Blonde Redhead

Blonde Redhead

Noise-rock in agrodolce

di Claudio Fabretti

Hanno creato un sound ruvido figlio del punk e del noise-rock. Ma negli ultimi album hanno tentato con successo la sperimentazione su pop e melodie. I segreti dei Blonde Redhead, band cosmopolita, tra Stati Uniti, Giappone e Italia

I Blonde Redhead sono sicuramente una mosca bianca nel panorama indie americano degli ultimi anni. Newyorkesi per adozione e attitudine (il nome paga pegno alla no wave dei Dna), sin dagli esordi in stile Sonic Youth sotto il marchio (guarda caso) della Smell Like Records di Steve Shelley, sono stati protagonisti di un percorso musicale che li ha visti nella seconda metà dei 90 scrivere per la Touch And Go importanti capitoli del noise-rock, fino a virare poi verso un pop acido sotto l'egida della 4AD.

La band nasce nel 1993 come un quartetto, con Kazu Makino (voce e chitarra),Amedeo Pace (voce e chitarra), Simone Pace (gemello di Amedeo, batteria) e Maki Takahashi (basso). Ma dopo l'album d'esordio omonimo, prodotto dal batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley, Takahashi abbandona il gruppo, che prosegue come trio, utilizzando il basso solo nel terzo album, Fake Can Be Just As Good del 1997, che segna l'inizio del matrimonio con la Touch and Go.

Amedeo Pace e il fratello gemello Simone sono italiani, ma crescono in Canada per poi trasferirsi negli Usa, dove studiano jazz a Boston. Conseguita la laurea, cominciano a suonare nei locali underground di New York. E' qui che conoscono Kazu Makino, giapponese, destinata a diventare la futura chanteuse della band: "Non sappiamo bene come debba suonare un gruppo rock, forse il nostro approccio è più primitivo - spiega la cantante -. Le nostre dinamiche interne sono strane, forse il fatto di non essere americani ci aiuta: sentiamo di non avere una storia a cui dover rendere tributo. Abbiamo suonato molto insieme a gruppi punk, quindi abbiamo imparato qualcosa da quel modo di suonare, molto diretto, non molto sofisticato tecnicamente". Il loro debutto è segnato dai singoli "Amescream" e "Vague", pezzi prettamente sperimentali, ma ancora piuttosto acerbi. Quindi arriva il mini-album omonimo del 1994, che vale alla band buoni riconoscimenti di critica, ma anche l'etichetta di nuovi epigoni dei Sonic Youth. La formula dei Blonde Redhead viene perfezionata in La Mia Vita Violenta, un album duro e ruvido, dedicato allo scrittore italiano Pierpaolo Pasolini. Ma è soprattutto con Fake Can Be Just As Good del 1997, che i tre raggiungono l'apice del loro affiatamento. Seppur fedele alla forma-canzone, il trio si inerpica su ardite sperimentazioni d'avanguardia, ricorrendo a dissonanze, rumori, effetti eccentrici sui cui si libra il falsetto stridulo di Makino. Si passa così dal rock puro di "Kazuality" al tribalismo di "Symphony Of Treble" fino al tetro psicodramma di "Ego Maniac Kid", che segna forse il climax del disco.

Un clima di perenne suspence, in bilico tra soffici partiture e spigolose cavalcate rock, domina anche In An Expression Of The Inexpressible (1998), che segna l'inizio della collaborazione con Guy Picciotto dei Fugazi. Le chitarre stridule di Makino e di Amedeo Pace, i ritmi sghembi di Simone Pace costruiscono un vortice di tensione, in cui però si infilano anche riferimenti a colonne sonore anni '60 ("Luv Machine"), sprazzi da cocktail lounge ("Missile ++"), temi western rivisitati in salsa progressive ("Futurism vs Passeism Part 2"). La matrice noise-rock viene insomma elaborata attraverso una serie di trucchi, che si fondano soprattutto su dissonanze e riff di chitarra, oltre che sulle urla isteriche di Makino. Uno stile che sfugge alle definizioni. "Non siamo no wave, né tantomeno avant-pop - sostiene la cantante giapponese -. La nostra musica tende a raggiungere lo stato di bellezza e di estasi. Partendo dal punk-rock, tracciamo delle linee melodiche dolci che esplodono in irruzioni di violenza. Sia la musica che l'uso della mia voce tendono ad enfatizzare la nostra ricerca del bello, senza le barriere dei generi". Una ricerca a tutto campo, insomma, come confermano anche i gusti di Kazu, che spaziano dai Pil a Lucio Battisti, che definisce "un cantante proto-punk".

