Alarm

Alarm

I principi di Galles

di Claudio Fabretti

Penalizzati dal confronto con gli U2, gli Alarm di Mike Peters sono in realtà un'istituzione del rock gallese. Merito di una lunga carriera che, sbocciata in piena febbre post-punk, ha via via guardato al folk-rock, all'hard-rock e al power-pop, tra hit, duetti con giganti come Dylan e Young, eventi per i fan e beffe all'industria discografica

Il peggior torto che si possa fare agli Alarm è definirli “gli U2 gallesi”. Ovvero, ciò che avviene puntualmente da sempre (quando non prevale la versione più perfida di “U2 minori/sfigati”, con riferimento alla differenza di appeal e di fortune discografiche).
Intendiamoci, il problema non è il raffronto con una delle band più importanti degli ultimi 35 anni. Semmai, a sminuire oltremodo l’esperienza di Mike Peters e compagni è il sospetto del plagio o della imitazione pedissequa. Al di là degli innegabili punti di contatto con Bono & C. (il pathos, l’attitudine epica, la tensione spirituale), quella degli Alarm è una parabola che si snoda liberamente, con tratti di assoluta peculiarità, a cominciare dall'uso innovativo delle chitarre acustiche, per finire con l’approccio bilingue nei testi: sono stati il primo gruppo del Galles a cantare sia in lingua gallese che inglese, influenzando ad esempio i più celebrati Super Furry Animals. In più, forse proprio sapendo di non poter contare su un physique du rôle da rockstar, hanno saputo creare con i fan un rapporto sincero e speciale, che è valso loro l’eterna fedeltà. Come scrive Gianni Sibilla, “gli Alarm rappresentano bene quell’ideale romantico che ha colpito generazioni di ascoltatori del rock: la canzone come mezzo di comunicazione spontaneo, diretto, senza mediazioni industriali”.
Ma procediamo con ordine, partendo rigorosamente da Rhyl, località balneare del Denbighshire, affacciata sulla costa nord-orientale del Galles.

Punk in the Toilets

Che si può fare a Rhyl nel 1977, se sei adolescente e ti annoi a trascorrere le serate al pub tracannando una pinta dietro l’altra? Magari fondi una punk-band, pensa il giovane Mike Peters, che sceglie l’alias Eddie Bop e si mette alla testa di una formazione di nome The Toilets. Ne fanno parte anche Glyn Crossley (aka Steve Shock), Richard "O'Malley" Jones (aka Bo Larks) e Nigel Buckle (aka Des Troy). Ma l’esperienza si esaurisce in un anno, nel 1978 è già tempo di Seventeen, nuovo gruppo del duo Peters-Buckle, che imbarca Eddie Macdonald (vicino di casa di Peters, in quel di Edward Henry Street) e, successivamente, il chitarrista David Kitchingman (alias Dave Sharp). Il gruppo realizza un singolo in stile power-pop ("Don't Let Go"/"Bank Holiday Weekend") nel marzo del 1980 e fa da spalla agli Stray Cats in tour. I quattro sono i soci fondatori del Gallery, uno dei locali underground più amati di Rhyl: è qui che spopolano assumendo un nuovo nome, dal titolo del primo brano che hanno eseguito dal vivo: “Alarm Alarm”. Opportunamente accorciato in “The Alarm”, diventerà il marchio giusto per una nuova, entusiasmante avventura musicale.

A simple wooden cross,
It had no epitaph engraved
Come on down and meet your maker
Come on down and make the stand
("The Stand")

The AlarmI nuovi Alarm – con Buckle che ora si fa chiamare Twist – debuttano ufficialmente il 6 giugno 1981 con una gig al Victoria Hotel di Prestatyn, a pochi chilometri dalla loro Rhyl. Il set si apre sulle note di un’ipnotica liturgia rock, propulsa da un basso oscuro e martellante: si chiama "Shout To The Devil" e diventerà uno dei pezzi da novanta dell’album d’esordio, Declaration, per il quale però bisognerà aspettare ancora tre anni. Prima, c’è tempo per completare la gavetta.
Trasferitisi a Londra, gli Alarm pubblicano un singolo bifronte, con l’elettrica "Unsafe Building" e l’acustica "Up For Murder". Passerà abbastanza inosservato, eccetto un’entusiastica recensione sulla rivista ZigZag. Più rilevanti, semmai, il concerto assieme ai Fall (dicembre 1981), che frutta le attenzioni del magazine Sounds, e le esibizioni di spalla a Jam, Beat e Boomtown Rats. Il nome degli Alarm comincia a circolare tra gli addetti ai lavori: dopo una performance al Ronnie, incontrano un discografico della Wasted Talent, che li mette in contatto con Ian Wilson. Non uno qualsiasi: l’agente degli U2, all’epoca ancora lontani dallo stardom, ma già predestinati al boom. Impressionato dalla potenza live dei gallesi, Wilson se ne innamora subito. Ne diventa il manager e organizza subito uno show al fianco degli U2 al Lyceum Ballroom. È il 22 dicembre del dicembre del 1981, data che si può segnare alternativamente come l’inizio ufficiale dell’epopea degli Alarm o l’avvio della “maledizione” che li vedrà per sempre accostati, in minore, a Bono e compagni.
Dopo un altro giro di demo e provini, gli Alarm approdano alla corte della Irs (l’etichetta dei primi cinque dischi dei Rem) che impone loro, però, un riassestamento nella line-up, comprendente all’epoca ben tre chitarristi acustici. Così Peters si dedica unicamente al canto, mentre è Sharp a imbracciare la chitarra, con Macdonald al basso. Con questo assetto viene inciso il singolo "Marching On", folk-rock orecchiabile dal piglio springsteeniano, che diviene in breve tempo uno dei loro numeri più apprezzati dal vivo, dove spesso appaiono ancora assieme agli U2.

