Gli Afghan Whigs sono stati una delle alternative band più significative degli anni 90. L'evoluzione stilistica del loro sound ha seguito un percorso che li ha condotti dall'iniziale furia hardcore al rock vellutato dell'ultimo periodo, lambendo, di volta in volta, il grunge, il soul ed il blues. Cincinnati, anno di grazia 1986, Rick McCollum (chitarra), e Steven Earle (batteria) vanno a completare la line up della band, coagulandosi intorno al nucleo iniziale composto da John Curley (basso) e Greg Dulli, shouter tanto rabbioso quanto passionale, furente e al contempo romantico anche all'interno di una stessa canzone. Il sound degli Afghan Whigs è un coacervo di influenze, e segue quella linea genealogica che parte da Neil Young, che passa attraverso Replacements e Husker Du per arrivare a Dinosaur Junior, Squirrel Bait e Soul Asylum: poeticità, aggressività, rabbia, tristezza si condensano omogeneamente in un impianto sonoro che trae la sua originalità dalla presenza di impercettibili (almeno inizialmente) venature soul. Le liriche di Dulli sono intimiste, forse autobiografiche: il lato privato, infatti, ha la meglio su quello pubblico; in questo senso, è più Mould che Westerberg. Dulli avrebbe tutte le carte in regola per essere il portavoce della x-generation, ma i suoi testi non parlano dei problemi dei teenager della provincia americana (come ad esempio quelli di Westerberg) ne hanno la stimmate ribelle e autodistruttiva del poetare cobainiano, capace di irretire l'immaginario di un'intera generazione; Dulli è un musicista più colto, ma forse appena meno viscerale.
Big Top Halloween è l'esordio. L'album presenta un sound aggressivo, impetuoso , ma ancora più acido e metallico rispetto a quello di Squirrel Bait e Dinosaur jr.. Up in it chiude idealmente il primo periodo. I pezzi sono ancora grezzi e veloci, ma il songwriting di Dulli inizia ad emergere in canzoni come "You My Flower", archetipo della ballata romantica alla Afghan Whigs, con il sound sovrastato dalla voce accorata e passionale del cantante. Up in it è essenzialmente una raccolta di pezzi hardcore, dove il grunge inizia a far capolino e dove l'impronta soul è ancora più marcata. La furia non si è comunque placata e rock'n'roll acidi come "Retarded" e "White trash party" stanno a dimostrarlo. "Hated" è uno dei capolavori degli Afghan Whigs, un grunge acido alla Dinosaur jr così come "In my town", che sembra anticipare il sound di Green Mind, mentre "Son of the South" vampirizza il blues come solo i Cramps sapevano fare. La depressa "I know your little secret" è eseguita con un'intensità ipnotizzante; il canto prima dolce, poi arrabbiato, poi disperato dimostra come Dulli sia un cantante estremamente eclettico oltre che passionale.
Congregation (1991) spiazza tutti. La furia primigenia del sound si è notevolmente attenuata, lasciando il posto ad arrangiamenti più ricercati e a una maggiore varietà stilistica; grunge, psichedelica, accenni soul sono sapientemente miscelati da un Greg Dulli enormemente maturato, ormai uno degli autori più ispirati dei 90. "Let me lie to you" è una ballad psichedelica di gran classe, intrisa di romanticismo decadente: all alone, all alone no one to play with/your eyes are all swollen from crying/again feeling sick you open it and discover your lover between the legs of another and he's loving it; il rapporto tra i sessi, a volte idilliaco a volte perverso, è uno dei temi costantemente presente nei versi di Dulli. I suoi personaggi sono peccatori incalliti, senza possibilità di redenzione come racconta "I'm her slave", viscerale (auto?)biografia di un uomo schiavo delle droghe. I riff incalzanti di "Kiss the floor" e "Turn on the water", in cui l'effetto wah-wah della chitarra disegna una furbesca dinamica funk, rivelano il potenziale commerciale della band.
Congregation è uno dei gioielli nascosti del grunge, e presenta un gruppo intelligente, capace di cavalcare la moda, ma di apportare sensibili innovazioni rispetto a un genere che iniziava a partorire band parassite, dedite alla calligrafica riproposizione del sound di Seattle.
Volendo essere cattivi, potremmo asserire che Gentleman sia una copia dell'album precedente, meglio arrangiato, maggiormente vario, ma sostanzialmente simile in quanto a sonorità e temi trattati. Gentleman è, invece, l'album più riuscito degli Afghan Whigs, semplicemente perché le canzoni sono tra le migliori che il gruppo abbia mai scritto. Dulli riesce a costruire un'impalcatura sonora perfettamente equilibrata, dove ogni elemento interagisce con gli altri in modo non prevaricante, ma contribuendo a conferire al contesto una dinamica ad effetto. Ne risulta un sound più ricco, a tratti sontuoso, ma non pleonastico. Il grunge è abito stretto per una band, che si dimena tra accenni soul-psichedelici, ritmiche funky e poderose sventagliate hard rock.
