Coral

Coral

Il retrobottega dei sogni

di Stefano Ferreri

Dai rutilanti esordi freakbeat all'accurato e crepuscolare revival della psichedelia sixties, l'anomala parabola di sei giovanissimi talenti del Merseyside nella loro personale (e invisibile) British Invasion: un caleidoscopio fuori dal tempo, una collezione di incantesimi giunta al traguardo dei quindici anni

Le trame del caso certe volte sono davvero bizzarre. Più contorte e assurde di una sceneggiatura che diresti inverosimile, capricciose come solo l’ironia più sublime può essere, eppure capaci di spalancare la prospettiva a risvolti vertiginosi quanto felicissimi. Si prenda la vicenda dei Coral: oggi che il successo li ha baciati (e abbandonati) da tempo potrà sembrare incredibile, ma forse non li avremmo mai conosciuti non fosse stato per un manifesto. Un poster di quelli ideati e stampati in casa, tipici delle band liceali alle primissime armi. Non sono altro che questo, in fondo, i sei ragazzini inglesi quando si ritrovano per fare casino nello scantinato di un pub nella natia Hoylake, cittadina balneare del Merseyside, sul finire degli anni Novanta. Bill Ryder-Jones e Lee Southall alle chitarre, Nick Power alle tastiere, Paul Duffy al basso, Ian Skelly dietro i rullanti e suo fratello James nei panni del cantante. Dapprima sotto l’insegna Hive, poi cambiata in The Coral, intenti a migliorarsi con dedizione ma apparentemente destinati a restare un segreto per pochissimi loro coetanei inglesi. Non fosse, appunto, per quella locandina curiosa che annuncia un loro concerto – al centro la testa di un nonnino che esplode – e che colpisce l’attenzione di Alan Wills, già batterista degli Shack, che decide di andare a vederli. Il colpo di fulmine è immediato.
Motivato dall’entusiasmo riacceso in lui da questi pischelli, l’ex-musicista decide di slancio di dar vita a una propria etichetta e di arruolare per primi proprio loro, improvvisandosi anche manager per assenza di alternative. Nasce così la Deltasonic, che nel giro di qualche anno lancerà con qualche fortuna altre formazioni di Hoylake come Little Flames e Rascals, ma anche gli Zutons (originari della vicina Liverpool): primo titolo nel catalogo della piccola label non può che essere il singolo d’esordio dei Coral, quella “Shadows Fall” che esce in tiratura limitata nel luglio 2001, registrata dal produttore di fiducia di Mansun e Inspiral Carpets, Mike Hunter.

Litri e litri di corallo

220x270_i_12Salutata dagli addetti ai lavori come fermento primario del “guitar group revival” in Inghilterra, la band non perde tempo e nel giro di cinque mesi pubblica i suoi primi (e, ad oggi, unici) due Ep, "The Oldest Path" e "Skeleton Key", entrambi curati (sotto il vecchio moniker Kingbird) dal Lightning Seeds Ian Broudie. Il debutto non sarà forse eclatante, ma che le buone sensazioni raccontino di una promessa quantomeno interessante è indubbio. Merito soprattutto della ballad “God Knows”, sorta di sunshine inquieto e decadente, della disperazione condensata di “Sheriff John Brown” o della sghemba psichedelia in bassa fedeltà di “Flys”. Come confermato dalla narcotica “Darkness”, il tenore è ben più compassato di quello che il gruppo mostrerà al passo immediatamente successivo, l’esordio eponimo su lunga distanza The Coral (in origine annunciato con i titoli “Son Of Becker” e “Egg Zion”). Il disco arriva nei negozi alla fine di luglio del 2002, esattamente un giorno prima di guadagnarsi la nomination al prestigioso Mercury Prize (che andrà al prescindibile “A Little Deeper” di Ms Dynamite).

Riverberi, sporcizia e prima trama western riarsa di una lunga serie: i Coral si presentano con “Spanish Main” all’insegna dell’asprezza e delle tonalità calde, in un quadro chiassoso e marezzato. Giusto per smentirsi e reinventarsi morbidi, languidi seduttori, nella susseguente “I Remember When”. Il ritornello riporta sopra le righe e il frontman James Skelly non mostra il minimo timore, tradendo un carattere che fa a pugni con i vent’anni scarsi di cui blatera la sua anagrafe. Tra Beatles e Stones, la band di “Simon Diamond” prova a inventarsi la perfetta intersezione, con le giuste nuance psichedeliche a screziare i toni e il necessario riguardo per schivare l’effetto-baracconata che l’abuso di certe sonorità spesso comporta. Li si potrebbe archiviare alla voce Love per semplificare le cose, ma anche questa classificazione risulterebbe parziale. Il tiro, ad ogni modo, è quello giusto, ancora frutto della produzione oculata ma permissiva di un quantomai saggio Ian Broudie, e i sei inglesi mostrano di sapere sempre dove andare a parare, specie quando l’ennesimo, pazzesco refrain a più voci in odor di Shadows (“Goodbye”) ci viene offerto.

