Ac/Dc

Ac/Dc

Gli aborigeni dell'hard-rock

di Tommaso Franci

Con i loro riff primordiali e le loro cavalcate selvagge, gli australiani AC/DC rifondarono l'hard-rock. L'iniziale matrice rhythm and blues fu la spinta decisiva. Prima che la stardom li trascinasse nel calderone del metal. Storia di un'epopea consumata sui palchi e nelle arene di mezzo mondo
Gli australiani AC/DC a metà anni Settanta furono in grado di fare punto e a capo in campo hard-rock e di rifondare così il genere architettato meno di dieci anni prima dagli inglesi Deep Purple.
L'hard-rock è lo stile rock più vicino al rhythm and blues: i Deep Purple ottennero l'hard-rock esasperando il rhythm and blues e arieggiandolo col nascente progressive. Ma già a inizio anni Settanta questo sottogenere rock era entrato nel manierismo, nonostante la sua diffusione in tutto il mondo stesse portando da un lato a sue rivisitazioni originali (come nel caso dei Blue Oyster Cult) e dall'altro a un'ortodossia definitiva dei suoi caratteri (come con gli Aerosmith e i Kiss).

Nel 1975 gli AC/DC furono gli inconsapevoli e solitari protagonisti di una "new wave" che anticipò di un anno quella newyorkese e che consistette nel reagire alle posticce, polverose, impalcature di cui si era ormai appesantito il mondo rock: siano esse andate sotto il nome di progressive, cantautorato o elettronica. Fu un'operazione anti-intellettualistica, un richiamo alla natura, alla semplicità e agli istinti più bradi del rock n'roll. E si badi, che con tutte le differenze di mezzi, fini e valore, tale ritorno alla natura, alla sincerità, fu anche l'essenza del punk prima e della new wave poi. La musica, il rock, doveva tornare a significare, a essere prima contenuto e poi musica; e smettere di autocelebrarsi nelle lunghe jam strumentali fine a se stesse o di nascondersi nelle nenie dei cantautori.
A tale fine giungerà la new wave coi suoi manifesti più o meno taciti; gli AC/DC a forza di ignoranza, qualunquismo, dabbenaggine, bestialità: utilizzando, cioè, i caratteri del vecchio rock n'roll. Concluderanno la storia dell'hard-rock i Guns n' Roses, che rifonderanno nel 1987 per la terza volta il genere, ancora in un suo momento di stanca e ancora servendosi di un altro genere: come i Deep Purple si servirono del progressive su una base blues, come gli AC/DC tolsero il progressive e ritornarono al più immediato rhythm and blues, così i Guns n' Roses sarebbero impossibili senza la stagione punk.

Grezzi, istintuali, senza fantasia, meschini, incompetenti, gli AC/DC fecero del disvalore un valore e qui sta la loro rivoluzione. All'epoca recepiti come gli oltranzisti dell'hard-rock che avrebbero fondato l'heavy-metal, in realtà costoro non ebbero nulla a che fare con il metal se non per motivi commerciali quando con l'andare degli anni le forze degli esordi venivano illanguidendosi e intanto da ben altri il metal era ormai stato istituzionalizzato. No, gli AC/DC furono, nel loro primo periodo, che è quello che conta, né più né meno che feroci esecutori di semplicissimi, primitivi e indemoniati rhythm and blues. Nessun'ombra dell'epica, etica ed estetica metal. Non poco avrà contribuito la loro terra, la lontanissima Australia, a stimolare questa dimensione aborigena, che è il loro punto di forza.

