Siamo nei cosiddetti anni zero. Lo zoo è vuoto, gli animali sono scappati, la musica è diventato un affare da intellettuali. I mali della cultura dilagante hanno spento quella scintilla in nome della lucidità di giudizio e della veridicità storica.
Il rock è la musica dei "giovani" e i "giovani" sono una categoria commerciale. Business, marketing, salame sugli occhi. Indubbiamente una delle migliori operazioni mai tentate sul campo in quanto anziché svecchiare un prodotto si è creata dal nulla una nuova categoria. Ma oggi la magagna si è scoperta e il giocattolo s'è rotto.
La musica rock si potrebbe definire in tanti modi. Al momento della sua origine, circa alla metà degli anni 50, non sarebbe stato stupido intenderla come musica popolare d'avanguardia, che poi l'avanguardia sta tutta nella strepitosa operazione di marketing che dicevamo, dacché musicalmente non è nemmeno tutta sta novità potendosene facilmente rintracciare molti germi nella musica popolare statunitense della prima metà del secolo, che torna prepotentemente alla ribalta nel nuovo millennio, col trucco rifatto e il nome "prewar folk".
Ma dicevamo poc'anzi che per via della cultura musicale dilagante dalla fine degli anni 90, figlia dell'anarchismo informatico, il giocattolo si rompe e si rompe perché, una volta capito il meccanismo, a qualcuno viene in mente che la musica rock doveva essere un affare svincolato dal commercio e "puro" in un qualche senso possibile. C'erano già state avvisaglie forti di questo ingenuo "sentire rockista" concretizzatesi negli anni 90 durante i quali il lo-fi necessario degli anni 80 diventa virtuoso per via di un'opera di propaganda culturale o forse di un'allucinazione collettiva.
Ma la purezza non può stare solo nella bassa fedeltà e nell'estraneità (talvolta addirittura nell'ostilità) verso i canali del music biz. Un'altra via percorribile è quella della ricerca delle radici, tanto che non stupisce che persino nella metropolitanissima New York sia tutto un diffondersi a macchia d'olio di gruppi "roots oriented": dalla rugginosa scena garage-blues fino alla sperimentazione folk dei Jackie-O-Motherfucker o prima ancora al post-rock bucolico dei Rex e tutto questo tacendo dell'importante scena acid-folk degli anni 60 e i ciclici movimenti anti-folk che ne emersero allora e sempre. Dopo tutto anche Harry Smith era, bene o male, un newyorkese.
Tra tutti questi gruppi ve ne fu uno che alla metà degli anni 60 ottenne incredibilmente un contratto per un disco che venne subito, nel 1966, definito come il peggiore di tutti i tempi. Si chiamava "Contact High With The Godz" e questi ultimi cercarono di esaltare l'istinto della materia rock (e di questo in fondo si trattava: sesso, droga, insomma ci siamo capiti) in una maniera inedita per i tempi: evitando accuratamente di studiare la musica e gli strumenti.
Forse non è altro che l'ennesimo tentativo puerile e sconclusionato per giungere a una qualche forma di purezza primordiale, ma fatto sta che oggi gli Animal Collective (che pure gli strumenti li sanno suonare) rappresentano un tentativo analogo a quello dei Godz, ma figlio dei propri tempi, e l'attualità sta già nella scelta programmatica del nome: se anche la musica prewar era in realtà regolata da forti logiche commerciali, e lo era più di adesso, rimandare all'animale-uomo se non direttamente all'animale tout court poteva essere l'escamotage vincente.
"La nostra musica ha uno spirito vitalistico, quello che l'America ha ormai smarrito. Ci piace Walt Whitman, vogliamo farci crescere la barba come lui. [...] Nel prossimo disco faremo musica elettronica come le foreste dell'America". Con queste parole, rilasciate a Blow-Up nell'ottobre del 2003, il collettivo fornisce un'ottima e già esaustiva presentazione della propria musica nonché una chiarissima dichiarazione d'intenti relativa a quel vitalismo che spunta da più parti in tanti suoni d'inizio secolo, dai Microphones al Jewelled Antler Collective, fino alla No Neck Blues Band e ai nuovi primitivisti noise del nord est tra i quali l'Animal Collective si potrebbe neanche troppo arditamente collocare.
