Scrivere la storia di Bathory è
essenzialmente scrivere la storia di Quorthon: il problema è che della sua
biografia si sa ben poco, salvo il suo nome di battesimo (Tomas Forsberg) e la
sua data di nascita (il 17 febbraio del 1966), tanto è l'alone di mistero e di
oscurità, da lui stesso alimentato, che la avvolge. Ben più importante è il
fatto che questo personaggio fu il fondatore, l'unico membro stabile, il
"songwriter" e il polistrumentista di una delle più originali e influenti band
che il metal abbia mai conosciuto:
Bathory.
Le radici della band risalgono al 1983, quando, dopo
numerosi cambi di line-up, il gruppo Nosferatu (capitanato da Quorthon,
che allora adottava lo pseudonimo di Black Spade) cambia il proprio nome in
"Bathory", una vera e propria dichiarazione d'intenti per il riferimento alla
famigerata contessa Erzsébet Báthory, peraltro protagonista del pezzo-simbolo
degli inglesi Venom, dai quali
indubbiamente il gruppo muove i suoi primi passi.
La prima apparizione
ufficiale della band risale ai due pezzi inseriti nella compilation
"Scandinavian Metal Attack", del 1983: da questo momento in avanti il progetto
Bathory diviene sempre più una "one-man band", incentrata sulla figura di
Quorthon, che assume, in sede di registrazione, batteristi anonimi e che per
questo motivo deve cessare ogni evento live, contribuendo non poco ad accrescere
il mistero che nella scena underground circolava attorno al suo progetto.
Bathory è stata la band (o meglio, il progetto musicale) più importante
del filone del "metal nordico", eguagliata per influenza solo dai danesi Mercyful Fate, di cui è, almeno nella
prima fase della carriera, il corrispettivo contenutistico, per l'adesione
convinta, terribilmente lucida, mai fine a se stessa, a ideali anticristiani e
satanici, e l'opposto tecnico, per il rifiuto assoluto del virtuosismo musicale.
Bathory è in assoluto la prima band a realizzare, contenutisticamente
(tramite l'anticristianesimo convinto) e tecnicamente (con l'assenza assoluta di
tecnicismo) il black-metal come genere, la prima a istituzionalizzarlo e
renderlo indipendente. Lo stesso cantato, un grido roco e soffocato, è
rivoluzionario persino rispetto al "growl" (che si è soliti associare piuttosto
al death-metal) di Cronos dei Venom, tanto che si suole piuttosto definirlo
"scream", tecnica canora maturata dal thrash-metal tedesco di quei primi anni
(Kreator, Destruction).
Se con i primi due dischi, caratterizzati
peraltro da una indubbia qualità delle tracce prese singolarmente, Quorthon
realizza un thrash depravato e oscuro, con tematiche sataniche e
apocalittiche, qualcosa di talmente malvagio e inaudito, perfino in campo metal,
da non essere nemmeno trasmesso, è solo con il terzo album che l'apporto
rivoluzionario della band prende forma. Tuttavia questa non è che una parte
della portata innovativa di Bathory: poche band nel metal possono infatti
vantare un simile rapporto longevità/produttività, così come poche possono
fregiarsi dell'onore di avere inventato ben tre sottogeneri del metal: oltre al
black, il "viking" e il folk-metal (per quanto questi possano apparire legati,
la differenza c'è e si sente).
Ispirandosi a Venom e Slayer, ma spingendosi
anche oltre, in termini di minimalismo ed estremismo sonoro, Bathory dà alle
stampe il suo primo disco, Bathory (Black Mark, 1984) appunto: ed è un disco
insensatamente delirante, di una bruttura abissale, una collezione di suoni
scomposti sputati in faccia a chi capiti a tiro. Impossibile da comprendere e
valutare se non a posteriori, ossia guardando all'enorme evoluzione che avrebbe
interessato il sound di Bathory, questo primo Lp rimane paradossalmente
una pietra miliare di rozzezza e odio in musica (se di musica si tratta).
