Afghan Whigs

Afghan Whigs

Soul-grunge al fulmicotone

di Antonio Ciarletta

Gli Afghan Whigs sono stati una delle alternative band più importanti degli anni Novanta. Dall'iniziale furia hardcore sono passati a un rock più vellutato, lambendo, di volta in volta, il grunge, il soul e il blues. Ecco un loro profilo e un'intervista in esclusiva al loro leader, Greg Dulli

Gli Afghan Whigs sono stati una delle alternative band più significative degli anni 90. L'evoluzione stilistica del loro sound ha seguito un percorso che li ha condotti dall'iniziale furia hardcore al rock vellutato dell'ultimo periodo, lambendo, di volta in volta, il grunge, il soul ed il blues. Cincinnati, anno di grazia 1986, Rick McCollum (chitarra), e Steven Earle (batteria) vanno a completare la line up della band, coagulandosi intorno al nucleo iniziale composto da John Curley (basso) e Greg Dulli, shouter tanto rabbioso quanto passionale, furente e al contempo romantico anche all'interno di una stessa canzone. Il sound degli Afghan Whigs è un coacervo di influenze, e segue quella linea genealogica che parte da Neil Young, che passa attraverso Replacements e Husker Du per arrivare a Dinosaur Junior, Squirrel Bait e Soul Asylum: poeticità, aggressività, rabbia, tristezza si condensano omogeneamente in un impianto sonoro che trae la sua originalità dalla presenza di impercettibili (almeno inizialmente) venature soul. Le liriche di Dulli sono intimiste, forse autobiografiche: il lato privato, infatti, ha la meglio su quello pubblico; in questo senso, è più Mould che Westerberg. Dulli avrebbe tutte le carte in regola per essere il portavoce della x-generation, ma i suoi testi non parlano dei problemi dei teenager della provincia americana (come ad esempio quelli di Westerberg) ne hanno la stimmate ribelle e autodistruttiva del poetare cobainiano, capace di irretire l'immaginario di un'intera generazione; Dulli è un musicista più colto, ma forse appena meno viscerale.

Big Top Halloween è l'esordio. L'album presenta un sound aggressivo, impetuoso , ma ancora più acido e metallico rispetto a quello di Squirrel Bait e Dinosaur jr.. Up in it chiude idealmente il primo periodo. I pezzi sono ancora grezzi e veloci, ma il songwriting di Dulli inizia ad emergere in canzoni come "You My Flower", archetipo della ballata romantica alla Afghan Whigs, con il sound sovrastato dalla voce accorata e passionale del cantante. Up in it è essenzialmente una raccolta di pezzi hardcore, dove il grunge inizia a far capolino e dove l'impronta soul è ancora più marcata. La furia non si è comunque placata e rock'n'roll acidi come "Retarded" e "White trash party" stanno a dimostrarlo. "Hated" è uno dei capolavori degli Afghan Whigs, un grunge acido alla Dinosaur jr così come "In my town", che sembra anticipare il sound di Green Mind, mentre "Son of the South" vampirizza il blues come solo i Cramps sapevano fare. La depressa "I know your little secret" è eseguita con un'intensità ipnotizzante; il canto prima dolce, poi arrabbiato, poi disperato dimostra come Dulli sia un cantante estremamente eclettico oltre che passionale.
Congregation (1991) spiazza tutti. La furia primigenia del sound si è notevolmente attenuata, lasciando il posto ad arrangiamenti più ricercati e a una maggiore varietà stilistica; grunge, psichedelica, accenni soul sono sapientemente miscelati da un Greg Dulli enormemente maturato, ormai uno degli autori più ispirati dei 90. "Let me lie to you" è una ballad psichedelica di gran classe, intrisa di romanticismo decadente: all alone, all alone no one to play with/your eyes are all swollen from crying/again feeling sick you open it and discover your lover between the legs of another and he's loving it; il rapporto tra i sessi, a volte idilliaco a volte perverso, è uno dei temi costantemente presente nei versi di Dulli. I suoi personaggi sono peccatori incalliti, senza possibilità di redenzione come racconta "I'm her slave", viscerale (auto?)biografia di un uomo schiavo delle droghe. I riff incalzanti di "Kiss the floor" e "Turn on the water", in cui l'effetto wah-wah della chitarra disegna una furbesca dinamica funk, rivelano il potenziale commerciale della band.
Congregation è uno dei gioielli nascosti del grunge, e presenta un gruppo intelligente, capace di cavalcare la moda, ma di apportare sensibili innovazioni rispetto a un genere che iniziava a partorire band parassite, dedite alla calligrafica riproposizione del sound di Seattle.