In 30 anni di attività, gli AC/DC hanno imbandito una dozzina d'album, ma nel loro periodo principe, dal '75 all'80, nonostante fossero perennemente in tour, dispensavano un nuovo album all'anno. Il tour e il rock n'roll erano del resto la loro vita e suonare, non importa se materiale nuovo o originale, la loro aria e il loro cibo.
Gli AC/DC sono il gruppo che i fratelli Malcom e Angus Young formarono nel 1973, quando il primo aveva vent'anni, e il secondo diciotto. Nati in Scozia, ebbero un tono in più da aggiungere alla loro eccentricità infantile e scanzonata, facendo rivivere, come fuori dal tempo e dalla geografia, il mito del minorenne delinquente metropolitano, magari implicato in storie di mafia e operante in cittadine fumose e babeliche come la Chicago di un Al Capone. Malcom alla chitarra ritmica, Angus alla solista, il primo a tenere il filo della matassa, il secondo a contorcerla nei modi più spettacolari, dopo tanti anni si ricordano non tanto per uno dei loro riff vecchi come la storia del rock, né per un album in particolare, ma per un tono, un senso inconfondibile di pienezza epicurea, magari ottenuta attraverso il rischio, la sregolatezza e l'ottusità, ma dura come la roccia. È un suono, quello degli AC/DC che sa di cattedrale nel deserto; di opera titanica e barocca eretta con bastioni di muri semplici e disadorni. Si ha un eccesso di materia, di quantità, a forza di scarsezza nella qualità e nella varietà. È un mondo derivato dalla somma di elementi semplicissimi. E avvince per quello che avvince in quanto pare troppo elementare, troppo stupido per poter essere vero o credibile. I brani degli AC/DC potranno essere più o meno riusciti, ed è innegabile che una volta se ne sia ascoltato uno se ne sono ascoltati tutti, ma anche nei momenti di stanca, nei momenti davvero fine a se stessi, resta la presenza del mondo immaginativo evocato dagli Young attraverso le loro chitarre.

Al maschilismo tipico dell'hard-rock, i fratelli Young sommavano un peculiare tocco di stravaganza, presentandosi come luciferini enfant prodige del rock n' roll e volendo sconcertare con le loro pose da giovani figli del Diavolo che non si sa fin dove scherzino o facciano sul serio. L'abbigliamento di Angus Young divenne iconico: camicia, giacca e cravatta da college sopra; pantaloncini corti con scarpe da ginnastica sotto. Con gli AC/DC il satanismo dei Black Sabbath divenne kitsch e trash. Passò da cosa seria a scherzo.
Accompagnavano le rocciose chitarre degli Young la essenziale sezione ritmica di Mark Evans al basso e Phil Rudd alla batteria. Più vecchio, ventinovenne all'esordio del gruppo, il cantante Bon Scott era anche lui casualmente di origine scozzese e vantava una voce prettamente blues, roca e potente, corrispettivo malato di quella più gioviale di Robert Plant.
Il produttore olandese Harry Vanda, all'epoca non ancora trentenne, fu per lungo tempo di non poco aiuto ai fratelli Young per far loro raccogliere adeguatamente le idee. Con lui, il terzo e maggiore dei fratelli Young: George.

Prima di giungere alla fama planetaria gli AC/DC dovettero superare recise ostilità sia del pubblico sia, soprattutto, della critica. E come poteva essere altrimenti? In un'epoca fatta di leziosità, intellettualismo, al limite di un glam e di un rock n'roll revival o programmatici e diretti dall'alto o rifiutati dal mainstream, gli AC/DC si presentarono facendo la figura del contadino coi panni da lavoro in una serata di gala dell'alta borghesia. Anche in campo hard-rock, dai Led Zeppelin ai Rush, dai Black Sabbath a Jeff Beck, tutti proponevano ben altre sofisticatezze rispetto agli australiani, additabili davvero come il campagnolo in città. Ci vollero concerti su concerti, il primo, il secondo, il terzo album prima di un'espansione a macchia d'olio. Ci volle soprattutto il maturare dei tempi. Ci volle il '77. Ma fino all'80, al botto di Back In Black, gli AC/DC dovranno stare coi piedi per terra. Poi, il successo, come spesso accade, li incoronerà e non li abbandonerà più, anche e soprattutto quando non faranno nulla per meritarselo. Del resto, i classici, possono anche permettersi di vivere di rendita.

