Bitch Magnet

L'epica delle strade senza gioia

di Salvatore Setola

Troppo tardi per l'hardcore e in anticipo sul post-rock, i Bitch Magnet hanno imboccato la strada per il post-core. Una strada piena di curve, dossi e pericoli che ripercorriamo con la consapevolezza che, una volta arrivati in fondo, non raggiungeremo la gioia ma qualcosa di molto più importante
Sono strade perdute quelle battute dai Bitch Magnet, strade anonime al cui ricordo gli occhi diventano lucidi e non sai perché. Strade percorse in un pomeriggio pieno di sole, durante un giorno qualunque di un'adolescenza che volge alla maturità, a volte vuota come solo in provincia sa essere. No, non erano gli States e in fondo a quelle strade non c'era l'Oberlin College in cui John Fine (chitarra), Orestes "Morfin" Delatorre (batteria) e Sooyoung Park (basso e voce) avevano deciso di metter su un gruppo. Eppure quell'adolescenza - lo senti -  è la tua. Era la tua.
Non occorre conoscere il contenuto dei testi di certe canzoni per sapere che parlano di te, dei tuoi sentimenti, di ciò che sei stato. È già tutto nel suono. In quel suono. In una sezione ritmica che ti travolge come quell'onda che hai sempre avuto timore di cavalcare; in delle chitarre che in modo spietato ti vomitano addosso sensazioni che pensavi irrecuperabili. Non c'è gioia nelle canzoni dei Bitch Magnet, ma c'è altro. C'è tutto il resto: epica, malinconia, rabbia, improvvide illusioni. Lo sconforto che ti assale la notte e la paura che ti strozza la voce in gola. E quell'intrepida vitalità che ti dà la forza di fare un passo oltre tutto questo. "La morte si sconta vivendo", scriveva Ungaretti, e ascoltare la musica dei Bitch Magnet è come sentirsi scorrere la vita nelle vene, quasi non dovesse finire mai. Solo gli Husker Du possono tanto, solo "Daydream Nation".

Troppo tardi per l'hardcore e in anticipo sul post-rock, i Bitch Magnet hanno asfaltato la strada affinché il primo convogliasse nel secondo. Il punto di partenza è la cittadina di Oberlin, Ohio; l'anno è il 1986. L'underground americano è un mondo multiforme che pullula di gruppi straordinari. Diversa è la loro estetica, identico lo spirito rivoluzionario: l'hardcore è all'apice della sua potenza, il noise sperimenta linguaggi inauditi, il grunge cova in silenzio il momento della sua esplosione, il math-rock rispolvera insospettabili stilemi "progressivi". Un Parnaso che nessun ventenne che in quel momento sta iniziando a fare musica può ignorare. Non lo ignorano di sicuro Sooyoung Park, John Fine e Orestes Morfin, un power-trio che sta per compendiare tutte quelle esperienze nel suo breve disco d'esordio. Si fanno chiamare Bitch Magnet. Daranno tutto in quattro anni, con tre dischi uno più avvincente dell'altro, e poi si eclisseranno, ma grazie a loro decine di altre band vedranno, letteralmente, la luce.

Nei loro primi due anni di vita i Bitch Magnet realizzano appena una dozzina di canzoni, otto delle quali finiscono nel loro album d'esordio. Sorta di furibondo inno alla gioventù, Star Booty compendia molte delle tendenze più vitali dell'indie-rock americano dell'epoca. Si parte a mille con le distorsioni impetuose, ancorate a un ritmica forsennatamente hardcore, di "Carnation" e "C Word".  Appena cinque minuti di musica e siamo già a livelli emozionali altissimi. "Sea Of Pearls", allora, calca la mano sulla pesantezza del suono, con le chitarre ancora più sature di feedback e la ritmica che si fa minacciosamente granitica. Il grunge, che da lì a qualche anno conquisterà le classifiche di mezzo mondo, è già pronto per l'uso. Star Booty, dunque, non fotografa soltanto un preciso momento storico ("Polio" umanizza il noise robotico dei Big Black; "Cantaloupe" è una salmodia sordida degna dei Flipper; "Hatpins" omaggia il senso del groove di Mike Watt), ma anticipa anche il futuro. Non solo quello specifico dei Bitch Magnet, ma quello dell'intera scena post-rock americana: è "Circle K" a farsene carico, intessendo con tre anni di anticipo le complesse ragnatele armoniche degli Slint, già evocate anche nella galoppata immaginifica di "Knucklehead". Non fosse per la durata ridotta - nemmeno venticinque minuti - Star Booty potrebbe essere una pietra miliare, invece così com'è si ha la sensazione che alla tracklist manchi comunque qualcosa. Magri una "Joyless Street" e una "Big Pining" che i Nostri avevano già in repertorio e che riproporranno l'anno seguente su quello che resta il loro capolavoro: Umber.