Ma è un altro singolo a schiudere agli Alarm le porte del successo, anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Si intitola "The Stand" e, curiosamente, è il primo brano in assoluto a ispirarsi a un romanzo di Stephen King. Sarà anche per questo che l’America si invaghisce di quell’appassionata ode, scandita dall’inconfondibile sezione ritmica à-la Alarm, quasi marziale nel suo incedere epico, attorno al canto infervorato di Peters e a una melodia efficace, di stampo folkeggiante.
“The Stand” diventa anche il piatto forte dell’omonimo Ep di 5 tracce Alarm, cui segue anche la prima tournée negli Stati Uniti, nel giugno 1983, di spalla ancora una volta agli U2, impegnati nel tour di “War”. Il sound dei gallesi è ancora acerbo, grezzo, ma lascia già trasparire una foga presa in prestito dal punk più politicizzato (Clash in primis) e dal folk di matrice celtica. Con una certa approssimazione, però, vengono inseriti nel filone del Mod revival.

Sixty-eight Guns will never die
Sixty-eight Guns our battle cry
("Sixty Eight Guns")

Dichiarazione d’intenti

The AlarmI tempi sono maturi, finalmente, per il primo album della band gallese, affidata alle cure del produttore Alan Shacklock. L’antipasto è "Sixty Eight Guns", singolo arrembante, che sposa la foga punk dei Clash a un respiro epico degno del miglior folk britannico, con un testo ispirato a Peters da un libro sulle gang di Glasgow degli anni 60. Grazie anche al passaggio televisivo a Top of the Pops, il 45 giri scala la Top 20 britannica, arrestandosi al n.17 (resterà il loro singolo di maggior successo in classifica).
Quando nel febbraio 1984 esce l’Lp Declaration, gli Alarm non sono più dei pivellini, ma una band con una solida reputazione sulle due sponde dell’Atlantico. Merito anche di una inesauribile serie di concerti, culminata in un’ottima gig a supporto dei Police. Fatto sta che, a una settimana dall’uscita, Declaration si piazza dritto al n.6 della Uk Chart e varca anche i confini della Top 50 americana.
Del resto, più che di un album d’esordio, si tratta di una raccolta dei primi successi della band, usciti in formato 45 giri. Oltre ai citati "Shout To The Devil", "Marching On", "The Stand" e "Sixty Eight Guns", vanno annoverati fra questi anche "Where Were You Hiding When The Storm Broke?" (n. 22 Uk), inno acustico che insegue sentieri country tra sbuffi d’armonica e cori da pub, e la struggente ballata di "The Deceiver" (n. 51 Uk), intonata da Peters nel suo tipico registro singhiozzante e melodrammatico, oltre alla invero eccessivamente enfatica “Blaze Of Glory”, dedicata alla Guerra civile americana e realizzata in studio con il produttore Mick Glossop (in una sessione successiva a quella di “The Stand”).
Ma ad arricchire la pietanza sono anche i sapori agri di “Third Light” - sorta di lamento funebre sulla tomba di un milite ignoto con MacDonald al canto - e quelli dolceamari della conclusiva “We Are The Light”, che svela ancora una volta il talento melodico della band, su un fitto reticolo di arpeggi acustici.

Declaration è la dichiarazione d’intenti di una band barricadera, che trasuda sincera passione e potenza sonora. Dotate di una grandeur naturale, che nasce dalla commistione tra epica folk ed elettricità punk, le tracce non hanno bisogno di produzioni in technicolor alla Lillywhite per rendere al meglio. Lo sa bene Shacklock, che ne preserva la spontaneità, sottolineando semmai la dolcezza delle partiture acustiche e l’immediatezza adrenalinica tipica delle esecuzioni dal vivo. Un’alchimia non troppo distante da quella dei “cugini scozzesi” Big Country, con i quali, come vedremo, finiranno con l'incrociare le rispettive strade.
Per i gallesi è la consacrazione di anni e anni di serate nei locali, demo, provini e tour massacranti. Arriva anche la benedizione di Rolling Stone, che definisce gli Alarm “una delle migliori live band dell’ultimo anno”.
“This is my year, it’s 1984”, cantava in quell’anno la bionda meteora pop Maxine. Mike Peters e compagni si possono unire al coro.

