Julian Cope

Fried

1984 (Mercury) | new wave, post-punk

Non ci sono dubbi sul fatto che Julian Cope sia un personaggio sopra le righe: aspirante popstar alla guida dei Teardrop Explodes, in seguito sorta di guru lisergico del sottobosco culturale inglese, esperto di rock sperimentale tedesco e giapponese (che ha in ambo i casi contribuito a far conoscere agli occidentali), appassionato delle antiche civiltà che popolavano le isole britanniche. Ha scritto una guida sui siti megalitici locali, “The Modern Antiquarian”, che ha riscontrato plausi persino negli ambienti accademici, e da allora c’è chi si riferisce a lui con il titolo di “druido”.
È una mente ribollente, con interessi variegati che guardano spesso all’infuori della propria cultura e la curiosità che contraddistingue i grandi intellettuali. Tutto ciò a dispetto delle prese di posizione estreme con cui ogni tanto colora analisi per il resto brillanti, a cui basta togliere un po’ di tara.

Lo scioglimento dei Teardrop Explodes è un mezzo trauma per Cope, che si è visto espulso dal processo creativo dal tastierista David Balfe, che non era neanche uno dei fondatori della band (pur avendo contribuito in maniera fondamentale al suo successo). Il loro terzo album viene lasciato incompleto, per il rifiuto di Cope di cantare su basi che non sentiva coincidere con la propria visione.
Un po’ per la delusione, un po’ per l’abuso di acidi che caratterizzò quel periodo, Cope decide di ritirarsi in campagna, per ritrovare stabilità a livello personale.
È in questo periodo che, per certo, scrive i brani del suo primo album da solista, “World Shut Your Mouth” (1984), e con ogni probabilità anche quelli del suo successore, vista la brevissima distanza fra la pubblicazione dei due: appena sei mesi.

“Fried” esce nel novembre del 1984 e sin dalla copertina sembra voler simboleggiare la rinascita dell’artista dopo un periodo distruttivo: Cope appare nudo, accovacciato in terra, con un guscio di testuggine sulla schiena.
Si circonda di un squadra vincente, che comprende il produttore e chitarrista Steve Lovell (il quel periodo alle prese anche con A Flock Of Seagulls, e più tardi con i Blur), l’oboista Kate St. John (dal trio sophisti-pop Dream Academy), il chitarrista Donald Ross Skinner (collaboratore a cui tornerà spesso a ricorrere nel corso della carriera) e il celebre turnista Chris Witten alla batteria. Il resto ce lo mette direttamente Cope, che è ormai un discreto polistrumentista (magari non un virtuoso, ma certamente un esploratore).
Lovell e Kate St. John avevano già segnato “World Shut Your Mouth” e la loro conferma spiega la similitudine del sound dei due dischi. Benché generalmente il primo venga ritenuto l’album pop e il secondo quello sperimentale e maggiormente psichedelico, il fil rouge è dettato sia dalle chitarre (jangle-pop per la parte ritmica, dissonanze e asperità durante le digressioni), dalle linee di basso dello stesso Cope e dalle saltuarie ma quanto mai caratteristiche melodie di oboe.

Proprio una di queste apre l’album, segnando il complesso art punk di “Reynard The Fox”, diviso in due parti ben distinte: nella prima, quella che risponde alla forma canzone, Cope canta di un fuggitivo a cui è stata sterminata la famiglia, saltando fra prima e terza persona, come se la prospettiva cambiasse continuamente da protagonista a spettatore. Protagonista a cui Cope si riferisce col nome di Reynard The Fox, volpe antropomorfa legata a una serie di leggende del nord d’Europa, fra il dodicesimo e il quindicesimo secolo.
Nella seconda parte – con una caratteristica sezione parlata – appare tuttavia evidente che Cope, pur narrando questa volta interamente in terza persona, si riferisca a se stesso, citando avvenimenti che hanno segnato la sua vita recente, dall’isolamento in una zona rurale all’incidente sul palco dove, in preda agli effetti dell’Lsd, si era ferito con un pugnale, shockando gli astanti. Per sua fortuna si risolse in una lacerazione superficiale. Il punto in cui racconta l’aneddoto è segnato dalle sue grida strazianti, mentre la batteria scatta forsennata e le chitarre macinano raffiche di note con tonalità aspre e distorte.
Stabilito che è Cope stesso l’oggetto della canzone, viene da domandarsi il senso della prima parte, dal momento che non risulta la sua famiglia sia stata sterminata: verrebbe da pensare a qualche criptica metafora esistenziale, o magari alla semplice descrizione del vortice allucinogeno.

