The Sonics

Here Are The Sonics

1965 (Etiquette) | garage-rock

Il modo migliore per spiegare la storia e il peso specifico di un disco come “Here Are The Sonics” e della band che l'ha registrato è, prendendo per un attimo in prestito una terminologia comunemente utilizzata in linguistica, attraverso la distinzione tra la dimensione temporale sincronica rispetto a quella diacronica.
Nel primo senso, ovvero quello sincronico, dei Sonics possiamo dire che sono durati il tempo di un battito di ciglia: ufficialmente otto anni, dal 1960 al 1968, in realtà sostanzialmente dal 1963 al 1966, quando nella loro line-up definitiva hanno scritto e pubblicato gli unici due lavori in studio della prima e in un certo senso unica fase (ne sono poi seguite altre, nei Settanta e pure nel nuovo millennio, ma questo è un paio di maniche di cui non ci occuperemo qui).
Se invece prendessimo in esame la fase diacronica dei Sonics, quella che ipoteticamente si andrebbe a occupare della prospettiva dinamica ed evolutiva che la musica dei cinque americani ha riverberato nel tempo, scopriremmo che il loro fugace contributo è stato fondamentale per il rock che poi è stato, al punto che in molti là fuori considerano “Here Are the Sonics” e il successivo “Boom” quali crocevia imprescindibili per la Storia (sì, con la maiuscola) di questo genere musicale.

Del resto, se ci badate, The Sonics incarnano la definizione di band seminale. Sembrano formarsi con l'esclusivo intento di uscire dai binari della tradizione per inventarsi qualcosa di completamente nuovo, ma non solo: fanno anche il favore di levarsi dalle scene prima che una benché minima avvisaglia di successo li sfiori, preparando il tappeto rosso a nuove legioni di adepti pronti a raccogliere quei frutti proibiti. Da parte loro, si limitano – diciamo così – a prendere il rock'n'roll degli anni Cinquanta e a trasformarlo in rumore. In realtà, ovviamente, le cose non stanno proprio così: le semplificazioni sono per loro natura fallaci. Se anche volessimo identificare “Here Are The Sonics” con l'avvio ufficiale della stagione del frastuono, di fatto sbagliando (ma non di molto), non potremmo comunque ignorare che si tratta non solo dell'inizio di un'epoca, ma anche del compimento e della maturazione di un'altra: quella di un nord-ovest americano inquieto e autarchico rispetto alla lezione r'n'r proveniente dalle altre latitudini dello stesso continente.

Tacoma, in particolare, risente molto di questo clima febbrile. Se da lì in poi sarà Seattle (50 km di distanza) a prendersi i riflettori, a metà degli anni Sessanta la periferica località situata a un tiro di schioppo dal Canada è la capitale del “Northwest Sound”. Mentre in Gran Bretagna stanno per sbocciare i Beatles, sul Pacifico nasce una scena che parte dall'r&b a stelle e strisce e lo manipola a suo piacimento, forse in buona parte inconsapevolmente, verso esiti diversi e in parte nuovi. A Tacoma sono due, in particolare, le formazioni che si allineano a questo sentimento: The Ventures e soprattutto i Wailers. Poi arrivano i Sonics, e nulla sarà più come prima.

Nel 1960, il primo nucleo dei Sonics è ben lontano da quello che arriverà a incidere gli album alla metà del decennio. Ne fanno parte due chitarristi, Larry Parypa e Stuart Turner, il batterista Mitch Graber e il bassista Andy Parypa che si aggiunge quasi subito alla formazione. Ben presto arriverà anche un sassofonista: Tony Mabin. Nessuno si occupa di stare dietro il microfono, perché la prima versione dei Sonics è puramente strumentale. Una situazione che viene modificata già al secondo anno di vita della band, che nel frattempo è interessata da un continuo via vai di membri. Basterà sapere che nel 1963 ogni tassello si trova finalmente al suo posto: della voce e dell'organo si occupa Gerry Roslie, alla batteria siede Bob Bennett, al sassofono o all'armonica c'è Rob Lind. I fratelli Parypa (basso e chitarra) sono gli unici superstiti della prima ora.
La stabilità della formazione permette ai cinque di imbastire un repertorio sufficientemente lungo per potersi esibire nei locali della zona, e presto alle cover si aggiungono i primi brani autografi. I tratti distintivi dei Sonics risiedono però nello stile e in un modo di suonare che porta il rock'n'roll al limite. È un mix di chitarre ruvide, testi urlati a squarciagola, volumi decisamente fuori norma per i tempi che corrono. Qualcuno, molti anni dopo, parlerà di proto-punk: i germi ci sono già tutti, compreso l'atteggiamento anticonformista, i testi poco ortodossi e il totale disinteresse per la resa sonora pulita, anzi, mai così vicina a quello che oggi chiameremmo lo-fi: il garage rock è già tutto qui dentro.