Give me love
Give me hope
Give me strength
Give me someone to live for
("Strength")

Prova di forza

The Alarm - Mike PetersSono anni di vorticose trasformazioni musicali. Gli Eighties fagocitano in breve tempo punk, new wave e synth-pop, e si avviano verso una seconda metà di decade dominata da nuovi suoni e tendenze, dal new cool al new pop. Live Aid, in questo senso, segna quasi una linea di demarcazione. Ma, proprio come i cugini irlandesi U2, gli Alarm sanno restare a galla. La zazzera bionda e cotonatissima di Mike Peters si fa strada, anche sugli schermi di Mtv, dove i videoclip dei gallesi iniziano a essere passati con regolarità.
Anche il nuovo singolo "Absolute Reality" centra l’obiettivo di entrare nella Uk Top 40, seppur provvisto di un refrain tanto orecchiabile quanto insulso e di arrangiamenti per cori e handclapping pericolosamente prossimi al kitsch. Ma il vento soffia dalla loro parte, e bisogna sfruttarlo a dovere. Così, prestati alle cure di un nuovo produttore, Mike Howlett, gli Alarm si rinchiudono in studio e sfornano il secondo album, Strength (1985).
Howlett tenta di affinare e potenziare al contempo il loro sound, smussando gli aspetti più naif, focalizzandosi soprattutto sul canto di Peters e aggiungendo qua e là qualche tastiera. Il primo colpo in canna è la title track: una bomba di potenza e orecchiabilità, con una intro solenne di organo, un riff di chitarra che non fa prigionieri e un ritornello già bell’e pronto per le arene. “Strength” è una di quelle tipiche hit di metà decennio 80, post-punk nello spirito e power-pop(rock) nella veste, un po’ Billy Idol, un po’ “Pride (In The Name Of Love)”. Sicuramente funziona, sicuramente trascina il disco alla meta, ovvero le classifiche britanniche e l’agognata Us Top 40 di Billboard. Sulla stessa falsariga l’iniziale e ancor più anthemica “Knife Edge”, che mutua il riff dagli Who ma ammicca di buon grado a certo hard-rock/Aor americano (non è certo un caso che i gallesi abbiano ottenuto un buon seguito oltreoceano).
L’elettricità, nel complesso, prende il sopravvento e delle radici folk non resta granché. Fanno eccezione l’ariosa e pianistica "Walk Forever By My Side" (con una delle interpretazioni più intense di Peters) e “Spirit Of ‘76”, ballad proletaria alla Springsteen (o Mellencamp), con arrangiamenti di violini e un testo che rievoca la gloriosa epopea punk aggiungendo al tempo stesso qualche mesta riflessione sul destino di quella stagione. Su questo tono contrito è anche “Deeside”, litania sulla sorte avversa del working man con un altro chorus enfatico a corredo (meno incisivo, però).
Esaurita l’ingenua carica folk-punk e accantonati i loro inni appassionati, pieni di fede e speranza, in favore di canzoni rock più mature, gli Alarm sembrano improvvisamente pervasi dal pessimismo. “I’m living or dying”?, si chiede Peters (“Strength”), definendosi “a lonely man walking lonely streets” nella desolata “Dawn Chorus”, e vedendo in giro nient’altro che “a pointlessness about it all” (“Knifedge”), “black times everywhere” (“Father To Son”) e “cruelty and unkindness of life” (“Spirit Of ’76”).

Strength suggella la definitiva maturità degli ex-punkster di Rhyl, attraverso un dosaggio accurato di tutti gli ingredienti che ne hanno contraddistinto la prima fase della carriera.
Gli Alarm sono praticamente al vertice della loro popolarità e suggellano il magic moment con il primo concerto via satellite trasmesso globalmente, la leggendaria esibizione "Spirit of '86", davanti a un pubblico di 26.000 fan nel campus della Ucla a Los Angeles, trasmessa in diretta in tutto il mondo da Mtv. Ma non si fanno sfuggire anche un’altra ghiotta occasione: una performance di spalla ai Queen, nello storico Live at Wembley del 12 luglio 1986. Un filone d’oro, quello dei tour di supporto, che proseguirà con nuovi fasti l’anno successivo, stavolta negli Stati Uniti, al fianco di sua maestà Bob Dylan (idolo di Peters, così come Guthrie e Bowie). Ma prima è tempo di un nuovo album. Un lavoro sorprendente, che aprirà nuovi orizzonti musicali alla band gallese, ma attirerà loro anche le prime perplessità da parte dei fan della prim’ora.

The docks are all crippled in the Northern town
The boys have all gone away tryin' to find work down south
Hey mister I walk, in the valley of the shadow
someone have mercy on my soul
("Hallowed Ground")

