Cenotaph

Cenotaph

Gli oceani neri del death-metal

di Francesco Nunziata

Spesso e volentieri dimenticati, anche dai più accorti cultori del verbo death-metal, i messicani Cenotaph, pur alternando momenti entusiasmanti ad altri di dubbia consistenza, hanno registrato un paio di dischi fondamentali per gli sviluppi del genere, tra cui il probabile vertice del death melodico. Ripercorriamo la loro storia, tra riflessi lugubri, oceani neri e riti epici

Prologo

Nella prima metà degli anni Ottanta, quando la cultura giovanile messicana andava ormai lentamente americanizzandosi, anche in campo musicale ci furono novità interessanti. Se in ambito metal inizialmente furono Judas Priest e Scorpions i modelli da seguire, poco alla volta, a causa del radicalizzarsi della ribellione contro i valori tradizionali, furono gli estremismi a stelle e strisce a prendere il sopravvento nel cuore degli appassionati, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 1986, dell’epocale “Reign In Blood” degli Slayer. Il centro più importante del diffondersi di questo nuovo movimento fu, ovviamente, l’immenso bacino metropolitano di Mexico City, dove non era difficile imbattersi in torme di metaleros vestiti con jeans sdruciti e t-shirt raffiguranti i simboli o i nomi delle loro band preferite. A differenza di altre scene, comunque, quella messicana prese, poco alla volta, tendenze politiche sinistrorse, con rivendicazioni contro l’imperialismo americano, accuse all’immobilismo del governo e denunce delle torture cui erano sottoposti i profughi beccati oltre frontiera. Grazie al tape-trading (lo scambio di cassette registrate con cui gli appassionati si scambiavano copie di dischi anche a livello intercontinentale), molti album furono disponibili per il numero sempre crescente di ragazzi innamorati del metal.

In questa atmosfera piuttosto calda, che vide anche la chiusura di alcune fanzine e altre forme di censura più o meno invasive, la compilation Escuadrón Metálico - Proyecto Uno, nata per iniziativa di Arturo Hernandez Huizar, cantante dei Luzbel, rivelò una prima faccia del metal messicano, con brani di Gehenna, Aspid, Z, Khafra e Ramses. La miccia era stata innescata. Fu così che, pur senza adeguate conoscenze tecniche, molti ragazzi si buttarono nella mischia, formando band e registrando demo. Nel 1988 fu la volta dei Damned Cross, formati da Daniel Corchado (voce, basso), Guillermo Hérnadez (chitarra) e Oscar Clorio (batteria). Decisi a mettersi alla prova con un mix di death-metal, grind e liriche oscene, i tre riuscirono a registrare un demo, Excretion Of Infected Corpses, non proprio esaltante, ma comunque capace di ottenere buoni riscontri... Un altro demo, Soldiers Of Wotan, fu registrato con una line-up diversa e fu fatto circolare soltanto in una cerchia ristretta di amici. Messo in soffitta il vecchio moniker e adottato quello più suggestivo di Cenotaph, i ragazzi intensificano le prove, cercando di affinare quanto più possibile la tecnica strumentale. Il primo sforzo fu il demo Rise of Excruciation, un oggetto misterioso per molti anni, prima che la Dahmer Productions lo ristampasse nel 2003. E’ la fotografia di una band armata di un solo registratore a quattro piste e di tanta buona volontà, ma i risultati sono ancora poco convincenti, anche perché, va da sé, la qualità della registrazione non è proprio delle migliori. Di lì a poco, comunque, la brasiliana Distorted Harmony Records si accorge di loro e gli fa registrare il 7” Tenebrous Apparitions, contenente due mostruose e putride composizioni, tra rombi subsonici di basso, chitarre in down-tune e dal tocco sludge e una voce catacombale che fa davvero paura (ascoltare, per credere, “Larvs of Subconscious”…).
Siamo nel 1990 e la line-up dice: Guillermo Delgado (chitarra), Oscar Clorio (batteria), Gustavo (chitarra) e Daniel Corchado (voce, basso, chitarra).
“A quell’epoca – ricorda Oscar Clorio – eravamo molto influenzati da gente come Xysma, Carcass, Immolation, Nihilist, Napalm Death e altri. Il nostro desiderio era quello di suonare la musica più pesante e brutale di sempre. Certo, il suono di quel nostro primo 7” non era granché, ma ci stavamo facendo le ossa”.

