte queste caratteristiche, con testi e musiche che anche oggi appaiono moderni e attuali.

Io credo che questo genere di rock che chiamano progressive sia stato, quando è nato, un esperimento d’avanguardia, perché la musica è come qualunque cosa, va messa nel contesto in cui nasce. Se poi noi pensiamo ad esempio a Caravaggio come un classico, quando Caravaggio ha dipinto i propri quadri era una rivoluzione incredibile. Lui ha pensato alla luce elettrica, ai tagli teatrali di nero e bianco quattrocento anni prima che Edison scoprisse la lampadina. Se lo vediamo oggi come un classico, allora era avanguardia, un innovatore. Il Banco oggi è un classico, siamo stati però sicuramente avanguardia, profonda avanguardia. Chiaramente, questo ci ha reso la vita difficile per certi versi, ma ci ha dato un respiro lungo per altri.
(Vittorio Nocenzi)

“Darwin!” è in effetti un’opera pionieristica, sia se la paragoniamo alla scena italiana, sia se ampliamo i nostri orizzonti oltre i confini nazionali. Come capita nei concept più maturi, non si può approfondire l’album senza esaminare sia i testi che la musica. Il tema è ovviamente l’evoluzionismo, la teoria di Darwin ormai accettata da tutta la comunità scientifica, ma nonostante questo - a causa di pregiudizi, di bigottismi religiosi e ideologie reazionarie - vittima di giudizi sprezzanti di chi col mondo della scienza non ha nulla a che fare. La scelta dell’evoluzionismo, in un’epoca in cui le teorie creazioniste hanno ampio credito in una parte significativa del mondo occidentale, appare quindi attualissima ancor oggi e centra in pieno quel conflitto indelebile tra verità e pregiudizio, tra fede e prove scientifiche, tra scienza e religione.
Il concept è un percorso ideale che va dalla nascita della Terra alla formazione dell’atmosfera, dalle fasi primordiali di "vita inapparente" alle prime forme di vita complesse che - partendo da un comune precursore - si evolveranno sino all’uomo. Dalle felci agli uccelli, dai batteri ai primi mammiferi. L’uomo rappresenta il punto più complesso dell’evoluzione, attraverso il passaggio dai primati che faticosamente - in milioni di anni - conquistano lo status di Homo sapiens.

Pesa come un macigno il senso di fatica di un percorso evolutivo fatto di sofferenza, adattamento alle cangianti condizioni ambientali, mutazioni genetiche casuali e morte. Da "La conquista della posizione eretta" ai primi esperimenti di socializzazione (“Cento mani e cento occhi”) vissuti perennemente nel contrasto tra due istinti opposti (libertà individuale e bisogno di comunità), sino a due dei sentimenti più “evoluti”. Da una parte l’amore (“750.000 anni fa...l'amore?”), sentimento tanto complesso e potente da creare sofferenza in chi non ha le parole per poterlo esprimere, dall’altra la paura di quello che ci sarà dopo la vita e la richiesta di più tempo (“Miserere alla storia”) fino all’estinzione (“Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde... non ne ho!”).

Il primo brano è “L’evoluzione” (14 minuti), uno dei capolavori di “Darwin!”, vertice assoluto da un punto di vista della complessità musicale, con una sintesi incredibile tra il piano e l’hammond dei fratelli Nocenzi e la chitarra di Marcello Todaro. Si parte provando a far immaginare all’ascoltatore un’idea diversa da quella che per decine di secoli è stata venduta come dogma a centinaia di generazioni.

Prova, prova a pensare un po’ diverso, niente da grandi dei fu fabbricato, ma il creato s’è creato da sé

Si arriva all'origine delle prime forme di vita, nate nell'acqua, sino agli animali più complessi e all'uomo, sempre tramite il meccanismo del continuo adattamento.

Informi esseri il mare vomita sospinti a cumuli su spiagge putride, in branchi torbidi la terra ospita strisciando salgono sui loro simili e il tempo cambierà i corpi flaccidi in forme utili a sopravvivere.

C’è tutto, dall’adattamento per sopravvivere alla conseguente negazione di ogni favola biblica (“Adamo è morto ormai”). Dopo un tripudio di synth e piano a metà tra la classica e il prog emersoniano, si arriva a un finale di grande poesia; il sole, che ha riscaldato una Terra disabitata, ora “comprende” che il suo calore sarà percepito da esseri senzienti.