La storia del collettivo nasce però in provincia e precisamente nella contea di Baltymore, nelle campagne del Maryland, dove è facile immaginare David Portner (Avey Tare) e Noah Lennox (Panda Bear) impegnati in lunghe gite tra i boschi e le distese di prati alla ricerca del midollo della vita o anche solo di un posto tranquillo per sballarsi con l'acido senza poi che le due cose siano necessariamente incompatibili.
I ragazzi vivono nella tranquilla provincia di Baltimore e sono sostanzialmente estranei alla scena musicale cittadina che vede proliferare una serie di rock band piuttosto tradizionali. Fin dalla prima adolescenza Noah decide di provare a far musica insieme all'amico Josh (che rivedremo nel collettivo con lo pseudonimo di Conrad Deakin) e i due producono anche una cassetta con la foto di un gruppo di panda in copertina.
Da qui il nomignolo di Noah Lennox che sarà anche il primo membro del collettivo a pubblicare un album "serio" per la carbonara Soccer Star Records del 1999. Il disco, omonimo e ormai introvabile, si muove nella direzione di un cantautorato folktronico come un Barrett oppiaceo in punta d'elettronica, salvo qualche sprazzo di vitalità tropicalista che in parte riecheggerà nel successivo progetto a quattro mani con l'amico David Portner ribattezzatosi Avey Tare.
Spirit They're Gone, Spirit They're Vanished (2000) è il disco autoprodotto in cui il Panda suona la batteria, mentre Avey Tare si occupa di piano, chitarra, laptop e canto.
L'iniziale "Spirit, They're Vanished" rimanda subito a dei Flaming Lips affogati in un oceano lisergico di bleep e oscillatori in libera uscita, mentre Portner intona una di quelle nenie destinate a diventare marchio di fabbrica dei ragazzi del Maryland. L'immersione nel mondo fantastico dell'Animal Collective è garantita dalla successiva "April And The Phantom", introdotta da uno sbilenchissimo carillon elettronico che sfocia in una sorta di bossa nova lisergica meno demenziale degli Os Mutantes, ma anche più infantile. Il disco prosegue caratterizzato per lo più da lunghe composizioni melodiche tra Barrett e il Bowie che viveva su marte, reiterate ad arte per generare nell'ascoltatore uno stato di trance beata dovuta, per una volta, più alla melassa psichedelica (Avey Tare è un autentico Deadhead, un fan dei Grateful Dead) che non alle ripetizioni ossessive della techno o alla matematica precisione compositiva delle partiture minimaliste. Il perfetto compromesso tra melodismo classico ed estasi sballata è il punto di maggiore originalità di un disco all'epoca notato dai soliti pochi, ma oggi riscoperto e da alcuni ritenuto già un vertice per la compagine animalesca del Maryland.
Questa musica è figlia della medio-alta borghesia americana, della loro serena infanzia in compagnia della televisione e con un immaginario veicolato ad arte da personaggi come il geniale inventore del Muppet Show Jim Henson, guarda caso implicato anche nella riuscitissima serie per bambini "Bear in the big blue house", show di pupazzoni pelosi di grande successo negli States, nonché location ideale e iconografica dei prodotti targati Animal Collective. Il rapporto con l'infanzia è un tema cruciale di questa musica prodotta da ragazzi che al liceo preferivano identificarsi in fantomatici "guerrieri psichedelici" piuttosto che indulgere in serate d'alcolismo brado come spesso succede nella provincia più profonda. I passatempi preferiti di Avey Tare, Panda Bear e degli altri sono i film dell'orrore, da visionare inderogabilmente nella soffitta polverosa di casa Portner, con a seguire lunghe scampagnate notturne nei boschetti di Baltimore, come in un romanzo di Stephen King. Il vitalismo cui si accennava è in realtà già presente in embrione della terza traccia senza nome di Spirit, They're Gone..., un lancinante urlo elettronico liberatorio, lontano dalla lievità del resto dell'album, e sarà destinato a marchiare a fuoco il sound della band in futuro.