Nell’occhio del ciclone

The Alarm - Bono VoxTentando un improvvido paragone con i Simple Minds, si potrebbe definire Eye Of The Hurricane (1987) l'“Once Upon A Time” degli Alarm. Solo che non contiene una hit planetaria come “Alive And Kicking”, ma neanche quei suoni tronfi e pacchiani che compromisero il magico equilibrio della band di Jim Kerr. È semplicemente la formula-Alarm aggiornata al tempo delle grandi produzioni mainstream rock. Però – ed è quello che ci interessa di più – ci sono almeno un paio di canzoni da ricordare. In primis, il singolo e traccia d'apertura “Rain In The Summertime” (n.18 nella Uk Chart), una Fm-ballad nel senso nobile del termine, con un suono corposo e atmosferico ad avvolgere un ritornello epico – in una terra di mezzo tra gli U2 di “The Joshua Tree” e gli Ultravox di “Lament” – declamato da par suo da un Peters ormai pienamente consapevole dei suoi mezzi vocali. Un nuovo inno, insomma, in cui gioca un ruolo non secondariol'insistito formicolio chitarristico di Sharp, prima con gli accordi acustici, poi con l'accompagnamento elettrico.
Ma non è da meno l'altra ode appassionata di “Hallowed Ground”, un volo radente tra nuovi arpeggi folkeggianti e vigorose frasi di piano che sembrano quasi pennellare gli scenari desolati descritti dal testo: "The docks are all crippled in the Northern town/ The boys have all gone away tryin' to find work down south/ Hey mister I walk, in the valley of the shadow/ someone have mercy on my soul, soul, soul", così canta uno sconsolato Peters, all'apogeo della sua potenza espressiva. Due brani splendidi, che riescono davvero nell'impresa di trasformare la ruspante vocazione messianica degli Alarm in un afflato universale.
Impostata la “linea” con queste due prodezze, i gallesi faticano però a mantenersi sugli stessi livelli per l’intera durata del viaggio. Fallisce, ad esempio, l’esperimento vocale del batterista Twist su "One Step Closer To Home" (incisa dal vivo) e desta più di una perplessità il tentativo di clonazione della "Every Breath You Take" dei Police in "Presence Of Love", cui non giova neanche l’eccesso di patinatura della produzione.
Più genuine, semmai, le vibrazioni power-rock di “Permanence In Change”, “Shelter” (con un riff che riecheggia la "The Good's Gone" di Pete Townshend) e “Only Love Can Set Me Free”, alle quali mancano però i refrain per lasciare il segno. Ma è soprattutto nella conclusiva title track, con gli archi e il tintinnio incalzante della chitarra acustica a inscenare un climax drammatico, che gli Alarm riprendono il bandolo della matassa, chiudendo degnamente un album discontinuo, seppur a tratti esaltante.

Eye Of The Hurricane non fallirà l’ingresso nelle classifiche (n.23 nella Uk chart, n.77 negli Usa), ma attirerà anche nuove critiche a Peters e compagni. Quelle dei vecchi fan, anzitutto, che rimprovereranno alla band di aver abbandonato la grezza istintività folk-rock degli esordi, e quelle della critica più snob, che non perdonerà loro l’immancabile raffronto con gli U2, che proprio in quel periodo si accostavano anch’essi a sonorità più vicine all’Fm-rock americano con “The Joshua Tree” e, soprattutto, “Rattle And Hum”.

Ma Peters e compagni si confermano anzitutto una live-band coi fiocchi. Si esibiscono di spalla a Bob Dylan nel suo tour americano, unendosi a lui negli encore, e pubblicano un Ep dal vivo, Electric Folklore Live, registrato al Wang Center for the Performing Arts di Boston il 26 aprile 1988, ennesima testimonianza della generosità e della potenza di fuoco della band sul palco.

This land is not for sale
("Hardland")

Una prece per il Galles

The AlarmL’anno dopo è tempo di cambiamenti. Il nuovo album Change (1989) è un omaggio alla madrepatria e al suo idioma morente, con tanto di versione alternativa in gallese, “Newid”. Ma la novità più grossa è in cabina di regia, dove si scomoda un gigante come Tony Visconti, storico produttore di David Bowie. È lui a forgiare il nuovo sound, un rock piuttosto nerboruto ai limiti dell’hard, che riscopre la potenza di fuoco delle chitarre, occhieggiando anche al blues, come nella populista “Devolution Workin' Man Blues" e nell’incendiaria "Sold Me Down The River", che li proietterà nella Us Billboard Top 50 per la prima e ultima volta. Un pezzo come “Rock” suggella al meglio l’ardita fusione portata a termine da Visconti: la vocazione epica degli esordi (il canto col cuore in gola, la melodia struggente del ritornello, le chitarre sferraglianti) sposata a un suono più corposo e levigato, da hit radiofonico. Un esperimento perpetuato nella tormentatissima “Scarlet” e spinto ancora più in là, verso selvagge praterie rock alla Neil Young, tra i riff incandescenti di “Hardland”, in cui Peters inneggia alla difesa della sua terra: “The valley is ripped and the mountain scarred/ Torn apart/ A house is ablaze on the hillside/ A sign says ‘This land is not for sale'”. L’attitudine accorata del gruppo trova linfa nella nuova power-ballad "Love Don't Come Easy", dove, per la verità, Peters sembra proprio fare il verso a Bono.
È in coda, però, il vertice emotivo del disco, in una ballata finale che restituisce un significato più profondo all’intera operazione, suggellando il toccante omaggio al Galles e alle sue tradizioni millenarie, messe a repentaglio dal progresso e dall’avidità della società contemporanea. È il solenne inno sinfonico di “A New South Wales”: sentito, intenso, commovente, grazie anche alla grandeur portata in dote dalla Welsh Symphony Orchestra e dal Morriston Orpheus Male Voice Choir, in un profluvio di archi e cori che mai ci si sarebbe immaginato in una canzone degli Alarm, ma che colpisce dritto al cuore. “Someone hear my prayer”, supplica un disperatissimo Peters, prima di incassare gli applausi (il brano è registrato dal vivo). Quasi un epitaffio per l’intera vicenda degli Alarm.