Per il loro secondo disco i Bitch Magnet abbandonano l'assetto a tre, accogliendo in pianta stabile il chitarrista Dave Galt. Il nuovo corso è subito evidente: c'è una maggiore ricchezza nelle armonie, creata dagli intrecci delle trame chitarristiche, e un'accresciuta potenza nel sound, reso più corposo da riff e assoli che citano la grande epopea dell'hard-rock. L'esordio al fulmicotone di Star Booty è un ricordo ancora vivo, ma Umber si distacca dal suo predecessore in modo abbastanza netto. Si potrebbe parlare di uno dei più fondamentali dischi di passaggio, intendendo tale definizione non nell'usuale accezione di lavoro di collegamento tra due periodi artistici di una stessa band, ma come disco che in modo determinante contribuisce alla trasformazione di un genere (l'hardcore) in un altro (il post-rock). Umber è il fermo immagine di questo processo di mutazione e segna la nascita del post-core. Etichetta concettualmente arzigogolata, questa, che rivela un mutamento nella continuità: il motore dei nuovi brani è ancora quello riconoscibile dell'hardcore, ma la carrozzeria adesso assume un nuovo, scintillante aspetto.  Il disco si apre proprio con un brano di nome "Motor", che è pura aggressione al rumor bianco. Ma sopra al caos, le chitarre si levano epiche a disegnare nell'etere traiettorie sublimi, dietro alle quali la voce tratteggia una melodia impervia.  Il basso è tarantolato e le pelli dei tamburi grondano sudore e sangue. È nuova epica, fondata su un'urgenza espressiva capace di inglobare hardcore, hard-rock, power-pop e noise. Ossia, come passare dagli MC5 ai Dinosaur Jr. nello spazio di tre minuti!  Lo stesso devastante canovaccio è riproposto anche nelle  ferine "Navajo Ace", "Joan Of Arc" e "Goat- Legged Country God".

"Douglas Leader" riprende da dove aveva finito "Circle K", stavolta però gli avviluppamenti armonici delle corde, il canto che involve in un bisbiglio e l'incedere ritmico drasticamente rallentato definiscono,  senza fraintendimenti di sorta , un'anticipazione clamorosa (e commovente) di Slint e Codeine. Non a caso, Mike McMakin, qui in cabina di produzione, lavorerà poi anche alle registrazione di "Frigid Stars". In frangenti come questo si capisce il perché del titolo Umber ("Terra d'ombra"): un pigmento brunastro, tendente al bronzeo e al bruciato, come dimostra la spartana copertina, elevato a simbolo di uno stato d'animo sospeso tra malinconia, rabbia e dolcezza. E allora largo alle ballate disperate di "Clay" e "Americruiser", che sono lì a ricordarci che la tenerezza è solo un attimo di tregua nel turbolento scorrere dell'esistenza: chitarre e basso si scambiano fugaci effusioni prima che arrivi una tempesta di feedback e trascinarle via. Tutti i brani di Umber sono straordinari, ma se anche i Bitch Magnet avessero inciso nient'altro che "Big Pining", sarebbe bastato a garantir loro un monumento, se non nell'Olimpo del rock, almeno negli anfratti dei nostri cuori. Qui, il muro di suono alzato dalle chitarre sembra impenetrabile persino ai controtempi magistrali della batteria. Lo scenario sonoro appare sbarrato, claustrofobico, ermetico. Ma una via d'uscita c'è ed è la più semplice: assecondare il potere della voce e liberare una melodia ineffabile. Il secondo paradosso poetico è "Joyless Street", che rivela un'altra impossibile trama melodica sotto gli accumuli di distorsioni e controtempi esplosivi.  Prima della fine, però, il crossover apocalittico di "Punch & Judy" offre, alla concitata atmosfera generale, una declinazione quasi thrilling.

