Alice In Chains

Alice In Chains

Vivere e morire a Seattle

di Emiliano Merlin

Spesso discontinui, ma molto influenti sulle generazioni successive, gli Alice In Chains sono stati tra i protagonisti del revival "hard-rock" degli anni 90 e una delle colonne del Seattle-sound. Fino al tragico epilogo.
Gli Alice In Chains sono stati, nel ben e nel male, uno dei gruppi più influenti degli anni 90. Hanno creato un sound particolarissimo fatto di chitarre metalliche e melodie vocali alienanti, destinato a essere ripreso da una folta schiera di gruppi e gruppetti degli anni seguenti; ai quali, tutti, mancheranno però alcune doti fondamentali: la sincerità nel mettere in musica malesseri reali e profondi, un gusto compositivo sopraffino come quello di Jerry Cantrell e, soprattutto, una voce unica e indimenticabile come quella di Layne Staley. C'è chi sostiene che gli Alice In Chains siano stati un gruppo abile a cavalcare l'onda della moda grunge, ma chi li ha seguiti e conosciuti sa che non c'è molto di vero in questo, e che il talento della band è stato davvero autentico ed enorme.
Il gruppo si forma a Seattle nel 1987, dalla fusione di due band street-glam metal: gli Alice 'N Chains (sic!) e i Diamond Lie, i primi guidati dal cantante Layne Staley, i secondi dal chitarrista Jerry Cantrell. Quando Staley si unisce al combo di Cantrell, insieme al bassista Mike Starr e al batterista Sean Kinney, la nuova band inizia a sterzare lentamente, evolvendo il proprio suono dal tipico rock di quegli anni verso qualcosa di differente, restando comunque ai margini della "nuova onda" di gruppi che stanno rendendo la scena di Seattle quel marasma di creatività che la porterà all'esplosione su scala mondiale di lì a qualche anno.
Se in quel periodo i Nirvana si muovono su coordinate vicine al punk più metallico, se i Soundgarden viaggiano tra i Black Sabbath e i Led Zeppelin, se i Mudhoney provengono direttamente dall'hardcore, gli Alice In Chains iniziano a creare una forma più legata a certi canoni del metal mainstream, esasperandone i lati più claustrofobici, spesso rallentando il beat, e inasprendola con toni cupissimi, che si rifanno a una certa tradizione dark. Il gruppo modella via via il proprio suono attorno alle doti vocali di mr. Staley, ugola dal timbro più unico che raro e in grado di stupire pur senza avere una estensione fuori dal comune né una tecnica particolarmente curata.