Gentleman è sostanzialmente un album a tema, sull'amore e sulle sue diverse sfaccettature, e che raggiungere vertici di patetica autocommiserazione nella magnifica "When we two parted": "every night I spent in that bed with you facing the wall/ if I could have only once heard you scream, to feel you were alive instead of watching you abandoning yourself". Il funky obliquo di "Debonair" mostra Dulli nelle vesti di un predicatore invasato alle prese con la propria coscienza: "tonight I go to hell for what I've done to you/ this is ain't about regret/ it's when I tell the truth". In "What jail is like", una dolce melodia sorretta dal pianoforte instaura una situazione di calma apparente rotta dallo shout rabbioso di Dulli; è l'apice delle capacità teatrali del cantante. Mentre "Marcy Mays (Scrawl)" immalinconisce la deliziosa "My curse", l'album si chiude regalando ancora emozioni con lo strumentale "Brother woodrow/closing prayer".
Gli Afghan Whigs sono una band di valore e con quest'album lo hanno dimostrato, portando a compimento un discorso artistico che ha trovato nel grunge il pretesto per esprimere una forma sonora più varia, debitrice tanto della musica nera, quanto dell'indie rock di metà anni 80. L'art grunge abita qui (e dalle parti dei Satchel).
Tanta grazia si spreca in Black Love (con il nuovo batterista Paul Buchignami), incredibilmente mediocre, che ripete stancamente la formula degli album precedenti, ma con una produzione ancor più patinata. Black Love presenta un gruppo immerso nei suoi cliché, dove il soul-grunge è diventato maniera e non più vertigine creativa. Una dopo l'altra si susseguono "My enemy", "Double day", "Blame" funky-soul-rock'n'roll anonimi, senza nerbo. Sembra che il gruppo voglia ostentare la pseudo-originalità del proprio stile più che provare ad evolvere il sound. "Honky's ladder" è il grunge di un gruppo che imita gli Afghan Whigs, mentre "Bulletprof" scivola via senza sussulti. Sono canzoni prive di qualità, senza melodie particolarmente memorabili, né aggressive né passionali, ma solo con qualche buon arrangiamento.
In tanta mediocrità, Dulli riesce comunque a pennellare tre-quattro pezzi che non sfigurerebbero in un ipotetico "greatest hits" del gruppo: "Summer' kiss", potente e passionale, in cui Dulli ritrova un po' della grinta dei tempi migliori, "Step into the light"; fragile ballata dai toni romantico-fatalisti e la stupenda "Night by the candlelight", recitata dalla voce calda ed avvolgente di Shawn Smith, non bastano però a risollevare la qualità del disco.
Come un'araba fenice, gli Afghan Whigs risorgono dalle proprie ceneri.
1965 (con ancora un nuovo batterista, Michael Horrigan) soffre della malattia di molte delle produzioni alternative di quel periodo, e cioè di essere ormai fuori tempo massimo rispetto a un contesto musicale che volgeva la propria attenzione verso nuovi lidi. È un peccato perché trattasi di un album di raffinato e sensuale pop-soul, superbamente arrangiato, ricercato ma non accademico. "Somethin' hot" si dipana in una virtuosa dinamica a incastri, dove entrano in gioco la voce calda di Dulli, background vocals femminili, e assoli di piano; è una musica sobria, specie rispetto agli impulsi autocommiserativi di Gentleman, e all'ostentato fatalismo di Black Love, ma non per questo meno passionale. Se c'è qualcosa in cui gli Afghan Whings hanno pochi rivali, è nello scrivere confessioni sincere, per quanto a volta perverse, sotto forma di calde ballate soul-psichedeliche, come "The slide song" o come la lenta e ipnotica "Crazy". "City soleil" consta di una baraonda di arrangiamenti perfettamente calcolati che vanno a rivestire un'incantevole costruzione pop. "John the Baptist" affonda le sue radici nella musica nera più tradizionale, tra cori gospel, scorribande di fiati e ritmiche funky; è quanto di più diverso abbiano composto, soprattutto rispetto all'approccio hardcore degli inizi. Giù il cappello.
L'emergere di nuovi trend musicali, troppo spesso effimeri, se non fittizi ha scaraventato nell'oblio il gruppo di Dulli, che merita un posticino nella storia del rock, sicuramente più di molta e sopravvalutata paccottiglia (new) new wave e rock'n'roll di questo periodo.