220x270_ii_10La direzione scelta sconfessa tanto le tardive istanze britpop, ormai in miseria nel Regno Unito, quanto la più marcata monocromia delle nuove leve forzosamente arruolate in una scena farlocca – il cosiddetto New Acoustic Movement di I Am Kloot, Turin Brakes, Starsailor e Kings Of Convenience – per non parlare dello scaltro revival seventies portato in dote dalle sfavillanti giovani sensazioni dell’indie-rock nordamericano (Strokes e Interpol in testa). Quella che si configura abbastanza chiaramente dentro queste bizzarre caramelle easy listening è un’anomalia bella e buona che, come i sei ragazzini del Merseyside sembrano intenzionati a dimostrare da subito, non sarà solo una puntata estemporanea bensì il frutto, da coltivare ancora a lungo, di passione, eclettismo e competenza. Aspetto fisico, capigliature e mise adottata accompagnano la musica (“Wildfire”) nell’orientare un altro accostamento, facendo dei Coral una sorta di versione canicolare e selvaggia dei Byrds, i campioni di un sottogenere che ancora non c’è ma che si tradurrà presto, senza vere inaugurazioni e in maniera spontanea in una specie di scuola, informalmente intesa e mai riconosciuta.
Con armonica e chitarra jangle il primo singolo “Shadows Fall” è un altro passaggio curioso e strizza l’occhio agli Specials, senza incorrere nell’effetto-caricatura un po’ grottesco di tante scimmiottature del Bob Marley di turno. Sono indubbiamente eccentrici i Coral, ma con uno stile tutto sommato personale e un equilibrio invidiabile. Il vero titolo incontenibile è però “Dreaming Of You” (che un bugiardo Pete Doherty millanterà in seguito di aver scritto e venduto loro), tanto semplice quanto accattivante, tra una reminescenza beat e il sogno di una nuova british invasion. Skelly guida i suoi compagni con polso e personalità, ma è la freschezza dell’insieme a conquistare davvero, assieme a quel sapore di classico rimasto dimenticato quarant’anni nel baule dei tesori.
Anche quando rallentano i giri e rimuovono la patina di polvere dall’Hammond (“Waiting For The Heartaches”), riescono convincenti e rivelano una padronanza dell’abc di cinque decadi di musica pop semplicemente ammirevole, specie per il rifiuto a presentarsi come maestrini spocchiosi (a differenza di tanti altri giovani colleghi). “Skeleton Key” li vede invece impazzare con fare espressionista, episodio amabilmente ossessivo e asprigno che è un po’ la loro rilettura punk, torva e sbalestrata, dei Doors. Suonano godibili perché sinistri e un tantino pazzerelli, come i Gorky’s Zygotic Mynci dei passaggi più obliqui.

220x270_v_04Il disco si configura quindi come una collezione di perle, quadretti da tre minuti e via che sposano radiosità sunshine pop e increspature rock con un’armonia che ha del prodigioso. Divertono incantando o incantano divertendo, a seconda dello spirito con cui si presti loro orecchio. A colpire nel segno è la vivacità di questo loro caleidoscopio in technicolor, un carosello circense e retrò votato tanto al surrealismo pop quanto alle stilizzazioni psych: un marchio di fabbrica unitamente a quella nostalgia da crepuscolo e alla loro insopprimibile anima nera (illuminante “Bad Man”), una vocazione bluesy chiamata a contaminare trame e intuizioni di tutt’altra fatta. “Calendars And Clocks” è una chiusa che si concede il lusso di barocchismi doo-wop e qualche stramberia strumentale degna degli Stranglers ed è completata da un’appendice, conosciuta come “Time Travel”, in cui confinare la propria indole più freak, sperimentale ed etilica (con tanto di mantra eloquente, “Never Give Up The Fight”).