A questo punto l'etichetta Catsup Plate di Rob Carmichael comincia a distribuire le pubblicazioni dei nostri, conosciuti a un concerto, e che nel successivo Danse Manatee del 2001 diventano ufficialmente un trio con l'ingresso di Brian Waltz, aka The Geologist, che qui si occupa delle tastiere anche se, in questo disco più che mai, è lecito immaginare che ognuno suoni e improvvisi con quello che gli capita sottomano al momento.
Danse Manatee, infatti, ha subito il mood dell'orgia strumentale anarchica in punta di piedi. Le canzoni vere e proprie sono poche e tra queste è doveroso segnalare "Essplode" che suona come i Flaming Lips dei primi 90, solo completamente senza nerbo. Suoni elettronici pungenti e coloratissimi crescendo strumentali arricchiti da voci febbrili e fantasmatiche stavolta la fanno da padrone, lasciando in alcuni casi l'impressione dello scazzo fine a se stesso, con annessa presa per i fondelli dell'ascoltatore. Questo almeno a una prima impressione, e non stupisce comunque che di solito Danse Manatee venga indicato come il lavoro peggiore del collettivo e significativamente sia stato ristampato dalla trendissima Fat Cat nel 2003 insieme al più apprezzato predecessore.
Questo è certamente un lavoro di transizione ancora molto sfocato e altrettanto acerbo, ma non privo di fascino. L'ambientazione è sempre più carrolliana e sembra, ascoltandolo, di sentirsi osservati dagli occhi indiscreti dello stregatto del Paese delle Meraviglie. Il tono generale è certamente più cupo rispetto al primo disco e diversi brani sono autentiche demenze da asilo d'infanzia per bambini disturbati, laddove in Spirit, They're Gone... l'infantilismo era di certo più solare e vicino alla maniera in cui lo stesso tema verrà trattato di lì a poco dagli esponenti della rinata corrente prewar, pronti a lanciarsi sul panorama underground statunitense.
Portner si trasferisce nella Grande Mela (seguendo l'identico percorso degli Half Japanese, altra gente che di primitivismo se ne intendeva) per seguire l'università ma nel giro di pochi mesi diventa chiaro che, più che gli studi, a interessarlo è la musica e lo scrivere canzoni in particolare cosicché, approfittando della fugace relazione del Panda con una ragazza di New York coinvolge l'amico nella realizzazione di un album che avrebbe finalmente dovuto suonare "solido" e costituire un cambio di rotta per i musicisti. Ma prima di arrivare a quello che si rivelerà il parto discografico cruciale del gruppo i tre animaletti decidono di cambiare ragione sociale per l'ennesima volta e di registrare un introspettivo disco di Campfire Songs.
Le canzoni da campeggio sono l'equivalente semantico americano del nostranissimo "un falò, uno spinello, un battisti" e di norma l'ambientazione privilegiata è (ancora una volta) quella dei boschi, durante la notte, magari davanti alla brace ad arrostire i marshmallows (fortunatamente la cucina americana non ha equivalenti in quella italiana). L'immagine nel suo complesso è un caposaldo della cultura statunitense e le campfire songs sono state oggetto di omaggi a partire anche da musicisti abbastanza insospettabili come Michelle Shocked e i 10.000 Maniacs, anche se nel caso dei Campfire Songs l'ispirazione sembra provenire più dalle personalissime campfire songs dei Supreme Dicks di "The Unexamined Life" o dalla psichedelia malinconica dei primi Bugskull.