Quello di The Eternal Disgrace (con César Sánchez al posto di Gustavo), altro 7” pubblicato dalla losangelina Baphomet Records, è rozzissimo death-metal delle caverne, in cui la voce di Corchado ricorda quella di Antti Boman dei Demilich, formazione che proprio in quel ’91 pubblicava il suo primo demo, "Regurgitation of Blood". Roba per stomaci fortissimi, insomma. Contattati, dunque, dalla tedesca M.B.R. Records, i Nostri registrano un brano nuovo di zecca, “Evoked Doom”, destinato alla compilation internazionale Pantalgia, cui parteciparono, tra gli altri, Disembowelment, Pan-Thy-Monium, Therion e God Macabre.

Cupe riflessioni sul dolore

cenotaphIl 1992 fu l’anno della svolta per i Cenotaph. Sotto l’egida della Horus Productions, infatti, registrarono e pubblicarono uno dei dischi più importanti della scena messicana, The Gloomy Reflection Of Our Hidden Sorrows (9 tracce; 44.42), con la bellissima copertina di Ryszard Wojtynski. La band era riuscita finalmente a diventare una delle più brutali e pesanti del pianeta, grazie anche ad una produzione più professionale (Hans Mues). Messe da parte le liriche di matrice “gore”, furono adottate tematiche esistenzialiste, mentre il sound si trasformò in uno sludge death-doom dell’iperspazio, aggiungendo dosi di sconfinata magniloquenza a quanto i conterranei Shub-Niggurath avevano proposto, un paio di anni prima, sulla cassetta “Horror Creatures”. Già all’epoca, il disco vantava una proposta pressoché unica, che amalgamava furiose detonazioni e inserti acustici, squassi letali e parentesi evocative, torbide visioni horror e fughe galattiche. La prima session di registrazioni non convinse, comunque, la band, decisa ad ottenere un suono dominato dalle basse frequenze e un’atmosfera soffocante.

Annunciato da poche ma solenni note di tastiere (suonate dallo stesso Mues) e scosso dalle prime possenti scariche death-doom, “Requiem for a Soul Request” è lo strumentale più adatto per inaugurare il viaggio, la cui prima, vigorosa tappa è “Ashes in the Rain”, brano manifesto del nuovo corso anche a livello di liriche:” The ruins of my life, are building my hate / Again the eternal time, is taking me / So slow, that I can't breathe / So I burn all my traumas”. La monumentalità dell’insieme è corrosa da splendidi inserti chitarristici, sospesi tra viscida malinconia e ispido delirio, che ben si sposano con la asfissiante tessitura imbastita dalla sezione ritmica. I blast-beat ciclopici, la voce gutturale di Corchado, le cristalline serpentine melodiche, le elastiche figure di basso e le maleolenti ragnatele elettriche delle due sei corde sono i tasselli intorno cui ruotano le poderose elucubrazioni di “...a Red Sky”, le versione più rifinite di “Evoked Doom” e “Repulsive Odor of Decomposition” (entrambe proiettate verso un sinfonismo titanico) e le occulte fratture, con devastanti inabissamenti doom di “Tenebrous Apparitions” (uno dei momenti più dinamici della scaletta). In “The Spiritless One” e “Infinite Meditation of an Uncertain Existence” si ascoltano, dunque, bizzarre intrusioni tastieristiche, mentre “In The Cosmic Solitude" giunge alla sintesi più riuscita, regalando uno dei momenti più intensi: intro acustico avvolto da venti siderali, tagliente epica chitarristica in scintillante preludio, galoppo schiacciasassi e radure di torrenziale malignità.

