Chuck Berry

Chuck Berry

Genesi del rock'n'roll

di Mauro Vecchio

A prescindere dal fatto che l’abbia inventato lui o meno, Chuck Berry fu il primo vero compositore del rock’n’roll, il primo grande chitarrista, nonché il suo primo poeta. Una vita esagerata, tra musica, eccessi e cadute. E una discografia che è come un’inesauribile banca del sangue, destinata a irrorare le più oscure cavità del rock per almeno tre decenni. Ecco la storia di Mr. Rock'n'roll, dal banco della frutta alla leggenda mondiale
"Non credo di essere speciale; niente a che vedere con l’espressione di Nat King Cole, la poesia di Maya Angelou o l’eleganza di Duke Ellington. La mia musica è molto semplice. Volevo suonare il blues ma non ero abbastanza ‘blue’. Non ero come Muddy Waters o altra gente che aveva veramente sofferto. In casa nostra non mancava il cibo in tavola ed eravamo benestanti rispetto a tante altre famiglie. Così mi sono concentrato sul divertimento, sull’allegria e sulle novità. Ho scritto di automobili perché una persona su due le possedeva. Ho scritto d’amore perché tutti vogliono l’amore. Ho scritto canzoni che i bianchi potessero comprare perché ciò mi avrebbe portato denaro. Era quello il mio scopo: guardare il mio estratto conto e vedere milioni di dollari"
(Chuck Berry)

"Se tu volessi dare un altro nome al rock and roll, lo potresti chiamare Chuck Berry"
(John Lennon)

"C’è stato un momento nella mia vita nel quale l’unica cosa che volevo era imparare a suonare come Chuck Berry"
(Keith Richards)

Intro

St.Louis Blues


Questa è una storia che parla di musica, automobili e galere, ma soprattutto è una storia americana. Inizia a St.Louis, la più grande area metropolitana tra due fiumi, il Missouri e il Mississippi. La stessa città che, agli inizi del secolo scorso, era tra le prime quattro negli Stati Uniti. Quella che nel 1904 riuscì a radunare persone da tutto il mondo per la Fiera Mondiale e per le Olimpiadi.
La città del grande arco e dei Cardinals del baseball. E, quindi, la culla del ragtime, del jazz e del blues. E’ a East St.Louis che muove i suoi primi sogni un ragazzo di nome Miles Davis. Tra le sue strade, Ike e Tina Turner preparano i litigiosi anni del soul.
Non è un caso che "St.Louis Blues" sia, nel 1914, una delle prime lacrime sprigionate dal dolore in 12 misure. La musica del diavolo e delle sue poesie tristi e maledette. Una "città aperta" di stili e influenze che si prepara a una delle più grandi rivoluzioni musicali del Novecento. Una mistura esplosiva di country bianco e blues di colore che ammalierà i giovani di un’intera nazione. Dai bianchi del Teatro Fox ai neri delle bettole suburbane. Un genere orgasmico e sovversivo che presto godrà del suo indiscusso "Re Elvis", ma che – a detta di molti – trova il suo vero nido qui, a St.Louis. Per merito di un chitarrista nero destinato a diventare "l’inventore del rock and roll".

Hail Hail Rock And Roll

Charles Edward Anderson Berry nasce a Elleardsville – sobborgo nero di St.Louis, Missouri – n
ell’ottobre del 1926. Il padre, Henry William, fa il carpentiere, mentre la madre, Martha Bell Banks, manda avanti il suo nido di sei figli. La famiglia vive all’insegna della tradizione, legando insieme le gioie della musica con una solida impostazione religiosa. A sei anni, Charles entra nel coro della Antioch Baptist Church e vive il suo primo incontro ravvicinato con il più classico e liturgico gospel.
E’ il 1932 e i Berry decidono di traslocare per permettere al piccolo Charles di frequentare prima la Simmons Grade School e poi la Sumner High. Il ragazzino dimostra subito grandi capacità di scrittura, incoraggiato soprattutto dalla professoressa di musica, che nota una naturale predisposizione per la metrica musicale. A quindici anni, si esibisce per la prima volta davanti al pubblico della scuola, confessando di avere un profondo amore per il blues. E anche il jazz. Charles adora il chitarrista di Benny Goodman e cerca con costanza di seguire le sue orme grazie alla sua prima chitarra acustica.

Vendendo frutta e verdura, il ragazzo riesce a realizzare il suo secondo sogno dopo la musica: le automobili. Con la sua nuova Ford, Charles parte per Kansas City con qualche amico, ma, all’improvviso, il sogno si infrange. I ragazzi rapinano per soldi e vengono arrestati. Dieci anni al riformatorio di Algoa.
Berry, tuttavia, è fortunato e, nel mese del suo compleanno del 1947, esce di prigione dopo una pena di oltre tre anni.
Soprannominato Chuck, il ragazzo decide di bruciare nuovamente le tappe, sposandosi con Themetta Suggs l’anno successivo e mettendo al mondo una bimba, Ingrid.

E’ il periodo in cui Berry mette a fuoco la musica che vorrebbe, mettendo insieme l’adorato blues di T-Bone Walker e Louis Jordan con Nat King Cole e il country di Hank Williams.
Il suo sogno di note è vicino: nel 1952 entra stabilmente al Cosmopolitan Club dove si esibisce con Johnnie Johnson al piano e Ebby Hardy alla batteria. Il miscuglio di blues e country riscuote successo anche fra i bianchi, portando la band a trasformarsi nel Chuck Berry Trio.
Il chitarrista nero inizia, così, un percorso di superamento degli scogli razziali, riuscendo a compiacere sia il viscerale pubblico R&B che la più compassata e tradizionalista platea bianca.
A ventott’anni, Charles "Chuck" Berry mette per la prima volta piede in uno studio di registrazione per suonare la sua chitarra con un gruppo a nome Joe Alexander & The Cubans.

Chuck non è più un giovanotto, ma la tentazione del neonato rock and roll è forte, nonostante un salone di bellezza già avviato. E’ l’inizio del 1955 quando parte – destinazione Chicago – per andare a vedere un concerto di uno dei suoi massimi idoli, Muddy Waters.
A sorpresa, la stessa leggenda del blues gli consiglia, alla fine dello show, di andare a bussare alla porta della Chess Records. Ed è Leonard Chess in persona che lo invita a tornare a St.Louis per realizzare un demo di suoi brani originali. Berry non se lo fa ripetere e, così, torna da Johnnie Johnson e Ebby Hardy per registrare un pugno di brani che già ha in testa. Tra questi, quello che piace di più a Leonard Chess è "Ida May", perché parla di auto e sesso. Nel maggio del 1955 Berry lo registra con Willie Dixon al contrabbasso, rinominandolo "Maybellene".
Il ritmo rockabilly di "Maybellene" ottiene un successo clamoroso negli Stati Uniti, scalando le classifiche più disparate, dal pop al country. Alan Freed, dj della stazione radio WINS di New York, mostra estrema fiducia in lui, inserendolo costantemente nella sua playlist e, soprattutto, coinvolgendolo di persona in un film sulla musica che sta sconvolgendo la gioventù americana.

"Rock, Rock, Rock" viene diretto da Will Price, ma è soltanto un pretesto di celluloide per diffondere al mondo il nuovo verbo sonico.
Decisamente più importante è, infatti, la relativa colonna sonora, Rock, Rock, Rock (Chess, 1956), che viene considerata il primo album ufficiale della carriera di Chuck Berry. Il disco, in realtà, viene concepito per dare visibilità ai primi alfieri della Chess Records. I Moonglows di Harvey Fuqua vengono da Cleveland, Ohio e, in brani come "I Knew From The Start" e "Sincerely", mettono in mostra buone qualità vocali in bilico tra R&B e doo-wop. Destinati a maggior popolarità, i Flamingos partecipano alla festa con chicche armoniche come "Would I Be Crying" e "A Kiss From Your Lips". A incendiare letteralmente il disco, tuttavia, è la personalità emergente di Chuck Berry che, con la sua chitarra sparata, si appresta a rivoluzionare la compassata scena musicale a stelle e strisce.
La metafora sessuale per automobili di "Maybellene" accende gli animi a un ritmo da corsa, accompagnato dalla voce nervosa e da una strumentazione rockabilly insolitamente piena. L’assolo di chitarra sconquassa il country più tradizionale, legandolo a doppio filo con il beat di "Thirty Days", ricordo dei tempi del riformatorio. Berry mescola in modo profano il ritmo negroide con lo stile bianco, ottenendo tempi frenetici e, soprattutto, anarchici per il periodo, come nel boogie di piano e contrabbasso di "You Can’t Catch Me".
Una strada creativa che arriva facilmente al bersaglio finale, la canzone-manifesto. Il riff di "Roll Over Beethoven" diventa, così, il marchio di fabbrica di Chuck Berry, quel qualcosa di rivoluzionario che si trasforma nelle coordinate di un nuovo stile sonico.
Appena quattro brani possono, quindi, essere più che sufficienti per svegliare i giovani americani dal torpore e descrivere la genesi del rock and roll.