Sebbene i principali figli degli AC/DC siano i Def Leppard e tutta la miriade di gruppi hard-rock anni Ottanta che ne derivarono, senza dimenticare un'influenza anche su gruppi metal come i Judas Priest o gli Accept, sia negli anni 80 sia nei 90, un po' tutti si confronteranno con gli AC/DC, col riff grezzo, dai Metallica ai Nirvana. Nessuno, però, potrà continuare un percorso reazionario, inattuale e retto sulla concreta forza di singoli anziché su teorici programmi d'intenti. Inoltre, visto il tipo di musica, sottile è la linea tra l'essere AC/DC o non essere altro che un pedante gruppo di rhythm and blues revival. Spesso, anche gli stessi AD/DC l'hanno oltrepassata.

L'esordio High Voltage - nel 1975 per il mercato australiano, poi nel 1976 riedito per quello mondiale - persegue tre filoni. Il primo e più importante vede brani che istituzionalizzano quello che sarà il suono classico della band: "Live ware" e "TNT" i migliori, ma "It's A Long Way To The Top" e "Rock 'n' Roll Singer" quelli che influenzeranno miriadi di epigoni. Il secondo riguarda scattanti brani di revival rock n'roll: "Can I Sit Next To You Girl"e "High Voltage". E il terzo brani di revival rhythm and blues: il demoniaco "Jack", il sensuale "Little Lover", l'hendrixiano "She's Got Balls". Con quest'album gli AC/DC colpiscono su entrambi i fronti che si erano proposti: quello dell'innovazione e quello della tradizione, che poi, a ben vedere, sono uno solamente, consistendo la loro innovazione in un ritorno alle origini.

Nel 1975 esce TNT, con una significativa cover da Chuck Berry, ma è solo una sorta di refuso in attesa della riedizione del primo album.
Nel 1975 viene realizzato anche Dirty Deeds Done Dirt Cheap, per la cui pubblicazione si dovrà però attendere sino al 1981. La smagliante forma del gruppo è confermata dalla sincerità con cui vengono eseguiti brani altrimenti retorici come "Love At First Feel" e "Big Balls" o ai limiti del plagio dei rocker anni Cinquanta, come "There's Gonna Be Some Rockin" e "Rocker". In quest'album, contrariamente agli altri, prevale il revival rock n'roll su quello blues. E si fa strada anche una certa qual dimensione da arena in corali come "Dirty Deeds Done Dirt Cheap", variando sui quali si arricchiranno gruppi come i Def Leppard o i Poison. I pezzi più interessanti o inusuali sono le due semi-ballad di chiusura, "Ride On" e soprattutto la velenosa "Squealer".

Let There Be Rock, del 1977, fu il primo album degli AC/DC a entrare in classifica; negli Usa è al numero 154. Il sound del gruppo si va appesantendo ed è più tagliente e abrasivo. Di questo processo brani come "Go Down", "Dog Eat Dog" e "Let There Be Rock" sono tappe significative. La caduta nelle melensaggini di certi Led Zeppelin di "Whole Lotta Rosie" - che così tanto piacciono al pubblico - è riscattata dal calvario compiaciuto di Scott in "Problem Child" e "Overdose", quintessenza dei clichè blues-rock.
Powerage nel 1978 è numero 133 negli Usa e può considerarsi soprattutto come un lavoro di mantenimento da cui emergono però, oltre al classico "Sin City", brani secchi come "Kicked In The Teeth" o addirittura riflessivi come "Gone Shootin", che nella parte iniziale sembra un abbrutimento delle tessiture dei Dire Straits.