Tutto il disco è un inno alla potenza del doom riletto attraverso la disumana prospettiva del death. Tra le gelide apocalissi dei Winter di "Into Darkness" e le colossali evocazioni degli Esoteric (che esordiranno giusto un anno dopo e che, molto probabilmente, qualche ascolto al disco in questione lo diedero…), i Cenotaph piantarono un seme fondamentale per comprendere gli sviluppi di alcune delle sonorità più terrificanti dell’epoca.  
Il disco consentì, inoltre, ai Cenotaph di fare il salto di qualità, tanto da diventare un oggetto di culto per gli appassionati del metallo più estremo. Nel frattempo, ebbero l'onore di condividere il palco con alcune delle band più acclamate dell’epoca (Carcass, Incantation, Autopsy), anche se qualcosa iniziò ad andare storto, tanto che, prima della fine dell’anno, Corchado lasciò per andare a fondare un’altra delle istituzioni del death messicano: The Chasm.
“In  quel periodo – ricorda Corchado – i Cenotaph si stavano spingendo verso un sound molto estremo, ma io volevo sperimentare un death-metal ancora più oscuro e, soprattutto, più bizzarro. Iniziai a buttare giù del materiale, con l’intenzione di proporlo al resto della band ma, quando mi accorsi di non essere granché supportato, decisi di andarmene per fondare una band tutta mia”.

Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare (Jorge Luis Borges)

cenotaph - Riding Our Black OceansVenuto a mancare l’apporto di Corchado, il resto della truppa si sentì spaesato, ma Clorio, dopo un periodo di riflessione, rimise le cose a posto, ingaggiando il bassista Fernando Garcilazo (proveniente dagli Allister), il cantante Edgardo González (fresco di demo con i Foeticide) e il chitarrista Julio Viterbo, la vera mente del progetto Shub-Niggurath, altra leggenda del posto. Strano ma vero, proprio dopo l’abbandono di Corchado, la band iniziò a scrivere materiale assolutamente diverso rispetto a quello presentato sul primo disco. In una sola notte, fu registrato un demo da far circolare tra diverse etichette. Alla fine, si fece viva l’olandese Cyber Music e, nel luglio del 1994, fu pubblicato Riding Our Black Oceans (9 tracce; 49.18), un disco che rappresentava una cesura netta con quanto la band aveva prodotto fino a quel momento. Abbandonate, infatti, le truci visioni del passato, i Cenotaph si concentrarono su una scrittura molto più avventurosa e su un sound relativamente più rifinito, capace di incorporare una vigorosa traccia melodica dentro strutture articolate e mai banali.

Ogni volta che si discute di questo lavoro, salta sempre fuori la storiella dell’influenza della scena “melodica” scandinava. Insomma, per molti è impensabile che, in un modo o nell’altro, durante la stesura e la registrazione di questi brani, i Cenotaph non abbiano ascoltato, anche solo di sfuggita, lavori come "The Red in the Sky Is Ours" e "With Fear I Kiss the Burning Darkness" degli At The The Gates o le prime produzioni degli In Flames o dei Sentenced. Ebbene, pur non negando una certa influenza, Clorio ha sempre sottolineato l’assoluta originalità del loro sound:“L’unica cosa che avevamo in comune con quelle band era il fatto di volerci concentrare su arrangiamenti più complessi, inglobando, inoltre, dei riff di matrice più dichiaratamente heavy-metal, anche se pur sempre utilizzati in un contesto “estremo”. Ma i veri artefici del suono di quel nostro secondo disco fummo soltanto noi…”.
Comunque la si voglia pensare, resta il fatto che Riding Our Black Oceans, una volta digerito a dovere, mostra di essere di ben altra fattura, in quanto ad originalità, qualità media e complessità dei brani, rispetto ai modelli scandinavi, imponendosi come il capolavoro assoluto del versante "melodic" del death-metal. Tra le braccia della melodia, Clorio e soci giunsero ascoltando soprattutto dosi massicce di Iron Maiden, ma non è da escludere che Corchado avesse lasciato più di una suggestione prima di cercare fortuna altrove, come suggerisce l’ascolto del demo "Awaiting the Day of Liberation" o dell’esordio ufficiale a nome The Chasm, "Procreation of the Inner Temple", usciti rispettivamente nel ’93 e nel ’94 e che, comunque, mostravano un’impalcatura meno tecnica e una maggiore propensione per soluzioni bizzarre.