Il disco (Catsup Plate 2003) è sostanzialmente una lunga, lagnosissima, suite, suddivisa in cinque parti. E' interamente acustica e suonata all'aperto con tanto di concretismi involontari. L'iniziale "Queen In My Pictures" introduce in questo sfasatissimo universo bucolico con un lento e antichissimo madrigale disfatto nell'acido, cui segue la più movimentata "Doggy" che si perde in un mare di echi e percussioni trovate. "Two Corvettes" è il brano più malinconico del disco e segue un infinito ritornello di banjo con mandolino e arpa sullo sfondo (o almeno questa è l'impressione), le voci, sempre sul filo della stonatura, riportano a una mitologia hippie ormai cristallizzata e persa per sempre nella sua ricongiunzione con le stesse radici americane da cui era sorta. "Moo Rah Rah Rain" è una lunga escursione in pieno territorio pellerossa con lenti crescendo tipici di tanto suono weird-folk degli stessi anni, in primis il rinnovato acusticismo dello sperimentatore minimalista Richard Youngs per arrivare a quella "De Soto De Son" che chiude l'album con una melodia tra le più intellegibili del lotto, vicina a quella tradizione folk da cui gli Animal Collective si dichiarano estranei, essendo loro intenzione quella di andare ancora più indietro all'essenza primordiale e vitalistica della musica.
L'ossessione per queste tematiche è puntualmente confermata in concerti in cui l'improvvisazione brada è un punto fermo per i musicisti, che suonano travestiti da animali di pezza e anche dall'immaginario evocato, sicuramente figlio dell'appassionata lettura di scrittori, saggisti e poeti statunitensi dell'800 come Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman, nei quali l'esaltazione per il vitalismo della natura finisce per costituire uno dei cardini assoluti dello stile di vita della nuova America puritana, con tanto di annessi risvolti al limite del macabro o comunque del fiabesco, e qui anche le influenze di Nathaniel Hawthorne e del già citato Lewis Carroll hanno probabilmente svolto un ruolo di primo piano.
Here Comes The Indian (Pawtracks 2003) è il disco che dà la fama internazionale agli Animal Collective, che finalmente si "firmano" a nome del collettivo (questa volta è della partita anche Conrad Deakin). Anticipato da un vivace passaparola su internet e reclamizzato grazie alla tournée di spalla ai lanciatissimi Black Dice di "Beaches and Canyons", Here Comes The Indian è sicuramente una delle uscite più interessanti dell'anno e diventa subito un nuovo classico dell'outsider music. Infatti, nonostante le frequentazioni trendy (Black Dice e buona parte della scena neo-rumorista newyorkese) e una certa comunanza d'intenti col prewar folk, musicalmente il collettivo si lancia nel limbo dei freak del sottobosco rock statunitense, riecheggiando gruppi come i Godz, i Caroliner, gli Amon Duul I, i Red Krayola e più di tutti i Cromagnon, autori nel 1969 del misconosciuto culto underground "Orgasm", in cui una comune hippie in preda al delirio lisergico proponeva una musica percussiva, perversa e anticipatrice (chiedere a David Tibet).
Il disco si apre con i ronzii eletronici di "Native Belle", che pian piano si trasforma in una distortissima cantilena degna dei Residents, per di più immersa in una viscosa melma elettronica sostenuta da tribalismi altalenanti con un suono invero molto più "pieno" e compiuto che nelle opere precedenti. L'album questa volta si muove con maggiore decisione verso tradizioni musicali più primitive e incontaminate come quella percussiva africana o anche la musica dei nativi americani omaggiati esplicitamente nel pow wow rumorista di "Hey Light". La successiva "Infant Dressing Table" è l'ennesimo tributo all'infanzia, questa volta sotto forma di ninna nanna sballata e iperdistorta nello stile dei primissimi Mercury Rev, con in più la narcolessia dei Bugskull, richiamati anche nella conclusiva "Too Soon", sorta di ode hippie fuori tempo massimo con tappeto di palline da ping pong. Nella parte centrale emerge spaventosa la forza della natura che si manifesta in tutta la sua terribile foga ("Panic") per poi ripiegarsi in disperati ululati notturni ("Slippi") all'interno di saturissime strutture post-kraute.