Ma è nel 2000 che i Blonde Redhead ottengono la definitiva consacrazione (anche in Italia) con Melody Of Certain Damaged Lemons. "E' un riferimento alla nostra concezione della melodia - spiega Kazu Makino -. In slang americano, Damaged Lemons sta per macchine in panne lungo l'autostrada, per auto ferme in stato d'emergenza. Un po' come le nostre melodie, che sembrano perennemente in panne e in stato d'emergenza, con l'urgenza di essere espresse e con la consapevolezza che da un momento all'altro possono andare in panne". L'album ammorbidisce il fervore allucinato dei loro arrangiamenti, senza rinunciare però alla sperimentazione, che si concentra soprattutto sul ritmo. "In Particular" è un piccolo gioiello di funky post-moderno, che attinge ai più gustosi pastiche di Stereolab, Cibo Matto e Pizzicato Five, mentre il ritmo meccanico di "This Is Not" fa il verso ai ritornelli scanzonati degli anni Sessanta. Attraverso brani come questi, l'ostico noise-rock dei Blonde Redhead si stempera, lasciando spazio a melodie acide, ritmi iperveloci e armonie più composte. E una ballata come "Hated Because Of Great Qualities" riecheggia perfino "Space Oddity" di David Bowie. A chi li accusa di aver cambiato rotta, Makino ha risposto così: "I nostri due ultimi lavori sono per noi due lati della stessa medaglia. Non è che improvvisamente abbiamo deciso di cambiare la nostra musica, è solo che questa volta abbiamo scelto di tenere più a bada la nostra naturale tendenza a esplodere in momenti più dinamici, a volte violenti, per rendere più evidente la nostra ricerca del bello.
Con Picciotto, in questo disco in particolare, abbiamo lavorato molto sulla mia voce. Guy è molto interessato al canto ed è una persona che in ogni momento di difficoltà sa come incoraggiarci". E a incoraggiarli sono stati ancora una volta i consensi della critica (ma anche del pubblico) che hanno accompagnato il disco. Al punto che anche i Red Hot Chili Peppers si sono accorti di loro e li hanno voluti come gruppo-spalla nelle date americane del loro recente tour. "La proposta è arrivata da John Frusciante, il chitarrista dei Chili Peppers - racconta Amedeo Pace -. Ci conosceva e voleva che suonassimo con loro. E' stata un'esperienza molto positiva. C'erano degli impianti incredibili e un suono potentissimo. Era come guidare una macchina velocissima. Siamo stati trattati bene. Soprattutto se si considera che il pubblico che va a vederli è piuttosto negativo con i gruppi che aprono il concerto: tirano di tutto sul palco... Con noi, invece, si sono comportati in modo tranquillo".