Arriva proprio dal testo di questa traccia nascosta il titolo per il fortunato successore di The Coral, forse meno dirompente per impatto ma, se possibile, anche più efficace. Nella frenetica industria delle “next big thing” inglesi, il debutto dei Coral ha brillato solo della luce effimera di quel quarto d’ora di notorietà “alternativa” concesso ormai anche alle più scialbe formazioni di post-britpopper . E’ invece questo secondo lavoro della band di Hoylake, Magic And Medicine, a mostrare davvero, a solo un anno di distanza dalla pubblicazione dell’eponimo, come la giovanissima compagine meriti un ascolto più attento rispetto alla congerie di “enfant prodige” che ingombra le pagine delle riviste musicali. Se infatti il disco d’esordio del sestetto appariva alla lunga limitato da una certa voglia di stupire a tutti i costi mescolando generi e stili, la nuova fatica fa dell’equilibrio il proprio vero punto di forza, pur senza rinunciare all’originalità e all’eclettismo che contraddistinguono il gruppo. Il timbro magnetico del frontman James Skelly, con la sua teatrale energia alla Jim Morrison, rimane anche in questo sophomore l’inconfondibile cifra stilistica della musica dei Coral, capace di trasformare il più classico dei blues in un’esaltante cavalcata o di rendere inaspettatamente densa una soffice ballata.

220x270_vii_04Il fascino per la musica sixties permea le atmosfere dell’album fin dalle prime note di “In The Forest”, in cui gli accordi pieni di calore dell’organo evocano i fantasmi doorsiani di una foresta di disillusione in cui la mente finisce per dissolversi. Fantasmi destinati ad affacciarsi più di una volta tra le tracce del disco, lasciando trasparire un’oscurità dal sapore vagamente retrò, come nel nostalgico fascino di “Secret Kiss”, per quanto mai davvero vittima della trappola del già sentito. Si entra così nel mondo dai colori morriconiani del singolo “Don’t Think You’re The First”, con tanto di flauti e di ritmica scalpitante, per poi lasciarsi conquistare dagli arpeggi acustici di “Liezah”, che sembra uscire da un sogno psichedelico di Donovan, mentre “Talkin’ Gypsy Market Blues” è il più trascinante blues dylaniano apocrifo sentito negli ultimi anni, in perfetto stile “Bringing It All Back Home”. Tra l’ombra esoterica del mago Crowley, le fantasie zingaresche di una domestica di nome Maria e le colorazioni jazzistiche che irrompono in “Eskimo Lament”, Magic And Medicine conserva la propria intima coesione pur senza smettere mai di proporre registri differenti.

Accattivanti e sfrontate al tempo stesso, le melodie dei Coral si insinuano nell’animo con la vitalità delle loro sfaccettature e l’ingenuità indifesa delle loro liriche, come se provenissero da una dimensione fuori dal tempo, in cui Beck può tranquillamente sedere accanto agli Animals e ai Love.
Niente effetti speciali o trovate “cool”, insomma, ma solo un suono pulito e cristallino al servizio di una vena compositiva ispirata come poche: forse non “un disco che anche le massaie possono apprezzare”, come si premura di sottolineare il tastierista della band, Nick Powers, ma di certo la conferma di un talento che non mancherà di far parlare ancora di sé. La formazione del Merseyside riesce a sfruttare come meglio non potrebbe l’ennesima uscita in piena estate (fine luglio 2003) e l’album esordisce direttamente al primo posto della classifica inglese: è in questa fase di frenetica esposizione, dal vivo come in televisione, che al sestetto nulla sembra più essere precluso. Non è quindi una vera sorpresa che il sophomore raggiunga la top ten anche negli Stati Uniti, dove il rilascio è posticipato al febbraio successivo. A impreziosire questa riedizione, distribuita dalla Columbia, è un corposo Ep presentato in abbinata, Nightfreak And The Sons Of Becker, prodotto ancora una volta da Broudie.

220x270_x_01Un mini-album che di diritto può considerarsi un nuovo disco della giovanissima formazione inglese. Sei ragazzi poco più che ventenni già al loro terzo lavoro, guardati con favore da pubblico e critica, avrebbero potuto farsi intimorire dalla fama raggiunta, che troppo spesso annega precoci talenti stritolandoli nel meccanismo dello show-business. E invece eccoli uscire con questo gioiellino (pubblicato in edizione limitata e quindi candidato tra i memorabilia dei collezionisti) in cui la loro esuberanza un po' spavalda e incredibilmente eclettica prende il sopravvento. Se Magic And Medicine vantava una maggiore unità artistica rispetto al pur formidabile primo album (dove la volontà di stupire a ogni costo poteva andare a danno della coerenza, generando dispersione) e mostrava l'abilità della formazione nel contenere la propria energia, Nightfreak And The Sons Of Becker recupera la tracotanza dell'esordio, unendola alla notevole maturità artistica raggiunta; gli undici pezzi che ne compongono il tessuto, la cui durata complessiva non supera i 28 minuti, trascinano l'ascoltatore in un avventuroso viaggio sospinto dalla più genuina libertà espressiva, fresca e incredibilmente ricca di spunti sonori provenienti dal passato. 

