Goldie

Timeless

1995 (F.F.R.R./Metalheadz) | drum'n'bass

Se c'è un termine che può perfettamente racchiudere l'intero operato di una personalità quale Goldie, quello è senza alcun dubbio “megalomania”. Certo, non è proprio la più lusinghiera delle associazioni, occorre prenderne atto, se però è una caratteristica necessaria per estrarre dal cilindro uno dei capisaldi dell'elettronica anni Novanta, forse non si tratta di un accostamento così malevolo. Anche perché, per concepire un'opera della portata di “Timeless” (e già un titolo del genere la dice lunga sulle intenzioni del suo ideatore), la semplice ambizione non è affatto sufficiente, occorre spingersi ben oltre, rischiare il tutto per tutto, pur di dare forma alla propria visione. Uno come Clifford Joseph Price non è però di certo il tipo da rimanersene buono sulle sue, a coltivare il suo piccolo orticello. Personalità nervosa, con un'infanzia caratterizzata da continui sballottamenti tra istituti e famiglie affidatarie, mostra sin da giovanissimo una sfrenata curiosità e un grande desiderio di novità, volto alle espressioni creative più dinamiche e innovative del periodo.

Dalla breakdance della sua crew nei dintorni della natia Wolverhampton (che gli affibbia il soprannome Goldielocks, opportunamente abbreviato una volta che i dreadlock sono stati tagliati), alla graffiti-art che lo porta ad apparire in documentari e trasmissioni televisive nazionali e ad ampliare il suo raggio d'azione, il ragazzo non sta fermo un attimo, perpetuamente rivolto a rinnovare i confini della sua ricerca. L'approdo alla musica non è insomma niente di particolarmente strano, vista l'insaziabilità del personaggio in questione; c'è anzi da chiedersi perché, con l'enorme ampiezza di interessi dimostrata, questo aspetto non sia stato coltivato prima. È proprio in questo curioso ritardo che però poggia una discreta parte del fascino associato a un'opera quale “Timeless”; nell'imparare a dosare i tempi, a frenare il suo impeto, Price inquadra al meglio la sua visione, la coccola e la porta alle estreme conseguenze, lasciandola esprimersi al suo massimo potenziale. Il resto è storia.

Certo, non che nel mentre Goldie se ne sia stato fermo a lavorare su un progetto singolo. Dal suo rientro dagli Stati Uniti sul chiudersi degli anni Ottanta, la sua espansione in terra musicale è stata progressiva, ma sempre più decisa. Tornato in un paese totalmente diverso da quello che aveva lasciato, il ragazzo non perde tempo a foraggiare la propria nostalgia o a rimarcare le rispettive differenze tra una parte e l'altra dell'Atlantico, piuttosto si immerge senza remore nel nuovo ambiente elettronico d'Albione, respirandone a pieni polmoni l'atmosfera, l'incontenibile vento di novità. Ben più che la acid-house e le frange più granitiche della rave-culture, è la coeva diramazione breakbeat a costituire il principale interesse di Price: rispetto al monolitismo espressivo della scena madre, la varietà di timbri e riferimenti insita in quella figlia (sotto molti punti di vista reminiscente il florido panorama hip-hop d'oltreoceano) calza come un guanto attorno alla personalità fremente di Goldie, al suo già ricchissimo bagaglio di esperienze.

Nel bazzicare le serate a tema, tra una pasticca e l'altra, arriva insomma il momento della ribalta. Intenzionato finalmente a proporsi anche nei panni di producer, tramite l'intercessione della sua ragazza del tempo, DJ Kemistry, Price entra in contatto con Dennis McFarlane e Mark Clair, meglio conosciuti come 4hero (diventati poi tra i nomi più leggendari dell'intera scena breakbeat/jungle) e li convince a sfruttarne le doti di graffiti-artist per realizzare gli artwork della loro etichetta, la Reinforced Records. È l'inizio di un sodalizio attraverso cui il ragazzo non soltanto si fa le ossa, ma comincia a mettere in mostra notevoli peculiarità espressive, tutta carne al fuoco necessaria per allestire il suo opus magnum. Mancano ancora però dei tasselli fondamentali.

