Corsi e ricorsi storici si susseguono in musica, soprattutto nel nuovo millennio. Come ben analizzato dal guru del giornalismo musicale mondiale Simon Reynolds, stiamo vivendo un periodo storico caratterizzato dalla tendenza alla "retromania", l'emulazione quasi maniacale per i fenomeni del passato. Dopo il fortunato riflusso copia-incolla dei suoni new wave (pensate a quanto fatto da Interpol o Editors) è stata la volta del movimento neo-noise/shoegaze, che vede tra i protagonisti tre ragazzi newyorkesi intenti a costruire un vero e proprio muro di suoni e rumori per contraddistinguere la propria proposta.
Oliver Ackermann è la mente del trio - voce, chitarra... e non solo: si occupa anche della costruzione dell'effettistica che utilizza ed è riuscito a trarre da tale attività un vero e proprio lavoro, commercializzando i pedali di propria invenzione attraverso la società Death By Audio che annovera tra i propri clienti abituali gente come U2, Wilco e Nine Inch Nails. A completare la line-up degli esordi ci sono Jono Mofo al basso e Jay Space alla batteria.
La band inizia a strimpellare in cameretta nel 2001, ma pubblica le prime tracce soltanto nel 2006, quando vengono realizzati tre Ep intitolati a tre diversi colori: Red, Blue, Green. Il trio costruisce la propria cifra stilistica attorno a una sorta di caos organizzato, puntando tutto su feedback, droni e alti volumi, tanto che a seguito di una serie di performance particolarmente rumorose si guadagna il soprannome di "the loudest band in New York City", cosa che inizierà a suscitare non poca curiosità fra addetti ai lavori e normali fruitori di musica alternativa, anche grazie alla cassa di risonanza mediatica messa in moto da blogger e siti specializzati.
Nel 2007 è pronto l'omonimo album d'esordio, edito dall'etichetta Killer Pimp, nel quale i ragazzi provano a ripercorrere le stesse strade marce, sudice e rumorose già battute in passato dai loro principali punti di riferimento musicali - i Jesus And Mary Chain, i My Bloody Valentine e gli Slowdive. I ragazzi hanno carattere (decadente) da vendere, anche se talvolta ("Another Step Away", "Breathe") richiamano troppo da vicino, fino a sfiorare l'imbarazzo, le atmosfere dei già citati maestri.
A Place To Bury Strangers è la fotografia di un gruppo che mostra basi solide sulle quali innesta vari richiami stilistici: dal rock'n'roll lobotomizzato stile Suicide di "I Know I'll See You" al cerimoniale oscuro alla Sisters Of Mercy di "The Falling Sun". Davvero intensa nelle esplosioni di feedback, nell'atmosfera new age delle tastiere e nell'orazione apocalittica di Ackermann.
Ma i riferimenti ad atteggiamenti oscuri e noise-oriented non terminano qui: "To Fix The Gash In Your Head" è un devastante elettro-punk che non sfigurerebbe nei migliori dischi dei Primal Scream, mentre la conclusiva "Ocean" cova dentro di sé i semi dei fantasmi di Joy Division e Cure. La band cerca l'equilibrio perfetto tra citazioni del passato (new wave, noise, shoegaze) e lo sguardo sul presente, e a tratti ci riesce superbamente, come nell'iniziale "Missing You", baccanale futurista dalla ferocia carezzevole; ma anche "Don't Think Lover" riserva sorprese imprevedibili - l'apertura è affidata a un riff di chitarra nettamente heavy, poi il brano si trasforma in cavalcata romantica e soffusa.
Sia in brani nevrastenici come "She Dies", dove le distorsioni killer di Ackermann raggiungono il loro apice rumorista, sia in episodi fulminei ("My Weakness"), la band newyorkese dà il meglio di sé lasciando presagire enormi potenzialità anche in chiave live. Tutti e dieci i pezzi del disco hanno dei trait d'union immediatamente riconoscibili: la fisicità nervosa, il rumore bianco, le atmosfere perversamente oniriche, il gusto e l'amore per la citazione eighties, ma è chiaro il tentativo di rielaborare quei modelli in chiave personale.
L'hype inizia a crescere, e il trio si toglie parecchi sfizi aprendo date importanti per i Brian Jonestown Massacre, i Jesus & Mary Chain, i Black Rebel Motorcycle Club, i Nine Inch Nails e molti altri. La provenienza della band aiuta non poco la diffusione del proprio nome: gli A Place To Bury Strangers sono di New York, e il loro sound, per quanto si regga sugli stilemi dark-wave e psych-shoegaze (tutto tipicamente albionico), è impregnato di quegli umori metropolitani, drastici ed estremi dei quali la tradizione rock della Grande Mela è ricca di esempi.
L'attitudine allo squasso supersonico, alla ritmica triviale, a un minimalismo rumorista, si dimostra degna continuatrice di un'estetica che, partendo dai Velvet Underground e passando per i Sonic Youth, il post punk e l'industrial, giunge fino ai contemporanei Liars riuscendo a coagulare due "modi di far rumore": quello britannico, anemico e melodico, e quello americano, putrido e divelto.
