Sufjan Stevens

Illinois

2005 (Asthmatic Kitty) | symphonic/chamber-folk-pop

Ricevetti una mail, all'inizio della settimana, in cui diceva di volere alcune ore del nostro tempo e che aveva cento dollari per noi. La mia amica [Shara Worden aka My Brightest Diamond] sembrava eccitata e io pensai che fosse matta. Cento dollari? Ma avevo ventidue anni, e così lo feci. Non mi dimenticherò mai quando vidi "Little Miss Sunshine" e ascoltai gli archi di "Chicago" comparire in primo piano in una scena - e pensai a quell'assegno. Ne parlai con Sufjan; disse: "I migliori cento dollari che ho mai speso".
(Rob Moose, violinista in "Illinois")

Sapeva davvero, Sufjan Stevens, quello che stava facendo, in quei mesi tra il 2004 e il 2005, quando coinvolse con pochi spiccioli decine di persone nel progetto apparentemente sconclusionato del suo nuovo album? Quando registrava tracce di percussioni e wurlitzer senza un demo di riferimento? Quando faceva suonare gli assoli di tromba delle tracce più importanti a un bassista punk che non la suonava dal liceo? "Aveva tutto in testa", raccontò poi McAlister, il batterista.
Eppure, alla fine, "Illinois" suona proprio come lui voleva: "Come una banda delle medie". Soprattutto, come il prodotto di una ricerca vera, in primo luogo interiore. Nel modo più artisticamente rigoglioso possibile, insieme ai dati autobiografici (che deflagreranno poi in modo esplicito solo molti anni più tardi, in "Carrie & Lowell") si mescolano folklore e un articolato nozionismo "geoletterario", nella migliore tradizione del grande romanzo americano: se la propria matrigna è, come tutte le matrigne che si rispettino (indipendentemente dalle intenzioni), odiosa e ripugnante, allora sicuramente leoni, canguri e alligatori avvistati nel grande stato dell'Illinois verranno a prendersela ("Decatur, Or, Round Of Applause For Your Stepmother!").

La grandezza di "Illinois", al di là del suo contenuto, è il fatto di essere la prova tangibile del superamento del "dubbio" come primo motore psicologico ed esistenziale, e quindi creativo, e la sua trasformazione in "ricerca".
Penso che ora ascolti [musica] più come tecnico e ricercatore. Ascolto musica in continuazione per quanto posso tirarne fuori, e penso di averlo sempre fatto. Faccio fatica ad ascoltare musica per piacere. Non sono un tipo istintivo, sono più un ascoltatore utilitarista. Del tipo, qual è l'utilizzo di questa canzone? Qual è l'utilità di questa melodia per questo tema, o messaggio? Cosa stanno facendo che suona diversamente, e cosa posso imparare da questo?
(Sufjan Stevens, 2006)

Solo di un anno precedente è infatti "Seven Swans", uno dei dischi più scarni della carriera di Stevens, ma soprattutto un disco in cui si parla di fede, "naturalmente" da una prospettiva tormentata, inquisitiva, ma in cui la scrittura di Sufjan, i suoi arrangiamenti, sembrano ancora come contratti (questo rimane parte del fascino di quel disco), prodotti di un travaglio. Fin dal più ambizioso "Michigan" sente di avere qualcosa di grandioso dentro di sé, ma è solo con "Illinois" che il cantautore di Detroit trova la sua trasfigurazione.

Non è un caso se il progetto di "un disco per ogni Stato" di Sufjan si ferma sostanzialmente ai due che hanno fatto parte della sua infanzia, il Michigan e l'Illinois - soprattutto dopo "Carrie & Lowell", tutti possono capire perché. Ma la mappa spirituale di "Illinois", grazie anche allo spirito collaborativo che filtra dagli overdub e dalle infinite voci del disco (un ruckus di suonatori improvvisati e session maniacali ed esuberanti), parla di accettazione e rigenerazione, a partire dal brano ancora più famoso di Stevens, "Chicago", vittoriosa catarsi di una Confessione in musica.
"Illinois" esce il 4 luglio, in un'America che ha appena rieletto George W. Bush, ed è il manifesto della rinascita liberal: un album che esibisce il dubbio come armatura e scudo della propria fede (la straziante scoperta della morte e del dolore in "Casimir Pulaski's Day"), ma che nelle sue note ospita anche e soprattutto quanto descritto da Flannery O'Connor (punto di riferimento di Stevens) nelle sue opere: "Il mio soggetto, nello scrivere storie, è l'azione della grazia in un territorio controllato in larga parte dal demonio". Così, lo "stato della prateria" viene celebrato per i primi movimenti contro lo schiavismo ("Jacksonville") e suo paladino eletto, ovviamente, Abraham Lincoln (che iniziò la carriera politica come rappresentante dell'Illinois, pur non essendone nativo).

