I bostoniani Cars hanno rappresentato l'anello di congiunzione tra la generazione post-punk e il pop-rock elettronico che ha dominato gli anni 80. Ritmi nevrotici, tastiere esuberanti, ritornelli da ko immediato, chitarre quasi hard-rock e il canto sgraziato del leader Rick Ocasek a incorniciare le loro raffinatissime canzoncine, così deliziosamente "urbane" e "postmoderne". Il loro è un modo unico di leggere il pop: la tastierina sincopata, in armonia con virtuosismi chitarristici bonsai, unita alla sconcertante facilità a produrre ritornelli irresistibili, danno vita a un format praticamente senza eguali. Trattasi in fondo dell'aggiornamento dei canoni pop-rock anni 50, infarciti però di tentazioni glam, di ritmi disco, di allusioni new wave. Un canzoniere smart, a volte caricaturale, ma sempre con un'aurea drammatica dietro le fragili spalle.
I Cars sono soprattutto la creatura del cantante e chitarrista Rick Ocasek, fisico allampanato e sgraziato alla Superpippo, intellettuale avvezzo al consumo usa e getta, artista postmoderno che non rifiuta l'avanguardia, ma gli preferisce le classifiche. Un nuovo prototipo di yuppie, che si muove nostalgico tra le difficoltà dell'era contemporanea.
Tra gli altri meriti di Ocasek, geniale prototipo di "antirockstar di successo", l'aver conquistato le grazie della stupenda modella/attrice Paulina Porizkova (conosciuta durante le riprese del video di "Drive") e l'aver svolto una meritoria attività di produttore e talent-scout, con artisti come Nick Cave, Suicide, Bad Brains, No Doubt, Guided By Voices, Weezer, Hole, Bad Religion, Jonathan Richman e moltissimi altri.
La band si forma nel 1976 e comprende - oltre a Ocasek - Benjamin Orr al basso, Elliott Easton alla chitarra, Greg Hawkes alle tastiere e David Robinson alla batteria, "motore" instancabile del gruppo. Da questa line-up nasce l'album d'esordio Cars (1978) che contiene già molti dei tratti distintivi del loro sound: ritmica molto marcata e ripetitiva, chitarre serrate, assolo brevi, inserimenti di tastiere e cori semplici e compatti.
In quegli anni cresce l'onda del punk, la scena rock newyorkese è dominata da gruppi come Blondie e Talking Heads. I Cars - prodotti dall'Elektra, etichetta di "mostri sacri" come Doors, Stooges e Television - rappresentano l'ala più matura e intellettuale di quella generazione, pur ispirandosi anch'essi al suono proto-punk, abilmente mescolato a delicate melodie pop. Spinta dalle radio Fm locali, la musica di Ocasek e compagni comincia a fare breccia nelle classifiche, anche grazie ai testi arguti, che discettano spesso dell'accoppiata donne & motori. Nascono così hit freschi e incalzanti, come "Just What I Needed", "My Best Friend's Girl" e "Let The Good Times Roll", che combinano sapientemente punk, disco e art-rock in una nuova confezione elettronica.
Abili musicisti e ancor più abili manipolatori del suono, i Cars raffinarono la loro musica di album in album, districandosi tra la disco e il pop d'avanguardia.
I successivi lavori Candy-O (1979) e Panorama (1980) vengono incisi direttamente negli studi di registrazione della band, i Syncro Sound Studios. Nel frattempo, Ocasek e soci entrano nel giro newyorkese di Andy Warhol, il maestro della pop-art, che produce per loro alcuni video-clip. Hit come "Let's Go" e "Candy-O", intanto, tengono alto il loro nome nelle classifiche.
Su Panorama (1980), forte della title track e della splendida ballata elettronica "Touch And Go", i Cars accentuano il lavoro su tastiere e sintetizzatori, coniando un suono sempre più algido e rarefatto. Un suono che torna sull'album Shake It Up (1981), trascinato dal ritmo contagioso della title track e dalla melodia frizzante di "This Could Be Love", ma anche da una ballata struggente come "I'm Not The One". Nel frattempo, Ocasek inizia la sua carriera solista con Beatitude (1982).
