Chrome

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Istantanee dell'era post-industriale

di Francesco Nunziata

Ostinatamente "underground", oggetto di culto per gli appassionati di indie-rock, i californiani Chrome hanno dato vita a un sound distruttivo e caotico: una sorta di "requiem per l'era delle macchine"
Nel 1979, in un articolo sulla scena alternativa di San Francisco pubblicato dal "New Musical Express" dopo l'uscita dell'antologia "Subterranean Modern" (con brani di Chrome, Residents, Tuxedomoon e Mx-80 Sound), Michael Goldberg scriveva: "I Chrome sono così testardamente underground che quelli che ne hanno sentito parlare nutrono forti dubbi sulla loro reale esistenza". E a ragione, visto che nella loro carriera questa band leggendaria è stata sempre restia ad esibirsi in pubblico, contravvenendo a questa regola soltanto in un paio di occasioni: il 20 luglio 1981, al Palasport di Bologna (dopo una pressante richiesta da parte di un nutrito gruppo di fan italiani.), e il 21 agosto successivo al Mabuhay Gardens di San Francisco. Prima di questo articolo-intervista, inoltre, la band non era mai stata fotografata né intervistata: roba da far invidia ai concittadini Residents! Ma andiamo per ordine.

Damon Edge, polistrumentista e sperimentatore convinto, formò i Chrome nel 1976, insieme con il bassista Garry Spain, il chitarrista John Lambdin e l'altro polistrumentista Mike Low. A dire il vero, comunque, tutti suonavano un po' di tutto, incluso un violino elettrico e una drum machine.

Tra le maggiori influenze di Edge troviamo John Cage, la musica araba (galeotto fu un viaggio in Marocco) e la psichedelia tutta, in primis quella della West Coast. Edge aveva già avuto modo di mettere in pratica questo suo background musicale mentre era alle dipendenze della Mgm, per la quale componeva colonne sonore di inutili quanto insulsi B-movie (per lo più di fantascienza, una delle grandi passioni di Edge e del suo futuro collaboratore, Helios Creed).

Nel 1977, esce per la Siren The Visitation, album di debutto che, fondamentalmente, esibisce ancora un grezzo garage-rock, pur se deturpato da ritmi tribali e da una eccentrica vena psichedelica. Uno dei migliori commenti al riguardo parlava di un incontro tra Brian Eno e Carlos Santana. Tutto sommato, l'album rappresenta un buon biglietto da visita, ma non è, comunque, ancora indicativo di quello che sarà il vero Chrome-sound. Ad ogni modo, brani di un certo rilievo sono l'iniziale "How Many Years Too Soon" (con una struttura volutamente aperta), "Return To Zanzibar" (che strizza l'occhio al punk) e "Caroline" (straordinariamente evocativa).

Il primo a dare forfait, dopo questa prova d'esordio, sarà Mike Low, subito rimpiazzato dall'altro chitarrista (e, all'occorenza, polistrumentista) Helios Creed. E' il suo arrivo a definire una volta per tutte il classico Chrome-sound, il cui primo grande manifesto è Alien Soundtracks, uscito nel 1978, e accompagnato da una copertina stupenda e inquietante al punto giusto. Qualcuno ha definito il suono di questo disco come "gli Stooges che suonano i Can nel cyberspazio". E ha visto giusto. "Chromosome Damage", in apertura, ricorda proprio la band dell'iguana, con il suo punk sgraziato, sudicio e malsano; ma, in realtà, i Chrome usano questo archetipo sonoro solamente per dimostrarne le mille sfaccettature, le mille risonanze musicali. E infatti, dopo un po', il brano finisce per mutare in un vortice di tape-loop e di brandelli chitarristici, prima di ritornare sulle orme del punk, ma, stavolta, con una possente carica sci-fi. "The Monitors" ripete il giochino, ma chiamando in causa i Pere Ubu, mentre "All Data Lost", servendosi di droni e di echi, costruisce uno scenario che rinverdisce le escursioni intergalattiche degli Hawkwind, tessendo una luminosissima trance psichedelica. "SS Cygni" fonde un groove scheletrico e divagazioni per chitarra lo-fi. "Nova Feedback" inizia tra rumorismi abbaglianti che veleggiano sinuosi nel cosmo; poi, una drum-machine inizia a dilatare lo spazio con un ritmo circolare, eterno, mentre Creed disegna traiettorie lisergiche che richiamano alla memoria un Jerry Garcia intento a delimitare i confini della sua mente. Qua e là, come ombre minacciosamente inafferrabili, compaiono anfratti abissali, simboli di un eterno che ruota su se stesso, instancabilmente. "Pygmies In Zee Dark" compie un ulteriore salto nel buio, assemblando percussioni minimaliste, rumorismi dilatati, voci trattate, danze macabre distorte e fuori fuoco, sibili e chitarre scordate. "Slip It To The Android" si avvale anche del violino elettrico, che, sullo sfondo, inscena digressioni impressioniste, mentre Creed srotola un tappeto dadaista di assoli al fulmicotone. In "Pharoah Chromium", ci imbattiamo in un'altra delle loro danze strampalate, infettata dalla solita, esuberante chitarra di Creed. "ST 37" è un delizioso divertissement, folle resoconto dei loro "strani" viaggi (nell'intervista di cui sopra, Edge non ebbe alcun problema a confessarsi consumatore abituale di droghe lisergiche). "Magnetic Dwarf Reptile" mostra, in ultima istanza, la grande passione di Edge per le ardite sperimentazioni del kraut-rock e per il surrealismo freak di Zappa.