Dopo solamente un anno Bathory ritorna con l'album The Return…
(Black Mark, 1985), ora un vero album, in cui Quorthon sembra essersi lasciato
alle spalle il dilettantismo infantile del passato, senza però smorzare la
carica di malvagità che lo contraddistingue. Nel complesso ci troviamo di fronte
a uno dei migliori album thrash di quegli anni (accostabile per intenti al coevo
capolavoro dei Celtic Frost
"To Mega Therion"), nei quali, dopo l'esplosione dei Metallica, ben poche band
erano in grado di mettere in pratica la lezione dei maestri.
Bathory, come
si è già accennato, suona thrash-metal alla maniera dei gruppi tedeschi del
tempo, ossia senza un minimo di tecnica, che viene però compensata con un'alta
dose di passione malefica. Suona inoltre thrash-metal senza conoscere
l'hardcore, come i Mercyful Fate o i canadesi Exciter, istituzionalizzatori
dello "speed-metal", a testimonianza del fatto che l'evoluzione in generale del
metal è sempre stata un fattore interno.
A differenza delle band
sopraccitate però, ogni barocchismo viene bandito dal suono della band, a favore
di un suono sordo, maligno (questo anche grazie allo scream di Quorton,
assolutamente ultraterreno), che è un ulteriore e importante passo verso il
concetto moderno di black-metal. Eppure sotto la coltre di bestemmie e i suoni
impastati, è possibile cogliere, nei solchi di questo disco, addirittura delle
melodie e dei riff orecchiabili, come nella Motorhead-iana "Bestial Lust" e
nella title track, veri e propri anthem per zombie.
Sebbene
questo secondo lavoro non sia ancora il disco della maturità definitiva per
Bathory, è un capitolo necessario per la formazione del suo stile e, questa
volta, è dotato di una ben maggiore coerenza musicale, che lo rende un ulteriore
passo verso il black-metal vero e proprio.
La tanto attesa svolta metal
è finalmente raggiunta ben due anni dopo, con quello che a ragione è considerato
uno degli album più importanti degli anni 80: Under The Sign Of The Black
Mark (Black Mark, 1987). Già dalla copertina è evidente che qualcosa è
cambiato: un sinistro essere caprino ci minaccia da una rocca. Il fascino per
l'estetica del male e la sua rappresentazione sono ora un'acquisizione matura;
dopo anni di gavetta, Quorthon non è più posseduto dal male, ma ne ha padronanza
assoluta e lo gestisce a suo piacimento fra queste nove tracce (più il consueto
"outro" come traccia nascosta) di pura, coerente malvagità. Quasi
parallelamente, i suoni si fanno più pieni, distinti e taglienti, rispetto alla
confusione degli esordi e la vena compositiva è in generale più creativa: il
mondo del black-metal non è una trasfigurazione di questo, né tantomeno una
rappresentazione fedele; esso è un non-luogo collocato in un non-tempo,
astrazione derivata dal programmatico rifiuto di questo mondo, di cui vengono
rovesciati tutti i valori, le leggi, i rapporti fra persone. Consacrare questo
rovesciamento e rivolgerlo contro il mondo stesso è l'intento del black-metal:
in questo senso, ben poco di così perverso e destabilizzante era apparso fino ad
allora nella storia del rock.
Solamente negli anni 90, e in Norvegia (più
adatta della Svezia di Bathory, che invece sarà patria di death e
doom, a una simile attitudine), si proseguirà quanto dettato da questo
caposaldo. Sebbene i norvegesi Mayhem facessero uscire nel medesimo anno l'Ep
"Deatcrush", il vero padre del black resterà Quorthon, con i suoi Bathory, il
cui sound si andava perfezionando verso il black da ormai diversi anni.
Lo
testimonia il doppio volto del disco, che rappresenta le due anime del
black-metal: la prima maestosa, messianica, rituale; la seconda selvaggia,
grezza ed efferata sino all'inverosimile. L'intro "Nocturnal Obeisance"(01:28),
altro non è che un capolavoro di suspence: fa gelare il sangue nelle vene e
disorienta prima della folle cavalcata di "Massacre"(02:39), un raptus di sangue
che più ne beve, meno si placa: musicalmente e concettualmente il preludio (il
massacro) precedente al macabro baccanale che si celebrerà per tutto il resto
del disco/rituale.
