Adolescents

L'hardcore supersonico

di Tommaso Franci

I californiani Adolescents, capitanati da Rikk Agnew (poi con Rozz Williams nei Christian Death), hanno sviluppato un peculiare hardcore fatto di violenza, rumore, velocità e melodia

Rikk Agnew è l'incarnazione del tipico punk-dark anni 80. A livello di vita e a livello di musica. Come sia riuscito a tingere di un nero così cupo Los Angeles e Beverly Hills lo può sapere soltanto l'altro eroe che è riuscito (anzi, vi sono riusciti insieme) in tanto: Rozz Williams. Prima di formare con quest'ultimo i Christian Death e concepire l'album-manifesto "Only Theatre of pain", Agnew lasciò prevalere nel suo io l'aspetto punk-hardcore su quello dark: alla sua stridente chitarra accoppiò il basso di Steve Scoto e nacquero gli Adolescents (con il fratello di Rikk, Frank Agnew alla seconda chitarra e Casey Royer alla batteria) che durarono una stagione, all'insegna del rispetto più totale del precetto Circle Jerks "live fast and die young"; una stagione che bastò ad aggiungere un'altra gemma al capitolo "one-album wonder".

L'album Adolescents è una summa di ciò che il punk dei Sex Pistols, tradotto (ed ecco l'hardcore), velocizzato ed estremizzato dai Germs alla luce della lezione Ramones, istituzionalizzato dai Circle Jerks, depotenziato e vestito di nero da Siouxsie and the Banshees (ed ecco il dark-punk), è stato capace di fare. Per la stessa etichetta, e nello stesso anno, i T.S.O.L. faranno uscire "Dance with me": sono due facce di una stessa medaglia; e non solo perché questa medaglia è locata a Los Angeles; bensì perché con questi album si segna un'alternativa al punk ed hardcore puri (che poi, in definitiva, solo pochissimi e solo i più grandi hanno saputo fare), e lo si fa tramite una risemantizzazione contenutistica (il dark) e una formale (il power-pop). Ciò è dovuto al seguente motivo: per parlare ci vuole un linguaggio, quello punk e tanto meno quello hardcore non consentono di parlare, il power-pop fu funzionale alla volontà di "sopravvivere" descrivendo e immedesimandosi in vite cimiteriali.

Da precisare che, mentre con i T.S.O.L. del primo album (o con i Siouxsie and the
Banshees che nel'81 fanno uscire il loro capolavoro: "Juju") siamo già nel power-pop-dark, con Adolescents siamo nel power-pop e basta. Da qui la diversità di faccia pur all'interno della medesima medaglia. Le tematiche di Adolescents, pur filtrate di nero, sono quelle punk-college (quelle unite dal sarcastico filo dell'auto-ironia che poi saranno degli Angry Samoa e dei Descendents), della ribellione su tutti i fronti: alla società, alla famiglia, alla natura e se possibile anche a se stessi. Una ribellione a cui si è così assuefatti che nel diventare stile di vita rischia di scendere nel fine a se stesso. Anzi, è programmaticamente e coscienziosamente fine a se stessa (altrimenti il nichilismo dove sarebbe?): il discrimine della qualità/diversità sta che quando questo fine a se stesso è sorretto da una qualche personalità motivata in senso estetico-esistenziale vengono fuori lavori degni e consistenti; altrimenti noiose scempiaggini. Con Adolescents siamo nel primo caso ed i suoi 13 brani per 28 minuti lo attestano.

"I hate children" è subito capolavoro: un manifesto; violenza, rumore, velocità, melodia e cori sono espressionisticamente calibrati per un effetto indelebile nel ricordo dell'ascoltatore. Per quanto riguarda la tematica, una più punk ("scorretta") di così non esiste. La voce di Cadena è lo "strascico" punk per eccellenza.

"Who is who" è un altro capolavoro, meno esemplare ma più toccante del primo: ha un ritornello irresistibile che non può far altro che commuovere.

"Wrecking crew" parte con un lento stile metal lento, poi si lancia in un garage rock acceleratissimo, per riadagiarsi nel lento di apertura ed infine confinarsi nel rumore.