Change segna tutto sommato un passo avanti per la formazione gallese, ma solo in patria riesce a ottenere il successo auspicato, ridimensionando la popolarità internazionale di un gruppo capace però di ottenere riconoscimenti da illustri colleghi come Bono e Neil Young, che in un concerto duetta con loro in "Rocking In The Free World".

L’antologia Standards (1990) fotografa comunque una carriera fin qui di tutto rispetto, raccogliendo 12 tra i pezzi migliori della band di Rhyl, più tre inediti: l’autobiografica "The Road", il remake di un vecchio singolo ("Unsafe Building") e una cover della "Happy Christmas (War Is Over)" di John Lennon.

The Alarm - Neil YoungMa Peters e compagni sono giunti ormai al capolinea. Dave Sharp inizia i progetti di una carriera solista, le tensioni interne aumentano. Lo scioglimento è dietro l’angolo, e avverrà subito dopo l’uscita del quinto album in studio, Raw (1991). Un ultimo atto – va detto – tutt’altro che memorabile, in cui trova posto, però, l’interessante cover di quella "Rocking In The Free World" appena celebrata insieme al suo illustre autore. Meno incisivo il singolo omonimo “Raw”, in cui il respiro epico dei gallesi appare davvero a corto di fiato. Del resto, sembrano quasi loro stessi ad ammetterlo: “Somewhere we got lost along the way”, canta Peters, peraltro in una delle poche tracce che si salvano, quella languida “Moments In Time” che rispolvera antiche nostalgie generazionali (“A Woodstock field in the heat of the night”… “Elvis, the Beatles and the Rolling Stones”… live on forever in my mind”). E a essersi smarrita è la stessa unità della band, minata da incomprensioni che portano a un progressivo logoramento della creatività. Mentre nel mondo sta esplodendo l’epopea grunge, gli Alarm cantano indefessi “God Save Somebody” ammiccando al country, ma le loro chitarre hanno smesso di ruggire e anche la galoppata a suon d’armonica di “Wonderful World” (con Sharp al canto) è solo una pallida reminiscenza di quel vibrante folk-rock dylaniano che aveva impregnato i solchi dei loro primi dischi. Il n.33 nella Uk chart testimonia in ogni caso la fedeltà del pubblico d’oltremanica.

Tonight this is my last moment with the Alarm, I'm going out in a Blaze of Glory
(Mike Peters)

Il potere del Papavero

Gli Alarm si esibiscono per l'ultima data del tour di promozione del disco alla Brixton Academy di Londra il 30 giugno 1991. E l’epilogo è una coltellata ai fan: Peters annuncia dal palco al resto della band e al pubblico di voler staccare la spina: “Tonight this is my last moment with the Alarm, I'm going out in a Blaze of Glory”. Ancora sotto shock, i supporter trovano una nuova forma di comunicazione attraverso uno dei primi siti internet dedicati a un gruppo, www.thealarm.com, che dal 1992 attirerà i fan da tutto il mondo. Una interazione racchiusa anche in un evento ad hoc, "Gathering", che si tiene ogni anno a gennaio nel Galles del Nord.
Ma a rendere omaggio al gruppo è anche una nuova generazione di musicisti. I connazionali Manic Street Preachers, ad esempio, si dichiarano fan devoti fin dal periodo dei primi concerti a Cardiff. E l'approccio bilingue dei Super Furry Animals è certamente ispirato da Peters & C., che avevano anche la tradizione di far suonare solo band di lingua gallese come supporter nei loro concerti in patria: Y Cyrff (poi trasformatisi nei Catatonia) hanno aperto il tour del 1989; dieci anni più tardi gli Stereophonics risponderanno alla mobilitazione promossa da Peters per salvare la montagna di Snowdon attraverso un concerto benefico che metterà a confronto due generazioni di rock gallese.

Abbandonati gli Alarm, Peters si unisce prima a The Poets Of Justice (con la moglie Jules Peters alle tastiere), quindi forma i Coloursound con Billy Duffy dei Cult, per poi dedicarsi a una carriera solista che passerà piuttosto inosservata.
Nel 2000, però, a vent’anni dalla fondazione, il nome degli Alarm torna nei negozi di dischi, grazie a un’imponente opera di riedizione. L'intero catalogo degli album viene rimasterizzato per la prima volta da Peters utilizzando i nastri originali e ristampato dalla 21st Century Recording Company, su licenza della Emi. L'Alarm 2000 Collection include delle extra track inedite e un nuovo packaging, le copertine originali, le foto di archivio e ricche sleeve note con i contributi da tutti i membri originali del gruppo. La raccolta esce anche come cofanetto: “The Alarm complete": i 7 cd editi dal gruppo, più uno di rarità e uno “ad personam”: l’acquirente sceglie un brano, spedisce un tagliando e Peters gliene incide una versione acustica individuale, con tanto di dedica. Roba impensabile, al tempo dell’industria musicale massificata dei nostri giorni.