Volendo essere cattivi, potremmo asserire che Gentleman sia una copia dell'album precedente, meglio arrangiato, maggiormente vario, ma sostanzialmente simile in quanto a sonorità e temi trattati. Gentleman è, invece, l'album più riuscito degli Afghan Whigs, semplicemente perché le canzoni sono tra le migliori che il gruppo abbia mai scritto. Dulli riesce a costruire un'impalcatura sonora perfettamente equilibrata, dove ogni elemento interagisce con gli altri in modo non prevaricante, ma contribuendo a conferire al contesto una dinamica ad effetto. Ne risulta un sound più ricco, a tratti sontuoso, ma non pleonastico. Il grunge è abito stretto per una band, che si dimena tra accenni soul-psichedelici, ritmiche funky e poderose sventagliate hard rock.
Gentleman è sostanzialmente un album a tema, sull'amore e sulle sue diverse sfaccettature, e che raggiungere vertici di patetica autocommiserazione nella magnifica "When we two parted": "every night I spent in that bed with you facing the wall/ if I could have only once heard you scream, to feel you were alive instead of watching you abandoning yourself". Il funky obliquo di "Debonair" mostra Dulli nelle vesti di un predicatore invasato alle prese con la propria coscienza: "tonight I go to hell for what I've done to you/ this is ain't about regret/ it's when I tell the truth". In "What jail is like", una dolce melodia sorretta dal pianoforte instaura una situazione di calma apparente rotta dallo shout rabbioso di Dulli; è l'apice delle capacità teatrali del cantante. Mentre "Marcy Mays (Scrawl)" immalinconisce la deliziosa "My curse", l'album si chiude regalando ancora emozioni con lo strumentale "Brother woodrow/closing prayer".
Gli Afghan Whigs sono una band di valore e con quest'album lo hanno dimostrato, portando a compimento un discorso artistico che ha trovato nel grunge il pretesto per esprimere una forma sonora più varia, debitrice tanto della musica nera, quanto dell'indie rock di metà anni 80. L'art grunge abita qui (e dalle parti dei Satchel).
Tanta grazia si spreca in Black Love (con il nuovo batterista Paul Buchignami), incredibilmente mediocre, che ripete stancamente la formula degli album precedenti, ma con una produzione ancor più patinata. Black Love presenta un gruppo immerso nei suoi cliché, dove il soul-grunge è diventato maniera e non più vertigine creativa. Una dopo l'altra si susseguono "My enemy", "Double day", "Blame" funky-soul-rock'n'roll anonimi, senza nerbo. Sembra che il gruppo voglia ostentare la pseudo-originalità del proprio stile più che provare ad evolvere il sound. "Honky's ladder" è il grunge di un gruppo che imita gli Afghan Whigs, mentre "Bulletprof" scivola via senza sussulti. Sono canzoni prive di qualità, senza melodie particolarmente memorabili, né aggressive né passionali, ma solo con qualche buon arrangiamento.
In tanta mediocrità, Dulli riesce comunque a pennellare tre-quattro pezzi che non sfigurerebbero in un ipotetico "greatest hits" del gruppo: "Summer' kiss", potente e passionale, in cui Dulli ritrova un po' della grinta dei tempi migliori, "Step into the light"; fragile ballata dai toni romantico-fatalisti e la stupenda "Night by the candlelight", recitata dalla voce calda ed avvolgente di Shawn Smith, non bastano però a risollevare la qualità del disco.

