Pentangle

Basket Of Light

1969 (Transatlantic) | folk-rock, folk baroque

C’è stato un lasso di tempo, fra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in cui il revival del folk britannico riuscì a contaminare la cultura rock, forse con l’influenza di Bob Dylan a fare da tramite fra i due mondi (si ricordi che il bardo dominò le classifiche in Gran Bretagna molto più che in patria). Fu un entusiasmante andirivieni di influenze da una parte all’altra dell’oceano Atlantico.
Così, accadde che “The Hangman’s Beautiful Daughter” della Incredible String Band raggiunse il successo nella primavera del 1968. Poi toccò ai Fairport Convention, che ottennero risultati lusinghieri a partire da “Unhalfbricking”, e ai Pentangle, la cui terza fatica, “Basket Of Light”, vide la luce nell’ottobre del 1969. Grazie al singolo “Light Flight”, utilizzato come tema di “Take Three Girls”, storica serie televisiva della Bbc, l’album si arrampicò fino al numero 5. Ci sarebbero voluti i Lindisfarne di “Fog On The Tyne”, oggi ingiustamente dimenticati, affinché qualcuno vendesse di più.
Non si tratta tuttavia di una scena semplice da definire. La Incredible String Band mescolava folk psichedelico con musica medioevale e contaminazioni etniche, i Fairport Convention elettrificavano il folk celtico guardando all’America (Dylan, ma anche i Jefferson Airplane), così come i Lindisfarne (più verso Simon & Garfunkel). Erano band molto differenti fra loro, spesso con elementi del tutto alieni l’un l’altra.

I Pentangle si distinguevano anzitutto per la raffinata tecnica fingerstyle dei loro due chitarristi, John Renbourn e Bert Jansch, che è stata retrospettivamente definita folk baroque, ossia capace di unire le melodie tradizionali britanniche a innovazioni americane come blues, jazz e ragtime. Equamente influenzata da folk e jazz era anche la sezione ritmica, con Terry Cox alla batteria e Danny Thompson al contrabbasso. Emblematica la scelta di rinunciare a un basso elettrico, allineandosi così alle chitarre acustiche. Sorgono pertanto legittimi interrogativi su quanto possa essere corretto considerare i Pentangle una band folk-rock, come spesso vengono etichettati. A ben vedere, utilizzarono strumenti elettrici solo a partire da “Cruel Sister”, nel 1970, mentre non ce n’è traccia nei dischi precedenti.
D’altro canto, la loro musica era talmente innovativa che viene anche difficile definirla soltanto folk: si pensi per esempio al frequente utilizzo del sitar, che, pur essendo acustico, venne mutuato dalla musica rock dell’era psichedelica. Di questo c’è assoluta certezza, dato che né Jansch, né Renbourn (già attivi da tempo come solisti) avevano mai fatto uso dello strumento indiano prima che venisse introdotto nel rock. E non è certo soltanto una questione di sitar: è l’insieme dell’arrangiamento a dare alle canzoni un dinamismo inaudito per il folk britannico tradizionale e a rendere la musica dei Pentangle qualcosa di moderno e fuori dagli schemi.
Ciliegina sulla torta era la voce di Jaquie McShee, che col suo timbro angelico e impalpabile sembrava anticipare le muse della stagione dream-pop, alternandosi egregiamente a quelli di Jansch e Renbourn, fino a creare un connubio di sfumature e armonie dal sapore arcano, denso di mistero, eppure abbastanza vivace da parlare allo stesso pubblico della rivoluzione rock.