Per quanto riguarda il suono delle chitarre (le cui linee in tremolo stanno a metà strada tra le progressioni del black-metalBurzum è, in quel periodo, tra i loro ascolti preferiti - e quelle, per l’appunto, del melodeath svedese) fecero una precisa richiesta al produttore Julio Sanchez:”Volevamo che le chitarre suonassero più crepitanti, così chiedemmo di pensare a "Master Of Puppets" dei Metallica.” Inoltre, si decise di non missare o masterizzare il disco, utilizzando, altresì, una strumentazione completamente analogica, con lo scopo di ottenere una registrazione quanto più aderente possibile alla realtà dei “fatti”. Tutti questi fattori contribuirono ad una resa sonora unica, i cui pilastri sono: il canto furiosamente espressiva e anti-tecnico di Edgardo González, a tratti davvero straziante nel suo tentativo di trasferire “dentro” la voce il perturbante che si agita dietro le sue liriche; il chitarrismo insieme elastico e intricato di Viterbo, che alterna riff insidiosi ma di grande effetto a splendide sortite melodiche, cercando di disimpegnarsi tra i vari picchi armonici, onde sviluppare uno spazio tonale più ampio (di contro, l’apporto sovente più strutturato di César Sánchez crea uno sfasamento strutturale in cui si inseriscono le linee palpitanti del basso di Fernando Garcilazo); infine, il batterismo estremamente dinamico di Clorio, che dona al tutto un senso di vorticosa spazialità, cercando di sottolineare i diversi passaggi strumentali con figure eleganti e robuste.

Capolavoro della scena estrema messicana e probabile vertice del melodic death-metal tutto, Riding Our Black Oceans (registrato agli OIGO studios di Guadalajara) è un disco che colpisce innanzitutto per la sua carica passionale, spalmata lungo gli scarsi cinquanta minuti della sua durata in maniera pressoché omogenea, tanto che è praticamente impossibile rintracciare un passaggio superfluo, una caduta di tono che sia una. Carica passionale accentuata anche dalla scelta di Gonzalez di continuare, a livello di liriche, nel solco esistenzialista di The Gloomy Reflection Of Our Hidden Sorrows, pur se optando per una prospettiva più “umana” e meno “cosmica”. Gli “oceani neri” di cui parla il titolo sono da intendere, dunque, ad un livello simbolico, rappresentando, infatti, le distese dell’umana interiorità che, in quanto impenetrabili, possono essere al massimo “solcate”, ma mai veramente penetrate. Se inabissarsi nell’oceano dell’anima è pressoché impossibile, non resta, dunque, che navigarne, in un lungo e in largo, le vaste distese.

image010Il disco si apre con dei versi recitati  dentro un paesaggio misterioso in cui risuonano un arpeggio smarrito e un sibilo lontano:” The fallin’ cross is watching the moon with my eyes / with my heart was created this torment hate / with my soul sorrow... / The sky rain in tears upon my face / and I rest in this dark trance / where the sanity sleeps in the atrocity”. Una recitazione che esplode in una dolorosa fiammata death/thrash, preludio al primo pannello del nuovo corso, in cui la materia si è fatta così duttile da assumere connotati progressivi. Lo stacco rispetto ai possibili modelli è già netto, assoluto, intenso. Un riff maestoso e magnetico apre “Severance”, scortata dalle tessiture ininterrotte e scabre delle chitarre fino ad un lacerante collasso (“So this illumination of souls will be over / when the morning eternally sleep with the sun”), in cui le parole si accartocciano come fogli di carta bruciacchiati, consentendo alla musica di riorganizzarsi attorno ad una seconda sezione in cui le agili acrobazie batteristiche tengono il baricentro rispetto alle ricorrenti fughe melodiche di Viterbo che, di saliscendi in saliscendi, trascinano il tutto verso l’epico finale. L’attacco di “Grief To Obscuro” è un cazzotto al volto e tutto il brano è un vertiginoso rincorrersi di mulinelli trillanti e concentrici, picchi drammatici, strappi convulsi e progressioni furibonde. Fin dall’incipit, invece, “Macabre Locus Celesta” mostra ulteriori complicazioni, con bridge panoramico a rovesciare la prima parte in un torrido delirio superomistico (“Walking-to the open road that I proclaim / Searching-for the ritualistic names written in my view”), a sua volta superato da un profluvio sempre più inestricabile di scambi strumentali. Dunque, la detonazione in proiezione, con cui Gonzalez chiama a raccolta prima dell’ultima curva. “Among The Abrupt” continua lungo la scia di questa sferzante espiazione, con una prima parte al cardiopalma (dove impianto tecnico, istinto progressivo e foga barbarica si fondono in modo ineluttabile) e una seconda che scivola in un decelerando quasi doom, con richiami alle catastrofi metafisiche del primo disco (“In this gloomy dream my hidden sorrows / will stay behind my eyes for the existence / and for the eternity they will remain mine”) e un colpo di coda secco come uno sputo a bruciapelo.

