Teresa De Sio

Africana

1985 (Philips) | art pop, new wave

L'Italia è una nazione che ha avuto da sempre difficoltà a valorizzare i suoi grandi nomi femminili. Se si guarda ai giganti della nostra canzone capaci di attraversare indenni quattro o più decenni di carriera, sono praticamente tutti uomini all'infuori di Mina. Tutte le più rappresentative interpreti femminili sono legate a un periodo specifico (Gabriella Ferri, Giuni Russo, Alice, Marcella Bella, Loredana Bertè, Patty Pravo) e passata l'epoca d'oro sono al massimo riuscite ad agganciare qualche effimero ritorno di fiamma. Il rilancio di Gianna Nannini nel 2006 è stato l'unico a rivelarsi duraturo (per quanto venga da domandarsi se ne avessimo davvero bisogno). Oltre a ciò, sempre all'infuori di Mina, nessuno dei nomi elencati è mai stato, neanche al suo apice, una figura dominante non diremo alla Battisti, ma anche solo alla Dalla o Baglioni.

Lo stesso destino ha interessato Teresa De Sio, una delle figure più intelligenti della musica italiana. Dopo più di mezzo milione di dischi venduti nel biennio 1982-83, con gli album "Teresa De Sio" e "Tre", segnati da quello splendido mix fra canzone napoletana e sonorità jazz fusion, l'artista decise di cambiare le carte in tavola. Probabilmente consigliata da Maria Laura Giulietti, critico musicale e sua produttrice, De Sio diluisce la componente jazz e abbraccia le sonorità glaciali della neonata musica digitale, in base all'arguto principio di non sostare per troppo tempo nello stesso giardino, neanche quando il risultato è particolarmente riuscito.
I bestseller del 1982-'83 erano sì densi di tastiere elettroniche, ma tutte rigorosamente analogiche (Rhodes, Prophet 5, OB8, CS80), e l'unica presenza digitale era data dalla drum machine della Linn, usata peraltro con oculatezza. L'armamentario venne del tutto rinnovato per "Africana", con l'inserimento di Dx7, Ams, Casio Cz-101, e ben tre drum machine. Un incubo, per chi detesta i suoni aperti e riverberati tipici della new wave e del pop-rock anni Ottanta; una nozione neutra per chi giudica in base all'utilizzo e non al mezzo.

Indubbiamente, "Africana" ha timbriche molto più fredde dei precedenti album di De Sio, ma l'attrazione per gli intarsi in fase di arrangiamento e produzione è immutata, così come il calore delle sue interpretazioni vocali.
Il risultato è un gioco di contrasti fra il digitale asettico e gli elementi più caldi (non solo la voce, ma anche le incursioni di strumenti acustici e i rimasugli delle scorribande fusion, piazzati al posto giusto), che di fatto fornisce un'ulteriore sfaccettatura all'universo di un'artista visionaria. Addentrarsi in un territorio all'infuori del proprio ambiente naturale può sembrare rischioso, ma dimostra lo stato di salute di un'ispirazione che, se vi avesse rinunciato, si sarebbe costretta al terzo disco consecutivo nello stesso stile. Un approccio decisamente non da De Sio.
Purtroppo la svolta non venne compresa dal grande pubblico e il disco fallì l'ingresso nella top 20, segnando una regressione a livello di popolarità che non avrebbe più conosciuto inversione di tendenza.

"Africana" è un disco denso di umori, introdotto da una splendida copertina in bianco e nero, dove una De Sio dal look un po' sciamanico posa innanzi a un leggio. Si apre con "Scura", midtempo d'atmosfera dominato da sintetizzatori a tappeto, improvvisi tocchi di pianoforte, assoli di tromba e fisarmonica (nessuno dei due è accreditato nel libretto, possibile che la fisarmonica sia riprodotta digitalmente, mentre appare decisamente più improbabile per la tromba). Il brano è scritto insieme a Gigi De Rienzo, uno dei più grandi bassisti italiani dell'epoca, le cui corpose linee avevano già caratterizzato buona parte degli album storici di Edoardo Bennato e Pino Daniele (e dei Musicanova, insieme alla stessa De Sio).
Il coautore più prolifico è il chitarrista Francesco Bruno, che firma ben cinque pezzi, a partire dallo scattante pop-rock di "U.F.O.", con ritornello segnato da sintetizzatori affilati, borbottii elettronici e sottili dissonanze. "Mano e mano", più pacata, è uno degli apici vocali della scaletta, con i melismi di De Sio che scendono in basso, tremolano mostrando antiche eredità moresche, e poi si inerpicano a cercare tonalità diafane parenti di quelle di Kate Bush.