“Bill Drummond Said”, invettiva al vetriolo contro l’ex-manager Bill Drummond (futuro membro del seminale progetto elettronico Klf), si apre con morbidi jangle di chitarra, che si mescolano al suono di nastri mandati alla rovescia. È uno squisito pop corale, con armonie che svelano l’amore di Julian Cope per gli intrecci vocali delle band anni Sessanta, britanniche e non. La dolcezza della musica si scontra con l’attacco ad personam del testo (una scena onirica in cui Drummond finisce con lo strangolare una donna), generando un effetto grottesco, denso di black humor. Bill Drummond qualche anno più tardi avrebbe risposto con il brano “Julian Cope Is Dead”.
“Laughing Boy” è un brano in punta dei piedi, poggiato su una batteria appena sfiorata e su delicate armonie chitarristiche, con la voce di Cope leggiadra e sognante che si alterna alla pastorali linee dell’oboe. Uno dei pezzi meno vendibili del disco, incomprensibilmente scelto per venire accompagnato da un videoclip promozionale, a sua volta piuttosto ostico, girato durante la stessa sessione fotografica che portò allo scatto in copertina.

Come singolo fisico fu invece “Sunspots” a venire pubblicato, peraltro qualche mese dopo l’uscita del disco e senza particolare successo. Potente brano di post-punk positivo e arioso, con batteria riverberata, basso e chitarra ritmica bene in evidenza, e un paio di note di sintetizzatore che, poste a corredo del riff chitarristico, sembrano ricreare la stessa sequenza melodica che era alla base di “Are ‘Friends’ Electric?” dei Tubeway Army di Gary Numan. L’arrangiamento viaggia comunque su tutt’altre frequenze, come dimostrato dall’assolo di flauto dolce e dal finale con percussioni esotiche e crescendo corale: si torna così al guardare agli anni Sessanta del baroque pop, di cui del resto Cope non ha mai nascosto di essere un ammiratore.
“The Bloody Assizes” è uno scatenato misto di new wave, punk e musica country, pronto a gareggiare in territori affini a quelli della coeva band americana Wall Of Voodoo, mentre “Search Party” torna nel territorio del bozzetto folk intimista, fra voce eterea, chitarra acustica e oboe che nel ritornello si inerpica su scale malinconiche, rese quasi celestiali dall’effetto eco.
Caratteristica per il suo andamento slanciato ed energico, a dispetto dell’arrangiamento stringato, è la marcetta pianistica “O King Of Chaos”, appena ricamata da un organo elettrico nel ritornello. Tutto poggiato su una tastiera anche il brano di chiusura, “Torpedo”, vignetta bucolica affidata questa volta al solo organo.

Benché venga spesso etichettato come un album di pop rock psichedelico, “Fried” è in realtà uno dei dischi più creativi e variegati della new wave inglese. Il fatto che mantenga un’indole psichedelica non lo esclude dalla corrente, di cui era stato emblema fino a poco prima, con i Teardrop Explodes, e che avrebbe costeggiato ancora per qualche anno a venire, nei dischi più radiofonici – benché mai volgari – che avrebbero caratterizzato il resto dei suoi anni Ottanta, prima del tuffo nei gorghi di un rock sperimentale e caotico, avvenuto nei Novanta.
Del resto, di dischi psichedelici era piena la new wave britannica, basti pensare ai primi tre album degli Echo And The Bunnymen (in particolare il terzo, “Porcupine”, con i suoi toni indianeggianti), o ai Soft Boys di Robyn Hitchcock. L’importante è non confondere l’attitudine – senza dubbio psichedelica per tutti i nomi citati, Cope incluso – con l’appartenenza alla corrente culturale e musicale del momento, in cui gli artisti in questione erano pienamente immersi.
A ogni modo, “Fried” fu un fiasco commerciale clamoroso, e la Mercury gli rescisse il contratto senza troppi complimenti. Firmatone uno con la Island un paio d’anni più tardi, Cope avrebbe conosciuto qualche discreta fortuna commerciale a partire dal 1986, con il singolo “World Shut Your Mouth”, che curiosamente non aveva niente a che vedere con l’album dallo stesso titolo uscito due anni prima. 

(09/06/2019)

  • Tracklist
  1. Reynard The Fox
  2. Bill Drummond Said
  3. Laughing Boy
  4. Me Singing
  5. Sunspots
  6. The Bloody Assizes
  7. Search Party
  8. O King Of Chaos
  9. Holy Love
  10. Torpedo




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