Spinto dall’entusiasmo, Berry decide di buttarsi a capofitto nel mondo della musica, amministrando in proprio un business che si prospetta più che florido.
Alla fine del 1955, per non mollare la corsa del rock and roll, Leonard Chess lo spinge ancora in studio, con il preciso compito di bissare l’exploit da classifica di "Maybellene".
Chuck è consapevole del fatto che "o la va o la spacca" e inizia a definire meglio il suo personaggio artistico. E’ il 1956 quando, al Brooklyn Paramount Theater, mostra a tutti per la prima volta il "Duck Walk", colpo saltellante da palcoscenico.
Ormai manca soltanto una cosa: un Lp tutto suo.

Chuck BerryCon After School Sessions (Chess, 1957) Berry rifinisce il suo stile, marchiando a fuoco le coordinate per una nuova, avventurosa navigazione musicale.
"School Day" è la chiamata alle armi per gli studenti americani, botta e risposta tra canto e chitarra nevrotica, che incarna un momento cruciale di crescita generazionale. La rivoluzione sonica stravolge lo swing con il boogie frenetico e "Too Much Monkey Business" potrebbe passare per proto-punk prima di "Subterranean Homesick Blues". E’ l’ascesa del riff singhiozzante ("Rolly Polly") che incontra la musica latina nel seminale "Brown Eyed Handsome Man", rivincita lirica dell’uomo di colore armato di chitarra elettrica.
La formula è, così, trovata: mescolare il blues viscerale dei grandi numi tutelari ("No Money Down" rilegge il Muddy Waters di "Hoochie Coochie Man" mentre la canonica "Wee Wee Hours" mostra le abilità al piano di Johnson) con gli standard più classici della musica bianca. Il tutto frullato in un elettrizzante cocktail etnico, che prima di tutto guarda al country hawaiiano di "Deep Feeling" per poi spostarsi lungo il confine con il Messico nello strumentale "Berry Pickin".
A troneggiare, tuttavia, è l’incontro solitario chitarra-contrabbasso di "Havana Moon", gemma ispirata dall’idolo Nat "King" Cole. Berry cerca, infatti, di bruciare le tappe e diventare un vero songwriter: "Together" e "Driftin Heart" sono le sue prime ballate influenzate dal grande maestro. Il ritmo cupo di "Downbound Train", però, sembra affermare qualcosa di serio: la strada maestra di Charles "Chuck" Berry è il rock and roll.

Chuck B. Goode

After School Sessions ottiene un grande successo, portando Chuck Berry in tour per tutti gli Stati Uniti. Il chitarrista decide di investire l’improvviso fiume di denaro, fondando la Chuck Berry Music Inc. – società di edizioni musicali – e acquistando un grande terreno a Wentzville, con il proposito di crearci un parco giochi musicale a nome Berry Park.
Non pago, inaugura il Club Bandstand, locale a St.Louis dove bianchi e neri possono passare la stessa serata all’insegna della buona musica.

All’inizio del 1958 il momento florido continua anche dal punto di vista discografico.
One Dozen Berrys (Chess, 1958) cerca di ampliare il raggio d’azione della sua musica, all’insegna di un suono più variegato e meticcio. Ecco, allora, il romanticismo messicano di "La Juanda" mescolarsi all’hillybilly da quadretto familiare di "It Don’t Take But A Few Minutes". E, mentre brani come "In-Go" seguono la seducente via del jazz, certi numeri strumentali sembrano fatti apposta per dare lezioni blues di gruppo. "Guitar Boogie" si diverte a ritmo di shuffle e "Blue Feeling" rallenta al piano in chiave blues. Ancora meglio, "Rocking At The Philarmonic" si scatena in uno swing perfetto con i contrappunti vigorosi del contrabasso di Willie Dixon e il pianoforte incandescente di Lafayette Leake.
Tutto pregevole, ma Berry è, ormai, l’indiscusso cantore dell’adolescenza interraziale. Il boogie di "Oh, Baby Doll" e, soprattutto, la studentessa scatenata di "Sweet Little Sixteen" sono ancora troppo incendiarie per risultare anacronistiche.
La ricreazione del rock and roll non è affatto finita e uno come Chuck lo sa perfettamente. Lo swing and roll di "Reelin’ And Rocking" celebra, così, il divertimento (sessuale) sfrenato perché è arrivato il tempo della sua "Rock And Roll Music". Ed è curioso che, alla fine, un disco aperto ad altri generi finisca per essere importante solo per un motivo. Il rock and roll.

E’, quindi, un momento magico che esplode definitivamente con una serie di intense esibizioni dal vivo, a partire dalla serata pirotecnica all’Apollo di New York fino ad arrivare al grande privilegio di suonare davanti alla platea del Newport Jazz Festival. La sua band è una macchina perfetta, con il motore ritmico della coppia Dixon-Hardy e le accelerate improvvise del piano di Johnnie Johnson. Purtroppo i musicisti di Berry sono anche ottimi bevitori e questo proprio non piace al grande capo. Già verso la fine del 1958 Chuck decide di andarsene in tour da solo, accompagnato ogni volta da musicisti locali.
Certo, può permetterselo. I giovani americani stanno mutando pelle al ritmo della nuova musica e il chitarrista di St.Louis è uno dei loro profeti massimi, cantore di un divertimento sfrenato in nome di rinnovati bisogni esistenziali. Tutto questo, ovviamente, destabilizza le fondamenta dell’establishment puritano, che fatica ad accettare un uomo di colore come idolo delle folle. Nel giugno 1958, Berry viene arrestato per possesso illegale di arma da fuoco e rilasciato poco dopo su cauzione. La polizia del Missouri cerca di far dichiarare alla sua ragazza francese di essere stata vittima di abusi sessuali.

Berry, tuttavia, non si lascia intimidire e, nel 1959, parte per una tournée di grande successo in Australia. La sua rivincita si concretizza solo a luglio, quando esce nei negozi un disco rivoluzionario contenente un semplice riff che cambierà la storia del rock and roll.
Mai titolo fu più azzeccato. Chuck Berry Is On Top (Chess, 1959) fotografa nella maniera più lucida lo stato di grazia del chitarrista ribelle. Berry raggiunge finalmente la sua vetta personale, firmando la definitiva versione della dichiarazione di indipendenza della prima grande musica generazionale.
Per iniziare, gli elementi grezzi prima del big bang. "Almost Grown" unisce a doppio filo lo swing più eccitante, il doo-wop di Harvey & The Moonglows e il beat tipico di chi non vuole seccature. La chitarra elettrica ha, così, il suo vagito primordiale, mettendo in piedi il party di "Carol", innovativa e satura in "Maybellene" (brano già pubblicato presente nel disco insieme a "Roll Over Beethoven"). E’ la cifra stilistica dell’autore che trova il suo centro di gravità, arrivando a "Sweet Little Rock And Roller", brano che, a questo punto, potrebbe tranquillamente essere definito come "Berry sound". Un’eccitazione nevrotica che passa per l’attraente ritmo sincopato di "Little Queenie" ricamando il riff claudicante di "Around And Around", altro passo in avanti per le strade del rock più frenetico.
Berry si sente quasi onnipotente, permettendosi addirittura il lusso di suonare tutto da solo come nel collage di "Jo Jo Gunne" o sfociare in esperimenti strampalati, come la tarantella di "Anthony Boy" e la cubana "Hey Pedro". Brani che sono palesemente incapaci di stare al passo con quello che Chuck inventa quando scarica il blues e lo swing attraverso la voglia d’emancipazione del teenager americano.
Un "country boy" che sogna di diventare stella in una "big boy band". Con il basso swing-blues di Willie Dixon e le dita magiche di Lafayette Leake al piano, Berry si trasforma in "Johnny B. Goode" e grida al mondo che un tipo di musica è appena scivolata via per far nascere una piccola e poco tenera creatura: il rock and roll.

Worried Life Blues

Il decennio si appresta a terminare e la vita di Chuck Berry sembra davvero toccare vette irraggiungibili. Molte di queste, tuttavia, si rivelano fragili nella loro precarietà: nell’agosto del 1959 il chitarrista torna a suoi incontri ravvicinati con la polizia per aver "disturbato la quiete pubblica" in occasione di un concerto a Meridian, Mississippi.
E’ il preambolo alla vera e propria brutta notizia. Nel dicembre dello stesso anno, Berry si trova a Jerez, Messico e si invaghisce di Janice, strana ragazza di origini apache che gli dice di avere vent’anni. Chuck è perso e la invita a lavorare nel suo locale a St.Louis, ma, presto, Janice viene trovata dalla polizia americana a fare la prostituta in un albergo della città. La brutta notizia è che la ragazza ha solo quattordici anni. Berry viene accusato di sfruttamento della prostituzione e trasporto di minori tra stati. E’, per la legge, il momento decisivo per mettere dentro il "negro" che tanto piace ai ragazzini ribelli e alle donne bianche. Tre anni e cinquemila dollari di multa.
Preoccupato per la sua carriera, Leonard Chess convince Chuck a registrare a più non posso, cercando di ottenere abbastanza materiale in studio per coprire la sua futura, forzata assenza.