Dopo l'importante live del 1978, If You Want Blood You've Got It, che immortala il gruppo al vertice delle sue potenzialità e al massimo delle sue forze, come dimostra la dirompente e riuscita foto di copertina, è la volta, nel 1979, di Highway To Hell, primo successo degli AC/DC che fa loro raggiungere il diciassettesimo posto nelle classifiche americane e il milione di copie vendute. Alla celebre copertina, tra la burla e la depravazione, corrispondono brani altrettanto celebri nei circuiti hard-rock come la corale title-track e la tagliente "If You Want Blood (You've Got It)". Su "Night Prowler" c'è spazio addirittura per chitarre slide;"Get It Hot", "Beating Around The Bush" e "Walk Over You", veloci, maciullate e screziate, conchiudono questo classico della perdizione piccolo-borghese, per attitudine assimilabile ai primi, sporchi lavori del Rolling Stones.

Nel 1980, l'anno degli Iron Maiden, usciva un altro classico, per certi versi opposto al precedente, Back In Black. Lavoro non proprio privo di punti deboli, come credeva Kurt Cobain e con lui molti altri; lungo forse dieci minuti più di quello che il fiato dell'ispirazione avrebbe consentito, vanta alcuni dei riff più memorabili della carriera degli AC/DC: quelli di "Hells Bells" e "Back In Black"; e soprattutto "You Shook Me All Night Long", forse il brano più pop degli AC/DC fino a questo momento, ma capace con il suo appeal di andare oltre certe considerazioni e di porsi tra i definitivi testamenti della musica popolare.
Il suono appare nel complesso ripulitosi, conformatosi, raffreddatosi, rispetto al magma della perdizione dei lavori precedenti. L'album si piazzò al numero quattro delle classifiche americane, facendo fare un definitivo passo avanti al gruppo. Col tempo, solo negli Stati Uniti, passerà le dieci milioni di copie vendute. L'inglese tretantreenne Brian Johnson aveva preso il posto del defunto Bon Scott. Forse più tecnico, di sicuro meno espressivo e dotato, Johnson altererà solo minimamente le orientazioni blues del gruppo in senso rock. Quando il blues si farà sempre meno sentire dipenderà dalle scelte dei fratelli Young.

For Those About To Rock We Salute You, nel 1981, raggiunge finalmente il primo posto delle classifiche, proponendo tutta la casistica dei clichè tra hard-rock e blues che saranno propri degli anni Ottanta e che gli AC/DC avevano, quasi da soli, creato nella decade precedente. È l'album più duro e pesante del gruppo sino a questo momento, come testimonia la title-track, posta come di consueto in apertura. Tuttavia è appesantito da una verbosità e magniloquenza non più redenta dal demonio blues di Scott. Fin da qui è possibile prevedere che al riscontro commerciale gli AC/DC non potranno far corrisponderne uno paragonabile nella qualità dei loro lavori.
Prima la musica degli AC/DC non serviva per stimolare cervello, sentimenti o gambe, ma, come una stupida droga, per ammorbarli, svilirli, dissolverli; qui stava il suo elemento demonico e apotropaico e quindi in una certa misura magico. Venuto meno Scott, il gruppo è diventato la negazione di quel che era: non più spartano ma lussuoso, non più amaramente ironico, ma velleitario nel perseguire miti e compiacenze dello star-system dell'hard-rock.

Dopo una breve pausa per godersi il successo faticosamente conquistato, nel 1983, su Flick Of The Switch, l'ottavo album in otto anni di attività, solo il quasi heavy-metal di "Landslide" e i riff, comunque a dir poco risentiti, di "Bedlam In Belgium" sciolgono la catena dello sterile esercizio.

Fly On the Wall, del luglio 1985, sarebbe ancor più fiacco e senza convinzione: si finisce, in "Shake Your Foundations" per sfiorare ridicolmente quasi toni da disco-dance; se non fosse per "Danger", la novelty di turno, "Sink The Pink", con le tipiche frastagliature di chitarra, e "Playing With The Girls" in coppia con "Send For The Man", capaci ancora di riff accattivanti, anche se triti. Per il resto è poco più che vieto arena-rock, con insopportabili cori, nato e morto nell'epoca in cui andava di moda. I brani migliori sono quelli dove le parti strumentali prevalgono sulla voce, o comunque, le cose migliori si trovano nel mestiere dei fratelli Young; quando all'epoca di Scott poteva dirsi anche il contrario.