Album gigantesco e incompromissorio, rivaleggia col titanico "Mount Eerie" dei Microphones nel rilanciare il concept-album nel nuovo secolo e si aggiudica (meritate) menzioni nelle playlist di quasi tutte le riviste specializzate e dei siti web più attenti.
La band è sempre più chiacchierata e non certo perché sia di stanza a New York, cosa che nello stesso periodo non tutti possono dire con certezza...
Avey Tare ha anche l'onore di realizzare uno split single con David Grubbs, guru dell'avant rock anni 90, in una sorta di simbolica investitura propiziatoria.
Per il capitolo seguente della saga Avey Tare e Panda Bear tornano a essere gli unici titolari del marchio Animal Collective e si concentrano su di un songwriting più tradizionale, forti di un nuovo sound più maturo e variopinto. Sung Tongs (Fat Cat 2004) suona, per ammissione stessa degli autori attinta dalle note di copertina, come "un disco di canzoni sul ritornare in una vecchia casa, standosene a far nulla con gli amici o a fare musica con le ossa". Per temi, melodie e atmosfera pacata l'album si rimette sui binari dell'esordio Spirit, They're Gone, Spirit, They're Vanished, aggiustando il tiro verso maggiore varietà e concisione. Nell'anno in cui vede finalmente la luce "Smile" di Brian Wilson, gli Animal Collective realizzano una raccolta di canzoni che ripristina il primato della voce in musica, dai palleggiamenti vocali di "Leaf House", al sapore antichissimo del singolo "Who Could Win A Rabbit", capace di smuovere anche un drogato di valium con la sua ebbrezza, fino all'omaggio spudorato, proprio ai Beach Boys, di "College", che nel suo unico verso "You don't have to go to college" riassume un po' la poetica della naturalezza al di fuori di schemi decisi da altri, che è propria di questo gruppo. Sempre in linea con gli esordi sono le atmosfere fiabesche di "The Softest Voice" e "Mouth Wooed Her", rese al meglio con leziosi arpeggi d'acustica e il siparietto brasilero di "Street Road". All'immediato predecessore invece si rifanno la lunghissima "Visitings Friends", mantra acustico per crescendo di chitarre e voci filtrate, e la percussiva "We Tigers", brada invettiva kraut-folk appena addomesticata con quella dose di melodia che mancava a Here Comes The Indian. A chiudere il cerchio ci pensano la pop-song "Kids On Holiday", che potrebbe preludere con la sua melodia semplice e il tappeto ritmico ossessivo a un avvicinamento del collettivo alle zone alte delle classifiche indie, la conclusiva, sbilenca e singhiozzante, "Whaddit I Done" e la bellissima "Winter's Love", gioioso lamento sentimentale suonato con legni e corde a inneggiare alla vita e all'amore e a tutto quello che di bello c'è tra l'estatsi e la malinconia.
Dopo un altro bersaglio pienamente centrato non si ferma il lavoro degli indomiti animaletti in un 2004 che riesce ancora a vedere l'esordio discografico dei Terrestial Tones, side project rumorista di Dave Portner con Eric Copeland dei Black Dice, nonché il secondo disco solista di Noah Lennox/Panda Bear, intitolato "Young Prayer" e registrato a casa del vecchio amico e compagno di collettivo Conrad Deakin. Il disco è un tributo sincero al padre di Lennox, recentemente scomparso, che si concretizza in una serie di (s)ballate scarnissime per (quasi) sole chitarra e voce, spesso senza liriche. Pur senza essere una pietra miliare "Young Prayer" è un disco toccante e sentito che getta anche nuova luce sull'anima più intimista e melodica degli Animal Collective, una delle poche band in circolazione capace ancora di parlare sensatamente la lingua del rock primitivista e che, senza nemmeno disdegnare episodi marcatamente pop, rappresenta per il momento un faro di creatività, questa volta sì, realmente puro e incontaminato.