Esce sul finire degli anni Ottanta, Umber, ma parla un linguaggio che, almeno per quanto riguarda il sound statunitense,  reca inconfondibilmente il marchio del decennio successivo. Non a caso band come Fugazi, Jesus Lizard e Rodan - solo per citare tre nomi di una lista che potrebbe continuare per un paio di righe - faranno tesoro della sua lezione. L'effetto collaterale di un capolavoro del genere è quello di essere talmente perentorio da non concedere repliche nemmeno a chi l'ha creato. È con queste premesse che nel 1990 Ben Hur fa la sua comparsa nei negozi. Si tratta di un lavoro che ha il pregio di non riciclare la riuscita formula del suo predecessore, ma al tempo stesso ha il difetto di trascurare le canzoni. Potrebbe sembrare un'obiezione capziosa nei confronti di una band che sicuramente ha fatto della ricerca sul suono la propria arma principale ma, a ben vedere, il livello di scrittura dei brani in Star Booty e Umber è talmente alto che il sensibile calo di Ben Hur rende gli otto episodi in esso contenuti  meno emozionanti. Ma non meno interessanti. Anzi, l'ultimo disco dei Bitch Magnet è forse il loro più ambizioso, poiché al già rodato stile si aggiungono qui soluzioni armoniche ancora più desuete ed espedienti ritmici sempre più intricati. In pratica, Ben Hur pone l'accento sui tempi dispari e sulla spigolosità timbrica del math-rock, profetizzando il verbo che sarà di Shellac e Don Caballero.
Per l'occasione Galt si chiama fuori dai giochi e i Bitch Magnet tornano a essere un power-trio, per giunta più incazzato che mai. Solo nell'apocalittica "Valmead" la formazione si concede una piccola modifica, sostituendo la chitarra di John Fine con quella di David Grubbs, ribattezzatosi Shannon Daughton per l'occasione. Storico membro di uno dei gruppi hardcore più devastanti degli anni Ottanta, gli Squirrel Bait, Grubbs ha dato alla parabola dei Bitch Magnet un contributo prezioso (inconfondibile il suo stile dissonante) ma minimo. E nonostante spesso si cerchi di farlo passare come un membro effettivo della band, in realtà il suo ruolo va drasticamente ridimensionato, limitandolo alla partecipazione al tour del 1989.
Il capolavoro di Ben Hur è la sincopata "Dragoon", coi suoi dieci minuti  di apnea tra accordi onirici e riff urticanti, stasi improvvise e ripartenze fulminanti. "Ducks and Drakes" non stempera la tensione, anzi la esaspera, affilando le corde del basso come lame di una sega elettrica che affondano nelle complesse figure ritmiche delineate da Delatorre. Stranamente è la sezione ritmica a dare corpo al brano, mentre il delicato tema melodico intessuto dalla chitarra funge quasi da complemento. I retaggi dell'hardcore si ripresentano trasfigurati ma riconoscibili in "Mesentery" e "Gator", lasciando ai chiaroscuri della malinconica "Crescent" il compito di incarnare quella che strutturalmente può essere definita l'unica vera canzone del disco. Altro brano ardito è "Lookin' At The Devil", che parte con una intro atmosferica in cui il fraseggio della chitarra replica l'arpeggio del basso, ma si infrange presto contro un fragore quasi heavy, riproposto in seguito con sfumature più cervellotiche anche in "Spite Y Malice". Pur non essendo a livello di Umber, anche il terzo e ultimo disco in studio dei Bitch Magnet farà scuola, sia per il sound che per l'attitudine sperimentale. E forse è un segno del destino che cinque dei suoi brani siano stati registrati nella Chicago dei Tortoise dal sempre lungimirante Steve Albini.

A questo punto siamo entrati negli anni Novanta, altri protagonisti della scena statunitense scalpitano. I Bitch Magnet si fanno da parte. Sooyoung Park continuerà la sua carriera nei  Seam fino al 1999, mentre di Delatorre e Fine si perderanno quasi completamente le tracce. David Grubbs, infine, dopo la parentesi di "Vlamead", si rimette prima in moto con i suoi Bastro e poi riscrive la storia del (post)rock con i fondamentali Gastr Del Sol, altra band che ai Bitch Magnet deve più di un ringraziamento. Il cerchio è chiuso? Non completamente perché per molti anni Star Booty, Umber e Ben Hur sono stati dischi di non facilissima reperibilità e forse questo ha anche inciso sulla sottovalutazione del ruolo che i Bitch Magnet hanno avuto nelle trasformazioni stilistiche del rock. Meno male che, come da luogo comune, il tempo è galantuomo e sa sempre come rimettere le cose a posto. Così sul finire del 2011 la Temporary Residence ha messo in commercio un elegante box set, intitolato semplicemente Bitch Magnet, con i tre dischi in studio della band americana più otto bonus track. Più precisamente,  Star Booty si arricchisce di versioni alternative, più grezze e melmose, di alcuni brani cardine della loro breve discografia. Dal canto suo, Umber aggiunge soltanto un missaggio alternativo di "Motor", mentre Ben Hur regala due brani succulenti, quali "White Piece Of Bread" e "Sadie", da consumare preferibilmente con molta cautela, causa il loro potenziale omicida. Un'occasione imperdibile per tutti quei visionari che non smettono di cercare la bellezza in fondo a strade senza gioia.

Bitch Magnet

L'epica delle strade senza gioia

di Salvatore Setola

Troppo tardi per l'hardcore e in anticipo sul post-rock, i Bitch Magnet hanno imboccato la strada per il post-core. Una strada piena di curve, dossi e pericoli che ripercorriamo con la consapevolezza che, una volta arrivati in fondo, non raggiungeremo la gioia ma qualcosa di molto più importante
Bitch Magnet
Discografia
 Star Booty (Roman Candel Records, 1988)

7,5

Umber (Communion, 1989)

8,5

 Ben Hur (Communion, 1990)

7

Bitch Magnet (antologia, triplo cd, Temporary Residence, 2011)

9

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Recensioni

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Umber

(1989 - Communion)

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