Soul II Soul

Club Classics Vol. One

1989 (10/Virgin) | uk-soul, dance

Last night a Dj (set) saved my life

Inghilterra, 1977; ricorre il venticinquesimo anniversario dell'incoronazione della regina Elisabetta II, nei mesi tra febbraio e giugno la nazione celebra l'evento a più riprese tramite parate militari, pranzi ufficiali e ponti per tutti i lavoratori del Regno. Il momento di far festa arriva anche a Hornsey, popoloso quartiere proletario nella zona nord di Londra, le cui strade una bella sera d'estate vengono chiuse al traffico e addobbate con striscioni colorati e lunghe tavolate apparecchiate con quello che ogni famiglia ha preparato per condividere col vicinato. Al quattordicenne Trevor Beresford Romeo - nono di dieci figli da una modesta famiglia di immigrati dall'isola di Antigua, nei Caraibi - viene affidato un compito importantissimo: è il dj della serata, incaricato di passare i dischi sull'impianto stereo che dal salotto è stato trasportato sul marciapiede di fronte alla porta di casa. Trevor ancora non lo sa, ma quel piatto che gira come un ottovolante, il contatto delle dita col nero lucido del vinile e la visione del suo quartiere multietnico che balla al ritmo presto diverranno ben più di una semplice passione adolescenziale - qualche anno più tardi il suo sarà uno dei volti simbolo del soul e della dance inglese.

Questa è una storia di bel destino, ma anche di determinazione, creatività e voglia di fare. Ognuno di noi intraprende una personale corsa ad ostacoli per trovare il proprio posto nel mondo e arrivare all'affermazione di sé, e il sentimento è universale per tutti - cambiano giusto i modi e le condizioni a seconda del caso. Per i giovani immigrati di seconda generazione come Trevor e compagni (e per tutti quelli sbarcati davvero giovanissimi), l'Inghilterra degli anni 70 e 80 pone come sfida il doversi districare tra le rigide aspettative familiari e l'indolenza della società britannica nei loro confronti, un dedalo di complesse situazioni non sempre facile da navigare.

Provate a immaginarvi il celebre campo da tennis di "Pong", videogioco che proprio in quegli anni simbolizza l'inizio della rivoluzione tecnologica per il pubblico consumo. Da un lato dello schermo ci sono i genitori, che hanno lavorato come somari per garantire un futuro alla propria famiglia facendo fronte alle ristrettezze e alla discriminazione.
Nel documentario della Bbc "Jazzie B's 1980s: From Dole To Soul", Trevor ricorda dei sacrifici che i suoi dovettero fare per comprarsi la casa pur con i miseri stipendi disponibili, perché ai tempi del loro arrivo in Inghilterra nessuno affittava case a immigrati. Disciplinati e severi, i genitori ne hanno viste tante e non hanno avuto il tempo né l'opportunità per integrarsi in una società comunque poco accomodante. La pressione per "far meglio degli altri" è anche legittimamente dettata dal bisogno di sopravvivere, ma a seconda delle sensibilità può assumere le sembianze di una forzata disciplina attuata all'assimilazione, che risulta alienante per l'animo dei figli - questo lo sa bene soprattutto la gioventù di discendenza asiatica, descritta con crudo realismo nel 1985 da "My Beautiful Laundrette", bellissimo film di Stephen Frears con protagonisti Gordon Warnecke e un giovanissimo Daniel Day-Lewis. In ogni caso, la cultura che i genitori tramandano ai propri figli proviene da terre che quest'ultimi spesso non hanno mai neanche visitato e il legame può essere sin troppo sottile.
Dall'altro lato del virtuale campetto da ping pong, la società inglese consente a Trevor e compagni un'inclusione solo di sbieco. La cultura anglosassone viene imparata a scuola e vissuta tramite i giornali e la Tv assieme a tutti gli altri coetanei, ma non viene mai offerta su un piatto d'argento per via della pelle più scura, la rappresentazione mediatica nel tessuto sociale è spesso quasi inesistente e - anche una volta diventati giovani adulti - il solo farsi ammettere in una qualsiasi discoteca di città (incluse le più variegate come il celebre Blitz di Leicester Square frequentato dalla folla new romantic) è impresa la cui riuscita non è mai garantita.