Nel 2005 è la volta di Feels, album che diviene in breve tempo un nuovo manifesto della band. Gran parte della critica grida al nuovo disco imprescindibile in nome della svolta pop che si sarebbe, questa volta, compiuta definitivamente. C’è però da andarci coi piedi di piombo poiché il disco, comunque buono, presenta anche più di un’avvisaglia di un possibile calo qualitativo che dopo un lustro di produzioni impeccabili o quasi, pare essere di lì a venire. Le iniziali “Did you see the words” e soprattutto l’ottima “Grass” parlano la lingua dei Flaming Lips più cadenzati e squisitamente pop, solo che il tutto è immerso nell’ormai consueta melassa elettronica e in un clima festoso da giardino d’infanzia. Il gioco però comincia a farsi maniera a partire dalla successiva “Flesh Canoe”, accorata invocazione lisergica sempre sommersa nelle dilatazioni sonore che permeano l’intero lavoro, e questo non è che il primo episodio in cui le linee vocali accompagnano queste sinfonie di bucolici rumorismi stratificati, non troppo lontani dallo shoegazer inglese dei primi 90.
“Bees” si lascia cullare solo da morbidissimi echi di arpa e pianoforte ma nel contempo apre pericolosamente le porte alla new age, come la successiva “Banshee Beat” che però piazza anche qualche drum machines salvifica e indovina una delle migliori melodie del disco. “Loch Raven” sembra poi la versione “buona” degli ultimi Liars con le fate al posto delle streghe, mentre il disco si risolleva dal torpore grazie alla conclusiva “Turn Into Something”, la più percussiva del lotto, che può apparire quale variante pop del suono del capolavoro Here Comes The Indian.
Il rischio manierista è dunque davvero dietro l’angolo, a essere buoni, ma lo status di leader del nuovo pop elettronico barrettiano e sognante del dopo-2000 agli Animal Collective, probabilmente, non lo toglierà nessuno.
Il 2007 è segnato dall'incursione solista di Panda Bear, che apre nuovi orizzonti all'intero ensemble e alla scena di cui è ormai leader.
In Person Pitch (2007) te li vedi davanti al naso, questi hippie beati che battono le mani e cantano all’unisono indirizzando una preghiera e un sorriso al sole nascente. Il direttore dell’orchestra, il testa di panda, l’officiante, canta. E non si può restare indifferenti alla melodia: svolazza tra riverberi, rumori d’ambiente e dettagli acustici. E intanto gli hippie raddoppiano la battuta e terminano il rito con un gran crescendo. E poi si parte, con Panda Bear che continua a officiare la Celebrazione della Melodia su una base che non è quasi mai sezione ritmica tout court ma più volentieri un intrico di voci e strumenti (chitarre, percussioni, voci filtrate e poco altro) pressate le une sugli altri, ostinate e ossessive.
C’entra qualcosa Brian Wilson, nella vocalità e nel modo di portare le melodie. Ma c’è anche una logica di composizione modernissima, secondo la quale la canzone sta tutta nel canto, mentre gli strumenti formano un tappeto ritmico assemblato con la logica del loop e della ripetizione della misura, del “break”, che qui è una porzione di materia sonora grezza, più che un groove in quattro quarti (per quanto non manchino le tessiture ritmiche tradizionali o addirittura gli sconfinamenti nel rumore e nel caos semi-organizzato). C’entra poi il sentimento un po’ ingenuo della musica psichedelica vecchio stile, c’entra l’estremismo degli Animal Collective migliori.
Ogni porzione dell’album è una diversa declinazione della dicotomia tra melodie aeree e base musicale solida ed eterna, si tratti di celebrazioni festose (“Bro's” oppure la prima parte di “Good Girl/Carrots”) o di momenti più meditativi (“I'm Not”, tanto per dirne una).