"Woman Of Dark Desires"(04:06), dedicato alla contessa
Bathory, omaggia i Venom di "Countess Bathory" e segna il passaggio di testimone
fra il vecchio black-metal e il nuovo: classicissimo il tema, il fascino morboso
di una donna maledetta (sin dagli albori del rock, passando per la Melissa dei
Mercyful Fate), nuova la musica e finalmente adatta l'interpretazione. "Call
From The Grave"(04:53), claustrofobico come pochi altri brani sin
dall'intro, ci mostra come sia possibile in musica coniugare le emozioni
più contraddittorie: il ghigno autocompiaciuto per la propria dannazione si
unisce al lamento (l'assolo, da antologia) per la propria sofferenza.
"Equimanthorn"(03:42), dapprima solo un rantolo della chitarra nel buio,
esplode e colpisce senza requie: ci troviamo di fronte a uno dei brani più
estremi del disco, annichilente ancora oggi. "Enter The Eternal Fire"(06:57) è
una marcia sfiancante fra le tenebre e le fiamme dell'Orco; tanto era selvaggia
e indemoniata la traccia precedente, quanto questa è straziante, penetrante,
epica (grazie anche ai magistrali e sinistri suoni di sottofondo), simbolo
dell'irresistibile e ipnotico fascino dell'abisso che rotea, riflesso dagli
occhi di un dannato che altri non è che Quorthon stesso.
A sfatare
l'illusione della fine, giunge puntualmente il suono sordo della batteria di
"Chariots Of Fire"(02:47), altro brutale bombardamento supportato da un'altra
prova maiuscola di Quorthon (non solo alla voce, ma con ogni strumento), che da
solo basta a trasformare una canzone rock in una piaga d'Egitto messa in musica.
Segue la monolitica "13 Candles"(05:17), scandita da cori monastici, e conclude
"Of Doom..."(03:45), in cui Quorthon incredibilmente abbandona l'impersonalità,
ponendo al centro della scena il progetto Bathory, ossia se stesso, quasi fosse
conscio non solo della straordinaria importanza storica di questo suo lavoro, ma
anche del fatto che la venerazione del male non deve mai essere fine a se
stessa, ma deve anzi riaffermare dei contenuti, al di là dei valori che con essa
si intendono demolire.
Se il disco Under The Sign Of the Black Mark
Quorthon inventa tutto un nuovo modo di suonare e raggiunge la piena
maturità musicale, bisognerà attendere i seguenti dischi per un'ideologia
coerente.
Blood Fire Death (Black Mark, 1988) è un album di
transizione, come del resto ogni album di Quorthon in quanto artista in continua
evoluzione, diviso fra le asprezze black della prima fase, ma corredato dai toni
epici che via via si insinueranno sempre di più nel sound di Bathory. Queste
caratteristiche fanno dell'album una formidabile chiamata alle armi, una caccia
sfrenata che non fa prigionieri. L'intro non è un semplice brano
d'atmosfera, di quelli che spesso si rivelano inutili nell'economia del disco:
"Odens Ride Over Nordland" (3:00), oltre a richiamare la storica copertina, è
davvero un pezzo evocativo come pochi, fra cori vichinghi (questo infatti è il
primo, nuovo elemento introdotto dall'album, che caratterizzerà per sempre il
suono di Bathory), rumore di zoccoli, il tutto senza mai eccedere, amministrato
con raffinatezza; ed è questo il tratto caratteristico, dell'èpos di Bathory,
mai pacchiano o ridondante, sempre calcolato, temperato dal minimalismo.