Successore dell’ingombrante Chuck Berry Is On Top, Rocking At The Hops (Chess, 1960) cerca di destreggiarsi tra blues e rock and roll con la massima eleganza possibile.
Sparisce, tuttavia, l’ormai inconfondibile anthem su tre accordi, ricordo pallido del grande Johnny B in "Bye Bye Johnny", senza assolo sfrenato, ma con il fraseggio già esperto del nuovo innesto Matt "Guitar" Murphy.
Berry duella spigliato nel boogie di "Down The Road Apiece", ma sembra quasi in un’altra vita, depresso bluesman in riva al Delta. Non più al party adolescenziale, ma solitario con "Worried Life Blues" di Big Maceo Merriweather e "Confessin’ The Blues" di Jay McShann.
E in tutto questo ci scappa anche una profonda voglia di sperimentare, virando verso melliflui lidi vocali con il doo-wop marca Ecuadors di "Too Pooped To Pop" e della ritmica "Betty Jean". Certamente un’ottima idea per non rimanere intrappolato nello stesso schema sonico, ma l’impressione è che "Duck" Chuck potrebbe osare più della steel languida di "Mad Lad". Già l’R&B per sax di "I Got To Find My Baby" sarebbe un passo in avanti. Per ora, tuttavia, l’uomo nero preferisce rifugiarsi nel triste calore di "Childhood Sweetheart" (sullo stile di Elmore James), ricordandosi solo sul finale di avere una coscienza da rocker da non abbandonare mai. "Let It Rock".

Puntuale, un anno dopo, esce New Juke Box Hits (Chess, 1961) che, a dispetto del roboante titolo, non presenta quasi nulla di rilevante. Chuck Berry non vuole ripetere gli schemi che l’hanno reso famoso, accontentando la sua platea solo con il riff di "I’m Talking About You". Per il resto, il chitarrista cerca nuove soluzioni soniche, provando innanzitutto certe scenette romantiche e zuccherose come "Diploma For Two". Il risultato è abbastanza melenso e scade progressivamente nel lamento di "The Way It Was Before" e in "Stop And Listen".
Meglio, sicuramente, il latinismo da sala da ballo di "Thirteen Question Method" e lo stile New Orleans di "Don’t You Lie To Me". Piuttosto evidente, tuttavia, una disattenzione di fondo, provocata probabilmente dagli improvvisi guai giudiziari. Berry, infatti, si rifugia sugli scudi di un più sicuro blues, tra le melliflue "Away From You" e "Sweet Sixteen" e la steel intrigante di "Run Around".
Quello che rimane è un autore in bilico tra riciclaggio e rinnovamento, che si appoggia sulle spalle di chi l’ha ispirato. Il Little Richard di "Rip It Up" e il Bobby Troup del divertente twist di "Route 66". Da colui che ha "inventato il rock and roll" ci si aspetta molto di più.

Il 19 febbraio 1962 Charles "Chuck" Berry vede chiudersi alle spalle le porte gelide del penitenziario di Terre Haute, nello stato dell’Indiana.
Leonard Chess fiuta il pericolo e, per mantenere viva l’attenzione sul chitarrista, pubblica la prima compilation della sua carriera. Twist (Chess, 1962) è, ovviamente, un pretesto per ripassare i suoi successi più clamorosi, dall’incendio di "Maybellene" all’anthem "Johnny B. Goode". Indubbiamente un’operazione commerciale, ma di sicuro carica del giusto pathos in onore di un musicista tartassato dalla legge perché scomodo e oltremodo ingombrante.
Gli "School Days" sono, per Berry, troppo divertenti e anticonformisti e, certamente, parlare di una "Sweet Little Sixteen" non aiuta poi molto i benpensanti ad accettarlo tra i propri beniamini. Tra un riff e un boogie, due brani inediti che meritano sicuramente l’ascolto (specie se paragonati agli scialbi episodi di "Juke Box"). "Come On" è uno spigliato R&B in stile New Orleans mentre "Back In The Usa" arricchisce il suo mito rock and roll con gli accordi inconfondibili e azzeccati coretti doo-wop. Un piccolo bignami in musica per dimostrare a tutti chi è il vero numero uno.

Berry, nel frattempo, passa il suo periodo di detenzione studiando per concludere finalmente le scuole superiori, ma, soprattutto, per preparare – musicalmente parlando – il suo ritorno alla libertà.

A chiudere la trilogia tappabuchi arriva, poi, Chuck Berry On Stage (Chess, 1963), fasullo disco dal vivo ambientato al Tivoli Theater di Chicago.
I vari brani, in realtà, sono frutto del lavoro in studio del chitarrista in periodi differenti della sua carriera. Il jazzato "How High The Moon", ad esempio, risale al 1957 ed è anche l’emblema di un album estremamente raffazzonato, perché del tutto invaso da voci urlanti assurdamente fuori posto.
Scivolano, così, via canzoni che certamente non fanno bene alla fama di un musicista già tartassato dalla sventura personale. In "I Just Want To Make Love To You" e "All Aboard", Berry riprende l’idolo Muddy Waters per giri blues alquanto canonici, infarciti delle solite piacevolezze corali degli Ecuadors. Non si arriva, cioè, oltre una certa dimestichezza strumentale, come nel rifacimento della "Junco Partner" di James Wayne a nome "The Man And The Donkey". Eppure il disco merita di essere ascoltato perché rappresenta l’unica possibilità di apprezzare brani importanti per la lezione di Berry sul rock and roll. "Go, Go, Go" riprende la storia eterna di Johnny attraverso il sax scatenato di Leroy C. Davis mentre "Memphis, Tennessee" scivola a meraviglia, minimale e sinuosa. Brillante anche la ripresa di "Brown Eyed Handsome Man" (in una versione per fiati decisamente più fluida) e "Jaguar And Thunderbird", che lascia di stucco con un veloce rap in anticipo sui tempi.
In definitiva, "On Stage" è un disco che meriterebbe l’oblio per l’operazione truffaldina dei cori e di alcuni brani – tipo "Rocking On The Railroad" – che sono semplicemente rifacimenti di successi precedenti. E’, tuttavia, vero che certe canzoni, in contesto differente, brillerebbero più scintillanti.
La virtù sta ovviamente nel mezzo.

You Never Can Tell

Chuck BerryIl 18 ottobre 1963 Chuck Berry esce di prigione e fa una straordinaria scoperta: il mondo del rock and roll non si è affatto dimenticato di lui.
A giugno un gruppo di scapestrati a nome Rolling Stones ha pubblicato il primissimo 45 giri, cover della sua "Come On". I Beach Boys dei fratelli Wilson scalano la vetta delle classifiche grazie a "Surfin’ Usa", rifacimento non troppo velato di "Sweet Little Sixteen". Le coste americane si preparano alla grande onda britannica, mentre gruppi come Beatles, Kinks e Animals non hanno problemi a dichiarare di esser cresciuti a pane e riff di Chuck Berry. E il grande ispiratore ha fame di rivalsa.

Chuck Berry’s Greatest Hits (Chess, 1964) viene messo in piedi per celebrare il ritorno alle scene dell’amato padrino del rock and roll, parata intelligente di brani ormai classici.
"Roll Over Beethoven", "Maybellene" e "Johnny B. Goode" sono da lezione di storia, ispiratori di decine di giovani band pronte a raccogliere il seminato del riff e del beat afro-americano.
Berry è l’inventore del rock and roll non certo per mere questioni stilistiche. Il nuovo corso musicale è un fluido scorrere di menti creative, dall’infuocato piano di Jerry Lee Lewis a Buddy Holly, dal nonsense di Little Richard a sua maestà Elvis.
Chuck, tuttavia, ha qualcosa che lo rende unico: una vena narrativa fluida, quasi cinematografica. "Nadine" (unico brano inedito del disco) è, allora, un’altra storia di rincorsa nel magma dei sentimenti umani. Berry, così, non apre solo la strada agli Stones o agli Animals, ma diventa un modello anche per tutti quelli che vogliono prendere una chitarra in mano per dire qualcosa, per esprimere se stessi.
"Nadine" sale in classifica negli Stati Uniti, ma soprattutto in un’Inghilterra che pare d’un tratto infiammarsi per il chitarrista di St.Louis. Il Vecchio Continente lo accoglie a braccia aperte, legittimando con un tour di successo il suo ritorno col botto.