Dopo la registrazione (con tale Rick Parashar) di una lunga serie di demotape dei brani che ne costituiranno l'ossatura, l'esordio discografico avviene nel 1990 con l'album Facelift (già su major, Columbia, a dimostrare l'attenzione con cui l'industria discografica teneva d'occhio la scena del nuovo rock indipendente di Seattle, che sarebbe esplosa l'anno dopo con "Nevermind"). E' un disco non del tutto maturo, che alterna momenti esaltanti ad altri, per lo più nella seconda metà, decisamente superflui quando non al limite dell'imbarazzante; tra questi ultimi, "Put You Down" o la funkeggiante "I Know Something About You", episodi ancora legati a certi cliché del decennio appena conclusosi e fortunatamente destinati a non avere seguito nel futuro. Ma la lista dei brani memorabili è già notevole, a partire dal portentoso uno-due che apre l'album: la potentissima, breve e incisiva "We Die Young" (dal titolo tristemente premonitore) e la sincopata ed epica "Man In The Box". Rock monolitico e schiacciasassi, senza mezzi termini. Le linee guida del sound Alice In Chains sono solo abbozzate, ma già evidenti: la chitarra di Cantrell corposa, rovente e sempre in primo piano, e la voce di Staley (in questo primo disco nel pieno della sua veemenza giovanile, ancora non perfettamente focalizzata in termini di espressività, ma capace di vocalizzi potentissimi) a tracciare allucinate melodie o a urlare esplosioni di rabbia. "I'm a man in the box/ buried in my pit/ won't you come and save me?", è la disperata richiesta d'aiuto di Layne, che dietro alla maschera di maudit cela la sua natura di ragazzo (troppo) sensibile e incapace di adattarsi al mondo - prova ne sia anche il suo atteggiamento una volta sceso dal palco, quando, in aperto contrasto con la cupezza della sua musica, si trasformava in un vero e proprio goliarda (ma un po' tutti e quattro gli elementi del gruppo sono sempre stati animati da una forte vena ironica fuori dalle scene), clown triste di fine secolo. E' in questo periodo, quando il successo investe il gruppo e la pressione sui quattro ragazzi (tutti poco più che ventenni) si fa imponente, che entrano in gioco le droghe pesanti, che lasceranno un segno indelebile sul più emotivamente vulnerabile dei quattro, Staley appunto.
Torniamo alla musica, per citare almeno un altro episodio fondamentale in Facelift : la lunga, onirica, pesantissima "Love, Hate, Love", nella quale, su un tempo davvero prossimo alla stasi, un sinistro arpeggio e un cantato funereo raccontano parole di sconsolazione, solitudine e ira, per esplodere nel finale in un urlo che anziché essere liberatorio implode su sé stesso, lasciando un senso di angoscia mortale. La potenza della voce di Staley è qui impressionante, e l'armonia giocata sui semitoni rende appieno il senso di disperazione; la poetica degli Alice In Chains viene messa a fuoco lucidamente, e si basa in parti uguali sulla funerea cupezza di uno Ian Curtis e sulla rabbiosa potenza dei Black Sabbath; si fondono metal, dark, rock, e una vena malata di pop.
Nonostante i difetti, Facelift ottiene un buon successo e il nome Alice In Chains comincia a essere conosciuto. C'è di che sfruttare l'occasione, e il gruppo sforna nel 1992 un Ep per battere il ferro finchè è caldo; ma anziché dare vita a un lavoro prevedibilmente basato sulla falsariga di quanto appena prodotto, Cantrell e soci optano per una virata a 180 gradi, pubblicando quattro brani acustici, folkeggianti, scarni: Sap coniuga un certo gusto per il grottesco con l'amore per le melodie, e senza potersi definire un capolavoro risulta comunque un dischetto molto godibile, nonostante la sua apparente povertà. L'Ep si apre con "Brother", nenia psichedelica in cui le due voci di Staley e Cantrell (che inizia a sostenere sempre più spesso il vocalist nelle parti cantate, rendendo le armonie vocali un vero e proprio marchio di fabbrica del sound Alice In Chains negli anni a venire) disegnano arabesque orientaleggianti; continua con "Got Me Wrong", sorta di lento funk acustico con ritornello urlato; passa per il divertissement "Right Turn", accreditata a degli improbabili "Alice Mudgarden" dietro ai quali si nascondono i divertiti cammeo vocali di Chris Cornell (Soundgarden) e Mark Arm (Mudhoney) (è impressionante la somiglianza delle voci dei tre cantanti nelle timbriche medio basse!); si chiude con la spettrale "Am I Inside", canto funebre per voce maschile, voce femminile (Ann Wilson, degli Heart) e chitarra arpeggiata.