Gli anni che portano alla pubblicazione di “Timeless” sono, al solito, tutt'altro che statici. Dai primi artwork per la label dei due dj, Price entra a piena titolo nel roster della stessa, lavorando nel frattempo anche per altri progetti e collaborando con etichette diverse. Sono anni in cui il ragazzo non si limita a fare il compitino e a realizzare pubblicazioni di scarso rilievo, ma in cui mette in mostra la sua formidabile polivalenza e il suo grande fiuto compositivo, contribuendo assieme ai patron della Reinforced a trasportare il sound breakbeat degli inizi a una forma più raffinata, violenta e meticcia, quella che di lì a breve sarebbe stata definita jungle-music.
Non pago di espandere a dismisura le potenzialità comunicativa della scena, Goldie, che nel mentre incide con altri moniker, spinge ulteriorimente i limiti della propria ricerca. Sperimenta con nuove tecniche di registrazione, con la sua “Terminator” che diventerà pionieristica nell'uso del time-stretching, la modifica della velocità e della durata di un segnale sonoro senza modificarne il pitch. Dà pienezza d'intenti all'elemento vocale, approfondendo le intuizioni di Orb e 808 State, come nella successiva “Angel”, in cui l'imperiosa vocalità soul di Diane Charlemagne si staglia sul segmentato pattern breakbeat e su paradisiaci campionamenti tratti dalla collaborazione Eno/Byrne, mostrando le potenzialità pop dell'intera scena rave.
Nel 1994 riesce infine a lanciare la sua etichetta personale, la Metalheadz, in compagnia di DJ Kemistry, perseguendo i suoi ideali musicali con ulteriore autonomia di mezzi e la più piena libertà creativa. Proprio questo spostamento di dinamiche permetterà di arrivare finalmente allo sviluppo dell'album senza tempo.

Nell'ottica della realizzazione di “Timeless”, è un incontro a rivelarsi decisivo: Rob Playford, patron della Moving Shadows (tra le prime etichette a fiutare il potenziale della allora nascente scena breakbeat), tra i più apprezzati talent-scout del settore e formidabile ingegnere del suono, è l'anello mancante necessario per completare l'affresco, la persona adatta a dare corpo alla visione di Price. Se è vero che quest'ultimo non aveva mancato di iniziativa, spingendosi oltre le aspettative e le consuetudini, nondimeno i suoi progetti non si erano mai avventurati oltre il limitato formato del 12''. Mancava, insomma, il respiro, una dimensione che riuscisse a proiettare le intuizioni dell'autore al di fuori dei ristretti confini delle sue pubblicazioni, che fornisse una cornice più ampia e rigogliosa alla sua espressività già pienamente maturata. L'incrocio tra l'energia incontenibile di Price e la posatezza di Playford, capace di placare gli entusiasmi eccessivi e di traslare in un fluire organico gli svariati spunti offerti dal suo sodale, sarà la miccia che farà detonare la bomba della rivoluzione drum'n'bass. Da qui in poi non si torna più indietro.

All'arrivo sugli scaffali l'11 di settembre del 1995, “Timeless”, edito simultaneamente in due formati diversi (singolo cd/cassetta e doppio cd, arricchito di due remix per l'edizione statunitense), causa uno sconquasso significativo in una scena elettronica che già da tempo aveva esondato nella percezione pubblica, ancora però poco abituata a progetti dal così ampio raggio d'azione. Soprattutto, non era abituata a trovarsi di fronte a un monolite d'apertura della durata di ventun minuti. Eppure, sarà proprio questa colossale traccia d'avvio a costituire la fortuna, commerciale e non, dell'album, e a posizionare Goldie tra i massimi esponenti dell'elettronica britannica. Suddivisa in tre lunghi capitoli, che si susseguono col dinamismo di una suite prog, “Timeless” è il brano per antonomasia della drum'n'bass, il momento della ribalta per un'intera scena rimasta fino a quel momento sommersa nell'underground, un riassunto delle puntate precedenti e allo stesso tempo una proiezione di quello che il futuro riserverà per l'intero filone. Un clash temporale unico, in cui presente, passato e futuro parlano lo stesso linguaggio, trovano un incredibile punto d'intesa, attraverso una cornice sinfonica che per l'appunto, non poteva che recare lo stesso titolo dell'album.