Nello stesso anno, poi, l’etichetta inglese Pye decide di pubblicare un suo disco con alcune canzoni mai uscite negli Stati Uniti. The Latest And The Greatest (Pye International, 1964) cerca di cavalcare l’onda del successo in terra albionica, proponendo un miscuglio di brani vecchi e nuovi. La manovra tradisce le sue intenzioni commerciali, includendo certi romanticismi di maniera come "Fraulein" (country a firma Bobby Helms) e "Crazy Arms", già portata alla ribalta dal primo Jerry Lee Lewis. Non è certamente il Berry più ispirato, tra il blues canonico di "Things I Used To Do" e l’ennesimo tributo al maestro Elmore James sulle note di "O’Rangutang".
Più che lo swing di "You Two", a fare la parte del leone sono i suoi classici ritmi chitarristici, leccati tra jazz e rock and roll nella robusta rivisitazione di se stesso "Liverpool Drive". Le nuove generazioni inglesi hanno bisogno di ripassare continuamente la lezione di St.Louis e, allora, si torna allo "School Day" con "No Particular Place To Go", ennesimo manifesto sonico di una vita artistica che si rifiuta di mettere mano alla parola declino.

Galvanizzato dal successo del suo rientro, Chuck Berry vive il 1964 più che intensamente, togliendosi anche lo sfizio di suonare insieme al padre del beat da giungla, Bo Diddley.
In Two Great Guitars (Chess, 1964), i due alfieri dell’etichetta di Chicago si incontrano al bivio tra la superstrada frenetica del rock and roll e il sentiero più ombroso del blues da piccolo locale. Nella lunga "Chuck’s Beat", l’inconfondibile chitarra rettangolare di Diddley flirta con i graffi della Gibson di Berry, partorendo una energica creatura tra beat, blues e rock and roll.
I due non hanno un’intesa magica, ma riescono a fondere bene i propri marchi di fabbrica, come nella maratona tribale di "Bo’s Beat". Un disco, quindi, atipico (riempito poi da brani individuali) che illumina una gioiosa session tra due musicisti importanti, che molto hanno dato alla musica del diavolo.

Berry è, così, un artista rinato, esaltato dal suo stesso mito attraverso una serie di figli adottivi come John Lennon, Keith Richards ed Eric Burdon.

You Never Can Tell (Pye International, 1964) gioca proprio con questa pesante eredità, piccolo forziere di riff e gemme ritmiche. "Promised Land" narra, su una base di chitarra fragorosa e distorta, una semplice storia americana, in viaggio verso le mete più liriche del rock and roll.
E’ il Chuck poeta che si nasconde nel Chuck musicista, in certi casi troppo indulgente verso un passato che continua ad affascinare. Qui potrebbe affiorare una furbizia di fondo, ottima per cavalcare un successo quasi inaspettato. "The Little Girl From Central", infatti, ricalca troppo fedelmente il ritmo di "Sweet Little Sixteen", mentre "Big Ben" balla i passi di "No Particular Place To Go". Pare, insomma, che il Chuck artista fatichi a trovare un nuovo punto cardinale, perso nell’energia dello swing-boogie di "Brenda Lee".
Eppure, quando parte il delizioso pianoforte melodico di Johnnie Johnson, una nuova via appare all’improvviso. "You Never Can Tell" rivive New Orleans e dimostra a tutti i figliocci inglesi che il grande Johnny B è ancora in piedi per vendere cara la pelle.

Saint Louis to Liverpool

Il 1964 è un anno carico di uscite discografiche, sospinte dal grande successo dello stile di Chuck Berry in Inghilterra. Saint Louis To Liverpool (Chess, 1964) è, così, un altro esempio di come portare un sound seminale da una parte all’altra dell’oceano.
Ecco riproposti, quindi, "You Never Can Tell" e "Promised Land", brani che hanno fatto la nuova fortuna di un musicista caduto troppe volte in disgrazia. Il disco punta poi su piccole chicche inedite che, tuttavia, nulla tolgono o aggiungono alla stazza del mito. "Little Marie" è il solito rifacimento di una canzone già scritta (in questo caso "Memphis, Tennessee") mentre "Our Little Rendezvous" ricicla l’ennesimo riff blues. Meglio, allora, il sano rock and roll di "Go, Bobby Soxer" o l’eccelsa versione soffusa di "Merry Christmas, Baby", dall’originale di Charles Brown.
Un album, insomma, senza infamia e senza lode che rischia oltretutto di passare per una blanda operazione commerciale.

Fortunatamente, Chuck Berry In London (Chess, 1965) inverte la rotta e – a dispetto del titolo – pone fine alle speculazioni rock and roll in terra inglese.
Il chitarrista torna a Londra nel 1965, accolto come "Re del R&B" da un pubblico in visibilio. Da qui la decisione di incidere nuovo materiale negli studi Pye insieme all’ex-band di Rod Stewart, i Five Dimensions. Ecco, quindi, il primo album di soli inediti dai tempi di New Juke Box Hits.
Con "London", Chuck Berry abbandona per un istante il classico formato rock and roll (a parte la scintillante "Dear Dad") per abbracciare un genuino cuore blues. Il riff di Elmore James illumina la strada di "She Once Was Mine" e "I Want To Be Your Driver", passando per l’obbligato crocevia del nume W.C. Handy sul ritmo di "St.Louis Blues". Qui Berry ritrova il suo fondamentale substrato musicale, figlio di una città che pulsa al battito dell’armonica sonnolenta di "After It’s Over" e "Should We End This Way". Eppure, si tratta di un substrato spugnoso, pronto ad assimilare i liquidi seminali di territori musicali vicini. "My Little Love Light" vive il suo andamento latino insieme ai venti messicani di "You Came A Long Way From St.Louis". "Jamaica Farewell" reinterpreta Belafonte al sole caldo dei caraibi.
Un lavoro, quindi, pieno di vibrazioni positive e, soprattutto, immune da certe ripetizioni stilistiche che iniziavano a farsi troppo pedanti.

E’ il 1966 quando la Mercury Records propone al musicista di St.Louis un’offerta da non rifiutare: 150.000 dollari in cambio di un passaggio di etichetta che è quasi un tradimento tra amanti. Berry è debole davanti al fascino del denaro e accetta, lasciando un vuoto quasi incolmabile nei solchi della Chess. Leonard e Philip decidono, così, di pubblicare un nuovo disco di inediti.

Fresh Berry’s (Chess, 1966) tenta di esorcizzare l’abbandono, ripetendo a memoria la preghiera blues del riuscito Chuck Berry In London.
E, in principio, sembra anche particolarmente ispirato. "It Wasn’t Me" si destreggia con eleganza nelle serrate maglie del rock-blues grazie all’armonica grintosa di Paul Butterfield e alla chitarra di Mike Bloomfield. Berry rigioca la carta del rock and roll veloce e tirato (il trittico"Every Day We Rock And Roll", "My Mustang Ford" e "Ain’t That Just Like A Woman"), ma l’antica magia pare sparita. E’ lo stesso Chuck che, probabilmente, ne è a conoscenza. Altrimenti non avrebbe modo di esistere il languore jazzato di "One For My Baby" o la svenevolezza messicana di "Vaya Con Dios". Al chitarrista non resta che far ruotare le ispirazioni musicali, tra il blues sussurrato di "Wee Hour Blues" e il beat di "It’s My Own Business". Una vena, insomma, che inizia a inaridirsi, limitandosi a modesti ritmi funky, come quello di "Right Off Rampart Street". Decisamente poco per un’autentica leggenda che ha aiutato decine di band a muovere i primi, infantili passi.

Leonard Chess accusa il colpo. Le sue parole di commiato sono eloquenti: "Vai pure, ma vedrai che entro tre anni sarai di nuovo qui". Chuck Berry’s Golden Decade (Chess, 1967) chiude un’epoca, partita con il motore ruggente di "Maybellene" e terminata con quel "No Particular Place To Go" descritto in una cella fredda. Ascesa, caduta e rinascita di Charles "Chuck" Berry, padrino e poeta del rock and roll.

Rockin’ At The Fillmore

Il 1967 non verrà certamente ricordato come l’anno dell’inaspettato cambio d’etichetta di una leggenda del rock and roll. Nei marci e deviati sotterranei di velluto di New York, una band oscura pubblica un disco/manifesto/opera d’arte che cambia per sempre il concetto stesso di musica rock.
Il riff semplice, fragoroso e intuitivo cambia pelle, trasformandosi in una creatura sonica di nome "Foxy Lady". Gli stessi ragazzini di Liverpool, cresciuti con il beat più immediato, sono adesso uomini influenti, lisergici fino al midollo, viaggiatori degli infiniti spazi di "A Day In The Life".
Un poeta visionario affermerà presto che "la musica è finita". Il 1967 è l’anno in cui una strabiliante ondata musicale arriva a spazzare via tutto quello che, un tempo, era rivoluzione e coraggio. Un trauma non da poco per il vecchio rock and roll che, tuttavia, viene risparmiato, almeno in parte. Lou Reed non esisterebbe senza rock and roll.