Le session di registrazione, tenutesi da qualche parte in Galles, sono durate appena sette giorni, e questo rende ancora più incredibile la riuscita di un lavoro mai fiacco e assai curato dal punto di vista degli arrangiamenti e del suono (pulito, nonostante lo sferragliare di chitarre, le incursioni delle tastiere e qualche accenno elettronico). Musica d'altri tempi, che sarebbe perfettamente a suo agio negli anni Sessanta: vengono in mente i Byrds (soprattutto quelli di "Younger Than Yesterday"), i Kinks, i Velvet Underground (presenti in certe derive psichedeliche), i Love di "Forever Changes" (la stessa sabbia del deserto dei Giant Sand), i saloon del Far West pieni di pistoleri ubriachi e puttane, i Beatles più melodici ("Lovers Parade" potrebbe essere uscita direttamente da "Rubber Soul"). Quel gusto lo-fi che in questo particolare momento sembra essere in voga tra i musicisti pop di valore (si pensi a "Democrazy" di Damon Albarn) pervade l'atmosfera della raccolta senza che ciò le rubi originalità o spessore, anzi, riscuotendo la simpatia di chiunque si dichiari nauseato dalla produzione patinata e artificiale delle classifiche.

220x270_iv_06L'attacco è affidato a "Precious Eyes", disturbante chitarra in apertura e stacco melodico repentino con la voce di Skelly fantasmatica e celata dietro un velo di nebbia. "Venom Cable", trascinante beat à-la Blur con reminiscenze seventies, rappresenta la prima delle virate sonore a cui Nightfreak And The Sons Of Becker ci abituerà. I fumi tornano a intorpidire la mente con "Song Of The Corn", vagamente barrettiana nell'incedere lento e ipnotico, supportata da un primordiale battito di grancassa. La bruciante chitarra sixties di "Auntie's Operation" accelera nuovamente il passo, sospingendolo verso inaspettate sonorità garage e persino punk.
I riverberi di "Grey Harpoon", contorniati da sinuose tastiere orientaleggianti e dal passo dance, che intorpidisce come il movimento di un suonatore di flauto, lasciano di nuovo spazio alla psichedelia più selvaggiamente sfrenata di "Migraine" per poi chiosare con la già citata "Lovers Parade". 
Interrogata circa il senso del titolo, la band ha risposto dicendo che il Becker a cui si fa riferimento è il famoso tennista; ironica o meno che sia tale affermazione, ben testimonia la vitalità e la gioia della creazione incarnate dalla spensieratezza spavalda, giovane e per questo tanto più encomiabile, di questi ragazzi di talento. Nella speranza che non abbandonino tale ironica leggerezza, l’estimatore non può che goderne i gustosi effetti. Capita soprattutto nel Regno Unito, dove la raccolta, uscita autonomamente, conquista un’insperata quinta posizione nelle classifiche di vendita. Niente male per una pubblicazione intesa in origine come minore e, al più, per completisti.