"L.A. girl" sarà ripreso nello stacchetto iniziale dai Metallica di "Anestesia"; il resto è seminale punk.

"Self destruct" è il terzo capolavoro, per tematica (si veda il titolo) e per esecuzione (supersonica ed irredenta): consacra l'hardcore a genere.

"Kids of the black hole" è quello che il gruppo non doveva fare: un lunga power ballad (5'.26'') per sanare la megalomania di Agnew: non dice niente e annoia. Sul suo suono tuttavia si baserà tutto l'All about myself di Agnew.

"No way" indugia in qualche psichedelia prima di qualificarsi come un classico "totale": alterna una tematica Motorhead ad effetti music-western (i cori, originalissimi e per nulla "mattacchioni"). Il tempo è punk.

"Amoeba" è uno dei brani più rivoluzionari della musica rock. Basato sul concetto della formula magica continuamente ripetuta, prende il punk a pretesto per giustificare il ciclone ricorsivo rappresentato dalla "corale formula magica stessa": riesce nel miracolo di non far essere antipaticamente autoreferenziale il coro (e nemmeno tante pieces teatrali ci riescono), ma a renderlo protagonista esistenziale. La magia è quella poi di un "fantasy metropolitano o periferico". Nei 3'.02'' c'è il tempo anche per un sperimentalissimo guitar-effect e per un finale supremamente urlato (in sfiatare e sgomentare) da Cadena che si impone sul coro, un coro da tragedia greca.

"Word attack" è programmaticamente hardcore istituzzionalizzante.

"Rip it up" fa il punk (college punk) che poi faranno Descendents, Angry Samoa e altri ben peggiori gruppi fino agli Off Spring e Green Day. Traspira tuttavia un'aria di estate afosa e costipante il respiro. Cadena alla voce è un must che fa scuola: si può considerare (se non ci fosse stato Johnny Rotten) il cantante punk per eccellenza: fisico e voce da debolezza/ attacco/ difesa/ limite/ angoscia/ sgomento/ sopravvivenza/ gracilità.

"Democracy" è anti-proletaria così scontatamente che finisce per proletariezzarsi. "No friends", ottima nel testo, musicalmente non lascia il segno. "Creatures" è un hardcore/rap tecnicamente ben fatto ma senza contenuti: non riesce a essere catartico.

Con il gruppo il cui scioglimento era tanto inevitabilmente quanto ingiustificatamente prossimo, appena uscito l'album Adolescents, Rick Agnew prende una manciata di canzoni e di strumenti (adesso fa letteralmente tutto da solo) e conia il genere del "cantautorato punk" nel lavoro All by my self. È il 1982. "Cantautorato punk" significa che (cosa costitutivamente rarissima: Richard Hell e pochi altri) non è un gruppo ma un individuo a fare musica riconducibile al genere punk e che quindi di necessità la dimensione dell'"io" prevale su quella del "manifesto impersonale". In un colpo solo, Rick Agnew rifonda due generi: quello cantautorale è sconvolto all'esterno, dato che per la prima volta raggiunge sonorità che sono addirittura agli antipodi a quelle ad esso proprie (il country-folk-blues), e all'interno, dato che i temi non sono certo quelli post-romantici o political-correct abituali, bensì depravati e tumorali. Il punk (purtroppo però attutito nel power-pop) diventa un linguaggio universale in grado di traghettare comunicandoli i vari moti dell'animo (un animo preda di una vita di periferie, droghe, cultura alternativa e mitizzata, autoflagellamento controllato).

All by myself può essere considerato un unicum nella storia del rock e per questo tanto più da riscoprire attentamente. Dura 36 minuti e consta di 10 brani i cui tempi si dilatano da quelli hardcore (1'-2') a quelli punk (2'-3') a quelli classic-rock (3'-4').

"O.c. life" è in presa quasi live; il suo tempo è il power pop, ma un power pop così estremo e disperato, pur nei ritornelli Beatles-melodici, da far dimenticare la seconda parte del termine e lasciare solo la prima, riletta poi come potere di autodistruggersi. La tematica dell'album è subito introdotta: un monologo che vorrebbe essere un dialogo a tre: l'autore, la sua anima, e la più o meno ex amata: dei tre è rimasto solo il primo, da qui la non risposta alle varie domande che fa, il silenzio che lo comprime e l'aiuto che non ha nemmeno da se stesso.