L'inizio acustico e atmosferico ci guida direttamente al secondo pezzo, "A Fine
Day To Die" (8:36), dove finalmente ci si rende conto di quanto sia cambiato non
tanto il modo di suonare di Bathory, ma ciò che è effettivamente suonato. Più
che sulla velocità straziante dei precedenti album, questo conta, al fine di
annichilire l'ascoltatore, sulla maestosa potenza wagneriana. Oltre otto
minuti che non riescono ad annoiare, in quanto si basano su un crescendo che
stimola un effetto di "pathos" bellico ineguagliabile, per calmarsi più volte in
pause acustiche, e ripartire più efferato di prima. La batteria che introduce il
terzo pezzo "The Golden Walls Of Heaven" (5:23), è una delle più barbariche e
affascinanti esperienze che la musica rock avesse sentito sino a quel momento;
Quorthon che bercia sguaiatamente e le sfuriate chitarristiche, tutte
anti-tecniche, ma nondimeno scolpite nella carne come se ne vedono di rado,
contribuiscono a rendere l'assalto sonoro del brano davvero ineguagliabile.
"Pace 'Till Death"(3:40), più simile al thrash sia nella forma che nei
contenuti(l'esaltazione maniaca della velocità), potrebbe essere un pezzo di hard-rock modellato su tempi
ipercinetici e cantato con una voce black-metal: anche qui lo sperimentalismo è
dispensato a piene mani.
Il successivo "Holocaust" (3:26) è uno dei pezzi
più legati al vecchio periodo della band, e, pur essendo irresistibile nel suo
paradossale conto alla rovescia per la distruzione, non aggiunge moltissimo
all'album. In "For All Those Who Died" (4:57), ancora una volta epicità e
minimalismo si sprecano: il cantato di Quorthon è squarciante più che mai,
eppure incredibilmente scorato nel pronunciare il titolo del pezzo, sino al
macello perpetrato ai danni dell'ascoltatore attorno al quarto minuto di
ascolto. "Dies Irae" (5:12) si divide in due parti: la prima costituisce uno
degli episodi più estremi del lavoro, la seconda è più cadenzata e perentoria,
tutta volta a spianare la strada al brano successivo: "Blood Fire Death"
(10:30). Questo pezzo, oltre ad essere il punto di contatto ideale di ogni
stilema del gruppo, di cui è probabilmente il capolavoro, rappresenta la "summa"
dell'ideologia "quorthoniana" stessa: l'avvento di una nuova era, di un nuovo
modo di concepire i rapporti fra uomini, liberati da un salvatore dai falsi dèi
rappresentati dalle religioni e dalle loro morali, ci è narrato con passione
sentita e con la forza messianica del suo grido, da questo profeta del metal,
che celebra l'epifania di un salvatore e l'avvento di un mondo fatto di non solo
di "sangue, fuoco e morte", di imposizione barbara, ma anche di libertà
incondizionata. La musica non sfigura dinnanzi agli alti contenuti del brano,
regalando dieci minuti di un'epopea trionfale, che culmina nell'apoteosi (nel
senso etimologico di assunzione dell'uomo a divinità, ossia redenzione e
liberazione dai limiti imposti dalle morali e dalle religioni) attorno al
settimo minuto: nell'anno 1988, in musica, qualcosa di così esageratamente
potente era francamente impensabile, e perciò rivoluzionario.
Da questo
album o almeno, dalle parti più qualificanti di esso, nasce un nuovo genere, il
cosiddetto "viking metal"(che potrebbe, anche se librescamente, essere definito
"black metal più epic metal"), genere molto prolifico e molto sfruttato nella
decade successiva con risultati tutt'altro che disprezzabili, anzi: Enslaved, Falkenbach, Amon Amarth
sono band che non si limiteranno a omaggiare il loro illustre predecessore, ma
produrranno lavori compiuti e originali.
Ancora una volta il concept
che avvolge tutta l'opera di Bathory, la battaglia contro la religione
cristiana, è portato avanti (cosa davvero rara per dei gruppi anticristiani) con
serietà, passando dal terrorismo, nella veste del satanismo aperto (che in ogni
caso trova spazio nei riferimenti interni a questo album: si notino a proposito
le prime lettere di ogni strofa delle tracce III e VI), dei primi album, alla
rievocazione dell'antica religione nordica e della sua rivincita, ideologica e
artistica, che trova spazio fra queste maestose e brutali note.