Tutto Alien Soundtrack ha un carattere "provvisorio", "frammentario". Questo perché il fattore "sperimentale", spesso e volentieri, è talmente preponderante da lacerare qualsiasi imposizione di tipo "strutturale". E, poi, le ascendenze di chiara matrice psichedelica non potevano fare altro che dilatare, fino all'inimmaginabile, l'input di ogni brano. Un'altra considerazione da fare, riguarda l'apporto di Creed: il suo lavoro alla sei corde non appare totalmente integrato nella (pseudo)-struttura del disco; questo perché gran parte dei brani era già stata incisa quando Creed si unì al resto della band, riservandogli un ruolo, diciamo così, "secondario".

Dopo Alien Soundtracks, a dare forfait sarà John Lambdin. A questo punto, visto il ruolo sempre più marginale di Garry Spain, Edge e Creed diventano i soli detentori del progetto. Sull'album successivo, Half Machine Lip Moves (1979), Spain sarà accreditato solo in due brani, mentre John L. Cyborg sarà il nome assegnato alla drum-machine.

A differenza del lavoro precedente, Half Machine Lip Moves è lavoro molto più compatto e omogeneo. La frammentazione da "strutturale" diventa "organica", facendo apparire i brani come dei mostruosi collage di infinitesimali sorgenti sonore. Si tratta di potentissime istantanee dell'era (post)-industriale, filtrate da una luce sinistra, apocalittica, a tratti persino brutalmente iconoclasta. La musica scroscia magmatica e abrasiva, demolendo lo spazio immaginario che troppo spesso si vuole essere divisorio tra i generi.

Apre "Tv As Eyes", ancora punk rumorista e schizoide, con sevizie elettroniche nel finale. Immediatamente, compare "Zombie Warfare", prodigiosa suite in tre movimenti: si inizia con uno stratosferico riff di chitarra, cui fanno da contraltare una ritmica martellante e scie elettroniche; si prosegue tra voci trattate, vortici sbilenchi, bolle sintetiche, cacofonie e disturbi vari. Edge e Creed dimostrano, fin da queste primissime battute, il loro intento paurosamente dissacrante. Sembra di vederli, mentre godono come matti, nel disintegrare, lentamente, la vecchia, cara forma-canzone. "March Of The Chrome Police (A Cold Clamey Bombing)" continua la loro personalissima rilettura del garage-rock: l'incedere perentorio viene "infastidito" da strane voci che si insinuano nel tessuto ritmico, creando un effetto di disagio psichico.