"10" si affaccia sull'auspicabile suicidio di questo relitto o larva d'uomo rimasto. La melodia, una volta orecchiata, pur confinata nell'81 e proprio per questo, è nostalgicamente stimolante.

"Yur 2 late" è uno dei tre capolavori dell'album ed il più grande: l'arrembare di grancassa iniziale è geniale, poi una lunga fuga verso il proprio annientamento tanto più lancinante quanto retta da un sostrato angosciosamente melodico; come dire: quando muore una cosa bella il rincrescimento è maggiore. Nessuno trarrà ispirazione da un brano del genere: come per "Amoeba": cose troppo elevate per essere riprodotte o anche emulate. Il finale è un mozzafiato continuo e tagliente di echi sgolati e slide devastanti.

"Everyday" è un inascoltabile acquarello Beatles.

"One shot" rimette sulla rotta della perdizione con bruschi cambiamenti di tempo, cantilene, voci patite. Contro tutti e contro tutto non lascia altro spazio che di parteciparne nello slancio irresistibile di rumore e melodia (basso Police, batteria garage rock, chitarra dark/punk, voce ora punk ora coro rock'n'roll).

"Falling out" recita il monito punk per eccellenza (vedasi "God save the queen"): "no future no time", inserendolo in un impianto meditativo power pop, con tastiere alla Roxy Music, coretti biascicati e improvvisi riverberi di chitarra.

"Surfside" è il secondo capolavoro. Un intro di basso, poi l'irripetibile giro di chitarra-batteria che meriterebbe di diritto di entrare nei più memorabili del rock. Un turbine di riff graniticamente roboanti. "Suicide days, destructives ways" recita il punto culminante del ritornello, che segue riconciliatore e traghettatore verso il successivo ciclone di conflagrazioni sonore.

"It's doing something" è un epico, psichedelico insieme di ritornelli formulari, sacrifici alla propria dea-demone, vita-morte, riti autolesionistici; sembra dire: se mi vuoi fare male me lo farò io per primo e da me. Poi il tutto si arresta per un cabaret alla Public Image, infine riparte corale (come tutto l'album "corale": vi partecipano sempre tutti gli strumenti che, in una estrema antitesi, sono suonati da una persona sola).

"Fast" è un finto hardcore del quale conserva solo il tempo e la durata (1'.24''), peraltro soggiogati alla contemplazione redentrice power-pop.

"Section 8" è il capolavoro di chiusura: 7'.28'' di equilibratissima follia, di indagine speculatrice su una mente devastata: funk, hardcore, punk, recitativo, psichedelia, fanfare orchestrali: da fare invidia ai migliori Public Image o Birthday Party, quello che "Kinds of the black hole" non aveva neppure provato ad essere. Perfetta in ogni sua parte questa "sezione" voleva essere una summa di "musica totale", ma non slegata come una cattiva tragedia, bensì imperniata nel più profondo nodo esistenziale, come la migliore tragedia.

Dopo aver partecipato alle migliore prove di Christian Death e D.I., Rikk Agnew fa uscire a nome Adolescents Brats in Battalions (Triple X, 1987) e Balboa Funzine (Triple X, 1988), ma, come al solito, non ne valeva la pena.

Adolescents

L'hardcore supersonico

di Tommaso Franci

I californiani Adolescents, capitanati da Rikk Agnew (poi con Rozz Williams nei Christian Death), hanno sviluppato un peculiare hardcore fatto di violenza, rumore, velocità e melodia
Adolescents
Discografia
  ADOLESCENTS

 


Adolescents (Frontier 1981)

8

  Brats in Battalions (S.O.S. 1987)

 


  Balboa Fun*Zone (Triple X 1988)

 


  Live 1981 and 1986 (Triple X 1989)

 


 

 


  RILL AGNEW

 


All By Myself (Frontier, 1982)

 


 

 


  RIKK AGNEW'S YARD SALE

 


  Emotional Vomit (Triple X, 1990)

 


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