Hammerheart (Black Mark, 1990) è un disco che è ormai entrato
nell'immaginario collettivo dei cultori del metal nordico e non, forse perché,
oltre a portare lo stendardo di alti valori simbolici, rappresenta,
musicalmente, la determinante (anche se non definitiva) evoluzione del suono di
Bathory, una decisiva virata verso sonorità più cadenzate, epiche, dai toni più
fieri e malinconici che perversi ed efferati. Inoltre, per la prima volta nella
storia del gruppo ci troviamo di fronte a un concept-album, che narra
della cristianizzazione dei popoli scandinavi, terminata solamente attorno al
secolo XI, ma che, a quanto pare, non riuscì mai a estirpare del tutto dagli
animi determinate credenze fortemente radicate nella cultura e nella vita
quotidiana di quei popoli. Proprio agli eventi quotidiani delle popolazioni
vichinghe, posti in relazione alla mitologia, è dedicato il concept, che
si sviluppa in una serie di quadretti dipinti con toni fortemente patetici e
nostalgici, che sortiscono effetti talora più maestosi, talaltra più intimisti e
autoreferenziali: in questo senso, ossia in termini di contenuti, è una delle
opere più "folk" mai realizzate nella storia del rock. Con "Shores in Flames"
(11:09) si comprende immediatamente, dall'intro affidata alle onde del
mare, in che misura siano cambiate le cose: innanzitutto le composizioni sono
fortemente dilatate, sino a ricordare più un'opera wagneriana che i
deliri blasfemi dei primi dischi; in secondo luogo, laddove i pezzi hanno perso
in impatto diretto e velocità, hanno guadagnato in maestosità e potenza (sulla
linea già tracciata dal precedente full-lenght); infine, la voce di
Quorthon vira verso una modalità di canto relativamente più "pulita"
(relativamente perché dal bercio malefico dei dischi "black" si è passati
all'urlo messianico del bardo delle terre del Nord), scarna tecnicamente, ma,
come tutta la musica di Bathory, capace di trasmettere sensazioni davvero
uniche. "Valhalla" (9:35) è un altro monolite fatto su misura per un'invocazione
su una scogliera o su una montagna, il confronto fra l'uomo e il divino, con lo
scenario delle forze della Natura.
"Baptised In Fire And Ice"(7:58), per
quanto colossale e priva di compromessi, riesce a essere anthemica, forte
di ritmiche battagliere e un chorus irresistibile. "Father To Son" (6:29) è
divisa, nei contenuti, i quali a loro volta si riflettono sulla musica, fra la
cupa constatazione del destino attuale della cultura e della religione
tradizionali, e la solare speranza nella perpetuazione di esse. "Song To Hall Up
High" (2:31) dovrebbe essere un semplice intermezzo, ma non lo è: è invece una
ballad-invocazione, che fuga ogni dubbio sulla sincerità della musica e dei
testi di Quorthon, tale è la passione declamatoria che la contraddistingue.
"Home Of Once Brave"(6:45) è un'ultima rievocazione, che si spegne lentamente
nella tragedia della sconfitta, che appare chiara solo nella traccia seguente:
"One Road To Asa Bay"(10:24). E' divenuto giustamente il pezzo più celebre di
Bathory, grazie anche all'ottimo video realizzato, ma soprattutto perché è un
brano assolutamente irripetibile in termini di "pathos" e profondità, sia di
musica che di testi. E' inoltre il pezzo più sofferto e malinconico mai
interpretato da Quorthon: il protagonista assoluto è quel "cuor di martello",
che sanguina, dilaniato dalla modernità, con sofferenza titanica, quel cuore che
si è cullato sino ad ora nella rievocazione delle antiche leggende e tradizioni,
ma che ora deve confrontarsi faccia a faccia con la realtà storica, che ha
decretato l'ineluttabile sconfitta di queste stesse tradizioni, schiacciate dai
subdoli idoli di una religione imposta. Così, con una nota di tristezza, che in
realtà è un immane urlo dal profondo del cuore, si chiude l'album, e, come ci
dice Quorthon: "E' solo l'inizio". Eppure noi ci sentiamo di immaginare che
Quorthon, in questo mare di disperazione, abbia voluto far rivivere quella
scintilla immortale e al di fuori dal tempo che è il mito: ebbene c'è riuscito.