A questo va infine aggiunta come cornice la complessa situazione economica del periodo, con le controverse manovre del governo di Margaret Thatcher che hanno lasciato a casa milioni di operai - e se sono senza lavoro gli autoctoni, figuriamoci chi è arrivato dopo. I dati del periodo danno il tasso di disoccupazione degli uomini afro/caraibici attorno al 50%, mentre le donne se la cavano giusto un po' meglio in qualità di custodi e domestiche. Comunque la si giri, è una grama prospettiva di vita per chi è cresciuto da cittadino inglese guardando dentro l'oblò di una Tv piena di capelli cotonati, viaggi in barca coi Duran Duran e quei primi telefoni cellulari grossi come mattoni. Comprensibilmente, il desiderio di evasione dell'adolescente medio è più forte che mai.

La cultura dei sound system e del funky dread: an Amalgamation of Music and Fashion

Ed è proprio in casi come questi che viene in aiuto la creatività. Si chiamano sound system e sono la principale importazione jamaicana praticata dai giovani caraibici dei centri urbani più grossi - Londra in primis per meri motivi di numero, ma anche Manchester e Birmingham in quegli anni pullulano di vibranti micro-scene. Gruppi di ragazzi che hanno messo le mani su un piatto e un paio di casse (e un furgone per trasportarli) improvvisano serate in vecchi scantinati e in palazzi disabitati situati strategicamente fuori tiro dalla polizia e dalle orecchie dei vicini.
Alcuni sound system sono orgogliosamente carbonari, si parla solo in patois e si ascoltano il reggae e la dub con la stessa serietà di una messa - consigliata in questo caso la visione di "Babylon", preziosa pellicola di culto del 1980 di Franco Rosso e Martin Stellman (quest'ultimo già tra gli autori dell'adattamento cinematografico di "Quadrophenia" dei Who). Altri sound system, invece, hanno un approccio più meticcio per varietà dei partecipanti e selezione musicale, e assieme a un nutrito gruppo di amici, il nostro Trevor - adesso rinominato ufficialmente Jazzie B - ne sta capeggiando uno chiamato Soul II Soul: un collettivo che da anima ad anima cementa in maniera quasi inconscia gli intenti di una gioventù desiderosa di districarsi tra l'eredità del reggae e del dub e le importazioni occidentali come hip-hop e r&b per creare un linguaggio che rispecchi la propria realtà.

bunchsoul220x270Sono anni terribilmente elettrizzanti; tramite un costante tam-tam di telefonate al fisso di casa e di volantinaggio (quello che vedete qui a fianco è un reperto storico dell'incontro a Bristol tra i Soul II Soul e il celebre Wild Bunch) il pubblico disposto ad attendere ogni evento cresce anno dopo anno, e i numeri presto si fanno ragguardevoli. Una delle feste più memorabili del periodo per i Nostri si tiene però sotto la gigantesca arcata vittoriana dell'allora dimessa stazione di St Pancras, nel pieno centro di Londra, e le cronache raccontano di cinquemila partecipanti: in pratica un rave antesignano dove al posto di techno e pasticche il pubblico ondeggia tra sinuosi ritmi caraibici e nubi di ganja. Facilitatore dell'operazione ai tempi tale Judge Jules, ragazzo anglosassone di estrazione borghese che lavora in uno studio di avvocati ed è "misteriosamente" riuscito a ottenere le chiavi del cancello della stazione. Ma non solo, tra il passare di una canzone e l'altra, Judge Jules ha pure l'onere di mettersi alla porta durante l'immancabile arrivo della polizia per recitare i diritti degli squatter e salvaguardare l'incolumità dei partecipanti.

Non bisogna infatti dimenticare che questi sono gli anni dei dibattiti in parlamento sulle sus laws, controverse misure anti-crimine tramite le quali il governo dà alle forze dell'ordine carta bianca per fermare e arrestare chiunque appaia minimamente sospetto anche mentre sta passeggiando per il parco in pieno giorno. Manco a dirlo, il sospetto ricade a tappeto sui membri della popolazione afro/caraibica, in particolare su chiunque porti i dreadlock, e il risultato è presto fatto: una comunità che compone il solo 6% della popolazione londinese si trova a costituire il 40% degli arresti totali. Le feste dei Soul II Soul - e di tutti gli altri sound system della nazione - sono bersagli sin troppo facili, e solo una buona diversificazione della comunità interna ne garantisce sia lo spirito che la sopravvivenza.