Laddove la segmentazione ritmica propria della jungle non costituiva niente di strettamente innovativo, anche a livello della stessa produzione di Price, e allo stesso modo si riconoscono tutti quei riferimenti che dal dub al jazz costituivano (e tuttora costituiscono) l'intelaiatura del genere, l'operazione di rilancio compiuta con i tre movimenti di “Timeless” parla di un superamento imponente delle limitazioni espressive e dei purismi della scena. Finalmente incanalate in un contesto dal grande impatto atmosferico, le intuizioni di Goldie trovano effettiva compiutezza, conquistando tutto lo spazio necessario per esprimersi al massimo potenziale. Sotto la guida dello stesso, la produzione di Playford scintilla come la tavolozza di un artista, accavalla strati di synth e di programming con il vigore di pennellate sovrapposte, in una concezione terribilmente visiva della musica, specie nel suo aspetto compositivo. Notturna, rarefatta, con striature orchestrali a strutturare in chiave eterea l'intero movimento, “Inner City Life” è la jungle che si fa sospesa, sensuale e melodica, scoprendo un gusto pop letteralmente sconosciuto, di fatto trasformandosi nella più matura e complessa drum'n'bass.

Tra le più celebrate hit del settore, la prima sezione della title track è pura sinfonia urbana, uno scenario di distensione metropolitana che la voce di Diane Charlemagne, pura enfasi soul, commenta con eccezionale trasporto emotivo, diventando un altro strumento nella tavolozza di Goldie. Se “Pressure” trattiene gli slanci lirici, tenendo salda la presa sull'aspetto compositivo per mettere in bella mostra le radici dub del sound di casa Goldie (chiaro il riferimento alle sue origini giamaicane), con “Jah” si perviene a una sintesi dei poli individuati dalle due prime parti, in un'avvincente ciclizzazione della struttura che torna nuovamente alle immaginifiche aperture sinfoniche dell'avvio. Rappresentando il tramite adatto che racchiude e dà vita a tutte le sue diverse intuizioni, “Timeless” è espressione sintomatica di un intero modus operandi.

Già con questi colossali ventuno minuti di musica, il discorso poteva chiudersi tranquillamente e consacrare Goldie tra i più grandi compositori di elettronica di tutti i tempi. Non si sarebbe parlato però di megalomania, se a un attacco così maestoso non avesse corrisposto un album dalle intenzioni analoghe, quando non addirittura ben più ambiziose. Se è vero che la opening-track rimane il pinnacolo inarrivabile del progetto, nondimeno i restanti momenti della scaletta rendono conto di una creatività tutt'altro che monolitica, ben propensa a mettersi alla prova anche in altri versanti. Laddove il nucleo ritmico della drum'n'bass rimane chiaramente il punto focale dell'intera esperienza, nondimeno questo viene piegato alle più diverse esigenze stilistiche, testimoniando la duttilità di un linguaggio che tanti suoi emuli avrebbero col tempo appiattito a pura maniera.

Non esita addirittura a uscire dai binari e rinunciare del tutto ai pattern fondanti il suo stile, se ciò consente di esaltare con il dovuto slancio la sua visione. Si tratta chiaramente di rare deviazioni dal canone, eppure restano momenti-chiave nell'economia del progetto. “State Of Mind”, con la limpidezza del suo pianoforte, fugge dalle vigorose pennellate urbane prevalenti nell'opera per sposare la causa di uno scintillante jazz-soul tutto bassi, synth-harp ed emotività vocale, relegando di fatto ogni forma di elemento ritmico alle retrovie. “Adrift”, facendo capo ad analoghe qualità jazzy, diventa invece una lunga meditazione ambient-pop, con la voce di Cleveland Watkiss a contrassegnare ogni piccolo cambio di umore, dettato da un utilizzo del time-stretching da manuale. Pochi passaggi, in un lavoro che nella sua edizione doppia sfora abbondantemente i cento minuti di durata, che però rendono conto dell'ampiezza di respiro e della portata dell'immaginazione di Goldie.