Dopo uno iato di tre anni, Blow Up Your Video disorienta abbastanza, vista la band in questione, per il ventaglio di diversi generi che propone, anche se tutti filtrati da solito, robusto, rhythm and blues. Dal quasi rock-pop di "Heatseeker", alle squadrature rockabilly di "That's The Way I Wanna Rock & Roll"; si sfiora poi il soul in "Meanstreak" e il boogie in "This Means War"; in "Some Sin For Nuthin'" e "Nick Of Time" si offrono poi due alti esempi di hard-rock con in evidenza la sezione ritmica. È musica sgradevole, antimelodica e volontariamente stupida perché cocciutamente fine a se stessa; è cioè musica che segue il principio che fu di Scott. Per questo riesce, anche nell'epoca dell'ultimo hard-rock, quello dei Guns n' Roses, a non annoiare; cosa non da tutti. L'album raggiungerà il numero 12 negli Usa, dopo i mediocri piazzamenti dei due lavori precedenti e prima dei grandi consensi verso quelli che seguiranno.

The Razor's Edge, nel 1990, è di fatto l'ultimo album degli AC/DC e una sorpresa per la scioltezza che il gruppo ancora dispensa e che gli consente di avvicinare sia l'heavy-metal che un certo qual melodismo senza perdere la propria identità. Tuttavia, brani come "Let's Make", a suo modo sfruttati da gruppi alternativi come gli Extreme, risultano ormai datati al di là di ogni alibi di revival. Le cose migliori: la scorribanda progressive di "Thunderstruck", i riff mainstream di "Mistress For Christmas", le sincopi di "Fire Your Guns" e le cupezze sincere dei cori di "Razor's Edge" e della confessione di "If You Dare".

Cinque anni dopo Ballbreaker e cinque dopo ancora Stiff Upper Lip possono risultare anticaglie, vezzi inutili, anche giochi ridicoli; ma non si può rimproverare loro sincerità e dedizione alla causa. Chi riesce ad apprezzare gli AC/DC del periodo classico non ha nessun motivo per non apprezzare anche questi ultimi album; ai quali tuttavia ci si augura che non ne vengano aggiunti di nuovi: sarebbe chiedere davvero troppo alla pazienza e comprensione degli ascoltatori, oltre che alla maschera di se stessi.
Cosa che immancabilmente è successa con Black Ice (2008), canzoni bruttissime e inutilissime quanto i video che le accompagnano e i loro stessi titoli: "Rock'n'roll Train", "Rocking All the Way". Primo nelle classifiche di tutto il mondo.

Ac/Dc

Gli aborigeni dell'hard-rock

di Tommaso Franci

Con i loro riff primordiali e le loro cavalcate selvagge, gli australiani AC/DC rifondarono l'hard-rock. L'iniziale matrice rhythm and blues fu la spinta decisiva. Prima che la stardom li trascinasse nel calderone del metal. Storia di un'epopea consumata sui palchi e nelle arene di mezzo mondo
Ac/Dc
Discografia
High Voltage (Epic, 1975)

7

 Dirty Deeds Done Dirty Cheap (Epic, 1976)

6,5

 Let There Be Rock (Epic, 1977)

7

 Powerage (Epic, 1978)

6

Highway To Hell (Epic, 1979)

7,5

Back In Black (Epic, 1980)

7

 For Those About To Rock (Epic, 1981)

6

 Flick Of The Switch (Epic, 1983)

5

 Fly On The Wall (Epic, 1985)

6

 Blow Up Your Video (Epic, 1988)

6,5

 The Razor's Edge (Epic, 1990)

6

 Ballbreaker (East West, 1995)

5

 Stiff Upper Lip (East West, 2000)

5

 Black Ice (Columbia, 2008)

4

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