Ironia della sorte, sarà proprio l'acconciatura di capelli dei giovani frequentatori delle serate Soul II Soul a fornire la principale decodificazione di un immaginario tutto nuovo. Di base non è solo la polizia ad avere sospetti circa i dreadlock; i genitori che si spaccano la schiena per mandare avanti la casa non vedono certo di buon occhio i figli disoccupati che ciondolano da mattina a sera, e i capelli intrecciati a quel modo forniscono un ulteriore motivo per non farsi assumere manco come facchini.
Ma Jazzie B e amici non hanno certo voglia di fare i facchini e hanno trovato la soluzione ideale in uno stile soprannominato funky dread: capelli rasati sul retro e ai lati e treccine abbastanza fini e medio/corte facilmente camuffabili sotto al tipico cappello di lana. Poi, una volta sgattaiolati fuori dall'uscio di casa, i funky dread vengono acconciati in code alte come pennacchi d'ananas o fatti ricadere sul volto.
Quando Jazzie B chiede all'amico grafico Derek Yates di creare un logo in grado di rappresentare il suo collettivo alla maniera del profilo di Bob Marley o della lingua dei Rolling Stones, questi non ha che da osservare lo strampalato pubblico delle serate Soul II Soul: ci sono giovani bianchi come lui, con i bomber da paninaro e gli occhiali con lenti tonde a specchio già visti in volto a icone popolari come Sting e Dave Stewart, e ci sono Jazzie B e i suoi amici, con il loro abbigliamento XL e le cascatelle di dreadlock acconciate nelle maniere più astruse. Nelle svariate forme e sfumature, il risultante disegno diventa subito una delle più riconoscibili - e presto commerciabili - immagini del periodo, capace di catturare l'essenza di una nuova identità Black & British:

funkidred1

Sarebbe però sbagliato guardare agli anni 80 anglosassoni unicamente dal punto di vista delle restrizioni economiche e della discriminazione razziale, perché dove c'è dramma ci sono anche opportunità - come cantano in quegli anni di rampante neo-capitalismo i sempre ficcanti Pet Shop Boys nella loro hit "Opportunities". Nel tentativo di minimizzare il tasso di disoccupazione e far risalire il Pil, il governo conservatore ha infatti istituito la Enterprise Allowance Scheme, un assegno settimanale di £40 disponibile per chiunque voglia intraprendere la propria impresa commerciale (ne fa uso anche Alan McGee per fondare la storica Creation Records). Jazzie B non se lo fa dire due volte e appena assicurata l'entrata governativa, affitta un locale nel famosissimo (e ai tempi sicuramente più vibrante) mercato di Camden Town. Qui il collettivo trova finalmente la quadratura del cerchio, un punto fermo dopo anni di vagabondaggio in fuga dalla polizia dove potersi organizzare e farci sopra due spiccioli. Lungi dall'essere un semplice negozio, l'angolo di mercato dei Soul II Soul diventa presto un centro operativo socio-culturale mai visto prima nella comunità afro-caraibica della città, una mèta fissa per tutti i giovani del circolo. La dicitura recita testualmente:
An Amalgamation of Music and Fashion
e infatti all'interno i ragazzi hanno creato un microcosmo dove sono disponibili capi d'abbigliamento da loro realizzati e firmati, scaffali pieni di vinili e piatti per suonarli, poster sui muri per pubblicizzare ogni evento in città, e persino un barbiere specializzato sul retro per farsi i capelli secondo la moda funky dread. Al carnevale di Notting Hill le magliette col logo continuano ad andare a ruba anno dopo anno, presto l'intera città è segretamente tappezzata dal volto occhialuto che segnala ai giovani come riconoscersi e dove ritrovarsi.
Nel momento in cui la cultura rave inizia a prendere piede a livello nazionale e il fenomeno raggiunge il notiziario della sera, Jazzie B trova il rifugio ideale all'Africa Centre, ai tempi situato nella centralissima piazza di Covent Garden. Qui, sul finire degli anni 80, ogni domenica sera si tengono gli eventi Soul II Soul, frequentati da un miscuglio multietnico di persone accomunate dal desiderio di ballare buona musica ed esprimere il proprio amore e la propria identità lontani da pressioni sociali esterne e dall'assordante ritmo frenetico dell'acid-house (e creando di conseguenza una rete di conoscenze dalla quale emergeranno stilisti, musicisti, fotografi ed editori che formeranno il tessuto artistico della città per gli anni a venire).