Intanto il tempo passa, i Nirvana diventano i Nirvana, Seattle è il nuovo fulcro della musica mondiale. E' tempo di raccogliere davvero i frutti di quanto seminato, e gli Alice danno alla luce il loro capolavoro, invero di una cupezza e angoscia tali che solo l'hype di quegli anni ha potuto renderlo un successo da milioni di copie vendute. Si fa appena in tempo a premere play che, senza dare lo spazio di un respiro, un muro di chitarre e un urlo angosciato si abbattono sui timpani; Dirt (1992) si apre così, afferrando l'ascoltatore per la gola e scaraventandolo in un abisso di decadente, morbosa metallicità, di inaudita violenza psicologica e sonora, si apre con un inno sofferente e sconvolto che si chiama "Them Bones", 2 minuti e 30 secondi di lucida disperazione. Chitarre enormi e roventi come raramente si sono sentite e si sentiranno (complice la perfetta produzione di Toby Wright, perfettamente equilibrata tra pulizia sonora e potenza), tempo dispari in 7/8, e soprattutto una voce che è sempre più l'urlo di una generazione disperata, il canto di un uomo abbandonato in balia dei suoi fantasmi divenuti realtà: "I believe them bones are me" attacca Staley con il suo canto nasale e luciferino, di nuovo (come in molte altre canzoni del disco) combinato con quello, molto più tradizionale, di Cantrell, a dare vita a intrecci vocali che potebbero essere stati concepiti da dei Beatles depressi ed eroinomani.
Dirt non dà tregua. Appena chiusa, in modo improvviso, quasi a ripiegarsi su sè stessa, la prima traccia, esplode subito il rock quadrato e violento di "Dam That River", brano perfetto per la dimensione live ma che anche sul disco ottiene un effetto devastante grazie alla superba interpretazione vocale. E subito dopo è la volta di "Rain When I Die", trip psycho-stoner di oltre 6 minuti in tempo di 6/4, ancora una volta con uno Staley al vertice della sua espressività e potenza vocale. La quarta traccia, "Sickman", toglie definitivamente ogni dubbio; a una strofa percussiva, veloce, violenta, con un canto sguaiato e urlato, contrappone un ritornello al limite della morbosità concepibile, figliastro illegittimo di quella "Love, Hate, Love" di cui sopra: rallentato all'inverosimile, basato su un arpeggio dissonante e distorto e cullato da una voce che intona una nenia buia ("I can see the end is getting near/... ah, what's the difference, I'll die in this sick world of mine"). Non c'è speranza di redenzione, quello che seguirà è solo lo sviluppo di quanto già contenuto in nuce in queste tracce iniziali.
"Rooster", brano dedicato da Cantrell al padre e alla sua esperienza in Vietnam, è un'insperata e improvvisa oasi di pace, almeno per i primi minuti. Il dolce arpeggio chitarristico quasi non fa accorgere dell'efferatezza del testo ("ain't found a way to kill me yet... seems every path leeds me to nowhere"), fino all'esplosione sonora del ritornello dove il canto di Staley impressiona nuovamente per potenza e passionalità. Di qui in poi è una vera e propria discesa nel baratro: i cinque brani successivi tracciano l'ideale percorso verso il punto di non ritorno che una mente e un corpo possono percorrere se sconvolti dalla droga, demone di Staley che in essa trova rifugio dal mondo e contemporaneamente nuovo e sempre più irreversibile dolore. "Junkhead" ("testa di tossico") descrive la fase iniziale della caduta, si giostra su un riff sbilenco e pesante, inframmezzato da un ritornello tra i più melodici e potenti del disco, e Layne intona la propria ode all'abuso di velvettiana memoria ("if you let yourself go and opened your mind I bet you'd be using like me, and it ain't so bad"). Segue "Dirt", la title track, che si basa su un lentissimo riff dal gusto arabeggiante: l'euforia è stata un attimo di respiro, è già scomparsa, subentra l'angoscia ("I want you to kill me and dig me under, I wanna live no more"). "Godsmack", interlocutoria dal punto di vista della sequenza concettuale, è invece molto interessante musicalmente, più veloce e "rock" rispetto ai brani che la circondano, e resa unica da un'interpretazione vocale da brivido che rende alla perfezione le sensazioni del tossico in crisi, con tanto di tremore vocale e delirio conseguente. Preceduto da un breve intermezzo strumentale, demonizzato dalla mefistofelica risata di un Tom Araya in prestito dagli Slayer, arriva poi "Hate To Feel", un blues distorto e feroce, sgocciolante acidità, con un bellissimo assolo hendrixiano di un Cantrell ormai definitivamente maturato sulla sua chitarra. Infine "Angry Chair", capolavoro della paranoia in musica, una strofa che fa dell'apatia la sua arma per sconvolgere quel che resta della lucidità mentale dell'ascoltatore, abbattendolo con la sua melodia monocorde, un cantato ipnotico arricchito con delay ed effetti a renderlo ancora più impressionante, e un ritornello falsamente consolante che in realtà canta la resa finale all'ineluttabile rovina.