Un giocattolo diverso

220x270_xviLa band, frattanto, non si siede sugli allori e procede a ritmi serrati con la promozione live e un ruolino di marcia da un album l’anno. Nel 2005 è la volta di The Invisible Invasion, capitolo quarto di una discografia sin qui encomiabile e primo titolo a non riportare il nome di Broudie in guisa di produttore. Registrato a Liverpool nell’inverno precedente assieme ai Portishead Geoff Barrow e a Adrian Utley, il disco è una collezione di brani mediamente più lunghi, dal songwriting più adulto e meno sbarazzino, ma almeno in Inghilterra vende ancora benissimo, con un ottimo terzo posto all’esordio. Grane vintage polverose, ritmo incalzante, ritornelli come mantra ipnotici: il sestetto persiste nelle sue perlustrazioni in un passato mitologico e il suo revival screziato di psichedelia appare, oggi più che mai, una gioia per semiologi della musica pop, tra riferimenti al modernariato culturale e al cinema disseminati qua e là.
Sono davvero bravi i Coral a non indulgere mai nell’effettaccio, nella baracconata ruffiana da quattro soldi, nelle forzature insincere. Proseguono piuttosto sul sentiero poco appariscente ma sempre magnificamente evocativo (il finale incendiario di “Come Home”) del loro superbo artigianato pop, revivalista ma immune alle adulterazioni formali. Intriganti e obliqui, intrattengono con classe cristallina e la consueta propensione melodica d’alta scuola. Con “Cripples Crown”, ad esempio, la loro ricerca si fa ancora più rilassata ed elusiva, tali e tanti sono i riferimenti (mai definitivi) chiamati in causa. Ma intanto ci sono anche le canzoni, divertenti e immancabilmente micidiali.
Come da titolo, “A Warning To The Curious” è un valido avvertimento per l’ascoltatore smaliziato, con il suo sgangherato pop-rock marezzato dal riverbero e da un James Skelly sempre più leader autorevole e maestro d’affabulazioni. “In The Morning” si ritaglia invece il ruolo del singolone easy listening da resa senza condizioni, quello che nei loro lavori non manca mai: qui giocano ancor più del solito su un registro sixties scintillante, tra il sunshine e le tonalità fiabesche.
Per non smentirsi, “Leaving Today” rincara la dose e ha partita non meno facile nei confronti degli insaziabili cacciatori di hook plasmati a regola d’arte. Quando poi scelgono di aprirsi al folk (“Far From The Crowd”), l’approccio scelto preserva i Coral dalle gabbie temporali così da farli rimanere amabilmente sospesi in un altrove quasi magico, non viziato da implicazioni di genere o dai rigidi dettami di questa o quella scuola. La loro è quindi una Canterbury del cuore, più che reale. Semplici ma incantevoli, diversificano con profitto la loro offerta, mostrando di non sgradire numeri ancor più leggeri come “So Long Ago”, capaci di regolare con più di un punto di distacco anche il celebrato connazionale Badly Drawn Boy sul suo stesso terreno d’elezione. “The Operator” registra per converso qualche increspatura elettrica in più, le marcature di un farfisa pazzerello e un’occupazione indebita ma riuscitissima della mattonella guascona ed espressionista dei Supergrass, spiriti tutto sommato affini alla formazione del Merseyside (e che, non per niente, non si lasciano sfuggire l’occasione di averli come opener in tante loro esibizioni). E della stessa fatta è anche l’irresistibile “Something Inside Of Me”, che presta accidentalmente il titolo alla nuova raccolta.

Dopo le stralunate digressioni della precedente fatica, i sei di Hoylake portano insomma a referto un’autentica prova di maturità che gioca a tutto campo con i fondamentali del pop britannico. Tra tutti i loro album The Invisible Invasion rappresenta non solo la promessa di un nuovo corso, ma anche l’eccezione che conferma la regola dell’imprevedibilità, perché suona forse come il meno americano e il più compiutamente inglese, un avvincente caleidoscopio di stili riscoperti a chilometro zero nella soffitta di casa. Con un refrain da mandare subito a memoria e qualche opportuno cavallone elettrico, “Arabian Sand” vale come omaggio ai primi Kinks, per ampliare ulteriormente il quadro e non privarsi di un piacere impagabile che sa di devozione, mentre il congedo al velluto di “Late Afternoon” guarda agli idoli crepuscolari e sublimi di “Something Else”. Il doppio omaggio alla band dei fratelli Davies che chiude quest’album tranquillo e delizioso va letto proprio nell’ottica appena descritta: un’incursione che questi adorabili nipotini, primi del loro corso ma anche guasconi indefessi, conducono a fondo nelle proprie più autentiche radici musicali, ma anche una valida prosecuzione della loro personalissima avventura.