Ma è con Heartbeat City, nel 1984, che i Cars fanno collassare le classifiche di mezzo mondo.
Se c'e' un disco che incarna il pop degli anni 80, quello è proprio Heartbeat City. I denigratori troveranno tutto quanto si può detestare di un certo modo di fare musica: produzione raffinatissima, suoni curati al limite della trasfigurazione, chitarre propedeutiche alle tastiere. Tutti gli altri gli riconosceranno la natura di capolavoro. Un disco talmente bello che nemmeno i protagonisti riusciranno più, in seguito, a smarcarsene.
Se, infatti, fino ad allora i nostri non avevano sbagliato un colpo, ottenendo nel contempo vendite milionarie, sia Door To Door che i lavori solisti di Ocasek, naufragheranno nel tentativo di riproporre l'appeal di Heartbeat City.
Quinto album della band di Boston, Heartbeat City rappresenta il definitivo approdo alla formula synth-pop, ma senza dimenticare le armi che hanno reso caratteristico il marchio nei precedenti cinque anni. Ocasek chiama a raccolta Robert John Lange, Mutt per gli amici, artefice dell'esplosione mondiale degli Ac/Dc, di fatto sesto Def Leppard con i quali ha scompigliato le chart americane del 1983 grazie a "Phyromania", clamoroso tentativo, riuscito, di unire l'heavy-metal al pop con l'aiuto di campionamenti e di una produzione deluxe. E il risultato è ancor più efficace.
"Hello Again", poco meno di quattro minuti super pop-rock, high energy con interventi vocali multistrato, tastiere sprint e chitarre sintetiche, è una fotografia nascostamente moralista su questi dannati neo-arrampicatori sociali, quelli che vogliono esserci a tutti i costi, nella buona e nella cattiva sorte: "Waiting for the sunshine, standing in the rain", elettrici, eclettici, sognatori, concreti. Ma anche romantici, "Looking For Love": chitarra arpeggiata e tastierine fischianti, ritmi metallici, voci sovrapposte, up-tempo facile facile, classico bubblegum alla Cars, impreziosito da una ricerca tecnologica al passo con i tempi, mai indietro, ma neanche mezza unghia davanti. Atmosferico e ballabile. "Magic", ennesimo poppettino sparato, con cori da favola, celebrazione degli effetti dell'imminente estate americana.
Calcolatrice alla mano, è tempo di ballad: "Drive" vuol dire melodia sopraffina, mutuata dall'Elvis più struggente, interpretata con grande spirito imitativo dal biondo Ben Orr, bassista della combriccola, più abituato di Ocasek a presentarsi con una rosa all'uscio della porta della propria bella, dotato di un timbro vocale più consono a uno stile retrò, peraltro ripulito e tecnologizzato a dovere. Un successone, insomma, sostenuto a dovere da un drammatico filmato, con Pippo Ocasek colto pensieroso al limite del truce, mentre la sua giovane fidanzata Paulina Porizkova piange calde lacrime. E l'atmosfera si fa sul serio cupa, di chi sono quegli "Stranger Eyes"? Un'amante tradita, o solo in attesa, magari di vendicarsi. Riedizione in chiave metaforica (e pomp-pop) dei tragitti chimici un tempo disegnati da Lou Reed?
Ma allora i Cars sono i Velvet Underground in versione mass-market?! Dilemma che si sgretola per un attimo, spinto via dal ritmo gioioso e frenetico di "You Might Think", rock'n'roll robotizzato con cui Ocasek manifesta la sua ossessione nei confronti di un'ossessionata (poverina) conquista del sabato sera. E il video, uno dei più simpatici dell'epoca, mostra Ocasek mentre insegue con tutti i mezzi possibili la sua preda, trasformandosi alla fine in King Kong. Peccato che lo scimmione con gli occhiali da sole, una volta catturata la ragazza, la lasci cadere nel vuoto... L'elemento sinistro fatica a essere rimosso anche in situazioni dichiaratamente comiche. Che finiscono in fretta, visto che le tre canzoni seguenti parlano la lingua della disillusione, del fallimento, della disperazione, sapientemente mascherate da un make-up discotecaro, sostenuto come in "It's Not The Night", "Per dolci vendette, per decretare la fine dei giochi", più languido in "Why Can't I Have You" ("Piccola, fatti sfiorare solo un'altra volta, lascia che io ti dica che sei sempre nei miei pensieri"), con interventi corali che condiscono costanti il recitato di Ocasek. Una ricetta che viene riproposta in "I Refuse", con tanto di voci modificate da vocoder, spruzzi di synth, chitarrine stoppate, metronomo sempre acceso.