Resta lo spazio per un'altra oasi di melodia, per certi versi il vertice assoluto del disco, un canto di morte e abbandono che, pur non essendo direttamente legato al "concept" appena chiuso, ne è l'ideale ultimo atto. E' "Down In A Hole", ballata apocalittica dove l'intreccio tra le due voci di Cantrell e Staley raggiunge l'apice del pathos: "Bury me softly in this womb" è la preghiera iniziale, "I've eaten the sun and my tongue has been burnt of the taste" è l'ammissione di colpa di un uomo desolato davanti al proprio destino. Cinque minuti di melodie dolcissime e muri di chitarre: un capolavoro. Il disco potrebbe chiudersi qui, ma in coda gli Alice hanno voluto mettere un brano di composizione anteriore a quella di tutti gli altri, già noto al pubblico perché usato nella colonna sonora del film "Singles" di Crowe uscito l'anno precedente, e dal sicuro impatto melodico; "Would?" è la chiosa al disfacimento precendente, la definitiva dichiarazione di resa anche laddove ci fosse volontà di riscatto, perché la solitudine impedisce la guarigione ("If I would, could you?").

Dirt vende milioni di copie e gli Alice In Chains diventano delle superstar; la partecipazione al Lollapalooza del 1994 li premia anche nella dimensione live, dove a scapito della precisione e della cura del suono che si respira sui lavori di studio hanno la meglio la potenza e l'irruenza del quartetto. Scrivono due brani per la colonna sonora del film "Last Action Hero", e sono due canzoni strepitose: "What The Hell Have I?" è una "Dirt" (la canzone) accelerata che sfocia in un ritornello dai toni epici, "A Little Bitter" anticipa decisamente quelle che di lì a qualche anno saranno le sonorità tipiche del cosiddetto "nu-metal". Cambiano anche bassista, sostituendo Mike Starr con Mike Inez, già nella band di Ozzy Osbourne.
Le sorprese non sono finite, e il successore di Dirt è, nel 1994, un altro Ep semiacustico; stavolta, però, agli antipodi della sobrietà di Sap . Il sound è zeppo di arrangiamenti quasi barocchi, sovraincisioni vocali e di chitarre, archi e percussioni. Si intitola Jar Of Flies ed è, forse, il miglior disco del quartetto, anche se lontano anni luce dalla dimensione più congeniale al gruppo, quella del muro di chitarre distorte. Sette tracce molte delle quali di ineguagliata brillantezza, dal blues malato dell'opener "Rotten Apple", bellissima nel suo indolente incedere onirico, all'intimismo acustico del capolavoro "Nutshell" (quattro minuti di pura poesia musicale, un giro in tre battute composto unicamente di due accordi - mi minore e do, un assolo memorabile nel finale, e un testo da brividi: "My gift of self is praved/ My privacy is raped/ And yet I find repeating in my head/ if I can't be my own I'd feel better dead"), dall'epica e fiabesca "I Stay Away", vagamente reminiscente di certe sonorità prog, al perfetto pop decadente di "No Excuses", dalla malinconia country sfociante nel gospel di "Don't Follow" alla divertita "Swing On This" (unico episodio forse inutile del lavoro), con in più un ricamo strumentale ("Whale & Wasp") in cui le chitarre di Cantrell sembrano dipingere un tramonto. Il marchio di fabbrica è sempre di più la tecnica di "sedimentazione" di più incisioni vocali, a volte divise tra Staley e Cantrell ("No Excuses"), sempre più spesso opera del solo Layne, che sovraincide su intervalli sovente inusuali tre-quattro tracce di canto, rendendo inconfondibile il sound d'insieme. In questo modo è molto più difficile far valere le proprie doti intepretative (che comunque sono evidenti nei brani meno elaborati in tal senso, come "Nutshell" o il finale di "Don't Follow"), ma l'effetto di alienazione e stordimento è estremizzato alle massime conseguenze, e su brani costruiti su armonie e arrangiamenti abbastanza convenzionali il risultato è quantomeno inusuale. Le voci sovraincise di Staley sono le voci di tre, cento, mille uomini tutti uguali e arresisi alle proprie paure, un gospel di fine millennio; è un disperato canto di schiavi moderni.

