Lucio Battisti

Hegel

1994 (Numero Uno) | synth-pop, avant-pop

"Arrivati a 'Cosa succederà alla ragazza', persino Luzzatto Fegiz aveva iniziato a parlare bene di noi". Così parlò sardonico Pasquale Panella in una delle sue rare interviste, sulle ragioni che condussero a "Hegel", l'ultimo disco pubblicato a nome Lucio Battisti, a detta di molti il più estremo e cerebrale della serie degli "album bianchi", e di riflesso il meno accessibile dell'intera carriera della più grande popstar italiana di tutti i tempi.
Senz'altro l'andamento in classifica certificò lo scoramento di un pubblico sempre più sfiancato dalle giravolte sperimentali del fu cantante dell'Amore per antonomasia: l'album rimase in classifica per sole otto settimane.

Si tratta tuttavia del più logico compimento possibile per il sodalizio Battisti-Panella iniziato nel 1986 (a ben vedere già nel 1983 con "Oh! Era ora" di Adriano Pappalardo, interamente firmato dal duo). Apriva le danze "Don Giovanni", il più accessibile tra gli ultimi cinque album della carriera del cantautore laziale, vicino al sophisti-pop più elegante, ma già pronto a scardinare le convenzioni del pop fatto di strofa-ritornello-inciso. Seguirono a cadenza biennale "L'apparenza" e "La sposa occidentale", due dischi di synth-pop labirintico, dove Battisti iniziò a sperimentare la scrittura che lo condizionò da lì in avanti, diametralmente opposta rispetto al metodo usato ai tempi di Mogol: Panella gli inviava dapprima le sue poesie e, a quanto riportano fonti vicine a Lucio, "se non ci capiva niente, iniziava a musicarle". Il processo si consacrò con "Cosa succederà alla ragazza", l'album più marziale e techno mai pubblicato da un cantautore formatosi negli anni 60.

"Hegel" rappresentò il punto di non ritorno, e infatti non ci sarà più alcun ritorno discografico per Lucio: le pulsioni dance del disco precedente vengono se possibile estremizzate, non tanto dal punto di vista della violenza del battito, che è anzi un po' attutita, quanto dalla tensione anti-melodica e dalle stratificazioni ritmiche, "storte" e complesse come mai prima d'ora (non a caso, a produrre e a suonare praticamente tutto il disco troviamo Andy Duncan, batterista già al servizio tra gli altri di Simple Minds, Frankie Goes To Hollywood e Pet Shop Boys). In questo senso, si può definire il disco come il più rappresentativo di una fase in cui l'autore ha cercato di contraddire violentemente il suo passato, fatto di melodie accorate, non banali, ma senz'altro immediate e cristalline. Talmente pure da aver pesantemente contribuito all'ideale di canzone pop italiana.

"Il disco è privo di emozioni" è infatti la frase preferita dei detrattori di "Hegel". Ma è poi davvero corretta? L'alienazione contemporanea, qui dipinta al meglio, non è forse un'emozione anch'essa? La frenesia del ballo, rappresentata nel 1994 dalla dance elettronica, non è un'emozione, e pure travolgente? Inoltre, a non volersi soffermare soltanto su pochi ascolti, errore fatale con canzoni così dettagliate come quelle del "Battisti bianco", è impossibile non realizzare come la maggioranza dei pezzi abbia temi vocali orecchiabili, con giri di accordi tipici della scuola nostrana. Il fascino insondabile e unico di queste esplorazioni musicali sta proprio nella sua eterna sfuggevolezza, nel suo riecheggiare costantemente qualcosa di conosciuto, di palpabile, eppure capace di non riuscire mai a farsi cogliere del tutto.

Non è retorica poi, per una volta, dire che Battisti "era avanti": basti pensare a come l'intro de "La bellezza riunita" ricordi molto da vicino la "Barrel Of A Gun" dei Depeche Mode di "Ultra" (1997), o come "La voce del viso", falsetto efebico ostinato su base eurodance delle più spinte, anticipi di un anno secco gli Sparks di "Gratuitous Sax & Senseless Violins" (e riesca anche a essere più efficace, per chi scrive).
In generale, è sempre stata peculiare la capacità del ricciolo nell'intercettare le tendenze anglosassoni più innovative e di inglobarle nella sua cifra autoriale, senza snaturare né l'estetica dei vari sound importati, né la propria, ma negli anni di allontanamento dalla scena pubblica questa abilità si affinò sempre più. Si scorgono infatti stacchi ritmici avvicinabili alla progressive house degli Underworld in "Almeno l'inizio" (che si fa apprezzare anche per il bell'arrangiamento di organo eurodance), dub e trip-hop nella title track, il Madchester degli Happy Mondays in "La moda del respiro". "Stanze come questa" addirittura azzarda un ibrido tra la neonata jungle (anche qui, genere frequentato con tre anni di anticipo persino su Bowie) e chitarre acustiche folk! Sfido a trovare dischi italiani dell'epoca così contaminati di stili e mondi diversi (non che fuori dall'Italia ne uscissero poi così tanti). All'interno dei nostri confini, soltanto il Battiato di "Gommalacca" si è spinto altrettanto in là, ma lo ha comunque fatto operando in un contesto quasi sempre vicino alla classica forma-canzone.