Come un'araba fenice, gli Afghan Whigs risorgono dalle proprie ceneri.
1965 (con ancora un nuovo batterista, Michael Horrigan) soffre della malattia di molte delle produzioni alternative di quel periodo, e cioè di essere ormai fuori tempo massimo rispetto a un contesto musicale che volgeva la propria attenzione verso nuovi lidi. È un peccato perché trattasi di un album di raffinato e sensuale pop-soul, superbamente arrangiato, ricercato ma non accademico. "Somethin' hot" si dipana in una virtuosa dinamica a incastri, dove entrano in gioco la voce calda di Dulli, background vocals femminili, e assoli di piano; è una musica sobria, specie rispetto agli impulsi autocommiserativi di Gentleman, e all'ostentato fatalismo di Black Love, ma non per questo meno passionale. Se c'è qualcosa in cui gli Afghan Whings hanno pochi rivali, è nello scrivere confessioni sincere, per quanto a volta perverse, sotto forma di calde ballate soul-psichedeliche, come "The slide song" o come la lenta e ipnotica "Crazy". "City soleil" consta di una baraonda di arrangiamenti perfettamente calcolati che vanno a rivestire un'incantevole costruzione pop. "John the Baptist" affonda le sue radici nella musica nera più tradizionale, tra cori gospel, scorribande di fiati e ritmiche funky; è quanto di più diverso abbiano composto, soprattutto rispetto all'approccio hardcore degli inizi. Giù il cappello.
L'emergere di nuovi trend musicali, troppo spesso effimeri, se non fittizi ha scaraventato nell'oblio il gruppo di Dulli, che merita un posticino nella storia del rock, sicuramente più di molta e sopravvalutata paccottiglia (new) new wave e rock'n'roll di questo periodo.

Ben 16 anni dopo, gli Afghan Whihgs tornano con un nuovo album, Do To The Beast, che esce per Sub Pop come una volta. Il risultato è discreto, considerando come si erano messe le cose (l’assenza del batterista Steve Earle, l’abbandono in corsa del chitarrista Rick McCollum), e pare la naturale conclusione di un processo di riavvicinamento stilistico che ha coinvolto nelle sue fasi precedenti anche l’esordio dei Gutter Twins e l’ultimo capitolo della discografia dei Twilight Singers, il più prossimo in assoluto, forse, alle tipiche sonorità dei Whigs.
A colpire in prima battuta sarà allora la voce di Greg, indebolita in maniera impressionante eppure caparbia, nella sua lotta con gli strumenti per il posto al centro della scena. Nonostante il forfait del titolare, le chitarre non sembrano chissà quanto lontane da quelle di sempre. “Matamoros” rincara la dose grazie al più collaudato dei paesaggi frastagliati e pungenti, con il frontman che giostra non senza profitto come un attempato e luciferino cerimoniere.
Più oltre riecco gli Afghan Whigs trattenuti ed estatici, in un brano (“Can Rova”) che dà l’impressione di voler replicare, più che altro, la quiete colma di meraviglia dell’amico e spirito affine Mark Lanegan, privilegiando anche nel suo crescendo un basso profilo fatto in buona sostanza di sussurri. Ma non ci sono margini per il compiacimento fine a se stesso e si torna subito alla dimensione classica di “Congregation” e “Gentlemen”, con l’impronta di quel canto claudicante nel bel mezzo di un sontuoso marasma sonico. Gli statunitensi ribadiscono di essere non soltanto una compagine energica e penetrante, ma anche estremamente accurata ed elegante. Quelle di “Do To The Beast” (il titolo lo si deve a Manuel Agnelli, pare) restano pagine ultracontrastate, con il leader che spazia disinvolto nella penombra tra vuoti e pieni, tensione e rilasci, come negli episodi (“Lost In The Woods”, “It Kills”) che riportano al notevole (ma sottovalutato) e ormai remoto predecessore, 1965.
Se non mancano echi sottilissimi dai primi Twilight Singers, nella maggior compostezza soul di “I Am Fire”, i veri brividi li regala la pregevole “Algiers”, dove anche il Dulli spompato di oggi ha modo di indossare la ruvida sensualità noir degli anni d’oro senza sfigurare. Il gruppo (infoltito da ospiti di lusso come Alain Johannes, Joseph Arthur, Petra Haden e il Raconteur Patrick Keeler) evita con cura le rivoluzioni espressive e ripropone diligentemente le specialità della casa, bravo a non tirarsi indietro e non lesinare nella spinta sui pedali. Fa piacere ritrovare i Whigs così fedeli al proprio abito, e poco importa se si è chiamati a soffrire con loro in qualche frangente un po’ più faticoso. Il loro potenziale pirico, quella fenomenale irrequietezza, non si è spento con l’andare delle stagioni. Né è stato tradito l’inconfondibile chitarrismo avvolgente à-la The Edge che era appannaggio di McCollum e rappresenta sempre il valore aggiunto della band. Il sound (che in “The Lottery” riavvicina la magia di “Black Love”) si conferma quindi pieno, caldo, abbacinante, e gli umanissimi limiti non silenziati dal cantante rimangono un dettaglio tutto sommato non insormontabile.