A questo punto, i problemi con la tossicodipendenza del vocalist divengono davvero gravi, e il gruppo subisce una prima, pesante battuta d'arresto. Voci insistenti li danno per spacciati, sebbene sia proprio lo stesso Staley a rifarsi vivo per primo col side project Mad Season (a cui partecipano Mike McCready dei Pearl Jam, Barret Martin e Mark Lanegan degli Screaming Trees, e il bassista J.B.Saunders, unico musicista non di Seattle), col quale tiene alcuni concerti e pubblica un intenso e bellissimo unico album di blues acido e psichedelico, "Above".

Ma proprio quando l'ipotesi di scioglimento sembra prendere decisamente piede, nel 1995 esce a sorpresa il terzo lavoro di lunga durata del gruppo, intitolato semplicemente Alice In Chains , ma noto anche come "Tripod" per la foto di copertina che riporta un cane a tre zampe. E' un disco claustrofobico, sperimentale (nella scrittura più che nei suoni, vicini invece al classico muro chitarristico del gruppo ma in generale con minor impatto rispetto a Dirt, soprattutto nel missaggio dei suoni di batteria), se possibile ancora più cupo del predecessore. Viene abbandonato qualsiasi rimasuglio di riferimenti al blues, e si avvicinano invece influenze "post", anche se è sempre l'hard-rock a farla da padrone. Se musicalmente l'album è leggermente inferiore alle attese, pur non mancando alcuni brani di ottimo livello (l'opener "Grind", ancora una volta giocata sui toni epici cari al gruppo; la ballata elettrica "Shame In You", forte di un emozionante giro melodico e di piacevoli invenzioni chitarristiche di Cantrell; "Sludge Factory", granitica e subito classica; la lunga "Frogs", con una interminabile, caracollante coda psichedelica, il singolo "Again" e la sbilenca "God Am"), e se a livello vocale l'interpretazione di Staley non può più dirsi all'altezza del passato (l'affaticamento è evidente, ed è solo parzialmente mascherato dal solito mare di sovraincisioni vocali - invero ancora molto suggestive, stranianti e particolari, ma sempre più un palliativo per sopperire alle difficoltà di reggere melodie impegnative), sono i testi questa volta a brillare di luce propria: la maturazione compositiva di Staley è completa e lo rende capace di versi in cui, senza abbandonare rime e metrica, concetti e vocaboli raggiungono profondità notevolissime, tra sconsolate imprecazioni ("Dear god, how have you been, then? I'm not fine, fuck pretending/ all of this death you're sending/ best throw some free heart mending/ Invite you in my heart, then/ when done, my sins forgiven?/ This god of mine relaxes/ world dies I still pay taxes" - "God Am") e riflessioni amare sulla propria solitudine ("What does friend mean to you?/ a word so wrongfully abused/ are you like me, confused? All included but you alone" - "Frogs"). Cerca poi di farsi largo anche Jerry Cantrell, che canta interamente un pezzo (l'inutile "Heaven Beside You") e regge le parti vocali principali di altri due ("Grind" e la conclusive "Over Now"); la differenza di carisma è però impietosa con il chitarrista, e prova ne saranno i suoi due lavori solisti usciti qualche anno dopo, che nonostante alcune buoni intuizioni musicali - seppur debitrici di un sound d'insieme ormai piuttosto datato - mostreranno la corda proprio sulle interpretazioni vocali, rendendo i due album pressoché inutili.