E soprattutto è dentro “Here Are The Sonics”, il debutto sulla lunga durata del combo dello stato di Washington. Il titolo stesso suona come un orgoglioso manifesto d'intenti: eccoci qua, questi siamo noi, che ve ne pare? Nel 1964, sull'onda lunga di una serie di concerti incendiari, i Sonics erano stati notati da un talent scout della Etiquette Records, una label fondata nel 1961 a Tacoma proprio da tre musicisti che volevano dare spazio alle proposte emergenti dall'esuberante scena locale. Per i cinque si tratta della prima volta in studio di registrazione, e il risultato è stupefacente, nonostante – o forse proprio in virtù de – gli scarsi mezzi a disposizione.
Quello stesso anno esce il singolo di “The Witch”, il primo brano scritto dai Sonics e destinato l'anno seguente (il 1965) a fungere da apertura della scaletta. Lo stile rockabilly che fa da punto di partenza (ma certamente non di arrivo) assume sembianze minacciose e oscure, mentre il testo racconta di una ragazza appena arrivata in città dalle sembianze pericolose e di cui si dice che sia una strega. Il tutto incorniciato da un ritornello che va a velocità doppia e ha l'aspetto di qualcosa che ancora non ha un nome – e dovrà aspettare ancora diversi anni per ottenerlo: qualcosa che chiamiamo punk.

Il successo del singolo (nel lato B c'è “Keep A-Knockin”, cover di Little Richard), boicottato dalle radio a causa del testo ma sold-out per quel che riguarda le copie stampate, spinge band ed etichetta ad accelerare i tempi di consegna dell'album di esordio. “Here Are The Sonics” è il frutto di una stagione tanto fulminea quanto fruttuosa. Dodici canzoni che occupano lo spazio di appena 28 minuti e non toccano mai, nemmeno per sbaglio, la soglia dei tre minuti. Registrata quasi solo in presa diretta, sfruttando un piccolo mixer a due piste, la scaletta è un continuo avvicendarsi di brani autografi (pochi, ma di capitale importanza) e cover di pezzi rock'n'roll e soul. Nonostante questi siano in vantaggio sui primi, le canzoni scritte dalla band rivelano una capacità melodica e interpretativa ben al di sopra della media.
“Boss Hoss” è un boogie che nasce sui tasti del pianoforte e che Gerry Roslie scrive appositamente per grattare senza pietà le proprie corde vocali, fino a lasciare andare l'assolo di sax di Rob Lind. A entrare dritta nella storia è “Psycho”, l'inno per antonomasia dei Sonics, il capolavoro di un Roslie in stato di grazia, uno dei manifesti del sixties garage-rock con il suo perfetto incastro di chitarre e sax e le strofe che scandiscono un inno alla spensieratezza della gioventù e ai suoi amori fugaci che fanno perdere la testa (“Baby, you're driving me crazy/ I'm going out of my head/ Now I wish I was dead/ Psycho!”).
Il terzo e ultimo pezzo scritto da Gerry Roslie è destinato a diventare un'altra fulgida stella nel firmamento garage-rock americano: “Strychnine”, un altro boogie per pianoforte e sax che richiama da vicino la lezione di Jerry Lee Lewis.

Ma anche le interpretazioni personali degli standard rock'n'roll della prima ora non sono da meno. “Roll Over Beethoven” di Chuck Berry è di nuovo arrangiata per piano e diviene una delle versioni più originali tra le molte venute fuori negli anni. Ancora meglio è la versione spensierata, quasi sguaiata di “Do You Love Me”, originariamente dei Contours e contenente quella che è forse in assoluto la migliore prova al microfono di Roslie. “Dirty Robber” è un omaggio dovuto ai Wailers, di fatto i padrini dei Sonics nella strada che portava al garage-rock. L'altro grande classico – che diventerà tale anche grazie ai cinque di Tacoma – è “Have Love, Will Travel” di Richard Berry, rumorista quanto basta e pure impreziosita dall'assolo di sax.
“Money (That's What I Want)” di Barrett Strong viene opportunamente velocizzata e irrobustita da arrangiamenti garage-rock, “Walkin' The Dog” di Rufus Thomas è epurata della sua anima soul per trasformarsi a tutti gli effetti in un pezzo rock'n'roll. “Night Time Is The Right Time” (Lew Herman) mantiene la sua radice anni Cinquanta, “Good Golly Miss Molly” è l'ultima, irresistibile scorribanda boogie presa in prestito da Little Richard.

La breve stagione dei cinque di Tacoma durerà lo spazio di un altro album, “Boom”, pubblicato l'anno successivo e destinato a trasformarsi in un altro classico del garage-rock americano. Armati soltanto di un pugno di canzoni, The Sonics hanno riscritto il corso della storia del genere nei decenni a venire.

(06/01/2019)

  • Tracklist
  1. The Witch
  2. Do You Love Me
  3. Roll Over Beethoven
  4. Boss Hoss
  5. Dirty Robber
  6. Have Love, Will Travel
  7. Psycho
  8. Money (That's What I Want)
  9. Walkin' the Dog
  10. Night Time Is the Right Time
  11. Strychnine
  12. Good Golly Miss Molly
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