Anche in contesti più vicini al sound di elezione, le immagini concepite da Price non perdono in incisività o spessore: se non altro, viene posta sotto i riflettori la forza del linguaggio dell'autore, che fa sua la contemporaneità circostante attraverso il prisma delle sue segmentate strutture ritmiche. “Sea Of Tears” diventa quindi l'occasione per mettere alla prova il suo stile in un'ottica ad esso del tutto avulsa, come quella della new age più estatica e soffusa: lievi e non intrusivi accenni di chitarra, campionamenti di animali e una generale sensazione di rilassatezza estrema riescono ciononostante a coesistere in totale armonia con i fulminanti Bpm del pattern di base, quasi mitigati nel loro rapido incedere.
“A Sense Of Rage” (elaborazione di “Sensual” contenuta nell'edizione singola) prende in prestito l'hook sintetico di “Twilight” dei funkster Maze e su di esso cesella un'avveniristica composizione breakbeat dal tocco notturno e urbano, profondamente black. Se quindi il nuovo mix della già edita “Kemistry” (banalmente, una dedica alla sua compagna) della drum'n'bass fornisce soltanto un'impressione di base, rendendola campo di battaglia dei sotterranei umori dub, delle grandiose volute vocali di Charlemagne e di curiosi equilibrismi sintetici, in “Still Life” filtrano addirittura contatti con la coeva acid-house, con la Roland 808 opportunamente sottesa alla spazialità atmosferica del drumming di base. Il tutto, prima che una “You & Me”, al netto dei tastieroni fin troppo datati, chiuda il progetto in un virtuosistico abbraccio dal taglio ancora una volta sinfonico.

Sarebbero poi arrivati altri progetti e producer (dagli amici Photek e Adam F, da Roni Size a Squarepusher) a portare avanti il verbo della drum'n'bass e a declinarne i tratti fondamentali nelle più svariate modalità. Lo stesso Goldie avrebbe poi spinto la sua ricerca all'inverosimile, sconfinando nel deliquio orchestrale dell'ora di durata di “Mother”, brano d'apertura del frainteso (e criminalmente sottovalutato) “Saturnzreturn”, un secondo torrenziale doppio che bissa e supera le già grandiose aspirazioni dell'esordio. Senza il portato comunicativo di un'opera quale “Timeless”, capace di abbattere le barriere che fino ad allora avevano fatto dell'intera scena breakbeat/jungle il segreto meglio nascosto del fittissimo sottobosco elettronico britannico, il futuro avrebbe assunto tutt'altra piega. Smisurato, eccessivo (in ogni senso immaginabile), ma sostenuto da ambizioni ben riposte, il testamento di Goldie ha superato la presunzione intrinseca nel suo titolo, dandogli effettiva consistenza. Come ha dimostrato la trasposizione per sola orchestra della title track, eseguita in occasione del ventesimo anniversario dell'album, il tempo, per un'opera del genere, è un concetto privo di significato.

(16/12/2018)

  • Tracklist
Double cd edition:

Cd 1

  1. Timeless: Inner City Life/Pressure/Jah
  2. Saint Angel
  3. State Of Mind
  4. This Is A Bad
  5. Sea Of Tears
  6. Jah The Seventh Seal

Cd2

  1. A Sense Of Rage
  2. Still Life
  3. Angel
  4. Adrift
  5. Kemistry
  6. You & Me
  7. Inner City Life (Baby Boy's edit) (US bonus track)
  8. Inner City Life (Rabbit's Short Attention Span edit) (US bonus track)

Single cd/Cassette edition:

  1. Timeless: Inner City Life/Pressure/Jah
  2. Saint Angel
  3. State Of Mind
  4. Sea Of Tears
  5. Angel
  6. Sensual
  7. Kemistry
  8. You & Me


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