Quasi ferito a morte, Chuck Berry cerca di ruggire con antica grinta e, quando apre uno show dei Doors al Fillmore di San Francisco, esalta il pubblico con una lunga e incendiaria versione di "Johnny B. Goode".
Eppure, la sua nuova casa discografica inizia già a trattarlo come un mito impolverato, juke-box da intrattenimento nostalgico. Chuck Berry’s Golden Hits (Mercury, 1967) serve soltanto a rivaleggiare con la Chess, riscrittura orrida e senza senso artistico di una carrellata di brani magici.
I fuochi di "Maybellene" e "Back In The Usa" sembrano di colpo spegnersi, freddi in un tentativo emaciato di replicare i fasti del passato attraverso nuovi arrangiamenti. Oltretutto, rivangare il passato è un suicidio commerciale e professionale perché i nuovi alfieri del rock psichedelico non sono i figliocci inglesi di quattro anni prima. Gli stessi Rolling Stones non sono più quelli di "Come On", nonostante Richards continui a macinare stupendi accordi retrò.

Chuck Berry capisce che il suo periodo "inglese" è finito e, allora, decide saggiamente di tornare in studio in una delle piccole, grandi madri musicali americane: Memphis, Tennessee.
Chuck Berry In Memphis (Mercury, 1967), tuttavia, non riesce ad andare oltre le buone intenzioni di base, predicate da ottimi musicisti come Reggie Young (chitarra) e Bobby Emmons (piano). Naturalmente il disco è una sorta di dichiarazione d’amore al tipico sound della città, ben incorniciato dalla cartolina R&B dell’iniziale "Back To Memphis".
Dopo le scandalose revisioni di "Golden Hits", Berry prova a rinnovarsi come artista, testando la strada impervia del soul in "I Do Really Love You" e del sempreverde blues marca James ("It Hurts Me Too"). Tracciati musicali promettenti, ma altrettanto spietati nel mostrare un musicista a corto d’ispirazione. Ecco, allora, gli ennesimi omaggi al nume Nat King Cole ("Ramblin’ Rose" e "Bring Another Drink" per non parlare dei rifacimenti per fiati di vecchi successi come "Sweet Little Rock And Roller" e "Oh, Baby Doll").
Un disco, quindi, piuttosto diluito, che trova raramente mordente al di là di ottimi musicisti e buone idee.

Nonostante una non brillante vena discografica, Chuck Berry vive una seconda giovinezza dal vivo, facendo leva sul nome leggendario e, soprattutto, su uno spirito furbo di adattamento alla nuova scena flower-power. Berry, ovviamente, non è un hippie e non lo sarà mai, ma ha il privilegio di suonare più volte al mitico Fillmore Auditorium di San Francisco insieme a gente come Grateful Dead, Big Brother & The Holding Company e Quicksilver Messenger Service.
Le sue reali intenzioni, tuttavia, vengono tradite quando non riesce a trovare un accordo per i festival di Woodstock e Monterey, dimostrando un interesse più alto per il cachet che per la fratellanza proposta dai due mega-raduni.
Live At Fillmore Auditorium (Mercury, 1967) è la credibile testimonianza di questo intenso periodo on the road, registrato nel giugno 1967 a San Francisco.

Chuck Berry è, ormai, leggenda, resa polverosa dalle sperimentazioni psichedeliche californiane e dalle devianze raga dei sotterranei di New York. Gli Animals di Eric Burdon aprono lo show, legittimi figli musicali di un sound andato forse per sempre. Non è, infatti, un caso che Bill Graham introduca Chuck – prima del tema "Rockin’ At The Fillmore" – con le parole "grande padre". E’ forse per non sentirsi troppo vecchio che Berry decide di proporre una scaletta "alternativa", all’insegna dell’eterno amore blues, rinvigorito dall’accompagnamento dell’emergente Steve Miller Band, subito aggressiva in "Everyday I Have The Blues". Ne esce fuori un disco strano, pieno di cover, dal Chuck Willis di "C.C. Rider" all’ovvio Muddy Waters di "I’m Your Hoochie Coochie Man". Eppure, a questo punto, darsi allo swing di "Flying Home" sembra un’idea più saggia di sparare la cartuccia eterna di "Johnny B".
Dare spazio all’armonica di Steve Miller in "It Hurts Me Too" e "Wee Baby Blues" per sentirsi padri sì, ma almeno non naufraghi di un tempo musicale di colpo sorpassato.

Nel 1968 il cammino di Chuck Berry con la Mercury Records inizia a farsi sempre più tortuoso e senza via d’uscita. E’ un periodo piuttosto buio per il chitarrista che passa la maggior parte del suo tempo nelle piscine di Berry Park, cercando di ritrovare una creatività che sembra inevitabilmente compromessa. Inutile dire che un disco come "Strange Days" ha rivoluzionato il concetto stesso di rock and roll, modificandolo in chiave psichedelica e firmandolo con della pura poesia urbana.
In altre parole, Jim Morrison è il nuovo Elvis Presley.

Chuck BerryCon From St.Louis To Frisco (Mercury, 1968) Berry tenta di ripercorrere a ritroso un cammino che lo porti direttamente alle origini della sua musica, affidandosi al sacro fuoco blues di "Louie To Frisco" e tornando al fido pianoforte di Johnnie Johnson in "The Love I Lost". Cammino che, tuttavia, rivela insidiose trappole: "Misery", ad esempio, è una pallida imitazione di "Roll Over Beethoven", mentre "My Tambourine" ricalca un vecchio successo dei The Bees.
Se St.Louis, allora, è il passato caldo e sicuro, Frisco rappresenta un tentativo (più o meno disperato) di evolversi musicalmente. St.Louis è "Ma Dear", tipico R&B per fiati, mentre Frisco è "I Love Her, I Love Her", funky sinuoso e seducente. Berry sperimenta con la ruvida "Soul Rocking", ma non pare decisamente lucido quando imbastisce il caos sonico di "Oh, Captain".
Un disco, insomma, diviso tra ragione e sentimento, voglia di qualcosa di nuovo e mancanza di idee. Chi vincerà è ancora tutto da vedere.

E’ il 1969 e nel nuovo mondo del rock più duro scoppia un nuovo amore nei confronti di Chuck Berry e del suo rock and roll. I Rolling Stones si esibiscono a New York a fine novembre e, tra riff e inni satanici, trovano il tempo di suonare "Carol" e "Little Queenie". Sono in molti, poi, a sostenere che le influenze dei Beatles di "Back In The Ussr" non siano molto distanti dalle fonti originali della band. Il caso più eclatante è sicuramente quello degli MC5, band sboccata di Detroit che filtra la vecchia lezione "sex, drugs and rock and roll" con una velocità punk in anticipo sui tempi. Grande hit, una versione adirata e fiammeggiante di "Back In The Usa".
E il ritrovato maestro dov’è? E’ ancora a Berry Park, legato a una Mercury non troppo soddisfatta dei risultati commerciali dei suoi ultimi dischi. Qui, il chitarrista di St.Louis decide di fare tutto da solo, al suo ultimo, disperato assalto creativo. In quarantena mentale per un disco veramente innovativo.

Presentato appunto come "una sorprendente innovazione", Concerto In B. Goode (Mercury, 1969) è, in realtà, un miscuglio irrazionale di suoni blues, effetti chitarristici e vibrazioni manipolate. Chuck Berry produce e mixa un disco privo di direzione, perso tra riff palesemente rubati ("Good Lookin’ Woman") e le solite scale (poco) mobili blues, come quelle di "Put Her Down".
Un musicista poco ispirato, quindi, tenta di rifarsi agli occhi di chi lo emula ancora, ma come un vecchio padre che racconta sempre e solo la stessa storia. Allora ecco il malizioso doppio senso di "It’s Too Dark In There", e, soprattutto, la magniloquenza della title track che, in oltre diciotto minuti, prova a travestirsi da suite per chitarra in wah-wah.
Un’escursione strampalata nei territori della frenesia più libera e anarchica che, tuttavia, finisce per apparire più come un caos senza luce. In parole più ciniche, una maniera scriteriata di allungare il brodo e riempire una facciata intera per un’etichetta discografica che si è già pentita dell’enorme investimento operato.
Gli anni Sessanta di Chuck Berry non potrebbero terminare in una maniera più anonima.

Back Home

Tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970 la profezia di Leonard Chess trova il suo più inevitabile compimento: esattamente dopo tre anni, Chuck Berry ritorna all’ovile Chess Records.
Per festeggiare il figliol prodigo, viene organizzata a Chicago una grande session di registrazione in vista di un primo album del nuovo corso.

Back Home (Chess, 1970), infatti, inizia con un paio di numeri di alta scuola. L’intro di "Tulane" è inconfondibile, ma serve solo per far sapere a tutti che il chitarrista di St.Louis è tornato, prima di dar spazio all’armonica del sorprendente Bob Baldori e al piano dell’esperto Lafayette Leake. E’ un ritorno al suo modo migliore di creare musica, all’incrocio tra beat e grandi storie. La successiva "Have Mercy Judge" continua la vicenda giovanile di droga, rallentando in chiave blues con quello che dovrebbe essere sempre lo spirito della musica del diavolo.
Peccato, poi, che il disco precipiti nella solita calma piatta degli ultimi anni, tra bluesacci arrangiati alla buona ("Gun" e "Christmas") e riff boogie privi d’ispirazione come quello di "Instrumental". Sembra strano che Berry osi ancora riciclare vecchi successi per farne brani apparentemente nuovi di zecca: "I’m A Rocker" è troppo simile a "Reelin’ And Rockin" per ingannare qualcuno. C’è, tuttavia, almeno una rinnovata energia di fondo come in "Some People", che vibra sinuosa a ritmo di funk e soul. La Chess, dunque, può sorridere perché, nel bene e nel male, il suo uomo è tornato.