Nel finale, questo ennesimo omaggio al Detroit sound viene inghiottito da una tempesta di feedback, che, tuttavia, non riesce a sconvolgere totalmente la struttura cardine del brano. "You've Been Duplicated" continua il massacro con le solite voci "effettate" e un continuo, perentorio stridere metallico. "Mondo Anthem" è un bulldozer sonico, sfregiato da furiose pennellate prima di distendersi in un free-jazz minimale per rumori assortiti, e lanciato, poi, in una progressione dissoluta, dove fanno capolino percussioni trovate, frammenti chimici, un organo suonato da alieni in astinenza da acido, devastanti eruzioni cacofoniche e un tremendo, violento senso della distruzione totale. Ancora percussioni a briglia sciolta introducono la title track ; poi, servendosi come al solito di una tecnica palesemente destrutturante, che fa uso di discontinuità all'interno dello stesso brano, Edge & Creed danno vita al loro più potente requiem per l'era delle macchine, delle catastrofi ambientali e dell'alienazione umana. Sembra di assistere a un rito solenne, in cui, però, la componente divina è stata annientata ed incorporata come un tassello qualunque in questa poltiglia di scorie sonore. Tuttavia, i Chrome, da bravi cerimonieri, dimostrano di avere un controllo totale del caos. Il cyberpunk fantascientifico di "Abstract Nympho" si disintegra in una collisione improvvisa, e il sound assume contorni pantagruelici, prima di essere investito da una massa di asteroidi impazziti. "Turned Around" costituisce una forma degradata di ballata futurista, in cui la componente patetica scaturisce dal gioco di incastri tra un basso gommoso, una chitarra che sfodera stilettate di distorsioni in delirio ascensionale e una voce anfetaminica che quelle distorsioni rincorre e fa proprie. Mancano all'appello le metonimie di "Zero Time", i tape-loop e l'assolo circolare con tanto di canto primitivista di "Creature Eternal" (con qualche traccia, qua e là, di Residents) e il battito possente di "Critical Mass", che lascia cadere il sipario su di un disco assolutamente unico e irripetibile, a cui ben si adatta la definizione datagli da Creed: "Industrial Strengh Music".

Facendo leva sulla potenza corrosiva di un sound davvero originale, i Chrome operano un avveniristico "montaggio delle attrazioni", dove i reperti sonici si arrampicano uno sull'altro, in un tapis roulant di schegge emotive e di barbarie cerebrali. Ad un passo dalla Silicon Valley, epicentro mondiale della degradazione della razza umana, causata dall'uso sempre più massiccio di computer e di robot, la band sembra trovarsi a suo agio nel suo rifugio antiatomico. ehm. nei suoi studi di registrazione. La ferma volontà di restare "underground" a tutti i costi si giustifica anche come atto di integrità intellettuale e, perché no, spirituale. Solo operando in una sorta di anonimato autoimposto, Edge & co. potevano riuscire nell'intento di gettare uno sguardo non deformato sull'Apocalisse imperante, psicologica e non, dell'era post-industriale. Ma se lo sguardo è lucido e freddo, come si conviene a uomini ormai al di là del bene e del male, ciò che noi percepiamo, in un primo momento, è un terrificante quanto irriconoscibile ammasso di sorgenti sonore, che solo, in un secondo momento, attraverso una più lenta e faticosa decodificazione, ci appare come lo scenario in cui, purtroppo, siamo stati incatenati dalle nostre stesse conquiste.

A distanza di anni, Half Machine Lip Moves resta uno di quei capolavori dimenticati che il tempo non riuscirà mai a scalfire, perché, purtroppo per il tempo, giace in uno spazio vuoto ed imperituro.

Nel 1980, viene pubblicato l'Ep Read Only Memory, che presenta un uso ancora più massiccio dell'elettronica. L'influenza dei Throbbing Gristle è indubbia, anche se solo qualcuna delle tracce ("I Am The Jaw") qui presenti riesce a reggere il confronto con quanto fatto dai seminali maestri inglesi. Di lì a poco verrà inciso il loro quarto album ufficiale, Red Exposure, che si riallaccia a quanto stavano facendo dall'altra parte dell'Atlantico Gary Numan e i Cabaret Voltaire. Detto questo, però, va rilevato che la creatività devastante degli ultimi due lavori (e, soprattutto, di Half Machine Lip Moves) inizia qui il suo lento declino, anche se non mancano momenti di una certa efficacia, come, ad esempio, "Room 101" e "Nights Of The Earth".