The AlarmA seguito della pubblicazione, Peters utilizza il marchio storico per un tour, ingaggiando la sua backing band dei tardi 90’s: Steve Grantley degli Stiff Little Fingers, Craig Adams (Sisters Of Mercy, The Mission, The Cult) e James Stevenson (Chelsea, Gene Loves Jezebel). Al nome Alarm viene aggiunto un MM++ a indicare in numeri romani l’anno di uscita dei dischi. In Galles si tiene anche l'"Alarm 2000 Day", un concerto-evento per il fan club di ben 12 ore, con Peters impegnato a suonare in veste acustica tutte le canzoni del gruppo. Il tour approda anche in Italia, al Big Mama di Roma, con due concerti consecutivi e un imprevedibile fan-ospite, Ligabue, che si esibisce sul palco con Peters & C. (li chiamerà poi nel 2002 come band-spalla per i concerti di Milano a San Siro e Roma allo Stadio Olimpico).
Seguirà nel biennio 2001-2002 un tour elettrico in tutto il mondo. Nello stesso periodo Peters esegue a Verona, in anteprima mondiale, la performance solista dei migliori pezzi degli Alarm accompagnato dall’ottetto d’archi Sipja.

Rinfrancato da questi successi, Peters annuncia un nuovo, ambizioso progetto: cinque album di materiale inedito, immessi sul mercato a scadenze regolari fino alla prima metà del 2003, per una serie intitolata “In The Poppy Fields” (dove “poppy” è il papavero, da sempre simbolo della band). Il primo di questi 5 dischi esce nel 2003 con il titolo Close. Un lavoro che si rifà al guitar-rock aspro ed epico del decennio 80, rispolverando una buona capacità melodica e i consueti riff incalzanti, alternati agli arpeggi acustici: “Right Back Where I Started From”, come ammette candidamente il titolo di una canzone. Episodi come “Close” o “The Rock And Roll” (quest’ultima con versi che fanno un po’ tenerezza, come “Il fuoco del rock‘n’roll brucia ancora in me”) recuperano un onesto standard-Alarm - un po’ caciarone, un po’ mestierante - che può soddisfare i fan ma che certamente non ne potrà attirare di nuovi. Seguono poi sulla stessa falsariga gli altri quattro capitoli (The Normal Rules Do Not Apply, Trafficking, Edward Henry Street e Coming Home) che escono nel disinteresse generale. Finché Peters non ha un’idea geniale.

Nel 2004, insieme alla nuova line-up versione MM++, il leader degli Alarm incide un singolo di nome "45 RPM" – una discreta scheggia rock’n’roll da pogo selvaggio – proprio sotto il nome fittizio The Poppy Fields, per giocare un tiro mancino all’industria discografica. Ma lo scherzo non si ferma qui, perché per il videoclip viene reclutato un giovane gruppo gallese, The Wayriders, con il compito di cantare il brano in playback. Fatto sta che i fantomatici Poppy Fields irrompono nella Uk Top 30 ancor prima che il trucco venga svelato in diretta da Peters durante un programma di Radio1 (alla vicenda sarà dedicata nel 2013 la commedia “Vinyl” di Sara Sugarman, con colonna sonora a cura degli stessi Alarm).
È una brillante trovata per smascherare il fatuo marketing giovanilista del musicbiz e, al contempo, l’occasione ideale per pubblicare finalmente il nuovo album dall’inevitabile titolo In The Poppy Fields, contenente tutto il materiale realizzato dal gruppo tra il 2002 e il 2004 e precedentemente incluso nei cinque dischi-fantasma diffusi solo attraverso il sito ufficiale.

In The Poppy Fields (2004) è un disco passatista fin nel midollo, ma onesto e sincero come da tradizione dei rocker gallesi. L’incipit “Your Possibile Pasts – Anathema” suona addirittura come un pezzo dei Pink Floyd più watersiani, le sopracitate “Close”, “The Rock And Roll” e “Right Back Where I Started From” trasudano nostalgia da ogni nota, il classic-rock di “The Drunk And The Disorderly” è imbevuto dello Spirito del ‘76 e del consueto anelito spirituale (“Who am I? Who are you? Who is the God that we bow down to?”), mentre il famigerato singolo-burla "45 RPM", pur sorprendente per brio e dinamismo, non è in fondo nient’altro che un buon tributo al punk dei Buzzcocks di “Spiral Scratch”, con tanto di accorato appello "Keep the dream alive until the end".
L’unico sguardo gettato al futuro – fin dal titolo - è quello della struggente ballata “New Home, New Life” (per piano e chitarre che suonano come mandolini), ma è un orizzonte velato di malinconia se non di angoscia, a giudicare dal falsetto strozzato in gola di Peters. Forse perché il futuro è “The Unexplained”, come cantano in un numero acustico che pare quasi riecheggiare il lato più soft dei Manic Street Preachers.
A chiudere, una title track che suona come una celebrazione e un epitaffio al contempo per questi campi di papaveri un po’ demodé, ma tutto sommato non peggiori di tanti episodi dei tardi-U2, ai quali peraltro è venuta a mancare proprio quella schiettezza codificata nella stessa ragione sociale della ditta Alarm.

