T2

It'll All Work Out In Boomland

1970 (Decca) | prog, heavy psych

La copertina recita T.2., ma il retro del vinile riporta più volte il nome ufficiale senza punteggiatura. Il significato rimane un mistero, magari già svelato dal libretto di una fra le diciotto ristampe che sono piovute sul mercato a partire dal 1990, l’ultima delle quali in Giappone pochi mesi fa. Tuttavia, comprarle tutte per verificarlo non appare esattamente conveniente.
T2 fu l’approdo di tre ragazzi che militavano già da qualche anno in formazioni minori della psichedelia inglese quali Please, Flies e Bulldog Breed. Proprio il manager di quest’ultimi, John Morphew, rimediò ai T2 un contratto con la Decca e un cospicuo budget con cui registrare l’album d’esordio, certo del loro potenziale commerciale. Purtroppo, una serie di litigi portò al suo allontanamento e il disco uscì in sordina nel disinteresse generale.
Il leader del progetto era Pete Dunton, cantante, batterista e autore dei brani. Al basso il suo amico Bernie Jinks, alla chitarra un giovanissimo Keith Cross, ancora minorenne ma già un prodigio dello strumento. Il titolo dell’album è ancora più misterioso del nome del complesso. Non si ha idea di cosa sia o dove si trovi “Boomland”, e non sembra avere connessione con la splendida copertina, un affascinante disegno che mostra un prete in fuga mentre attraversa una palude, con bizzarre simbologie a contorno (si pensi all’anatra antropomorfa intenta a pescare o all’edificio in stile orientale sullo sfondo).

Con così poche informazioni al riguardo non è facile contestualizzare l’opera, che è del resto rimasta sepolta per vent’anni nelle pieghe del tempo. Dopo un paio di ristampe fra Giappone e Germania all’alba degli anni Novanta, il disco venne definitivamente riscoperto dal sotterraneo ma accanito zoccolo di amanti del prog d’annata nel 1992, quando una band importante della scena svedese, i Landberk, ne coverizzò il brano “No More White Horses”. Da allora il culto T2, pur senza essere mai uscito dal recinto degli amanti del prog e della psichedelia, non ha fatto che indurirsi. Oggi non è raro trovare gente che li considera fra i migliori esponenti di quel circondario.
In realtà l’etichetta prog non è affatto sufficiente a spiegare l’album. L’opinione comune è che la band fosse un power trio ispirato ai Cream e che pretendesse di continuarne l’operato alla luce delle nuove evoluzioni del rock. In effetti l’influenza del rock psichedelico e distorto dei Cream è evidente a livello timbrico, quello che non torna sono la velocità d’esecuzione e i cambi continui. I T2 non hanno molto del fare pachidermico e tarchiato dei Cream, le loro canzoni hanno sì momenti raccolti, ma sono dense di accelerazioni che vedono i tre viaggiare a tutto gas per lunghi tratti, quasi epilettici. Le continue modifiche della struttura dei brani dimostrano inoltre la piena immersione nella cultura prog, che non ha mai davvero toccato i Cream. I T2 presero insomma l’ala più dura della psichedelia, quella indicata come “heavy psych” nel mondo anglofono, e la fusero con l’eleganza di King Crimson, Moody Blues, Traffic e compagnia bella. Il risultato fu qualcosa con cui è difficile ancora oggi trovare paragoni.