Gli Afghan Whigs continuano a scrivere belle canzoni dal cuore nero, sanguinanti il giusto, e a interpretarle magnificamente. Superbo, in particolare, il fatalismo abrasivo di un finale da crepuscolo in fiamme, con il frontman che davvero offre tutto se stesso.
Piaccia o meno, la loro sublime disperazione è tornata a graffiarci. E lo fa tuttora. Un album discreto sfornato dopo tre lustri di letargo, l’affinità degli anni d’oro recuperata alla prima occasione utile e pronta a rivelarsi l’ingrediente chiave di un tour trionfale e particolarmente fecondo in fatto di nuove canzoni, nonostante qualche defezione importante. I frutti del rinato entusiasmo ci vengono serviti ora che la Sub Pop rilascia l’ottava fatica su lunga distanza della ghenga di Greg Dulli. Bella copertina esoterica, umbratili suggestioni in ordine sparso, un titolo ambiguo che allude all’inequivocabilità degli eccessi: è un disco strano questo In Spades, un’opera dedicata allo sfarinarsi della memoria, al confondersi caotico dei ricordi. Ma anche un lavoro che, per l’ennesima volta, si compiace di miscelare pulsione erotica e presagi di morte, nello specifico legati alla terribile malattia che ha bruciato in partenza le speranze del moribondo Dave Rosser (già chitarrista di Twilight Singers e Gutter Twins). Introdotta da un quanto mai inatteso minimalismo da camera (“Birdland”), la raccolta è stata scritta e prodotta dal frontman – coadiuvato in sede di registrazioni dal chitarrista dei Blind Melon Christopher Thorn e dal marito di Ani DiFranco, Mike Napolitano – tra New Orleans, Memphis, Los Angeles e Joshua Tree, alla testa di una squadra di cui fanno parte anche il veterano John Curley al basso, Patrick Keeler dei Raconteurs alla batteria e Petra Haden e Rick Nelson dei Polyphonic Spree agli archi.