Nel 1981, dopo un altro Ep, Inworlds, il duo Edge/Creed, coadiuvato dai fratelli Stench alla sezione ritmica, registra Blood On The Moon, dove si susseguono nove episodi di uno space-punk acido e vibrante. Creed è in gran forma, come si evince dal magistrale lavoro di chitarra in brani quali "The Strangers" e "Perfumed Metal". Pur essendo un lavoro in cui la sperimentazione è ridotta ai minimi termini, il riscontro di pubblico è ancora una volta nullo. Il processo di normalizzazione prosegue con 3rd Stone From The Sun, un album ancora più dinamico e più orientato verso la forma-canzone. Solo l'imponente "Armageddon" e il pop lastricato di noise della title-track sono degne di figurare accanto ai capolavori del passato.

Dopo questa prova tutto sommato poco convincente, Creed decide di intraprendere la carriera solista. Edge, dal canto suo, vola in Francia, dove, reclutati nuovi collaboratori, pubblica "Into The Eyes Of The Zombie King". Ma senza la chitarra di Creed, i Chrome sono diventati nient'altro che una brutta copia dei Killing Joke, concentrati ormai, senza neanche troppa convinzione, su di un synth-pop dalle sfumature dark che è quanto di più meschino si possa immaginare.

Dopo un album dal vivo, con numerosi brani inediti - The Lyon Concert (1985) - nel 1986 è la volta di Another World, dove a essere scimmiottati sono stavolta i Cure di "Seventeen Seconds". Si tratta di un album mediocre, davvero indegno per una band che alla fine degli anni '70 era stata capace di scrivere pagine indelebili per la storia del rock. Lo scempio proseguirà fino al 1994, quando verrà pubblicato The Clairaudient Syndrome, un lavoro ancora più scialbo e inutile.

Dimenticato da tutti, Damon Edge muore nella sua casa di San Francisco nel 1995 - il cadavere sarà ritrovato soltanto un mese dopo l'avvenuto decesso! A questo punto, Creed, che nel frattempo si era preso qualche bella soddisfazione da solista, decide di rifondare i Chrome, chiamando alla sua corte Tommy Cyborg (che avrebbe curato gli arrangiamenti elettronici) e i soliti fratelli Stench alla sezione ritmica.

Primo traguardo di questa nuova avventura è il mini-album Third Seed From The Bud (1996), che risolleva enormemente le quotazioni della band. A conferma di questa rinascita, giunge, l'anno successivo, l'album Retro Transmission, con brani eccellenti quali "Phobeus", "Artificial Human" e "More Space". Tidal Force del 1998 è, fino a questo momento, l'ultimo album dei Chrome ad aver visto la luce. Nel frattempo, Creed prosegue, senza soste, la sua altalenante carriera solista, anche se nessuno dei suoi album può essere paragonato per creatività e impatto emotivo ai lavori storici dei Chrome, soprattutto a quel monumento al caos e al disagio post-atomico che risponde al nome di Half Machine Lip Moves
.

All'inizio del 2013, Helios Creed, ormai con quasi 40 album alle spalle, ha riscoperto del materiale inedito del periodo d’oro realizzato durante le registrazioni di Half Machine Lip Moves e Red Exposure. Materiale scartato, o meglio in eccesso, che ha impressionato Creed spingendolo a riprendere il lavoro da dove venne lasciato. Pulendo, rimasterizzando e completando le tracce, si sono così raggiunti i 18 episodi di Half Machine From The Sun, The Lost Chrome Tracks From 79-80, che hanno visto la luce grazie al contributo anticipato dei fan tramite il sito Pledge Music. Ritroviamo tutto di quanto abbia caratterizzato i Chrome, le dissonanze e le melodie, soprattutto con il potenziale singolo “Something Rhythmic (I Can't Wait)” , il rock spaziale minimalista (come l’iniziale “Anything”) e quello acido divagatore (“Looking For Your Door”, perfetta nella sua lunghezza), i sintatizzatori e l’alternarsi delle voci di Creed ed Edge (anche distorte, come nella dura “Fukushima (Nagasaki)”, epigono bastardo dell’hard-rock, tinto di pioggia acida), tocchi sperimentali come il magmatico borbottare di sottofondo nella minacciosa “The Inevitable”, o i cicli di pianoforte ossessivi di “Charlies Little Problem”. Non mancano i brani strumentali, a volte solo degli intermezzi rumoristici, come nel caso della brevissima “Intervention” o “Housewarming Party”, a volte lunghi e sognanti come “Autobahn Brazil”, che si perde tra colori e nebulose senza gli stridori presenti altrove, arrivando a riempire ben 77 minuti di disco.
I viaggi psichedelici non si fermano qui, perché le strumentali “Moog Piece”, con il moog, appunto, che sviolina sopra una cavalcata che suggerisce movimento tra cromatismi, creando un effetto particolarmente dinamico, nonché la conclusiva “Sunset”, decisamente più acida, offrono nuove visioni rotanti senza freni. Da contraltare fanno i quattro pezzi space-rock iniziali, a cui si potrebbe benissimo aggiungere “Sound And Light”, con la chitarra che ricorda il primo gothic, la lenta e sofferta melanconia di “The Rain”, con i suoi versi ripetuti quasi a preghiera, e la proto-industriale “Morrison”, meccanica di collage per voci e suoni alieni che si rincorrono in sincope, fino a scivolare nel "cut-up".
Il dubbio sulla possibile delusione era dietro l’angolo, come spesso accade con le uscite realizzate con materiali di scarto di altri tempi. Ma qui siamo di fronte a qualcosa di decisamente vivo, e la diffidenza si dissolve totalmente sotto le vibranti sferzate che ci portano, in un paradosso degno della macchina del tempo, sia nel loro passato che in un impossibile, angosciante e surreale futuro creato dalla fervida immaginazione dei Chrome.