E' però l'ultimo, omonimo brano, "Heartbeat City, a mandare all'aria tutto: il 1984, l'industria, il pop tutto. Un nuovo traguardo raggiunto dalle sette note, ballata ansimante, misteriosa, con un battito d'ali elettronico a incipit. Canzone dove anche la tipica chiave interpretativa di Ocasek, sincopata e nevrastenica, cambia registro, diviene morbida, pacificata, sedata. Chi è la Jacki che sconfigge la frenesia cittadina, che accende le luci della notte metropolitana? Il fantasma Velvet tossico ritorna a farsi sentire. Ma è il sottofondo, il corredo armonico melodico a stupire: un'architettura prevalentemente elettronica, gestita a livello rumoristico dal sapiente uso del Fairlight, inedito macchinario digitale, capace di campionare e riprodurre una miriade di suoni, di dipingere paesaggi caldi, bollenti e, un attimo dopo, gelidi, paurosi. Cinque minuti dove il pop diviene ambient, con discreti fiati sintetici a fare capolino, a riempire orchestralmente gli spazi. Un incubo che diventa paradiso, nell'incertezza del domani. E' il traguardo definitivo dei Cars e di Ocasek stesso.
A questo punto, infatti, qualcosa si inceppa negli ingranaggi delle "macchine" di Boston. Ric Ocasek intraprende la carriera solista, cimentandosi anche nella veste di produttore (eccellente il suo lavoro con i Suicide di Alan Vega e Martin Rev). L'ultimo atto dei Cars, prima dello scioglimento, è rappresentato da Door To Door del 1987, che però non ripete il miracolo di Heartbeat City, riuscendo a riproporre solo qualche ritornello orecchiabile ("Tonite She Comes", "You Are The Girl").
L'intellettuale yuppie Ocasek, intanto, è sempre più impegnato nella sua attività solista: This Side Of Paradise (1986), però, pur ben confezionato, non ha molto da aggiungere al repertorio dei Cars e sembra perpetuarne ad oltranza gli artifici (la ballata "Emotion In Motion", che riecheggia "Drive", e il rock elettronico di "Keep On Laughin'", che fa il verso a "Heartbeat City").
Non ottiene risultati migliori neanche Troublizing, album a cui partecipano gli Smashing Pumpkins Billy Corgan e Melissa Auf der Maur, allora nelle Hole. Meglio allora l'attività di produttore, che negli anni Novanta vede Ocasek sponsorizzare una nutrita pattuglia di band indie, da Guided by Voices a Weezer. E il cantante dei Cars può vantarsi, tra l'altro, di aver contribuito a lanciare Nick Cave. Grazie a un celebre video in cui Ocasek faceva l'"attacchino" di locandine dei concerti del cantautore australiano quando questi era ancora pressoché ignoto al grande pubblico.
Anche Orr si mette in proprio, pubblicando l'album The Lace, con la fortunata "Stay The Night". Ma quella del bassista dei Cars (vero nome Benjamin Orzechowski) è una storia segnata: malato di cancro al pancreas, morirà nell'ottobre 2000 nella sua casa di Atlanta. Orr era stato l'anima melodica della band, quella più direttamente influenzata dal romanticismo dandy di David Bowie e Roxy Music. E' anche per merito suo che i Cars possono vantare un invidiabile record: tutti i loro album sono stati almeno di platino.
La recente, patetica reunion a nome New Cars, in compagnia di un disperato Todd Rundgren a caccia di dollari, non può macchiare una delle esperienze decisive della storia del pop elettronico a stelle e strisce.
Contributi di Marco Bercella