La cosa buffa è che tramite la creazione di un logo, la fidelizzazione del pubblico, la distribuzione capillare dei propri prodotti e il contatto con fornitori e creativi, Jazzie B ha istintivamente messo in piedi un brand di tutto punto da far invidia alla controparte americana, l'esatto modello economico tanto voluto dai Tories al governo in quegli anni. Ma mentre quest'ultimi non riescono ad andare oltre l'immagine di quei dreadlock così poco consoni alla loro idea di una sobria funzionalità sociale (non dimentichiamo che questi sono anche gli anni dell'infame Clausola 28 che tenta di oscurare l'esistenza della comunità Lgbt), le opportunità per i Soul II Soul continuano a crescere mese dopo mese.

Dalla moda alla musica: la ri(e)voluzione di un sound system atipico

Presto lo spirito imprenditoriale di Jazzie B non si accontenta più di vendere magliette, la sua ambizione lo porta a fare qualcosa di sostanzialmente inedito nel mondo dei sound system londinesi: comporre, incidere e pubblicare la propria musica. I dubbi a riguardo di tale estemporanea operazione si dissipano nel momento esatto in cui "Fairplay" fa capolino nel 1988: non è soul come lo si intende di solito e non è dance nel senso più spicciolo del termine, non è hip-hop e non è r&b, non è reggae e non è house, eppure riassume magistralmente tutto il sentimento delle serate Soul II Soul tramite un suono morbido e avvolgente, i punteggi di tastiera e la cangiante voce di Rose Windross, autrice del testo. Se i tardi anni 80 anglosassoni sono notoriamente dominati dai suoni grassi e plasticosi del pop da classifica di marca Stock, Aitken & Waterman, "Fairplay" è già ampiamente protratta verso i 90 più eleganti e vellutati: chiamiamolo Uk-soul. Il successo inizialmente non sarà troppo invitante, ma nel circuito il pezzo spopola - e come potrebbe essere altrimenti per una canzone le cui liriche d'amore vengono intercettate nell'intermezzo dal manifesto spirituale del collettivo?
Soul II Soul is the place where you should be
On Sunday night we'll expect you and Jazzie B
'Cause it's all about expression
'Cause it's all about expression

Funky people express yourself tonight
But thinking 'loud but that's the same thing alive
'Cause it's all about expression
'Cause it's all about expression
Arriva quindi il turno di "Feel Free", momento piano-driven dall'andamento al passo e l'indimenticabile interpretazione di Do'reen, una vocalist il cui timbro ricco e pastoso ricorda una versione più spigliata di Carole King. Presto ci sono accordi tra i Soul II Soul e la 10, etichetta sussidiaria del gruppo Virgin sotto al quale - non a caso - già figurano i Loose Ends, celebre trio che con "Hangin' On A String (Contemplating)" nel 1985 aveva conquistato la vetta dell'R&B Chart statunitense (primo gruppo di neri britannici nella storia a riuscire in tale impresa). Ma se il suono dei Loose Ends, per quanto di ottima fattura, era di fatto un'imitazione del modello americano, i Soul II Soul hanno imbastito uno stile al contempo elegante e stradaiolo che cattura tutta la contemporaneità di una gioventù all'arrembaggio.
Con "Keep On Movin'" nel marzo 1989 Jazzie & compagni fanno il botto; il pezzo impiega una felpatissima base hip-hop mandata in loop per sei minuti di durata, mentre la struttura della canzone si snoda tra la forma liquida dell'acid-jazz e le ripetizioni a più riprese del disco-mix. Completano l'opera i languidi incastri lounge dei violini, coltri di tastiere e la profonda voce di Caron Wheeler, che domina il tutto col tono sereno e incoraggiante di una sorella maggiore. Accompagnata da un video-vetrina che illustra lo sgargiante look del collettivo, la versione singolo del pezzo, condensata in tre minuti e mezzo, presto inizia a generale attenzioni un po' ovunque e a scalare le classifiche, finendo col toccare la Top 5 in Uk e il n.11 della generalista di Billboard. Questi sono i volti e i suoni dei giovani caraibici all'ombra di Buckingham Palace:

 
Per l'arrivo di "Club Classics Vol. One" nell'aprile del 1989 il collettivo Soul II Soul comprende un caotico ed eclettico gruppo di persone: Simon Law alle tastiere, Daddae al basso e alle chitarre, i dj Aitch Bee e Jazzi Q ai piatti, le voci di Caron Wheeler (un tempo membro del celebrato trio vocale reggae Brown Sugar, e già ex-corista per Specials, Elvis Costello e Japan), Rose Windross e Do'Reen Waddell, oltre alla presenza in studio e sul palco (tra gli altri) di Ellen Blair e Gill Morley agli archi, di Howie B e Arabella Rodriguez al mixer, e del musicista giapponese di estrazione acid-jazz Gota Yashiki (futuro membro dei Simply Red). In cabina di regia assieme a Jazzie B trova posto un famoso bristoliano come Nellee Hooper, già membro del celebre sound system Wild Bunch dal quale emergeranno i Massive Attack (di Hooper la produzione del loro "Protection", oltre a decine di altri nomi celebri di quegli anni, tra cui il "Debut" di Bjork e addirittura la Madonna di "Bedtime Stories").
Proprio i Massive Attack fanno presenza su "Feelin' Free (Live rap)" come ospiti sullo sfondo che fischiano e commentano durante la registrazione a mo' della beatlesiana "Yellow Submarine", e in un certo senso "Club Classics Vol. One" porta in seno certi elementi di quello che la critica presto catalogherà come trip-hop; i pezzi dove Jazzie B prende il microfono - vedasi anche il passo sospinto di "Holdin' On" o l'intrigante e stiloso miscuglio di basi hip-hop e ottoni disco music dell'altro singolo "Jazzie's Groove" - sono infatti antesignani di un modo alquanto British di raccontare la propria urbana contemporaneità. Perché Jazzie B non è certo un rapper né propriamente un poeta da spoken word, ma il suo modo di snocciolare parole con enfasi senza nascondere la propria cadenza lo tramuta in una sorta di sacerdote del dancefloor capace di colloquiare direttamente con l'ascoltatore - un qualcosa che si ritrova in veste più paranoica ed esistenzialista nello stile di Robert Del Naja e Tricky.

L'accoppiata "African Dance" e "Dance" occupa la parte centrale del lavoro; la prima è una lunga meditazione strumentale condotta da una sezione di flauti che secondo il libretto dovrebbero ispirarsi alla tradizione Kush (un vecchio regno della Nubia, nell'antico Egitto) - a conti fatti l'idealizzazione di un'Africa quasi immaginaria, ma che proprio tramite questa stilizzazione occidentalizzata e un po' posticcia invita la mente a fantasticare di paesaggi esotici da cartolina e di immagini da vecchi libri di storia (sonicamente è qualcosa di non troppo dissimile da quel che farà Jamiroquai a breve col didgeridoo). La seconda invece funge da reprise, impiegando lo stesso ritmo ma stavolta con le profonde esortazioni di Jazzie B a comandare la folla in pista.
La carismatica voce di Do'reen torna a fare capolino su "Happiness (dub)", snella cavalcata con malinconiche gocce di piano elettrico a creare un ponte tra i patchwork elettronici degli Ultramarine e il cangiante songwriting dei Saint Etienne.