Sono riflessi politici di per sé insignificanti nel disegno di più ampio respiro del peso artistico di questo disco, ma che aiutano a collocare il luogo spirituale e morale di un'opera orgogliosa e spavalda, perché si riappropria di un'identità personale (come artista, come credente ecc.) così come il corpo liberal pare riappropriarsi della propria identità politica.
Forse è per questo che il contenuto musicale di "Illinois" è così funambolico, una parata di majorette e clown che piangono e ridono allo stesso tempo. "Illinois" è un disco panico, onnicomprensivo, nei temi, nei toni e nei personaggi citati: basti la copertina, in cui figuravano in origine sia Superman che Al Capone. Lo stesso Sufjan Stevens "è" sia il leggendario Lincoln, "emancipatore" per antonomasia ("Deactur"), sia un serial killer, nell'atto di comprensione di un disegno (sovra)umano.

Allo stesso modo, "Illinois" è in musica un atto spirituale di glorificazione di questo disegno, attraverso la sua stessa forma, il suo stesso esempio. Al suo interno danzano composizioni del tutto in linea col folk americano post-nineties dei primi Duemila (ad esempio, "John Wayne Gacy Jr." è ispirato direttamente dagli Innocence Mission, altro punto di riferimento del folk "cristiano" americano, ma anche l'emowriting di Bright Eyes non è così lontano: "Casimir Pulaski's Day" potrebbe essere una risposta "credente" all'antologia tragica del successivo "Benji" di Kozelek; "The Seer's Tower" parla da una desolazione moliniana) con spinte avanguardistiche, come i 5/4 jazzistici della prima parte della title track, o la progressione corale vagamente sigurrosiana di "The Predatory Wasp Of The Palisades Is Out To Get Us", e centrifughe, come l'r'n'b di "They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back Fron The Dead!! Ahhhh!" o gli intermezzi power-pop di "The Man Of Metropolis Steals Our Heart".

È una cornice solo apparentemente frammentata, tenuta insieme ovviamente dalla scrittura fortemente melodica e lineare di Stevens (numerosi, se non tutti, sono i temi memorabili del disco), e dalla vivacità degli arrangiamenti (esemplare, per quanto microscopico rispetto al tutto, lo sfarfallio di hammer-on di "Chicago", per citarne uno). Ma spiccano anche le stesse modalità di realizzazione del disco, forse anche solo semi-professionali nella tecnica e nei mezzi, ma tra le prime testimonianze di come sia oggi possibile registrare un disco che fino a pochi anni prima sarebbe stato possibile solo per un artista super-affermato, con spese incomparabili (George Harrison per "All Things Must Pass", per esempio). Una nuova forma collettiva "liquida" è diventata lo strumento per produrre musica, nella quale il mezzo di scambio è soprattutto il contributo artistico, vera moneta rimasta in circolazione (almeno prima di comparire nei credits di un film indipendente ma di successo).

In tutto questo, come già accennato, vive anche la straordinarietà di quest'opera, nella visione complessiva della sua costruzione, operata in un periodo che lo stesso Sufjan ricorda come un tempo di grande trascendenza creativa, di completa immersione in se stesso e nella sua arte. Il complesso quadro espressivo che compone "Illinois", apparentemente non replicabile, detterà invece le coordinate entro cui il folk contemporaneo saprà e dovrà esprimersi: spiegherà quali sono i riferimenti di musica classica a cui ispirarsi (Reich e Glass), quale dovrà essere la maggiore fonte di ibridazione (la musica nera), e anche quale spirito dovrà aleggiare sul proprio lavoro - quello di un fermento prima di tutto intellettuale, frutto di una concentrazione soprannaturale, una sorta di sogno maniacale di grandezza che, dalla penombra della propria cameretta e del proprio subconscio, diventa realtà tangibile grazie soprattutto al contributo di altri.

(10/09/2017)



  • Tracklist
  1. Concerning The UFO Sighting Near Highland, Illinois
  2. The Black Hawk War, Or, How To Demolish An Entire Civilization And Still Feel Good About Yourself In The Morning, Or, We Apologize For The Inconvenience But You're Going To Have To Leave Now, Or...
  3. Come On! Feel The Illinoise!
  4. John Wayne Gacy, Jr.
  5. Jacksonville
  6. A Short Reprise For Mary Todd, Who Went Insane, But For Very Good Reasons
  7. Decatur, Or, Round Of Applause For Your Stepmother!
  8. One Last "Whoo-hoo!" For The Pullman
  9. Chicago
  10. Casimir Pulaski Day
  11. To The Workers Of The Rock River Valley Region, I Have An Idea Concerning Your Predicament
  12. The Man Of Metropolis Steals Our Hearts
  13. Prairie Fire That Wanders About
  14. A Conjunction Of Drones Simulating The Way In Which Sufjan Stevens Has An Existential Crisis In The Great Godfrey Maze
  15. The Predatory Wasp Of The Palisades Is Out To Get Us!
  16. They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back From The Dead!! Ahhhh!
  17. Let's Hear That String Part Again, Because I Don't Think They Heard It All The Way Out In Bushnell
  18. In This Temple, As In The Hearts Of Man For Whom He Saved The Earth
  19. The Seer's Tower
  20. The Tallest Man, The Broadest Shoulders
  21. Riffs And Variations On A Single Note For Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, And The King of Swing, To Name A Few
  22. Out Of Egypt, Into The Great Laugh Of Mankind, And I Shake The Dirt From My Sandals As I Run


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