Twilight Of The Gods (Black Mark, 1991) porta a definitiva
maturazione il percorso musicale dei Bathory: già dal titolo dell'album si
intuiscono le influenze e i coraggiosi obiettivi che Quorthon si propone di
realizzare: "Il Crepuscolo degli Dei" (il "Ragnarokkr" dell'escatologia
scandinava) era infatti anche il terzo giorno dell'opera di Wagner, "L'anello
del Nibelungo". L'alto traguardo raggiunto da questo album è appunto quello di
realizzare compiutamente il folk nordico con reminescenze derivate dalla musica
classica. Ne risulta un disco dai toni estremamente patetici e nostalgici,
atmosfere evocative e tempi ulteriormente dilatati. Le tematiche folk questa
volta non sono più concentrate su gesti e avvenimenti della vita quotidiana dei
popoli nordici, ma ruotano attorno alla mitologia (come si evince dal titolo
stesso), in più questa volta sono sostenute da un suono meno duro rispetto a
Hammerheart, con l'enorme dilatazione delle sezioni acustiche e
l'onnipresenza dei cori d'accompagnamento; solo in questo album viene realizzato
compiutamente il folk-metal come genere: nello stesso anno gli Skyclad (con
l'album "Waywards Sons Of Mother Earth") tentavano di realizzare qualcosa di
simile, ma la loro era perlopiù musica celtica applicata al metal e, in ogni
caso, infinitamente più scanzonata. Ancora un filone molto sfruttato negli anni
90 e tutt'oggi, da band come Ulver, Vintersorg, Otyg, Storm, talora con
risultati ottimi, talaltra con esiti quantomeno risibili, risulta essere un
prodotto di Bathory.
"Prologue/Twilight of the Gods/Epilogue" (14:02) è la
mastodontica suite che apre l'album: la nostalgia con cui Quorthon si
scaglia contro la stortura e la corruzione dei tempi moderni è uno specchio
della musica, che parte da un arpeggio che si dipana lentamente fino a esplodere
nell'acme vocale e nell'assolo chitarristico, tanto superbamente epica da
chiedersi come sia possibile evocare una mole simile di sensazioni con una tale
pochezza tecnica (anche se, bisogna dirlo, il cantato pulito di Quorthon, è
nettamente migliorato), e a posarsi nuovamente. "Through Blood By Thunder"
(6:15) è un tripudio di cori vichinghi la cui coralità riesce a fondere il tono
dell'invocazione religiosa con quello guerresco. In "Blood And Iron" (10:25)
Quorthon indossa i panni del bardo (o meglio, dello scaldo), per cantare,
attraverso leggende tramandate da padre a figlio, l'origini dell'uomo e del suo
potere sulla terra, e lo fa in modo estremamente naturale e vivido, senza
pretese didascaliche: l'arrancare triste della chitarra acustica introduttiva è
un po' lo specchio dell'intero album, diviso fra malinconia e fierezza.
Seguono la fiera "Under The Runes" (6:00), "To Enter Your Mountain" (7:37) e
"Bond of Blood" (7:35), queste ultime due piuttosto monocordi e ostiche, ma
nondimeno rappresentative degli stilemi epici propri di Bathory. Ordinaria
amministrazione, se paragonate alla successiva "Hammerheart"(4:58), testamento
spirituale (e reale, potremmo tristemente aggiungere) di Quorthon. E' un vero e
proprio inno, inteso nel senso di musica di un popolo ("folk"), interpretata
attraverso gli strumenti della classica (la melodia è una libera interpretazione
del quarto movimento, "Jupiter" dei "Pianeti", del compositore Holst), un inno a
quella "Nordland" a cui Quorthon ha dedicato il concept della seconda
parte del suo itinerario musicale. Scandita da una delle sue migliori prove
canore, porta la firma, nel finale, della chitarra elettrica, a collegare antico
e moderno in una suprema atemporalità.