“Basket Of Light” rimane il loro album più rappresentativo e il loro massimo sforzo creativo, preferibile al pur eccellente “Cruel Sister” per il merito di essere composto per metà da materiale originale, laddove il successore si sarebbe limitato a rileggere ballate tradizionali (si fa per dire, dato che vi trasformarono la ballata “Jack Orion” in un mastodonte di diciotto minuti).
Il brano posto in apertura è il summenzionato “Light Flight”, perfetto punto di fusione fra folk, pop e jazz, con un ritmo contagioso probabilmente ispirato da “Take Five” di Dave Brubeck. A differenza della fonte, il pezzo svolazza da un tempo all’altro come se fosse la cosa più naturale del mondo: 5/8 e 7/8 la strofa, 6/4 il ritornello. Magistrale come il metro spumeggiante della strofa, composizione di due moduli dispari, riesca a risultare naturale e immediato, nasconendo il trucco dentro a una somma pari.
I leggiadri vocalizzi di McShee, sovraincisi per formare più linee e rinforzati dal controcanto dei compagni, generano da subito un’atmosfera incantata dalla quale, come si accennava, personaggi un po’ fiabeschi come Elizabeth Fraser e Kate Bush avrebbero tratto non pochi insegnamenti.
"Once I Had A Sweetheart" deriva dalla melodia di una ballata inglese del Cinquecento, “A Maid Sat A-Weeping”, ma utilizza il testo di una variante successiva, di probabile origine americana. La rilettura dei Pentangle ricorre a un arrangiamento per dodici corde, glockenspiel e sitar, interpretato con enfasi mistica da McShee e sospinto da una scansione ritmica ipnotica quanto un carillon.

"Springtime Promises", cantata da Jansch, vanta un assolo di chitarra al confine fra i raga indiani e il blues da taverna, mentre la sezione ritmica lavora di uncinetto, fra le spazzolate di Cox e il contrabbasso di Thompson, una sorta di Charles Mingus in variante celtica.
"Lyke-Wake Dirge" è un vecchio poema inglese sui viaggi delle anime nell’aldilà. Non se ne conosce l’origine (venne trascritto nel 1686, ma si suppone vada molto più indietro nel tempo, anche considerando il testo, con simboli dall’epoca pre-cristiana). Non è sopravvissuto con una musica ben definita, e ne esistono pertanto interpretazioni molto differenti fra loro. I Pentangle scelgono un accompagnamento minimale: il tamburello, il contrabbasso e le chitarre sono appena udibili, mentre su tutto domina il coro da cattedrale gotica di Renbourn, Cox e McShee. McShee, in particolare, sembra assumere le sembianze di una sacerdotessa, la cui voce si eleva per immergere il brano in un'estasi da visione divina.

"Train Song" è uno degli originali più coraggiosi, con i continui cambi di andamento, gli intricati ricami acustici, il contrasto fra la voce severa di Jansch e i vocalizzi astratti di McShee. È tuttavia Thompson il protagonista, con il contrabbasso impegnato prima in svisate quasi onomatopeiche, poi in una coda dove si trasforma in un ronzio cacofonico.
"Hunting Song" e "The Cuckoo", rispettivamente originale e tradizionale, sono ancora una volta segnate da grandiose accelerazioni strumentali, confermano gli arrangiamenti eccentrici (glockenspiel, tamburo a mano) e la capacità di intingere qualsivoglia brano folk in una sorta di trance spirituale.
"Sally Go Round The Roses" è la ripresa, venata di tradizione celtica e blues acustico, di un classico rhythm & blues, in origine pubblicato dal gruppo vocale delle Jaynetts nel 1963. Come al solito, da un lato si sente che è musica pop moderna, dall’altro si rimane col sospetto che sia un brano vecchio di secoli.
Chiude "House Carpenter", variazione americana del tradizionale inglese “The Daemon Lover”, dove il diavolo in persona torna da una vecchia amante per sottrarla al suo nuovo marito. La trascrizione per sitar e banjo, una ritmica quasi tribale, e la solita McShee celestiale, la trasformano in una cavalcata densa di tensione.

La mancanza di note sulle sessioni di registrazione ci impedisce purtroppo di descrivere il ruolo creativo di Shel Talmy in sala di regia. Non c’è tuttavia motivo di dubitare della sua importanza, trovandosi nel suo curriculum gente come Kinks, Who e Cat Stevens, da sempre nota per la qualità delle proprie produzioni.
A oggi il mito dei Pentangle si è forse un po’ spento in termini assoluti, ma è pronto a riemergere in tutto il suo splendore ogni volta che qualcuno decide di andare a riaprire lo scrigno rappresentato da quella stagione del folk britannico.

(10/02/2019)

  • Tracklist
  1. Light Flight
  2. Once I Had A Sweetheart
  3. Springtime Promises
  4. Lyke-Wake Dirge
  5. Train Song
  6. Hunting Song
  7. Sally Go Round The Roses
  8. The Cuckoo
  9. House Carpenter




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