Per cavalcare meglio l’onda del rinnovato entusiasmo, Berry conferma il talento di Bob Baldori e, con i suoi The Woolies, si sposta a Okemos, Michigan per realizzare subito il seguito di Back Home.
San Francisco Dues (Chess, 1971) prosegue con il nuovo corso, a metà tra idee brillanti e meri riempitivi. Il disco, tuttavia, brilla più energicamente del precedente, a partire dalle calde e avvolgenti spirali di "Oh, Louisiana" fino ad arrivare al tribalismo di "Lonely School Days".
Brani come "Let’s Do Our Thing Together" e "Your Lick" sono buoni numeri rock-blues, testimonianza di un momento non certo eccezionale, ma almeno positivo in termini di vena. "Festival" rivive il rock and roll d’altri tempi, mentre stupiscono certi passi beat come "Bordeaux In My Pirough" e "Viva Rock And Roll". Meno, invece, gli ennesimi blues sonnolenti (la title track e "Bound To Lose").
Un disco riuscito, insomma, che, con "My Dream", rispolvera un vecchio sapore di poesia recitata. Sapore di un tempo passato che si difende con orgoglio e coraggio.

A dispetto del grande rilancio, Back Home e San Francisco Dues non ottengono grandi consensi commerciali, spie accese di una carriera che sembra volgere alla sua onesta conclusione. Il rock entra nella sua fase più hard, ma Chuck Berry trova ancora fama e gloria: dopo uno show all’Hotel Hilton di Las Vegas, uno spettatore a nome Elvis Presley dichiara di aver appena visto dal vivo "il re del rock and roll". E la cosa non finisce qua.

Nel 1972 è John Lennon a invitare l’uomo di St.Louis al Mike Douglas Show, presentandolo come l’alternativa semantica più valida al termine stesso "rock and roll".
L’ennesimo tributo è di buon auspicio. Il 3 febbraio Chuck Berry torna in Inghilterra per un concerto alla Locarno Ballroom di Coventry per il Lanchester Arts Festival. Apparentemente, uno show come tanti altri, ma qualcosa accade all’improvviso. Più di trentamila spettatori si ritrovano a saltare scatenati su una filastrocca innocente e scabrosa - "My Ding-A-Ling" - lasciando di stucco gli stessi musicisti sul palco. Il pezzo è vecchio di cinque anni, ma è solo all’inizio del 1972 che scala la vetta delle classifiche inglesi, arrivando dritto al disco d’oro. La musica di Berry trova così nuova linfa vitale, tornando addirittura a suscitare la solita indignazione bigotta per testi poco consoni al comune senso del pudore.

Costruito per approfittare dell’inaspettato momento magico, The London Chuck Berry Sessions (Chess, 1972) è la testimonianza di un vero trionfo da palcoscenico.
"Reelin’ And Rockin" surriscalda l’ambiente tra saette elettriche, antipasto corposo al piatto forte della serata. La filastrocca oscena "My Ding-A-Ling" è musicalmente irrilevante, addirittura snervante nella sua totale incapacità di esprimere quello che Berry ha fatto dagli anni 50. Eppure la sua aura giganteggia tra eccitazione e sudore, dimostrando al freddo mondo del business che cosa vuol dire amore per la musica. Una maniera straordinaria di trasmettere la forza dei sensi umani a un pubblico pagante. Persino il riff "Johnny B" appare superfluo: i piedi non smettono di sbattere e i cori di assordare. Per gli amanti della ragione, poi, c’è la prima metà del disco, assemblata in studio insieme a musicisti d’eccezione.
Ian McLagan e Kenny Jones (Small Faces), Rick Grech (Traffic) e Derek Griffiths. Con loro, Berry realizza un piccolo compendio strumentale di tutti i suoi stili ("London Berry Blues") e si scatena in ritmi serrati come quello di "I Love You".
Ordinaria amministrazione insomma.
Il blues riuscito di "Mean Old World" e il rock and roll di marca "I Will Not Let You Go". Brani che prendono linfa dal tripudio live, apparendo (e solo apparendo) quasi maestosi in una magia che sembrava quasi irraggiungibile.

Il momento magico continua nel 1973. All’Empire Stadium di Wembley di scena è la storia stessa del rock and roll con Bill Haley, Jerry Lee Lewis e Little Richard. Ovviamente gli occhi sono puntati tutti su Chuck, che chiude lo show poi ripreso dalla pellicola "The London Rock And Roll Show". L’uomo di St.Louis vive insomma un nuovo rinascimento decidendo, per sfruttarlo al massimo, di tornare in studio per l’ennesima volta.

Bio (Chess, 1973) cavalca la striscia positiva, trasformandosi in una specie di diario sonoro dopo quasi vent’anni d’attività. E’ questo il senso della title track inziale che, su galoppata rock-blues, torna indietro nel tempo alle prime esibizioni oltre che all’amore incondizionato per Muddy Waters.
Grazie all’innesto degli Elephant’s Memory (già con John Lennon) Berry si assicura un pilota automatico per il nuovo lavoro, senza sbavature ed eccessivi clamori.
"Hello Little Girl Goodbye" è un buon rock and roll per piano e sax e, abbinato al divertente funky di "Woodpecker", dimostra che il "grande vecchio" è davvero duro a morire. Chuck ha ancora voglia di raccontare storie (il country di "Rain Eyes") e di ricamare ritornelli più che efficaci ("Got It And Gone"). L’amore per il suo blues non tramonterà mai, rischiando anche di diventare qualcosa di ossessivo, ripetitivo e stucchevole. Certe sonnolenze demoniache come "Aimlessly Driftin" e "Talking About My Buddy" non smetteranno di (far) sbadigliare all’interno del suo ormai vasto curriculum creativo. Un disco comunque onesto e piacevole, che mette un freno sulla bocca di chi lo dipinge continuamente come artista spacciato.

American Graffiti

Tra il 1972 e il 1974 per Chuck Berry arriva il tempo della memoria. Dopo il successo straordinario del suo concerto in Inghilterra, la vecchia Mercury Records decide di assemblare il concerto al Fillmore con la Steve Miller Band e una serie di brani del suo non troppo nutrito catalogo.
Salta fuori una sorta di viaggio a ritroso, evidente già nel titolo della raccolta: St.Louie To Frisco To Memphis.
Decisamente più ricca di materiale, la Chess mette insieme canzoni come "Carol", "You Never Can Tell" e "Promised Land" in occasione di Chuck Berry’s Golden Decade Volume 2 (Chess, 1974).

Gli anni 70 si incamminano verso il loro lato più oscuro, dall’incubo della guerra allo scandalo Watergate. Svanito il sogno hippie, il popolo americano guarda al passato con dolce nostalgia, ricordando le trasmissioni radio e i frappè alla fragola, il cinema all’aperto e – ovviamente – il primo, vero rock and roll. E’ la nostalgia del film "American Graffiti" che porta a un nuovo revival fifties. Chuck Berry è uno di quei nomi che, in questi casi, emerge in maniera evidente con la sua camminata sul palco e la sua musica immortale. La Chess conosce bene dinamiche di questo tipo e decide di esagerare. Nello stesso 1974 esce una nuova raccolta, questa volta più ricca di materiale inedito.

In Chuck Berry’s Golden Decade Volume 3 (Chess, 1974) vengono inseriti alcuni piccoli tesori nascosti, tutti risalenti al momento aureo dell’artista alla fine degli anni 50.
E’ il tempo dell’inconfondibile miscuglio tra beat e swing, sorseggiabile con "Beautiful Delilah" e "Oh Yeah", prima di passare a più sostanziosi tribalismi corali ("County Line") e blues per pianoforte ("Blue On Blue", con il fido Johnnie Johnson). Il primo Berry si insinua in questi eclettici sentieri, tra boogie and roll come "House Of Blue Lights" e "Time Was", sapiente sviolinata gusto jazzy. Un modo brillante di filtrare il passato che si legge tra le righe di "Do You Love Me", doo-wop con i Moonglows della prima Etta James.
Certo, rimane il fatto che la musica di Chuck Berry è ormai da scaffale e, infatti, la raccolta brilla proprio per il suo gusto retrò in un momento di dolce nostalgia.
Dopo la grande abbuffata di ricordi, l’uomo di St.Louis si ritrova ad osservare il futuro e, soprattutto, un’etichetta discografica storica che non è più libera come un tempo.