La dimensione umana del dolore diventa, in ogni caso, man mano più angusta, incapace di contenere la tensione tragica di questi brani, tanto che la prima strofa di “Infinitum Valet” (“Be alone and contemplating the meditation / in a spiritual space, where all is in order / the cosmicism of this enigma dances for me / in this existence of my being that is in disorder”) pone la domanda circa quell’enigma nuovamente da un’angolazione cosmica, mentre la musica guadagna un respiro quasi sinfonico, in un susseguirsi di apoteosi in crescendo e rigurgiti brutalisti. L’interludio acustico, con coda marziale di “The Silence Of Our Black Oceans” prelude alla doppietta finale. Fin dal micidiale attacco in corsa, “Soul Profundis” promette colpi ben assestati, mantenendo un livello di guardia invidiabile, tra un inserto vagamente mariachi (!) che spunta improvviso a ricarburare l’anelito pugnace di questi metaleros in stato di grazia, rettilinei trionfali e un febbricitante punto di rottura (“I implore with fear my sword that is hate / with purgatory emotional sensibility / I ride in this night of the stars / fighting for the domination of my own / light of darkness / trying to catch the wind in my fist”) che, intorno al quarto minuto, sembra voler condensare tutti i travagli del disco. Probabilmente, il capolavoro nel capolavoro... Lungo "Ectasia Tenebrae", invece, introdotta da un prologo egizio che potrebbe far pensare ai Nile o ai Lykathea Aflame (ma con qualche annetto di anticipo...), si compie la trasfigurazione di questo death-thrash melodico in un connubio di scansioni scalari a tamburo battente e sublimazioni sanguigne alla ricerca del climax definitivo. Le chitarre si lanciano in spedite volate all’unisono, liberano stormi di armonici, continuando a scandire un tormento iperbolico che gli ultimi, dolorosi accordi sembrano voler spegnere una volta e per sempre.
In pochi, al tempo delle spaventose visioni di Tenebrous Apparitions, avrebbero scommesso sulla capacità dei Cenotaph di realizzare un disco capace di suonare al contempo sofisticato e brutale, melodico e progressivo, proiettando il death-metal verso nuove dimensioni di creatività. E, del resto, furono pochissimi quelli che, in quell'estate del 1994, si accorsero della grandezza di Riding Our Black Oceans, i cui nove brani riescono ancora oggi a risultare sfuggenti ed enigmatici.  