A gelare tutti, però, arriva nel 2005 la notizia della malattia di Peters, che inizia una lunga battaglia contro la leucemia.
Indomito, proprio come nelle sue canzoni, il cantante degli Alarm si sottopone alle cure, crea la fondazione Love Hope Strength per la lotta al cancro e al tempo stesso non smette di dedicarsi alla musica. Nel 2005 riunisce la formazione originale del gruppo per uno show tv di Vh1, ma si tratta di un evento estemporaneo: i dischi successivamente pubblicati sotto la sigla Alarm - Under Attack del 2006 e Guerilla Tactics del 2008 - vedranno in azione il solo Peters.

Mi sentivo a prova di bomba, pensavo di avercela finalmente fatta. Ora devo avere la forza di ricordare come mi sentivo prima di ricevere questa notizia. So che combatterò ancora
(Mike Peters)

Peters contro tutti

The Alarm - Mike PetersNon c’è molto da aggiungere su questi tardi lavori della tarda incarnazione del biondo frontman di Rhyl. Il mestiere si può anche apprezzare, così come l’indefessa energia rock che trasuda dai solchi. Ma mancano del tutto freschezza e creatività in fase di scrittura, e la sovra-produzione non aiuta certo a recuperare un suono che si distingua dal piattume dei palinsesti delle radio mainstream rock. Cionondimeno, Under Attack riesce nell’impresa di portare un brano (la sarabanda rock "Superchannel") nella Uk Top 30, offrendo qua e là qualche scampolo della vecchia epicità post-punk (una “Be Still” che sembra una “I Will Follow” dell’era 2000, una “My Town” che ha ancora qualcosa da insegnare ai pivelli nu-waver contemporanei) e un pugno di riff discretamente trascinanti, come quelli di “Raindown”, che richiamano alla mente i primi Interpol unendovi il pathos assicurato dall’ugola di Peters (in piena forma, nonostante la malattia). Sono questi i vertici di un lavoro che invece si assesta troppo a lungo in una tonalità tardo-rock bolsa, di cui "Without A Fight" e "Zero" si possono considerare l’epitome. Se quello è il presente, ben venga il passato, sembra quasi suggerire "Cease And Desist", praticamente un omaggio ai primi Clash.

Il successivo Guerrilla Tactics (2008) insiste sul solito canovaccio, tra numeri punk-rock a tutta birra, coretti e chitarre roboanti. Invecchiando, Peters sembra tornare indietro, ai Clash soprattutto, ai quali si rifà palesemente nell’esplicito tributo di “Three Sevens Clash” o in quello più velato di “Situation Under Control” o ancora con i riff ossessivi di una “Alarm Calling” che è uno scoperto omaggio a “London Calling” camuffato da inno auto-celebrativo della band gallese.
Il viaggio a ritroso alla ricerca dello Spirito del ’76 incontra forse il momento più indovinato tra i riverberi e il ritornello ficcante di una “Rat Trap” tanto energica quanto melodica, mentre il call-and-response di “Fightback” e il ritornello ottuso di “Watching Me Watching You Watching Them Watching Us”, all’opposto, tradiscono il fiato corto di questa operazione-nostalgia che un sempre più stoico Peters suggella con un commiato toccante, a suon di armonica a bocca, intitolato proprio come la sua fondazione contro il cancro, “Love Hope Strength”.

Mentre continua a lottare contro la malattia, Peters non rinuncia ai suoi vorticosi ritmi produttivi: nel 2010 è la volta di Direct Action, ennesima dichiarazione d’amore al rock sanguigno e istintivo che non ha età. Ma è difficile, nel 2010, prendere ancora sul serio precetti programmatici come “Direct Action”, infarciti di chitarroni e grida di battaglia, come se fosse il 1979. Ma se la title track quantomeno condensa in poco più di tre minuti il succo dell’intero album precedente, e tracce come “Release The Pressure” e “Higher Call” rispolverano un armamentario di chitarre distorte, coretti enfatici e armoniche a perdifiato in grado di accontentare i fan storici, altre tracce si perdono in una vaghezza di contorni che non lascia scampo (la scipita “Plastic Carrier Bags”, l’hard-rock muscolare di “Loaded”, il sermone da tardi U2 di “Control”).
Va leggermente meglio con la cover della “One Guitar” di Willie Nile, debitamente allarmificata come se fosse uscita da Declaration, e con la declamatoria “Change III”, che chiude la trilogia avviata con “Change II” (da Change) e “Change I”, B-side del singolo “Raw”. Ma è soprattutto la ballata di “Come Alive” a lasciare il segno, con la sua scia di chitarre acustiche e di riff elettrici di marca Townsend.
Troppo poco, però, per risollevare un disco che suona irrimediabilmente fuori dal tempo, per una band ormai scomparsa del tutto dai radar dei media musicali. Resta la testimonianza romantica di un percorso coerente, di una lotta impavida contro tutto e contro tutti, incarnata ormai anche fisicamente dallo stesso Mike Peters, provato, solcato dalle rughe, ma sempre fiero e battagliero come ai tempi belli.