 

La meccanicità delle ritmiche di “Arabian Heights” non pregiudica la galoppante e persino leonina autenticità del gruppo, pur imprimendosi con un impulso forse troppo coercitivo sugli altri dettagli in tavola. In linea con il nuovo corso, la voce del capobanda sceglie di non nascondere il proprio arrancante regime attuale e non si tratta certo di una sorpresa, Do To The Beast lo diceva già chiaramente, ma tornare a fare i conti con questa realtà comporta una nuova faticosa accettazione da parte di chi abbia amato alla follia i classici della band di Cincinnati e si ritrovi spiazzato una volta di più. Certo quando Dulli si astiene dal forzare e giostra sul velluto del proprio inconfondibile rock a tinte noir, nel magnifico singolo “Demon In Profile” più che nella didascalica “I Got Lost”, il gruppo ha ancora buon gioco a incantare grazie all’elegante carattere di un tempo. Altri passaggi, ancorché pasticciati e evidentemente inclini allo squilibrio di forze (“Toy Automatic”), riescono non meno fascinosi pur risparmiandosi adulterazioni di sorta e lasciando che il cantato sensuale di Greg si lasci sommergere dagli spunti elettrici e dal riverbero. Gli Afghan Whigs non hanno sconfessato la loro indole musicale viziosa, la consistenza in fondo corporea di un sound al solito superbamente levigato, e c’è da scommettere che con un’interpretazione vocale meno forzosamente ridotta all’evanescenza potrebbero ancora dire la loro con autorevolezza, in seno a una scena alternative onestamente non proprio al suo massimo splendore. Tocca accontentarsi di quanto passa il convento nella consapevolezza che la classe, almeno lei, non evapora così da un giorno all’altro. Senza azzardare soluzioni più estrose o eccentriche, i ragazzi dell’Ohio insistono con il cifrario di riferimento, tra il languido e lo scorbutico, dei dischi della maturità, al netto degli scompensi e delle tentazioni manieriste che qua e là – in 1965, ad esempio – avevano iniziato a far capolino. L’inflessione tende sempre al gagliardo, la facciata appare sottilmente rimodernata (evitando però sconvolgimenti strutturali) e la scrittura, soprattutto, si conferma la più solida delle garanzie a disposizione.

 

Se non c’è traccia dell’effettistica speciale a mo’ di trucco, è a maggior ragione vero che non si potranno ravvisare inganni. Le due chitarre a marchio registrato e il piglio vagamente luciferino di Dulli in “Light As A Feather”, i fiati tossici che suggellano l’ebbra “The Spell”, valgono in via esclusiva come gettoni da spendere in chiave fidelizzante, una prospettiva, questa, secondo la quale In Spades lavora al meglio delle proprie possibilità. Dulli ci mette del suo lavorando talvolta di compensazione, servendosi di una maschera anche più enfatica di quelle che gli ricordavamo. L’umanità suggerita dalla finitezza, la natura manchevole, la fragilità della sua prova pure così ostinata rappresentano il massimo motivo di interesse per questa piacevole quanto inattuale sortita, direttamente dal fumoso passato di una band che proprio non vuole saperne di gettare la spugna.



Contributi di Stefano Ferreri ("Do The Beast", "In Spades")

Afghan Whigs

Soul-grunge al fulmicotone

di Antonio Ciarletta

Gli Afghan Whigs sono stati una delle alternative band più importanti degli anni Novanta. Dall'iniziale furia hardcore sono passati a un rock più vellutato, lambendo, di volta in volta, il grunge, il soul e il blues. Ecco un loro profilo e un'intervista in esclusiva al loro leader, Greg Dulli
Afghan Whigs
Discografia
 Big Top Halloween (Ultra Suede, 1988)

6

 Up in It (Sub Pop, 1990)

6,5

Congregation (Sub Pop, 1991)

7,5

 Uptown Avodale (Ep, Sub Pop, 1993)

 

Gentlemen (Elektra/Sub Pop, 1993)

8

 What's Jail Is Like (Ep, Elektra/Sub Pop, 1993)

 

 Hony's Ladder (Ep, Mute, 1996)

 

 Black Love (Elektra/Sub Pop, 1996)

5,5

 Going To Town (Mute, 1996)

 

 1965 (Columbia, 1998)

6,5

 Do To The Beast (Sub Pop, 2014)

6,5

 In Spades (Sub Pop, 2017)

6,5

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