Non c’è una macchia, e ciò è tanto una forza quanto un punto debole: se cercate eterogeneità e schizofrenia, bussate ad altre porte; se invece siete disposti a lasciarvi investire dal treno di questo hippie stranamente simpatico, fatevi avanti, le porte della comune sono sempre aperte.
La coltre di rumore che apre "Peacebone" non è esattamente quel che ci si aspettava dal nuovo disco degli Animal Collective. Feels, l'album pop, la normalizzazione, il riuscito iniziatore di una nuova strada espressiva: sventrata prima ancora di essere venuta a termine. I freak del Maryland mollano tutte le buone intenzioni, mollano il pubblico, mollano la critica. La statura di pensare a qualcosa di nuovo. La solidità con cui ciò avviene. E' questo Strawberry Jam (2007).
Si possono vedere le basi: i pastiche elettronici di Spirit They're Gone, Spirit They're Vanished, il melodismo affinato e raffinato di Feels, i tamburi e gli eccessi di Here Comes The Indian. Eppure il risultato differisce, è l'ennesima maschera deforme di questi moderni Holy Modal Rounders. Il vitalismo sfrenato che infiamma "For Reverend Green" - maestosa progressione di rumore, urla e festa - la gioia invasiva di "Peacebone", purezza melodica a infrangersi e dialogare con i disturbi elettronici. Capolavori di compromesso, fra primitivismo e intellettualismo.
La maturità di sfruttare soluzioni diverse: il motivo di piano a fare a botte con le urla profonde e sguaiate in "Cuckoo Cuckoo", il breve schizzo ultra-pop di "Winter Wonder Land". La sublime "Fireworks", amorosa delicatezza a ritmo di scoppi, giustamente sfuggita al massacro rumorista. Pubblicare solo ciò che davvero è degno, sfuggire agli schemi, ribaltare i propri limiti: la sola "Unsolved Mysteries", filastrocca su reiterazioni di chitarra, a tentennare.
Distruggendo e costruendo, Strawberry Jam riesce a coniugare innovazione e immediatezza, ricerca musicale e sentimento, razionalità ed emotività.
Gli Animal Collective confermano, una volta di più, di essere una delle band più significative dell'ultimo decennio, autori di una mistura, di follia e ludicità, che non ha eguali nella storia del rock.
Merriweather Post Pavilion (2009) non è che l'ennesimo sbalzo, l'ennesimo caleidoscopio. Un bel montante a chi voleva inquadrarli, alle categorie, alle influenze dichiarate e non.
La componente folk degli esordi è quasi svanita, e con essa le chitarre. A dominare la scena è oggi un'elettronica vischiosa, che prende corpo dai momenti più disturbati del disco precedente ("Peacebone").
Geologist - mai come oggi dominus della band - da un lato tappezza i brani con stratificazioni paludose e ovattate, che riempiono gli spazi; dall'altro li investe di pulsazioni e beat trascinanti. L'originalissimo abito lascia poco spazio alla strumentazione tradizionale, giusto qualche arpeggio, qualche motivo di piano, e uno svariato numero di percussioni. Il risultato è una pastosa psichedelia, capace di plasmarsi a seconda dell'input melodico che il combo vuole seguire.
E' qui che gli Animal Collective stravincono la partita, andando a recuperare le follie delle varie "Grass" e "Fireworks", combinandole con momenti più rilassati. Se brani come "Also Frightened" e "Lion in a Coma" recuperano la vena di "Sgt.Pepper's" e seguenti, l'immortale incedere eighties di "Bluish" passa qualche anno oltre immergendosi in un'atmosfera "Loveless"-style. Ancor più riesce a fare l'irresistibile filastrocca "Brothersport", letteralmente investita da binari techno.