Alto, arabescando un alcione stride sulle ginestre e sul mare, ora il sole sa chi riscaldare

Tutto è frutto di un colossale percorso evolutivo privo di una mente creatrice o - come direbbe il filosofo William Paley - di un orologiaio (la teoria dell'orologiaio di Paley era una di quelle usate più spesso dai contemporanei contro Darwin e affermava che chiunque, camminando solo in un bosco trovasse un orologio per terra, non potrebbe mai pensare - considerata la straordinaria complessità dell’oggetto - che quello potesse essersi formato da solo nell’arco dei secoli, ma sarebbe assolutamente necessario immaginare una mente creatrice).
Ma l’evoluzione è un concetto faticoso e crudele sopratutto per gli individui meno adattatisi all’ambiente. Questo concetto è espresso chiaramente in “La conquista della posizione eretta”, divisa in una prima parte strumentale (trovare riferimenti con altri gruppi prog è limitativo dell’originalità compositiva della band) e una seconda dove i testi strazianti di Di Giacomo manifestano la sofferenza del percorso evolutivo.

Steli di giunco e rughe d’antica pietra, odore di bestia, orma di preda. Nient’altro vede il mio sguardo prono se curva è la mia schiena. Potessi rizzare il collo oltre le fronde e tener ritto il corpo opposto al vento, io provo e cado e provo e ritto sto per un momento

Con salto indietro al tempo dei dinosauri (anch’essi sottoposti alle leggi evolutive) si giunge a “La danza dei grandi rettili”, breve brano strumentale di fattura jazz-rock. La sfuriata prog di “Cento mani e cento occhi” ricorda i Gentle Giant sia nei cori che nei virtuosismi strumentali. L’evoluzione continua il suo percorso e gli ominidi capiscono che solo insieme possono difendersi meglio, cacciare e avere più cibo. Ma anche qui Di Giacomo evita la banalità di un concetto che potrebbe essere ovvio, cogliendo - con un colpo di genio - uno degli aspetti filosofici che da sempre condizionano la vita umana. Se da un lato la condivisione è necessaria (“la nostra forza è in cento mani e cento occhi fanno a noi la guardia”), dall’altra questa rappresenta un limite alla libertà individuale; se è necessario vivere in una società, esiste una parte di noi che sogna di fuggire, pur sapendo quanto non sia conveniente (“ma la voglia di fuggire che mi porto dentro non mi salverà”).

Il brano più triste e commovente, nonché uno dei capolavori di tutto il progressive italiano, è “750.000 anni fa, l’amore?”, con un piano colossale di Gianni Nocenzi, degno di una sonata classica. L’evoluzione continua fino a creare i primi sentimenti, tra cui il più complesso, l’amore. Si immagina un ominide ancora simile a una scimmia che ha i primi pensieri d’amore rivolti a una donna (probabimente in uno stadio evolutivo a lui superiore), pensieri che non riesce a esprimere in quanto ancor privo di un linguaggio articolato (“la mente vuole, ma il labbro inerte non sa dire niente”). La complessità della composizione e la poesia dei testi di Di Giacomo rendono il brano ben lontano dall'idea comune di canzone d'amore.

“Miserere alla storia” va avanti nell’evoluzione, con un uomo ormai massimamente evoluto che arriva a sfidare Dio, alla maniera degli abitanti di Babele. Ma le sue costruzioni, per quanto resistenti e maestose, non potranno che soccombere di fronte alla lunghezza del tempo. Il tempo passa inesorabile, “la ruota va” senza mai perdere un colpo e in “Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde… non ne ho!”, sorta di ballata popolare che descrive la fine, si alternano cigolii e grotteschi ritmi da musica circense. E’ un altro momento di poesia e di filosofia; il tempo che ci è dato è limitato, quando si arriverà alla fine sarà inutile chiederne altro. E’ in un certo senso la summa dell’evoluzione, quella di non voler morire per non far perdere i propri geni e il proprio ricordo.
Come il computer HAL 9000 di “2001 Odissea nello spazio” si ribella e cerca invano di uccidere il suo creatore (l’uomo) che vuole escluderlo, allo stesso modo, in questa metafora asimoviana, l’uomo al vertice della sua evoluzione chiede di non morire. Non lo chiede a un Dio creatore, ma alle stesse leggi che lo hanno creato e perfezionato, le leggi dell'evoluzione. Ovviamente non può essere esaudito. Il lungo percorso evolutivo è destinato a terminare in un solo modo: l’estinzione.

Questa è la storia di "Darwin!" (dicembre 1972), secondo album dei Banco dopo appena sette mesi dall'esordio capolavoro "Banco del Mutuo Soccorso" (maggio '72).
E' incredibile pensare che, appena dodici mesi dopo - in un'esplosione di creatività debordante - pubblicheranno il terzo capolavoro in appena un anno e mezzo, l'incredibile "Io sono nato libero" (dicembre 73), dedicato a temi più legati alla politica e alla libertà.

(13/01/2019)



  • Tracklist
  1. L'evoluzione
  2. La conquista della posizione eretta
  3. Danza dei grandi rettili
  4. Cento mani e cento occhi
  5. 750.000 anni fa ... L'amore?
  6. Miserere alla Storia
  7. Ed ora io domando tempo al Tempo ed egli mi risponde... non ne ho!


Banco del Mutuo Soccorso on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.