Misery Is A Butterfly (2004), debutto per la 4AD, segna il passaggio definitivo alla canzone d’autore, configurandosi come la naturale prosecuzione delle intuizioni del disco precedente.
Le residue asperità vengono del tutto a mancare, in favore di una scrittura lineare che si appoggia soprattutto sulle melodie vocali e sulle progressioni d’accordi; il tutto è sormontato da una produzione che rende il suono dei Blonde Redhead irriconoscibile, virando quasi verso l'easy listening.
Si comincia con gli arpeggi acustici del singolo "Elephant Woman", dal ritmo regolare cadenzato da percussioni afro e dall’arrangiamento orchestrale incentrato sugli archi, il tutto ad accompagnare una malinconica melodia della Makino. Sotto i suoni ovattati di "Messenger" ritroviamo un tempo sincopato à-la "Bipolar" (da "Fake Can Be Just As Good"), con la voce nasale di Amedeo Pace su un classico giro armonico discendente, che verso la fine si produce in un elementare refrain vocale; "Melody" segue più o meno gli stessi cliché, con un organo che la fa da padrone e una chitarra baritono in primo piano.
Tra il walzer di "Doll Is Mine" e la classicità orchestrale della title track (guidata da un leitmotiv di piano, suonato da Kazu) si arriva a "Falling Man", uno dei brani più interessanti, impreziosito da imprevedibili guizzi di piano. Con "Anticipation" lo scenario cambia: le tastiere dominanti danno vita ad atmosfere quasi dream-pop che addirittura potrebbero riportare alla memoria i Cure di metà anni 80. "Maddening Cloud" sembra una riproposizione di "Melody Of Certain Three" dall’album precedente, con cori beatlesiani (!), chitarre acustiche a tutto spiano e una dolente fisarmonica in sottofondo.
Dopo il breve interludio di "Magic Mountain" (mellotron e voce, accompagnati da suggestive soluzioni percussive), con "Pink Love", che nella sequenza di accordi ha sapore di vecchia soundtrack, si torna alle soluzioni compositive di inizio disco, seppure qui il suono sia più aspro. "Equus" è un momento di ripresa prima della fine, con basso e chitarre d'ascendenza wave, un ritmo finalmente più concitato e i caratteristici singulti da geisha di Kazu.
La farfalla dei Blonde Redhead, nonostante rappresenti una scelta coraggiosa, non riesce del tutto a librarsi in volo. L’ effetto globale, purtroppo, è stucchevole e spiazzante.

Il successivo 23 segna il definitivo matrimonio col pop. La title track, posta in apertura, sembra davvero rubata a un disco dei My Bloody Valentine. I riverberi che inondano tutto, la voce a mischiarsi con tutto il resto, la sognante malinconia a cui Kazu si abbandona. La costanza del drumming di Amedeo Pace ci porta sino a quella che è la canzone più legata al glorioso passato, senza il fragore delle chitarre, ora arpeggiate ora quiete, vale a dire "Dr. Strangeluv". La voce di Kazu si confonde tra i riverberi e i tappeti di synth ma guida la canzone alla fine divinamente. Lo chiamavano shoegaze. Come lo possiamo chiamare ora? Semplicemente pop. “The Dress” è cadenzata e arresa come alcune composizioni di Misery Is A Butterfly, “Sw” porta in grembo quello che potremmo definire il passaggio più inspiegabile di questo album, ovvero una parte classicheggiante e barocca, sinceramente inascoltabile. 
Dopo la partenza incoraggiante, il disco perde terreno sulla lunga distanza, vuoi perché latitano le grandi canzoni, vuoi perché si percepisce una sorta di indecisione, forse dovuto proprio al songwriting a volte debole. C’è persino dell’elettronica facile facile, ci sono atmosfere sognanti che possono stordire o annoiare, a seconda dei gusti. Il finale si riscatta con “Top Ranking”, tra sintetizzatori, batterie ora elettroniche ora umane e voci che arrivano da ogni parte, e “My Impure Hair”, ballata per chitarra acustica e archi che potrebbe portare alla mente i migliori Mazzy Star.
23 non è un brutto disco. È semplicemente il classico disco di passaggio.

Infatti, il successivo stadio della trasformazione permanente della band newyorkese, Penny Sparkle, segna una sorta di chiusura del cerchio descritto negli precedenti tre dischi, rappresentata dall'ormai definitiva attestazione della band su sonorità di un pop elettronico liquido ed etereo, di tutta evidenza assimilabile alle rideclinazioni attuali delle esperienze synth-(dark-)wave degli anni Ottanta ma anche in qualche misura debitore nei confronti delle sognanti modulazioni dei Cocteau Twins.
L'ulteriore passo in questa direzione da parte della band newyorkese è evidente fin dalla location e dei produttori prescelti per questo lavoro, registrato sotto le cure degli svedesi Van Rivers e Subliminal Kid (Fever Ray) e, come affermato dalla stessa Kazu, in parte influenzato dalla Stoccolma nevosa e incantata nella quale si è trovata proiettata a catturare suoni e sensazioni mai così ovattate.
Se infatti nell'album precedente riverberi e tappeti sintetici si sposavano ancora esplicitamente con le chitarre e comunque con brani dall'impeto ficcante, in Penny Sparkle le tastiere non solo si fanno più alte e rotonde, ma diventano protagoniste assolute di pulsazioni liquide e luminose ambientazioni dreamy. Non si tratta, tuttavia, di una mera operazione nostalgica, quanto piuttosto di un esito naturale dell'intersezione tra fascinazioni vintage e dilatazioni temporali, che si sposano alla perfezione con le ammiccanti melodie di Kazu, eteree e carezzevoli come non mai, ormai distanti anni luce dai rabbiosi miagolii degli esordi.
Memorie dal passato riecheggiano soltanto nella costruzione a impulsi e rilanci di "Oslo" e nei due brani nei quali tornano percettibili i riverberi chitarristici, dapprima lavorati, prolungati ed esclusivamente funzionali all'atmosfera in "My Plants Are Dead", e quindi di nuovo protagonisti di un perfetto sincretismo tra passato e presente in "Everything Is Wrong", evidente anello di congiunzione con i residui impeti di 23.
Abbandonata ogni forma di irruenza espressiva, il lavoro sconta forse qualcosa dal punto di vista dell'immediatezza d'impatto, conducendo tuttavia a compiutezza la svolta avvicinata passo dopo passo nel corso degli anni dai Blonde Redhead, adesso attestati nella dimensione (definitiva?) di un raffinato elettro-pop dalle tinte notturne, costellato da echi dreamy e misurate rielaborazioni eighties.