“In Circles” mette subito tutto in chiaro, con tratti cantati brevi ma piuttosto orecchiabili, sospinti da un groove blues di base che viene mandato a carte quarantotto da impennate e svisate a getto continuo. Mentre Jinks si mostra più terreno, apportando giri di basso robusti e ipnotici, Dunton e Cross si sfidano in una gara di efferatezze, l’uno tempestando la batteria di rullate e colpi sui piatti, l’altro con distorsioni abrasive e assoli acuminati, che ampliano le trame del blues verso l’incognito. La quantità di stop e ripartenze rende il brano un rompicapo sul piano di “21st Century Schizoid Man” e “Heart Of The Sunrise”, solo un filo più di pancia.
“J.L.T.” è una superba ballata dove le ambizioni degli arrangiamenti si allargano, mettendo dentro chitarra acustica, pianoforte, Mellotron e una sezione d’ottoni, arrangiata da tale Peter Johnson (praticamente nulle le informazioni sul suo conto). Il tono è pacato e sognante, il testo un flusso di immagini e sensazioni senza apparente spiegazione, il che non aiuta a decifrare l’acronimo del titolo. Questa costante aura di mistero che circonda il loro operato non fa tuttavia che aumentarne il fascino, non rimane quindi che lasciarsi cullare dal gran finale in crescendo con tutti gli strumenti all’unisono. 
Chiude il primo lato del vinile il brano che ha guidato la riscoperta, “No More White Horses”, che sembra quasi indicare la strada agli Wishbone Ash di “Argus”. Subito una spigolosa divagazione strumentale guidata dalla chitarra di Cross, poi l’atmosfera si placa, lasciando spazio a una strofa acustica in forma di ballata e a un ritornello marziale. Sfocia infine in un nuovo crescendo epico, con i fiati che disegnano enormi deserti e tramonti malinconici, mentre la chitarra barrisce e la batteria insiste a fingersi una mitragliatrice di rullate.

Sul secondo lato un’unica composizione, “Morning”, lunga ventuno minuti. Come prevedibile, al suo interno succede praticamente di tutto e si rimescolano, in sequenza e dosi variabili, le caratteristiche dei primi tre pezzi. Ecco quindi pacate sezioni acustiche, dove l’eterea voce di Dunton può risaltare, accompagnate a refrain imbizzarriti dove il muro degli arrangiamenti sembra collassare su se stesso. O ancora rimandi al raga rock durante gli assoli di chitarra, parti di basso di rara precisione (tramite cui Jinks dimostra quanto il membro più in ombra faccia in realtà da collante fra i due più istrionici colleghi), jam blues vecchia maniera, tratti più vicini al jazz sperimentale (con distorsioni di chitarra in forma libera e tamburelli tribali che vagano nel caos), fanfare di ottoni e semiserie marcette da sagra paesana inzuppate di fuzz.
A pensarci bene, una summa non solo della band stessa, ma di molto di ciò che era successo poco prima, o che sarebbe successo a breve, nei meandri più spericolati dell’intellighenzia rock. 

L’insuccesso avrebbe purtroppo rovinato le dinamiche interne della band. Un secondo album, registrato nei mesi successivi alla pubblicazione del debutto, sarebbe stato lasciato in sospeso e pubblicato soltanto nel 1997, col titolo di “Fantasy”. La qualità della registrazione è tuttavia quella di una manciata di demo, niente di paragonabile a “Boomland”. 
Deluso dal fallimento del progetto, Cross sarebbe stato il primo a mollare. Nel 1972 avrebbe pubblicato l’album “Bored Civilians”, co-accreditato al cantante e chitarrista Peter Ross. Il disco, decisamente più morbido, sarebbe divenuto a sua volta un’opera di culto, con la sua miscela fra West Coast, folk progressivo e tocchi dell’ala più pop di Canterbury. Nello stesso anno Dunton dichiarava la fine dei T2. 
Se di Cross non s’è più saputo molto, Dunton approfittò del crescente interesse per la sua vecchia band, riformandola negli anni Novanta e producendo alcuni dischi di qualità amatoriale su cui è il caso di soprassedere. Meglio ricordarlo come il forsennato batterista, delicato cantante e geniale compositore che per qualche attimo, nel 1970, sembrò poter cambiare il volto della musica rock.

(16/07/2017)

  • Tracklist
  1. In Circles
  2. J.L.T.
  3. No More White Horses
  4. Morning


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