A giugno del 2008 la loro "To Fix A Gash In Your Head" viene scelta per aprire Lights In The Sky: Over North America 2008 Tour Sampler, un Ep promozionale per il tour del 2008 dei Nine Inch Nails in download gratuito, con dentro anche tracce di NIN, Deerhunter, Crystal Castles e Does It Offend You, Yeah?.
Il trio partecipa a numerosi festival in giro per il mondo e nel 2009 firma un contratto per la Mute Records, con la quale nel mese di ottobre di quell'anno pubblica il secondo atto della propria carriera, Exploding Head - il disco definitivo per gli shoegazer del nuovo millennio. Il lavoro riesce ad attualizzare in maniera esemplare i disegni sonori di "Psychocandy" e "Loveless", monumenti sui quali si è formata almeno una generazione di musicisti.
Non ci sono punti deboli o inutili riempitivi in questo frullato di energia dal quale parte un muro di suoni cattivi di rara efficacia. "In Your Heart" (scelto come singolo promozionale) ha la potenza di un convoglio lanciato a tutta velocità contro un muro, "Lost Feeling" è dotata di un basso che non avrebbe sfigurato nei momenti più corrosivi di Sonic Youth e Nirvana, "It Is Nothing" è una partenza al fulmicotone, puro distillato di My Bloody Valentine + Jesus & Mary Chain (o Black Rebel Motorcycle Club, tanto per far comprendere ai più giovani) in grado di risvegliare papille gustative atrofizzate da anni di piattezza indie-snob.
Ma tutto l'album è un trionfo di fuzz, una cascata di droni devastanti che non giungono comunque mai a soffocare la voce o gli altri strumenti. All'occorrenza si stagliano melodie fantasticamente eighties-wave, come nel caso di "Keep Slipping Away" e della title track, perfette anche per i palati meno estremi. L'ipnotica "Ego Death", con le sue percussioni semplificate e la quasi fastidiosa rumorosità delle chitarre, rappresenta il trait d'union con l'album d'esordio della band che proponeva un taglio più sonicamente intransigente.
La sottile ricerca di una maggiore fruibilità dei suoni non inficia il risultato di un prodotto che si mantiene costantemente su standard elevatissimi, stendendosi fra gli slanci epici di "Smile When You Smile", i goticismi alla Joy Division di "Everything Always Goes Wrong", fino alle invadenti distorsioni che accompagnano la conclusiva "I Lived My Life To Stand In the Shadow Of Your Heart". Inquieti e rumoristici, crudi e viscerali, potenti e sperimentali, gli A Place To Bury Strangers realizzano con Exploding Head una pietra angolare del rock sotterraneo degli anni Zero.
Il disco ottiene recensioni entusiastiche un po' ovunque, e la band è oramai riconosciuta come riferimento assoluto da tutte le giovani band con l'intenzione di ritagliarsi uno spazio vitale nel panorama lo-fi noise/shoegaze. Nonostante ciò, il bassista Jono Mofo nella primavera del 2010 decide di abbandonare la partita per motivi personali e sarà sostituito da Dion Lunadon.
All'inizio del 2012 l'Ep Onwards To The Wall è solo la scusa per tenere occupato il mercato nell'attesa della pubblicazione del terzo fatidico album, che comunque non si fa attendere troppo: all'inizio dell'estate, su etichetta Dead Oceans, arriva Worship, che conferma tutte le grandi qualità della formazione statunitense, focalizzandosi ancor di più su suoni di matrice eighties wave. Viene meno l'effetto sorpresa, ma lo stupore non svanisce del tutto, grazie alla moltitudine di suoni che sin dalle prime note si abbattono sull'ascoltatore.
Dopo il trittico iniziale da applausi ("Alone", "You Are The One" e "Mind Control") che stabilisce inequivocabilmente il climax del disco, gli A Place To Bury Strangers nella parte centrale della tracklist cercano il colpo ad effetto sulle architetture: l'imperiosa title track ricomincia due volte e spiazza piacevolmente, "Fear" è inaugurata da un minuto di feedback prima di affrontare impreviste evoluzioni molto alla Black Rebel Motorcycle Club, "Dissolved" sembra addirittura due canzoni in una, con una prima parte dannatamente avvolgente che lascia poi spazio a ritmiche tipicamente electro-wave.
Il proto punk di "Why I Can't Cry Anymore" spiana la strada per l'unico vero assalto sonico, che si consuma con "Revenge" soltanto all'ottava traccia. Per stemperare i toni seguono strategicamente la più orecchiabile "And I'm Up" e quella "Slide" che rappresenta l'unico momento di calma di Worship, prima che "Leaving Tomorrow" mandi tutti a nanna con l'ultima scarica adrenalinica del disco.
Worship si rivela in grado di consolidare la fama internazionale della band, sottraendola al boomerang dell'eccesso di deliri noise senza compromessi.
La principale dote del trio newyorkese risiede nella capacità di sposare sperimentazioni rumoristiche poco allineate con un'innata attenzione per la melodia, sintetizzando il tutto nel formato-canzone. Distorsioni e feedback infettano basi a volte sintetiche, in cui talvolta non si ha il timore di sostituire suoni analogici con una drum machine. Gli A Place To Bury Strangers stanno insegnando alle nuove generazioni come condensare noise e wave dentro una (alt)-pop song.
Contributi di Salvatore Setola ("A Place To Bury Strangers", 2007).