E’ il 1975 e Berry si diverte ancora come un matto a suonare in giro per svariati show televisivi americani, ma la sua musica è ormai del tutto fuori dal tempo. Decisamente poche, infatti, sono le case discografiche disposte ad accollarsi una statua di cera da museo del rock and roll.
Per riempire l’improvviso vuoto, Chuck prova ancora la via discografica per quello che si rivelerà presto l’ultimo album in casa Chess Records.

Chuck Berry (Chess, 1975) è un mosaico scialbo di variopinti tasselli sonori. Registrato a New York, il disco propone la vecchia lezione del canzoniere, fitto di brani altrui arrangiati in nome della solita mistura di generi. Immancabile, quindi, il blues di "I Just Want To Make Love To You" (dal classico di Muddy Waters qui con tanto di wah-wah) e dell’ipnotica "Baby What You Want Me To Do" con la voce della figlia Ingrid. Berry rispolvera boogie antichi come "Swanee River" e sembra dilettarsi parecchio con gli stornelli country di "I’m Just A Name" e "Too Late". Non basta, tuttavia, il (suo) divertimento: gli andamenti latini di "South Of The Border" e il classico della Louisiana "You Are My Sunshine" sono chicche fondamentalmente inutili.
Meglio quando la chitarra affonda nel beat più energico ("Shake Rattle And Roll" e "Sue Answer") perché qui a divertirsi è anche l’ascoltatore. Altrimenti bisognerebbe parlare di un musicista ancora una volta in difficoltà creativa, puro intrattenitore di masse un po’ stagionate.

L’album di cover scivola via indisturbato, segno evidente di un ritorno di fiamma intenso quanto passeggero. Il 1977 è l’anno del punk inglese che stravolge completamente le regole del vecchio rock and roll per portarlo in una dimensione decisamente più rivoltosa, stradaiola e menefreghista. La "rivolta bianca" dei Clash e l’anarchia albionica dei Sex Pistols dimostrano a tutti che la rabbia e il furore devono scalzare i barocchismi progressive e il mastodontico hard-blues.
La musica di Berry, tuttavia, riesce nuovamente a salvarsi dal diluvio di note, fonte d’ispirazione anche per soggetti poco raccomandabili come Sid Vicious. Una nuova milizia di rocker dopo la fedeltà dei Beatles.

Berry non vorrebbe restarsene a guardare, ma, di fatto, è più che consapevole di essere arrivato al capolinea creativo. Pesa un silenzio di oltre quattro anni, che viene interrotto soltanto nel 1979 quando l’inventore del rock and roll decide di tornare in studio al Berry Park insieme al musicista di sempre Johnnie Johnson.
Nel frattempo, per esorcizzare più di un demone, viene pubblicato Chuck Berry Live In Concert (Magnum, 1978), registrato in presa diretta nel settembre 1969 al Toronto Rock And Roll Festival. E’ l’ennesima apoteosi del rock and roll - battezzato sul palco dallo stesso Berry con "Rock And Roll Music" - che vede la partecipazione di artisti seminali come Jerry Lee Lewis, Bo Diddley e Little Richard. La chitarra di St.Louis è sola, accompagnata da una band di sconosciuti, ma riesce a elettrizzare il pubblico di hippie, accorsi in massa per venerare la "Live Peace" di John Lennon e Yoko Ono.
Ecco, quindi, il blues sinuoso di "Hoochie Coochie Man" e i ritmi primigeni di "Nadine", "School Day" e "Too Much Monkey Business". Berry non si risparmia fino al finale pirotecnico di "Johnny B" e "Maybellene", ma si nota chiaramente che i figli dei fiori non rappresentano la sua corte preferita.

Rockit (Atco, 1979) è l’epitaffio senza infamia e senza lode di un’intera carriera, scritto con gli amici che contano (Johnson al piano e James Marsala al basso) nel nome della chitarra che, prima di altre, ha raccontato una generazione americana.
Tornano, quindi, le automobili - a più di vent’anni di distanza dalla mitica "Maybellene" - ma il rock and roll di "Move It" non è che un pretesto per ricordare qualcosa che non esiste più. L’agonizzante Chuck Berry inneggia inevitabilmente alla vita di "Oh What A Thrill", eppure dimostra di non essere mai stato capace di andare al di là dell’amato blues sonnacchioso di "I Need You Baby". Tutto il disco è una corsa contro il tempo che fu e l’accoppiata "House Lights"/ "I Never Thought" non è altro che una maniera per esorcizzare questo stesso rincorrere a ritroso.
Berry, tuttavia, sfodera i denti ancora una volta e, quando parte la piccola odissea di "Wudn’t Me", restituisce un po’ di gloria alla sua vena narrativa. Un’ultima storia su un ragazzo di colore in Mississippi in fuga dal Ku Klux Klan per lasciare definitivamente il timone al nuovo corso della new wave. "Havana Moon" in versione disco music non potrebbe proprio stare in piedi, nemmeno per pochi istanti.

Too Much Monkey Business

Chuck BerryLe ultime speranze che Chuck Berry ripone in Rockit vengono immediatamente spezzate.
Nel giugno 1979 il "Johnny Boy" è alla Casa Bianca a esibirsi per Jimmy Carter quando apprende che gli uomini del fisco stanno indagando per una serie di pesanti evasioni in occasione di alcuni concerti al Madison Square Garden di New York. Berry - che si dichiarerà colpevole - ha accettato diversi pagamenti in nero, sospinto dall’avidità e dal manager Richard Nader. La corte non perdona: quattro mesi di carcere nel penitenziario di Lompoc, California e tre anni di servizi sociali. Affranto, Chuck si imbarca in un breve tour europeo prima di rivedere per la terza volta le sbarre in agosto. In gattabuia viene accolto come un re, supportato da un movimento chiamato "Free Chuck Berry" mentre scrive la sua autobiografia.
Esce nel novembre 1979 e il manager Bill Graham organizza subito un grande concerto di benvenuto all’Old Waldorf di San Francisco. La serata scorre felice, ma non riesce a propiziare un vero e proprio ritorno sulle scene. L’inventore del rock and roll è ormai a corto di idee, incapace di reinventarsi una carriera al di là dei vecchi, intramontabili successi. Non rimane che una vita da vagabondo della musica popolare, tra spettacoli incendiari (e nostalgici), autografi e la più blanda quotidianità di una leggenda americana.

Nel corso degli anni 80 un Chuck Berry senza idee si appresta, quindi, a raccogliere tutto quello che ha seminato in più di vent’anni. Nel gennaio 1986 viene invitato a Cleveland per la cerimonia d’inaugurazione della Rock And Roll Hall Of Fame, inserito successivamente nella Songwriters Hall Of Fame. E’ l’indubbio riconoscimento per il suo contributo seminale al genere che tanto ha rivoluzionato il modo di pensare e di comportarsi di migliaia di giovani a stelle e strisce.

Chuck Berry è ufficialmente un mito, venerato da fan e colleghi in tutto il mondo. Uno di questi ultimi si chiama Keith Richards che di mestiere fa il chitarrista dei Rolling Stones. Uno di quelli che hanno passato l’infanzia a macinare i riff di "Johnny B" e "Maybellene". E’ proprio Keith che, spinto da Stephanie Bennett della Delilah Films, mette in piedi uno spettacolo monumentale a St.Louis per festeggiare i sessant’anni del mito del rock and roll. I biglietti vengono venduti alla velocità della luce ai botteghini del Fox Theatre, luogo più che simbolico per un giovane Charles a cui venne negato l’ingresso per il colore della pelle, appena cinquant’anni prima. Ora, diretto dal regista Taylor Hackford, quel giovane Charles è pronto a infiammare il suo pubblico, una generazione di fama e gloria dopo.

Prezioso corredo sonoro al brillante documentario di Hackford, Hail! Hail! Rock And Roll (MCA, 1987) accompagna la definitiva scalata di Chuck Berry al monte Olimpo delle icone rock. E lo si sente subito, fin dall’attacco inconfondibile di "Maybellene" e "Sweet Little Sixteen", introdotte da una band di altissimo profilo con Keith Richards alla chitarra, Johnnie Johnson al piano e Bobby Keys al sassofono.

Tornato a St.Louis, Berry pare perfettamente a suo agio, sguazzando tra una folla in estasi e riff immortali come quello di "Brown Eyed Handsome Man", inseguito in compagnia della promessa del blues Robert Cray. L’alchimia è di quelle miracolose: canzoni ormai "oldies" che tornano a brillare di luce propria. Come "Back In The Usa" affidata alla stessa Linda Ronstadt che l’ha portata in cima alle classifiche un decennio prima.
Chuck non può che sorridere felice quando accoglie sul palco prima la divinità del blues Eric Clapton per la sonnolenta "Wee Wee Hours" e poi la voce di Etta James che esalta la grinta di "Rock And Roll Music". Una serata perfetta per fare un po’ di rock and roll insieme a un uomo che è appena diventato leggenda.