Il fatidico colpo di coda (comunque lo vogliate)

C'è però un pezzo che presto finisce col rubare tutte le attenzioni: è "Back To Life", un suggestivo momento quasi esclusivamente a cappella (il ritmo fa brevemente capolino solo verso il finale) con la suadente voce di Caron Wheeler che occupa tutti gli spazi possibili e dona all'economia del disco un momento di raccoglimento quasi sacro. Il refrain però è di quelli a prova di bomba e sia Jazzie B che la casa discografica sono intenzionati a lavorare sul pezzo per crearne una versione più radiofonica. Tra i vari remix e le versioni alternative, sarà il ribattezzato "Back To Life (However Do You Want Me)" col suo ritmo serrato e il creativo impiego degli archi della Reggae Philarmonic Orchestra a entrare in heavy rotation un po' ovunque, anche grazie al famosissimo video girato in notturna nella Epping Forest a Est di Londra con l'intenzione di ricreare l'umidità di una foresta pluviale - magari non volevano nemmeno essere ironici, ma il risultato è scandalosamente British nel midollo:


Un mese di permanenza in vetta alla chart nel Regno Unito nel giugno di quell'anno, trionfo in America al n.4 e pure nel resto d'Europa, "Back To Life (However Do You Want Me)" trasforma per sempre le vite di Jazzie B e compagni, rimane tutt'oggi la firma del collettivo e un sempre accuratamente celebrato documento di storia del soul anglosassone (il video qui sopra nel momento in cui si scrive ha raccolto quasi 50 milioni di visualizzazioni). Anche grazie a tale successo, "Club Classics Vol. One" finisce col vendere quattro milioni di copie nel mondo, creando un discreto seguito di accoliti e di ristampe celebrative (per il mercato americano la Virgin inizialmente lo impacchetta sotto al nome "Keep On Movin'" e vi aggiunge i remix di successo).

Ci saranno altri quattro album di studio a nome Soul II Soul (oltre a interessanti episodi solisti di Caron Wheeler e Rose Windross), ma la natura sciolta del collettivo vedrà il solo Jazzie B come unico membro fisso nel corso del tempo, accompagnato di volta in volta da una pletora di personaggi e voci sempre diversi (ricordiamo almeno la strabordante urlatrice gospel-house Kym Mazelle). Ma al contrario di altri più istrionici collettivi, come gli stessi Massive Attack o le derive jazzate degli Incognito (altro amato gruppo di provenienza Londra nord), la sola mano di Jazzie finirà col ripetere un po' troppo pedissequamente la formula dal punto di vista del suono e della composizione. Col quinto capitolo rilasciato nel 1997 il marchio Soul II Soul smette di pubblicare materiale inedito, rimane tutt'oggi il nome sotto al quale Jazzie B e Caron Wheeler si ripresentano sul palco per qualche occasione speciale. Jazzie se ne inventerà comunque altre mille, producendo per svariati musicisti, curando un programma radiofonico e continuando a fare il dj a tempo pieno. Nel 2008 riceve il titolo di Obe (Officer of the Order of the British Empire) e un Ivor Novello.

Nei mesi successivi all'uscita di "Club Classics Vol. One" (e di un altro contemporaneo testamento sonoro di provenienza Eu/Uk come "Raw Like Sushi" di Neneh Cherry che meriterà una menzione a parte) il soul britannico vedrà l'arrivo di Omar, eclettico musicista noto ai più per il singolo di debutto "There's Nothing Like This", e del ben più famoso Seal con "Crazy". Un decennio più tardi sarà Craig David a riscuotere nuovamente successo in Europa e in America esportando la cultura Uk-garage alle masse, mentre oggi sono le rime grime di Wiley, Skepta e Stormzy a ricordare al mondo che la popolazione afro/caraibica anglosassone ha un suono, un volto e un'identità sempre in movimento. I Soul II Soul in questo sono stati un capitolo fondamentale, oggi come allora l'ascolto di "Club Classics Vol. One" scorre con la stessa calda e amabile energia, e la storia dei suoi protagonisti è troppo bella per non essere raccontata.

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Bibliografia:

"Jazzie B's 1980s: From Dole To Soul", documentario, Bbc (2016)
"Soul II Soul Documentary", documentario, anno e origine ignoti
"Babylon", film, Rosso/Stellman (1980)
"My Beautiful Laundrette", film, Frears (1985)
Bbc London Radio 94.9
JazzieB.co.uk
Solarradio.com
Wikipeda.org

(07/04/2019)



  • Tracklist
  1. Keep On Movin' feat. Caron Wheeler
  2. Fairplay feat. Rose Windross
  3. Holdin' On
  4. Feeling Free (Live rap)
  5. African Dance
  6. Dance
  7. Feel Free feat. Do'reen
  8. Happiness (dub)
  9. Back To Life (Accapella)
  10. Jazzie's Groove




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