Non pago della sua instancabile attività negli Alarm, Peters trova anche il tempo di unirsi ai reduci dei Big Country – ecco il ricongiungimento tra le strade delle due band cui si accennava – per una serie di concerti e per un nuovo singolo prodotto da Steve Lillywhite, il primo in 11 anni della band scozzese, “Another Country”, cui poi seguirà anche un album, “The Journey” (2013). Orfani dello storico leader Stuart Adamson, trovato morto impiccato al Best Western Plaza Hotel di Honolulu (Hawai) nel 2001, i nuovi Big Country devono fare i conti anche con l’abbandono del bassista Tony Butler, rimpiazzato dall’ex-Simple Minds Derek Forbes, ma trovano in Peters un degno frontman e autore, il cui ingresso nella line-up era già stato benedetto dallo stesso Adamson, deciso a mollare le redini del gruppo.
L’esperienza però dura poco: il 9 novembre 2013 Peters si congeda dai Big Country per dedicarsi agli Alarm e ai suoi progetti solisti - proseguiti negli anni, da Breathe (1995) a Flesh And Blood (2000), passando per Feel Free (1996) e Rise (1998).

Il destino, però, non gli concede tregua. Nel 2015 il cinquantaseienne cantante gallese ha rivelato che il suo calvario non è finito, nonostante abbia già sconfitto un linfoma nel 1995 e la leucemia dieci anni dopo. “Devo tornare ad affrontare il cancro per la terza volta – ha raccontato a pochi giorni dal concerto del 10 ottobre al Millennium Centre di Cardiff per i trent’anni di Strength – Mi sentivo a prova di bomba, pensavo di avercela finalmente fatta. Ora devo avere la forza di ricordare come mi sentivo prima di ricevere questa notizia. So che combatterò ancora”. Keep on fightin’, Mike.



Alarm

I principi di Galles

di Claudio Fabretti

Penalizzati dal confronto con gli U2, gli Alarm di Mike Peters sono in realtà un'istituzione del rock gallese. Merito di una lunga carriera che, sbocciata in piena febbre post-punk, ha via via guardato al folk-rock, all'hard-rock e al power-pop, tra hit, duetti con giganti come Dylan e Young, eventi per i fan e beffe all'industria discografica
Alarm
Discografia
 THE ALARM
 
   
 The Alarm (Ep, Irs, 1983)6,5
Declaration (Irs, 1984)8
Strength (Irs, 1985)7,5
Eye Of The Hurricane (Irs, 1987)7
 Electric Folklore (live, Irs, 1988)7
 Change (Irs, 1989) - Newid (Uk Irs, 1989)6,5
Standards (antologia, Irs, 1990) 
 Raw (Irs, 1991) 5,5
 Alarm 2000 Collection (box set, 21st Century, 2000) 
 In The Poppy Fields: One - Close (21st Century, 2002) 
 In The Poppy Fields: Two - The Normal Rules Do Not Apply (21st Century, 2002)
 
 In The Poppy Fields: Three - Trafficking (21st Century, 2002)
 
 In The Poppy Fields: Four - Edward Henry Street (21st Century, 2002)
 
 In The Poppy Fields: Five - Coming Home (21st Century, 2003)
 
 In The Poppy Fields (Snapper Music/ Edel, 2004)6,5
 The Best of The Alarm and Mike Peters (antologia, Emi, 2006)
 
 The Alarm – BBC Radio Sessions 1983–1991 (live, Bbc Records, 2008)
 
   
 THE ALARM MM++ 
   
 Under Attack (Liberty/Emi Uk, 2006)  6
 Guerilla Tactics (The Twenty First Century Recording Company, 2009) 5,5
 Direct Action (The Twenty First Century Recording Company, 2010) 5
   
 MIKE PETERS 
   
 Breathe (Crai, 1995) 
 Feel Free (Select/Transatlantic Records, 1996) 
 Rise (Eagle Rock Entertainment Limited, 1998) 
 Flesh And Blood (21st Century, 2000) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
The Stand
(live at The Tube, 1983, da Declaration, 1984)
Marching On
(live at The Tube, 1983, da Declaration, 1984)
Sixty Eight Guns
(videoclip, da Declaration, 1984
Where Were You Hiding When The Storm Broke?
(videoclip, da Declaration, 1984
Blaze Of Glory
(videoclip, da Declaration, 1984)
Strength
(videoclip, da Strength, 1985)
Spirit Of '76
(videoclip, da Strength, 1985)
Knife Edge
(live at UCLA Free Concert, da Strength, 1985)
Rain In The Summertime
(videoclip, da Eye Of The Hurricane, 1987)
Hallowed Ground
(videoclip, da Eye Of The Hurricane, 1987)
Sold Me Down The River
(videoclip, da Change, 1989)
A New South Wales
(live, da Change, 1989)
Rockin' In The Free World
(live at Oslo, 1990, da Raw, 1991)
45RPM
(videoclip da In The Poppy Fields, 2004)
Superchannel
(videoclip da Under Attack, 2006)

 

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