I personaggi di De Sio e Bush hanno più di una similitudine, a partire dall'aspetto. Entrambe rientravano nei canoni estetici degli anni Ottanta (si pensi alle vaporose acconciature), ma cercavano di personalizzarli con un tocco artistico e sofisticato, che mostrasse una dimensione romantica e colta dietro l'apparenza della lacca. Entrambe giunsero all'apice del proprio percorso a metà degli anni Ottanta, dopo essere andate per anni in continuo crescendo. Da lì, entrambe avrebbero voltato le spalle al successo facile. Una concomitanza cronologica sorprendente.
La vicinanza spirituale fra le due è evidente anche nella title track, sia per il ritmo tambureggiante, sia per i cori etnici, che potrebbero spingere a paragoni rispettivamente con "Running Up That Hill" e "Cloudbusting". Il pezzo è scritto insieme al tastierista e programmatore Ernesto Vitolo, anch'egli dalla corte di Bennato e Daniele.

La ricerca di una propria complessità appare evidente in ogni brano. Anche in quelli diametralmente opposti come "Ma che bella cosa", le cui eteree stratificazioni - segnate da basso fretless e pianoforte jazzato - si permettono il lusso di anticipare il rivoluzionario "Don Giovanni" di Battisti, e "Tamburo", saggio di avanguardia pop con ritmo scandito da batteria elettronica e martello, tastiere che lanciano lampi di suoni alieni, catene di voci campionate, e un cacofonico assolo di sassofono suonato da Bob Fix, anni prima nel gruppo prog partenopeo Saint Just. Sempre lui caratterizza la più romantica "Camminando sull'orlo dei mari".
In chiusura, due brani realizzati a quattro mani con Brian Eno. Incontrato in uno studio di registrazione in maniera del tutto fortuita, Eno rimane colpito dalle canzoni di De Sio e le offre di collaborare. "Sotto 'o cielo" è una collisione impossibile fra una canzone napoletana e i bozzetti più intimisti di "Before And After Science", mentre in "Veneno e vanno" la forma-canzone è ormai del tutto sfaldata, rimangono tastiere angeliche e voci smarrite che vagano in uno spazio indistinto.
L'amicizia fra i due sarebbe durata nel tempo, portando a una seconda collaborazione in "Sindarella Suite", nel 1987.

"Africana" ebbe fra le altre cose la distinzione di contenere per la prima volta nella carriera di De Sio delle canzoni in italiano, addirittura metà della scaletta, laddove fino a quel momento aveva sempre preferito il napoletano. Per quanto il suo dialetto porti con sé una dose di poesia innata, De Sio si mostra abile autrice anche nella lingua nazionale.
Molti dei testi evocano immagini e spazi lontani, come metafore sulla speranza, senza però chiudere gli occhi innanzi a un presente fatto di ingiustizia sociale e povertà (temi per forza di cose molto sentiti da una napoletana amante della propria cultura).

A oggi Teresa De Sio continua imperterrita per la sua strada, suonando quello che più le aggrada, mentre il grande pubblico è contento di applaudirla durante le sue esibizioni in giro per i festival di musica folk, di cui è diventata icona locale. Un riconoscimento di per sé prestigioso, ma limitante per un'artista che, al suo apice, ha regalato dischi di pop tecnologico, al contempo urbano e cosmopolita, fra i più raffinati a livello internazionale - e dai quali viene ricordata ormai soltanto la pur stupenda "Voglia 'e turnà". "Africana" meriterebbe invece, almeno presso gli appassionati di musica italiana, una considerazione simile a quella che i britannici riservano a "Hounds Of Love" della sopracitata Kate Bush, uscito in quello stesso 1985.
Camminando sull'orlo dei mari, ognuno se ne sta, con la lanterna accesa, con gli occhi a un pianeta lontano, ognuno sente già, il peso della luna.
("Camminando sull'orlo dei mari").

E s'affaccia a matina, pe veré si viene ll'acqua, pe veré si o viento, s'a purtato 'e panne, e si passa quaccuno che a vene a cerca'.
("Sotto 'o cielo").

(11/11/2018)

  • Tracklist
  1. Scura
  2. U.F.O.
  3. Mano e mano
  4. Africana
  5. Ma che bella cosa
  6. Tamburo
  7. Camminando sull'orlo dei mari
  8. L'anno del sole intero
  9. Sotto 'o cielo
  10. Veneno e vanno


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