OndaRock



  1. Soft soft war
  2. San Diego backside
  3. I will arrange for you to fall II
  4. Thicket
  5. Suddenly it's you and me
  6. The silent one
  7. Sister ray
  8. Silver waves crash through the canyons
  9. Owl
  10. Hummingbird/Indian dog
  11. The range
  12. The devil knows my handle
  13. Oh, the loneliness
  14. Our good captain



HOTEL ALEXIS

Goliath, I'm On Your Side
(Broken Sparrow Records) 2007
alt-folk, americana

Gli Hotel Alexis di Portsmouth, New Hampshire fanno una musica che ricorda quella di molti altri: Sparklehorse, Sufjan Stevens, Wilco, Neutral Milk Hotel, Eels, Calexico, insomma un po' tutto il gotha della nuova americana. I primi Shins, i Velvet Underground, i Mercury Rev di "Deserter's Songs". Fine dei paragoni, perché "Goliath, I'm on Your Side" è un album tutta anima.

L'intero disco è immerso in un'atmosfera spettrale e dilatata, carica di una rassegnazione contagiosa, vibrante e in qualche modo confortevole. Steel guitar, controcanti trasfigurati, accordi acustici, ripetitivi e stranianti trasformano l'incedere oscillante della musica in un paesaggio distinto: una spiaggia oceanica vuota, d'autunno, il cielo livido e il lento riflusso del mare. Passare le ore a osservarlo nei minimi dettagli, tenersi la testa occupata di onde e risacca per non pensare alla propria vita.

Alcuni sprazzi di vitalità catturano l'attenzione per pochi istanti: il volo dei gabbiani, qualche timido raggio di sole, le voci di due bambini che corrono sulla strada dietro, una barca di passaggio, in lontananza. Sono l'apertura in maggiore di "I Will Arrange For You To Fall II", le linee ascendenti di "Silver Waves Crush Through the Canyons", l'ottimismo stemperato di "The Devil Knows My Handle" e "Our Good Captain". E' tuttavia la nostalgia la sensazione che più permea il disco: dell'adolescenza, di anni migliori, di un amore non ancora dimenticato, o forse solo dell'estate. "Owl" ne è il ritratto più puro: melodie che potrebbero essere il massimo della spensieratezza riescono solo ad evocarne il ricordo, con la tenera autocommiserazione di chi ripensa alla propria infanzia ma più che in sé da ragazzo si immedesima nel padre.

La noia traccia e cancella distrattamente figure melodiche nella sabbia, ci si perde a popolare i disegni di vite immaginarie, scelte diverse e propositi di cambiamento, senza però crederci mai per davvero, solo per ingannare il tempo e tenere la testa lontana da altri pensieri. E così i rintocchi cristallini di carillon e campane tubolari suonano come riverberi distanti, sbiaditi come una foto color seppia dei propri genitori, polverosi come i flauti del mellotron che li copre. Lo sciabordio del mare però satura le orecchie ma non la mente, e i propri rimpianti premono sempre più insistentemente, tracimando in "The Silent One", un pianto fatto non di lacrime ma di linee che si sommano l'una all'altra, dalle sottili gocce di chitarra delle prime battute ai fiotti del pienissimo finale.

Ed è proprio il suono delle onde a far da sfondo ai diciannove minuti di "Hummingbird/Indian Dog", forse un sogno a occhi aperti, un'epifania. Il panorama spoglio della spiaggia autunnale diventa tutt'uno coi paesaggi mentali che si susseguono confusamente, in un flusso di coscienza che non distingue più il vero dall'immaginato. Chiudere gli occhi, appoggiare la testa e ascoltare solo i rumori di sottofondo, che arretrano sempre più, sfocandosi e trasformandosi in una delicata ninnananna ambientale. Cullati dall'oceano, addormentarsi.

(21/03/2007)