Riti e saghe, guerra e morte

Con la stessa formazione, fu registrato anche Epic Rites: 9 Epic Tales & Death Rites (9 tracce; 43.50), rilasciato nel 1996 dalla messicana Oz Productions. Il disco si mantiene su livelli apprezzabili, mostrando una scrittura relativamente più lineare, ma sempre carica di sincera passione. Resistono gli scarti improvvisi tra momenti acustici e staffilate elettriche, qua e là spunta qualche intervento tastieristico (se ne occupa un certo Cabrito), mentre la voce di Gonzalez si è fatta leggermente più contenuta. Quanto a Clorio, il suo batterismo sembra essere meno brillante, mentre Viterbo macina riff su riff con il solito ardore.
Le dinamiche di brani quali “Crying Frost”, “Lorn Ends” e “Navegate” fanno ancora perno su passaggi tortuosi, interludi riflessivi e progressioni martellanti, con complicazioni più accentuate in “Toward The Umbra”. Tracce del drammatico pathos del precedente lavoro si materializzano, invece, con più vigorosa consistenza, in “As The Darkness Borns” e “Angered Tongues”.
Pur non raggiungendo i picchi creativi del suo predecessore, Epic Rites ebbe comunque riscontri più lusinghieri, tanto che la band fu chiamata ad aprire anche per gli Slayer durante il loro tour messicano. Fu anche messo sul mercato un bootleg con scadentissime registrazioni dal vivo (The Last Epic Age).

E’ in questa fase, comunque, che iniziano i problemi. Gonzalez cerca miglior fortuna negli Stati Uniti, anche se non abbandona la band, mentre Viterbo, dopo un periodo di incertezza, entrerà in pianta stabile nei Chasm. Alla fine, Clorio sarà costretto a reclutare un nuovo chitarrista (Samuel Ocadiz, già nei Foeticide e nei The Suffering) e un nuovo bassista (l’esordiente Eduardo Guevara) per tenere in vita la band. Il periodo di crisi si tramuta, così, in una nuova avventura, culminata con la pubblicazione, nel 2002, di Saga Bélica (8 tracce; 38.10), sempre su Oz Productions. All’epoca, ecco come Clorio si esprimeva al riguardo: “Lo abbiamo registrato in Germania, con Harris Johns e, a dirla tutta, è un buon disco. Probabilmente molti dei nostri fan saranno sconcertati dal nuovo sound, meno complesso e un po’ più brutale, ma è comunque un disco dei Cenotaph. Anche la qualità della registrazione non è male, anche se penso che il suono della batteria poteva essere migliorato, mentre è finito per essere un po’ troppo crudo. In ogni caso, questo disco lo abbiamo registrato innanzitutto per noi stessi e probabilmente sarà l’ultimo”. Diceva il vero, Clorio, perché con Saga Bélica l’avventura si esaurì. Quanto al disco, è senza dubbio il lavoro meno valido della loro storia, con brani di thrash-death martellante e senza compromessi, privi di spessore compositivo, incapaci di trasmettere quel senso di spaesamento emozionale che, ancora, Epic Rites riusciva, in un modo o nell’altro, a intercettare. E’, in ogni caso, un disco che l’ascoltatore occasionale potrebbe gustare senza problemi, magari scambiando la band per la solita macchina di brutalità cieca, esaltati dalle cadenze schiacciasassi di brani quali “Necrommandments”, la title-track o “Owners Of Torment”. Brani che non hanno un briciolo della potenza espressiva dei gioielli di Riding Our Black Oceans.

(28/07/2013)

Cenotaph

Gli oceani neri del death-metal

di Francesco Nunziata

Spesso e volentieri dimenticati, anche dai più accorti cultori del verbo death-metal, i messicani Cenotaph, pur alternando momenti entusiasmanti ad altri di dubbia consistenza, hanno registrato un paio di dischi fondamentali per gli sviluppi del genere, tra cui il probabile vertice del death melodico. Ripercorriamo la loro storia, tra riflessi lugubri, oceani neri e riti epici
Cenotaph
Discografia
 DAMNED CROSS 
   
 Excretion of Infected Corpses (autoprodotto)4
   
 CENOTAPH 
   
 Demo, 7", cassette 
 Rise of Excruciation (autoprodotto, 1990)

5

 Tenebrous Apparitions (Distorted Harmony Records, 1990)

6

 The Eternal Disgrace (Baphomet Records, 1991)

5

 The Last Epic Age (Vision D Records, 1998 - live) 4.5
   
 CD 
   
The Gloomy Reflection of Our Hidden Sorrows (Horus Productions, 1992)6,5
Riding Our Black Oceans (Cyber Music, 1994) 8
 Epic Rites: 9 Epic Tales & Death Rites (Oz Productions, 1996)6
 Saga Bélica (Oz Productions, 2002)5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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