Dopo dodici anni di stallo, il vecchio Creed ritorna in pista con la gloriosa ragione sociale pubblicando nel 2014 Feel It Like A Scientist, contenente sedici tracce nuove di zecca.
Con un piede ben piantato nel passato e uno ben saldo nel presente, il chitarrista californiano, affiancato da ben sei nuovi compagni di viaggio, declina oltre un’ora di marzialità deformi (“Lipstick”), fughe stoogesiane (“Nephilims (Help Me!)") rincorse interstellari in modalità hardelica (“Lady Feline”), nastri in reverse, voci che escono dalle fottute pareti e collagismi spastici (“Prophecy”, “Slave Planet Institution”), ipotesi di power-ballad androidi (“Something In The Cloud”), boogie spacconi (“Six”), visioni deformi che si nutrono di immaginari fantascientifici di quarta mano (“Captain Boson”, “Cyberchondria”), cyberpunk sudaticcio (“Big Brats”), sperimentazioni al ralenti (“The Mind”) e sbiadite cartoline da mondi lontanissimi (“Systems Within Systems”, “Nymph Droid”).
Le fondamenta di questo disco stanno tutte nei primi tre lavori pubblicati tra il 1976 e il 1979. Se ne ascoltano echi un po’ dappertutto in queste tracce che, per quanto siano state lavorate con certosina pazienza e con la giusta dose di entusiasmo, al massimo potrebbero invogliare i nuovi adepti a risalire il fiume fino alla sorgente prima del loro sound.



Contributi di Federico Gennari ("Half Machine From The Sun, The Lost Chrome Tracks From 79-80")

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Discografia
 The Visitation (Siren, 1977)

 

Alien Soundtracks (Siren, 1978)

 

Half Machine Lip Moves (Siren, 1979)

 

 Read Only Memory (Red, 1980)

 

 Blood On The Moon (DFOTM, 1981)

 

 No Humans Allowed (Siren 1981)

 

 Third From The Sun (DFOTM, 1982)

 

 Box (Subterranean 1983)

 

 Raining Milk (Mosquito 1983)

 

 Chronicles (Dossier, 1984)

 

 Into The Eyes Of The Zombie King (Mosquito 1984)

 

 The Lyon Concert (Atonal 1985)

 

 Another World (Dossier, 1986)

 

 Eternity (D, 1986)

 

 Live In Germany (Dossier 1989)

 

 Alien Soundtracks II (Dossier 1989)

 

 The Clairaudient Syndrome (Dossier 1994)

 

 Having a Wonderful Time With the Tripods (Dossier 1995)

 

 Retro Transmission (Cleopatra 1997)

 

 Chrome and Friends (Cleopatra, 1998)

 

 Angels of the Clouds (Konnex-Dossier, 2003)

 

 Ghost Machine (Dossier, 2003)

 

 Half Machine From The Sun, The Lost Chrome Tracks From 79-80 (King Of Spades, 2013) 
 Feel It Like A Scientist (King Of Spades, 2014) 
pietra miliare di OndaRock
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