Dopo questa impressionante
sequela, Quorthon è vittima di un notevole calo di ispirazione, non tanto a
causa della mancanza di idee, quanto per la difficoltà di convogliare queste
idee in uno stile che ormai non si addice più alla sua personalità e alle sue
convinzioni. Sforna di seguito due dischi di thrash/black noiosi e
irritanti, che appaiono soltanto come un patetico riciclaggio: Requiem
(1994) e Octagon (1995), non reggono minimamente il confronto con i coevi
(capo)lavori delle band black-metal a cui pure Bathory aveva dato i natali
(Emperor, Satyricon, Immortal, Enslaved).
Tuttavia la scintilla nordica
che arde in Bathory è ben lungi dallo spegnersi, e Quorthon lo dimostra nel 1996
con un'uscita inaspettata e tuttavia sognata da tempo immemorabile dai fan.
Blood On Ice (Black Mark, 1996) è una raccolta di splendidi brani inediti
incisi negli ultimi anni 80 (quindi prima della svolta-Hammerheart) e
ri-registrati. Ma non solo: Blood On Ice è un ardito
concept-album, ricco di pezzi recitati, in cui Quorthon indossa la veste
non più soltanto del cantastorie, ma anche del creatore di leggende, tracciando,
sul tessuto del mito norreno classico, il viaggio di formazione
(autobiografico?) di un eroe leggendario di sua creazione.
Musicalmente
l'album non è rivoluzionario, ma, al di là dell'alta qualità complessiva, è uno
dei più importanti per comprendere l'evoluzione del sound di Bathory fra
il 1988 e il 1990: infatti, il lavoro è caratterizzato da toni aggressivi e
magniloquenti che sembrano rimandare più all'epic-metal anni 80 (a tratti sembra
persino di sentire i Manowar) che al black epico di Blood Fire
Death, a conferma della duttilità di questo artista. Gli oltre cinquantatré
minuti di musica primitiva che ci vengono proposti da Quorthon sono anche qui
talmente lontani da ogni moda del momento da fare apparire l'artigianale
produzione un pregio (gira voce che Quorthon, per simulare il rumore di passi
nella neve nella terza traccia, si sia servito di un tagliaerbe: altro che Einsturzende Neubauten!) e fanno
apparire gli undici brani un tutt'uno su cui troneggia la colossale suite
"The Revenge Of Blood On Ice" (9:52), un crescendo di pathos assolutamente
unico, che contribuisce a rendere il disco un percorso obbligato nella
discografia di Bathory.
Purtroppo, i contatti del progetto Bathory con
il mondo si fanno sempre più rari da questo momento in poi, e bisogna aspettare
per ritrovare dei dischi suonati con il cuore da Quorthon: arrivano sei anni
dopo Blood On Ice, e non deludono le aspettative.
Nordland I
(Black Mark, 2002) e Nordland II (Black Mak, 2003) sono il punto di
arrivo del suono di Bathory: i pezzi sono lunghissimi, evocativi, nostalgici di
un tempo ormai andato e in cui Quorthon decide di rifugiarsi artisticamente e
mentalmente, ancora più che in passato, contro un mondo che sembra fare di tutto
per disorientare e negare i pochi punti di riferimento a cui egli si aggrappa,
le illusioni, dalla natura all'arte, in cui questo eterno sognatore si rifugia.
Venti brani monotematici su cui si staglia l'ombra titanica del cantore e
protagonista di questa saga.
La morte di Thomas Forsberg, in arte
Quorthon, giunge improvvisa, per un attacco di cuore, il 6 luglio del 2004, e
sconvolge un'intera realtà musicale che tre anni prima aveva dato l'ultimo
saluto al padre del death-metal,
Chuck Schuldiner. Ma se compiangere se stessi per ciò che si è perduto e
Quorthon per quanto non è riuscito a fare è inutile, è bene invece reagire,
traendo insegnamento da quel che Quorthon ha compiuto, e continuando per la
strada che lui, assieme a molti altri, ha indicato.