Il seguito e il punto terminale di queste incerte opere è Barragàn, ennesima conferma della fase barocca, un disco equalmente e furbescamente suddiviso in pop soffice, tracce mainstream e tentativi d'avanguardia. La personalità di Makino si trova a condurre come non mai i giochi, mentre i due Pace scompaiono nell'apparato artificiale della produzione (Drew Brown), e il risultato è stinto e svenevole.
Il primo sotto-album è il trionfo del piattume con cui il complesso ha addomesticato i fan del noise-rock degli esordi trasformandoli in muliebri amanti del pop, da inerti techno basati su bisbigli fastidiosi (“Dripping”, “Lady M”), al vintage anni 60 se possibile ancor più piatto (“Cat On Tin Roof”), fino a una furbetta imitazione degli Xx (“Penultimo”).
Il secondo virtualmente reinventa una carriera mainstream in un paio di brani. “The One I Love” è l’unica canzone regolare dell’album e quella più atmosferica, anche se è palese la sua natura artificiale nella giustapposizione di strati di produzione (arpeggi, effetti elettronici, voci trattate). “No More Honey” è il suo gemello in qualche modo “espressionista”, sorta di malacopia della “No More Sorry” dei My Bloody Valentine, un chiaroscuro che nel ritornello alza il volume della distorsione in un vago ricordo della cacofonia dei primi album. A queste va aggiunta la più umile ninnananna per canto riverberato e rumori casuali di “Seven Two”.
Il terzo “album” tenta la carta dell’avanguardia e delle tracce estese, ma gli 8 e rotti minuti di “Mind To Be Had” sono solo un’inetta jam per macchinari elettronici e chitarra. La piccola suite di “Defeatist Anthem” si basa dapprima sulle tastiere analogiche, mentre la voce di Makino suona come una svogliata intrusa, quindi svariona in pasticci glitch e persino pseudo-cosmici.

Contributi di Antonio Puglia ("Misery Is A Butterfly"), Matteo Lavagna ("23"), Raffaello Russo ("Penny Sparkle") e Michele Saran ("Barragàn")



Blonde Redhead

Noise-rock in agrodolce

di Claudio Fabretti

Hanno creato un sound ruvido figlio del punk e del noise-rock. Ma negli ultimi album hanno tentato con successo la sperimentazione su pop e melodie. I segreti dei Blonde Redhead, band cosmopolita, tra Stati Uniti, Giappone e Italia
Blonde Redhead
Discografia
 Blonde Redhead (Touch and Go, 1994)

6

 La mia vita violenta (Touch and Go, 1995)

6,5

Fake Can Be Just As Good (Touch and Go, 1997)

7

 In An Expression Of The Inexpressible (Touch and Go, 1998)

6,5

Melody Of Certain Damaged Lemons (Touch and Go, 2000)

7

 Misery Is A Butterfly (4AD, 2004)

5,5

 23 (4AD, 2007)

6,5

 Penny Sparkle (4AD, 2010)6,5
 Barragàn (Kobalt, 2014) 4
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