Gli Animal Collective non rinunciano alle loro fantasie primitiviste in tema incroci di voci e melodie. A spiccare è "Summertime Clothes", euforica giostra di elettronica attraversata da battiti acquosi e sottofondi di voci primordiali. Non sono da meno altre delizie come l'improvvisa esplosione di "In The Flowers" - che sovrasta arpeggi delicati - o la lennoxiana "My Girls", pura grandeur melodica. E' però l'intero flusso a strabiliare, anche quando la divagazione è di mero raccordo ("Daily Routine").
In parole povere Merriweather Post Pavilion non è altro che un lungo pastiche elettonico di pop psichedelico in cui gli Animal Collective riportano questa forma sonora ai tempi moderni. In fin dei conti è la stessa operazione riuscita in illo tempore con la musica folk a quel capolavoro intitolato Here Comes The Indian. Ed è proprio assieme a quello che Merriweather Post Pavilion va a incasellarsi, fra gli apici della discografia di questa straordinaria band newyorkese.
A breve distanza da quest'ennesima prova di valore, la band si cimenta nell'impresa lynchiana di mettere su pellicola una dimensione onirica. Coadiuvati dal regista Danny Perez, danno luogo a ODDSAC. Per l'occasione, musica e immagini si autoalimentano, si compenetrano dando forma a un mondo surreale, inafferrabile, composto da immagini oniriche slegate tra di loro che tuttavia si snodano come un lungo, inebriante, flusso di coscienza. Nessun abbozzo di trama, ma immagini e suoni che si stringono l'un l'altro, chiedendo soltanto uno spazio nell'animo di chi ne fruisce. La natura è ancora la grande protagonista, ma una natura dai contorni sfumati, immobile ma fluida e popolata di spiriti. Il sound del quartetto si fa molto più virato verso mondi dark, con un uso della reiterazione elettronica assai più invasivo e la completa sparizione della forma canzone, salvo rare eccezioni.
Un trip postmoderno, tra notturni, esplosioni di colori e la natura a fare da cornice. La descrizione di un sogno, o forse il tentativo di sovrapporre più visioni in un sogno unico, magistralmente riassunto in un'opera che mostra nuove vesti per una gruppo di artisti che si candidano al ruolo di grandi santoni dell'avanguardia video-musicale degli anni 10.
Panda Bear torna nel 2011 con Tomboy, disco che, rispetto al suo predecessore, presenta un suono relativamente più organico e una tracklist omogenea, priva di punti veramente deboli ma anche di passaggi memorabili.
Fatta eccezione per la desolazione crepuscolare di "Scheherezade" e per l'estasi in sedicesimo di "Drone", tutto il disco è l'ennesima celebrazione di un melodismo in technicolor, minimalista e stratificato, che guarda al sogno psichedelico-pop di Brian Wilson con sincera ammirazione. Ormai immerso e completamente a suo agio in questa wonderland coloratissima, Noah Lennox innalza, da una prospettiva relativamente meno obliqua, mantra che sono vere e proprie invocazioni a Dio ("You Can Count On Me", "Benfica"), addensando sorgenti sonore intorno a un twang chitarristico che spinge l'incanto verso un intimismo corale iper-amplificato (il brano eponimo), mentre "Slow Motion" danza la "ripetizione" con uno shuffle dalle tinte subacquee.
Certosina, la costruzione di Tomboy descrive un artista sicuro nel maneggiare gli strumenti del mestiere, più calibrato nelle armonizzazioni vocali e nella strutturazione di una forma canzone che procede per reiterazioni cariche di una solarità diamantina ("Surfer's Hymn", "Last Night At The Jetty" e una "Afterburner" dagli umori tropicali), di una liturgia mondana che persegue una trance antalgica, anche se a volte la resa complessiva è un po' piatta o, quantomeno, incerta (tra gli altri, "Alsatian Darn" e, soprattutto, "Friendship Bracelet").
Contributi di Luca Fusari ("Person Pitch"), Marco Pagliariccio ("Oddsac") e Francesco Nunziata ("Tomboy")