E poi, certamente, ci sono i testi di Panella. Dedali apparentemente inaffrontabili praticamente per chiunque non abbia almeno un paio di lauree in materie umanistiche, o forse proprio per chiunque non sia Pasquale Panella, o forse anche per lui... O forse no?
Di sicuro le liriche del poeta romano rappresentano uno sberleffo dei più perversi al pop italiano, e non soltanto per la loro natura dotta ed elitaria, ma anche e soprattutto perché si appoggiano su canzoni pubblicate a nome Lucio Battisti.
Senza cercare di sviscerarne nel dettaglio i significati - d'altro canto si parla di poesia ermetica, aperta di suo a molteplici e non esaustive interpretazioni - è tuttavia affascinante notare i vari livelli su cui si muovono questi testi e come interagiscono con le basi musicali. In "Hegel" il filo conduttore, il concept, per usare un termine caro alla storiografia rock (e che probabilmente lo stesso Panella odierebbe adoperare) sono la vita e le opere del celebre filosofo tedesco. Ma l'impressione è che sarebbe errato impostare l'analisi di queste liriche soffermandosi minuziosamente sugli scritti di Hegel o sulle sue vicissitudini universitarie nella città di Tubinga, perché i riferimenti in realtà appaiono più come degli artifici, specchi per le allodole che, come l'estetica, "per terra si posano" (come recita una frase da "Estetica", per l'appunto). Tradotto: i testi sfruttano l'immaginario filosofico e dialettico in maniera pretestuosa, a corredo di canzoni che trattano di tutt'altri temi, talvolta anche semplici.

Un pezzo come la title track, ad esempio, altro non è che una canzone d'amore, un amore certamente segnato da contrasti così forti da aver portato le malelingue a suggerire che si parlasse del rapporto tra Battisti e Grazia Letizia Veronese. Lasciando tuttavia il gossip ad altre sedi, quello che colpisce è la potenza delle analogie e delle metafore ora storiche, ora letterarie utilizzate per trattare l'argomento ("Chi di noi il governato e chi il governatore?/ Son fatti che attengono alla Storia/ chi fosse la provincia e chi l'impero/ non è il punto/ il punto era l'incendio"; "Era la collisione/ il primo scontro epico/ perché non scritto ma cavalcato a pelo/ ed ognuno esigeva la terra dell'altro").
Anche "Estetica" sembra parlare d'amore, in una veste idilliaca stavolta, non risparmiando nemmeno immagini talmente raffinate da celare dei probabili doppi sensi a sfondo sessuale ("E ci contrastavamo amabilmente"... "sul volatile e sulla proporzione"). Pure goliardie come questa fanno parte del marchio di fabbrica panelliano. Ad ogni modo, sono molte le immagini memorabili dipinte in questi testi: "E chi teme la moda è immerso in essa comunque/ e d'essa intriso come un cardo dal gambo reciso", da "La moda nel respiro"; "Che cosa avresti fatto per sentirti un po' più sola/ e per dolcemente navigare/ sul tuo dorso o sul tuo petto/ e fare una capriola che ribaltasse il cielo", da "Almeno l'inizio"; "Ogni tuo gesto è compreso/ in tutto quello che sa/ di te stessa quel gesto", da "La bellezza riunita"; "E la voce del viso allora ricorre ai miracoli/ non un riso, un pianto/ non una smorfia, densa d'oracoli", da "La voce del viso". Difficili da raggiungere, anche per le più ispirate penne della nostra tradizione, questi versi non sono che un assaggio di una poetica giunta nel 1994 a completa maturazione.

Per complicare ulteriormente il tutto e rendere l'ascolto vergine simile a una fatica erculea, ci si mette la pressoché totale sconnessione tra frasi e metrica, per cui ci sono versi che suonano spezzati a metà, strappati al loro senso originario e che all'ascolto sembrano appartenere al periodo successivo. Un esempio tra i tanti, per chiarire: al minuto 1.29 di "Stanze come questa" il verso "è qui quel lavorio/ dell'erba simile al pensiero" è collegato al successivo "che contiene nel vello/ quell'orma del tuo corpo/ ed uno stelo sconvolto", eppure quest'ultimo è cantato come incipit di una nuova frase melodica. Sono tecniche che puntano a scavalcare le abitudini proprie delle canzoni di ogni tempo; l'ambizione è altissima e soltanto un rigoroso studio e una ferrea attenzione a ciò che si sta plasmando possono evitare di far deragliare il tutto in un esercizio borioso e superficiale.
Ed è proprio questo quello che succede in "Hegel", così come in tutta la fase finale di Battisti: la canzone pop viene a perdere i suoi appigli storici e le sue convenzioni più assodate, per approdare a una concezione all'epoca inedita, eppure oggi ritrovata in parte - inconsapevolmente - nelle più recenti istanze alternative r'n'b, laddove cellule melodiche in metrica piuttosto libera si susseguono frenetiche su basi narcotiche e ossessive.

Insomma, tutto si può dire del "Battisti bianco", ma non che le sue provocazioni della maturità fossero delle mere stranezze senza senso; al contrario, hanno rappresentato uno dei patrimoni più elaborati e visionari che la musica italiana sia stata in grado di concepire.

(09/12/2018)

  • Tracklist
  1. Almeno l'inizio
  2. Hegel
  3. Tubinga
  4. La bellezza riunita
  5. La moda nel respiro
  6. Stanze come questa
  7. Estetica
  8. La voce del viso
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