La storia musicale degli Alice In Chains si conclude qui. Resta lo spazio per qualche ultima, sempre più rara esibizione live (da ricordare quella di spalla ai riuniti Kiss nel 1996, con uno Staley fantasma di sé stesso avviluppato da un pesante completo nero e con guanti da motociclista, aggrappato all'asta del microfono, eppure vocalmente all'altezza delle attese), la registrazione di uno spettacolo acustico per Mtv, che verrà anche pubblicato come album ( Unplugged ; amato da molti, e in effetti di alto livello comunicativo, aggiunge comunque poco a quanto già detto dalla band, se non il fatto di registrare una delle ultime esibizioni di Layne Staley, che, seppur debole ed evidentemente non più completamente padrone di sé, riesce ancora a emozionare), qualche raccolta con un paio di inediti, molte interviste (tra cui una celeberrima rilasciata da Layne a Rolling Stone nella quale il cantante si confessa sulla sua ormai inguaribile dipendenza).

Dopo sei anni di voci sul suo stato di salute, Layne Staley viene trovato morto per overdose nella sua casa di Seattle il 19 aprile 2002. Vegetava da mesi in completa solitudine. Il suo corpo viene scoperto a circa venti giorni dal decesso. Un'uscita di scena triste e misera, lontana dalla platealità dell'ultimo disperato gesto dell'altra (e più conosciuta) icona di Seattle, conclusione amaramente già scritta di una vita disperata e (troppo) sincera.

Se da sempre sono ritenuti inimmaginabili i Pearl Jam senza la presenza istrionica di Eddie Vedder, o i Soundgarden senza la voce di Chris Cornell, gli Alice In Chains dimostrano oggi di poter degnamente sopravvivere anche privi dell'icona luciferina Layne Staley, grazie al privilegio di poter schierare nella propria formazione un altro fuoriclasse del calibro di Jerry Cantrell, il principale compositore del gruppo, oltre che abile cantante e chitarrista.
La band torna così in scena a 14 anni dall'ultimo lavoro in studio. Riprendendo il proprio percorso esattamente dove era stato interrotto, con gli stessi sapori e umori, come se il tempo si fosse fermato. E lo prosegue egregiamente, con la conferma alla sezione ritmica di Sean Kinney (batteria) e Mike Inez (basso), e con l'impalpabile new entry di William DuWall.
Black Gives Way To Blue (2009) è un nuovo inizio sul quale già dalle prime note dell'iniziale "All Secrets Known" aleggia lo spirito di Layne Staley, tanto da sembrare lui a cantarne l'incipit.
Se siete fra coloro che hanno scoperto e apprezzato gli Alice In Chains soltanto con il celeberrimo Unplugged, qui ci sarà di che abbeverarsi nella cristalline acque di "Your Decision", di "When The Sun Rose Again" e soprattutto della conclusiva title track, che vede ospite d'onore al piano Sir Elton John. Se in "Check My Brain" cercano di fare i ruffiani attraverso un ritornello smaccatamente pop, altrove le atmosfere sono più lente e cupe (in "Acid Bubble") o tendenti al metal ("A Looking In View", "Last Of My Kind"). Risultati apprezzabili si ottengono nelle vie di mezzo, ben rappresentate dal fruibile trittico "Lesson Learned" - "Take Her Out" - "Private Hell".
In questi 54 minuti, che scorrono via senza troppi sussulti, si conferma in linea di massima il mood che li rese famosi, evitando improvvisi cambi di rotta ma dilungandosi un po' troppo.

Contributi di Claudio Lancia ("Black Gives Way To Blue")

Alice In Chains

Vivere e morire a Seattle

di Emiliano Merlin

Spesso discontinui, ma molto influenti sulle generazioni successive, gli Alice In Chains sono stati tra i protagonisti del revival "hard-rock" degli anni 90 e una delle colonne del Seattle-sound. Fino al tragico epilogo.
Alice In Chains
Discografia
 Facelift (Columbia, 1990)

6

 Sap (Columbia, 1992)

6

Dirt (Columbia, 1992)

8

Jar Of Flies (Columbia, 1994)

8

 Alice In Chains (Columbia, 1995)

7

 Unplugged (Columbia, 1996)

7

 Black Gives Way To Blue (Virgin, 2009) 

6,5

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

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Black Gives Way To Blue

(2009 - Virgin)
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