Alla fine degli anni 80 torna nuovamente il momento della celebrazione discografica, curata ovviamente dall’etichetta di sempre.
The Chess Box (Chess, 1988) contiene "I’m Just A Lucky So And So" (cover di Duke Ellington) e "So Day Long Night", blues strumentale arricchito dall’armonica di Paul Butterfield.

Chuck Berry, tuttavia, proprio non riesce a godersi la pensione, tormentato ancora una volta da problemi con la giustizia americana. Nel 1989 viene denunciato da un suo dipendente presso il ristorante Southern Air di St.Louis per aver montato alcune telecamere nascoste nei bagni delle signore. E’ il preludio a un nuovo faccia a faccia con la polizia che, nel 1990, perquisisce Berry Park, trovando armi, cassette porno e piccole dosi di marijuana. Fortunatamente il chitarrista evita il quarto incontro con la cella, salvandosi con una forte multa.
Nello stesso anno esce Missing Berries: Rarities Volume 3 (Chess, 1990) che include alcune chicche jazz/swing come "Untitled Instrumental" e "Vacation Time". Decisamente più utile la rivisitazione di Count Basie di "One O’Clock Jump", con il sax di Leroy C.Davis in bella mostra.

It’s Only Rock And Roll

All’alba degli anni 90 Chuck Berry vive la sua carriera più da cimelio da museo che da musicista creativo. Nel 1993 l’Inghilterra osserva amorevole il primo vagito di una band di Oxford che con una dolcezza sonora a titolo "Creep" si appresta a condurre la musica rock verso nuove sponde. La Generazione X descritta dallo scrittore canadese Douglas Coupland trova in Kurt Cobain una voce amica, devastata da un bruciare senza sosta. Con la Sub Pop di Seattle e il grunge, il rock and roll vomita il suo lato più underground e apatico, frustrato e insofferente. Le auto e le dolci ragazzine sono distanti ormai anni luce. A una vecchia leggenda del rock and roll non resta che rassegnarsi, tirando avanti i suoi affari e i suoi giri in concerto, tra piccoli locali (ad esempio, il Blueberry Hill di St.Louis) e grandi case (ad esempio, la Casa Bianca di Bill Clinton).

E’ nell’anno della rabbia di "Nevermind" che la storica Chess Records decide di mettere in piedi un’opera monumentale per chiudere definitivamente i conti con un mito vivente. The Chess Years (Chess, 1991) è un’intera città sonica a nome Chuck Berry: un cofanetto di nove dischi per oltre duecento canzoni registrate. Manca, ovviamente, il periodo Mercury, ma nessuno pare lamentarsene. Si parte dall’inconfondibile stile chitarristico di "Roll Over Beethoven" per arrivare all’incredibile successo sconcio di "My Ding-A-Ling". Un’intera vita in musica e, di fatto, un pezzo dell’esistenza della stessa musica popolare del Novecento.

Arriva il nuovo millennio e, con esso, nuove gioie e nuovi dolori. Berry continua a godersi una fortunatissima pensione artistica, girando il mondo in tour con i suoi classici senza tempo.
La sua discografia è, ormai, ferma dal 1979, arricchita esclusivamente da compilation più o meno esaustive e sporadici dischi dal vivo. The Anthology (MCA, 2000) raccoglie buona parte dei successi di una generazione mentre Live!
(Columbia River Entertainment Group, 2000) vira verso un repertorio più bluesy, con "Key To The Highway" e la "Got My Mojo Working" resa celebre da Muddy Waters.

A sorpresa, nel 2001 l’amico (e pianista) di sempre Johnnie Johnson gli scaraventa addosso una seccante causa legale con l’accusa di averlo estromesso con l’inganno dai credits di moltissime canzoni registrate tra il 1955 e il 1966. L’ennesima prova che il dio denaro ha sempre accolto subdolamente Chuck Berry sotto la sua affascinante e luccicante ala. Una carriera iniziata tra piccole rapine e riformatori sembra chiudersi con applausi e fiumi di denaro più o meno legittimi. Nel mezzo, la vita e le opere dell’inventore del rock and roll.

Outro

Chuck’s Beat

Mentre Elvis Presley si fregia di titoli monarchici grazie a un’innata presenza scenica, Chuck Berry si chiude nella mente del nuovo corso musicale americano, creando una grezza miscela di blues primigenio e country scanzonato. Il neonato rock and roll grida attraverso la sua chitarra esplosiva, attirando migliaia di orecchie curiose, pronte a trasformarsi in una visione generazionale.
Il riff di "Johnny B. Goode" accompagna una verve compositiva che è unica nel suo genere, tra automobili sfreccianti, amori più o meno felici e sogni utopici. Chuck è, forse, il primo poeta del rock and roll, capace di cogliere gli umori contrastanti di un pubblico non più diviso a livello manicheo. L’R&B di colore e il country dal volto bianco. Basterebbero questi pochi elementi per un seminato destinato a grandi raccolte. Come quella di Jerry Garcia, leader dei Grateful Dead, che cita Berry tra le sue influenze primarie, divertendosi a coverizzare "Around And Around" e "Promised Land". Come quelle degli Who più beat e del Dylan proto-punk di "Subterranean Homesick Blues". O di una generazione di chitarristi rock, dal fido discepolo Keith Richards allo strumento grezzo di Joe Perry fino al chico Carlos Santana di "Havana Moon". Probabilmente la stessa "Come Together" non sarebbe stata la stessa senza quel ritmo incendiario.
La lista potrebbe risultare infinitamente più lunga (e noiosa): i Sex Pistols dell’ennesima "Johnny B. Goode", la Mano Negra di "County Line" e lo "School Day" di Gary Glitter. Artisti di ogni confessione sonica che rendono il loro più o meno sentito omaggio al grande padrino del rock and roll.

Chuck Berry

Genesi del rock'n'roll

di Mauro Vecchio

A prescindere dal fatto che l’abbia inventato lui o meno, Chuck Berry fu il primo vero compositore del rock’n’roll, il primo grande chitarrista, nonché il suo primo poeta. Una vita esagerata, tra musica, eccessi e cadute. E una discografia che è come un’inesauribile banca del sangue, destinata a irrorare le più oscure cavità del rock per almeno tre ..
Chuck Berry
Discografia
 CHUCK BERRY  
   
After School Sessions (Chess, 1957)

8,5

One Dozen Berrys (Chess, 1958)

7

Chuck Berry Is On Top (Chess, 1959)

8,5

 Rocking At The Hops (Chess, 1960)

6,5

 New Juke Box Hits (Chess, 1961)

5,5

Twist (antologia, Chess, 1962)

7,5

 Chuck Berry On Stage (Chess, 1963)

6

Chuck Berry’s Greatest Hits (antologia, Chess, 1964)

7,5

 The Latest And The Greatest (Pye International, 1964)

6

 You Never Can Tell (Pye International, 1964)

6,5

 St.Louis To Liverpool (Chess, 1964)

6

 Chuck Berry In London (Chess, 1965)

7

 Fresh Berry’s (Chess, 1966)

5

 Chuck Berry’s Golden Decade (antologia, Chess, 1967) 
 Chuck Berry’s Golden Hits (antologia, Mercury, 1967)

4

 Chuck Berry In Memphis (Mercury, 1967)

5

 Live At Fillmore Auditorium (live, Mercury, 1967)

6,5

 From St.Louis To Frisco (Mercury, 1968)

5,5

 Concerto In B. Goode (Mercury, 1969)

4

 Back Home (Chess, 1970)

6

 San Francisco Dues (Chess, 1971)

6,5

 The London Chuck Berry Sessions (Chess, 1972)

7

 St.Louie To Frisco To Memphis (Mercury, 1972) 
 Bio (Chess, 1973)

6

 Chuck Berry’s Golden Decade Volume 2 (antologia, Chess, 1974) 
 Chuck Berry’s Golden Decade Volume 3 (antologia, Chess, 1974) 
 Chuck Berry (Chess, 1975)

5

 Chuck Berry Live In Concert (live, Magnum, 1978)

6,5

 Rockit (Atco, 1979)

5

 Rock And Roll Rarities (antologia, Chess, 1986) 
 More Rock And Roll Rarities (antologia, Chess, 1986) 
 Hail! Hail! Rock And Roll (live, MCA, 1987) 
 The Chess Box (antologia, Chess, 1988) 
 Missing Berries: Rarities Volume 3 (antologia, Chess, 1990) 
The Chess Years (cofanetto antologico, Chess, 1991)

8,5

 His Best Volume 1 (antologia, Chess, 1997) 
 His Best Volume 2 (antologia, Chess, 1997) 
 Live (live, Columbia River Entertainment, 1997) 
 The Anthology (antologia, MCA, 2000) 
   
 CHUCK BERRY, THE MOONGLOWS, THE FLAMINGOS  
   
Rock, Rock, Rock (Chess, 1956)

8

   
 CHUCK BERRY - BO DIDDLEY  
   
 Two Great Guitars (Chess, 1964)

6,5

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

CHUCK BERRY

After School Session

(1958 - Chess Records)
In the beginning there was rock'n'roll: il primo Lp del "padre fondatore"

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