220x270_xivAppena un mese dopo la pubblicazione del disco, Bill Ryder-Jones si sfila dagli impegni promozionali pur senza abbandonare formalmente i compagni. Viene rimpiazzato per il nuovo tour da David McDonnell della Sand Band, e proprio con quest’ultimo James Skelly e soci registrano assieme a Geoff Barrow un pugno di nuove canzoni, presto accantonate proprio per imbastire un nuovo lavoro con il loro tentennante primo chitarrista. Il frutto di questa fatica è il quinto album ufficiale, Roots & Echoes, che arriva nei negozi nell’agosto del 2007 centrando ancora una volta la top ten britannica (per quanto con una più defilata ottava piazza).
Disinvolti e brillanti pur con meno volteggi espressionisti, i Coral partono con la ballata elettrica “Who's Gonna Find Me”, particolarmente incalzante e incline al singalong, nervosa, ricca di spifferi ma offerta con autorevolezza innegabile, mentre “Remember Me” li vede rallentare alla ricerca di un controllo, un senso della misura, che si è fatto formidabile. Stilisticamente non ci si discosta di una virgola dal copione rock sixties proposto con profitto nei capitoli precedenti della loro avventura discografica, tra una concessione al beat e una svisata di farfisa. “Put The Sun Back” ricorda i primi Zombies, anche se predilige le chitarre acustiche rispetto al pianoforte e rigetta ogni tentazione teatrale. L’aderenza ai canoni di quel songwriting e a quel sound resta ad ogni modo esemplare, pur andando al di là della pedissequa imitazione, visto che i Coral se ne servono in maniera del tutto personale, attenti a non privare le proprie canzoni di un’attualità pure astratta e priva per scelta di coordinate certe, essenziale per suonare ora più che mai – paradossalmente – senza tempo.

In “Fireflies” Skelly gioca a fare il crooner di una volta, un po’ Fred Neil un po’ Harry Nilsson, e ancora una volta il trucco da illusionista gli riesce alla perfezione. Tutto, insomma, suona convincente, ogni nota è al posto giusto e i dettagli sono curati in modo maniacale fino alla fine: l’elegante congedo di “Music At Night” si preoccupa infatti di stemperare quel po’ di tensione implicitamente accumulata nel tragitto e flirta in modo amabile con alcune tra le più fluide e ibride istanze dell’alt-rock di casa, Clientele su tutti. Nonostante questa perfezione formale, non sempre il trasporto appare però il medesimo dei primi lavori, il fuoco sacro non arde più con la stessa intensità. Dietro questi superbi esercizi di stile si insinua insomma una prima, non pregiudicante, ombra di maniera. Ma i Coral sono pur sempre bravissimi ad allontanarla, o quantomeno a occultarla, con qualche scarica di adrenalina come in “In The Rain”, che è sì ordinata, ma decisamente più rutilante e persino rabbiosa. L’equilibrio davvero mirabile compensa i limiti di un album che troppo spesso sembra sacrificare il cuore per dar retta alla testa.

220x270_xi“Not So Lonely” è un passaggio all’insegna dell’incanto e di un ideale di delicatezza persino estenuato, tradotto quasi in una posa seppur impeccabile. Ancora una volta i ragazzi si dimostrano abili a preservare le proprie creazioni da un senso di algido congelamento (o di vuota necrofilia) che sarebbe deleterio, ma la loro vitalità sembra comunque risentirne e l’indice di originalità pare ridotto davvero al lumicino.
Da validi intrattenitori quali sono, regalano peraltro gioiellini tirati su quasi con niente, appena qualche nuance melodica piazzata con opportunismo, un accenno malinconico solo abbozzato e soprattutto quel garbo d’altri tempi, dispensato con la consueta generosità (“Cobwebs”).
La galleria di incantevoli figurine femminili del loro catalogo si amplia con la sfuggente protagonista di “Rebecca You”, col suo bel fondo nero di nostalgia, e con quella assai più luminosa di “Jacqueline”. “She's Got A Reason” guarda invece ai più consolidati cliché nei trascorsi della band, in una variante più ombrosa e inquieta (che arriva a riecheggiare, tra gli altri, le favolose anime in pena Blackeyed Susans), come a voler affermare una qualche promessa di continuità. Eclettismo e virtuosismo, se non altro, restano come prove più evidenti della perdurante magnificenza artistica del gruppo inglese.

Roots & Echoes quasi non viene promosso dal vivo: qualche data a rimorchio delle nuove star Arctic Monkeys e le partecipazioni a Glastonbury e all’Electric Proms Festival della Bbc, accompagnati in questo caso dall’amico Noel Gallagher. E’ in questo quadro che i nodi con Ryder-Jones vengono definitivamente al pettine. Il chitarrista si chiama fuori a gennaio dell’anno successivo, parlando di attacchi di panico sempre più frequenti prima dei concerti e della sostanziale perdita di interesse verso un progetto vissuto ormai come un peso. Continuerà in proprio, spaziando da un'esplorazione modern classical ispirata a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (il morriconiano “If...”) a una fragile e dimessa raccolta di ballate à-la Elliott Smith (il più che discreto “A Bad Wind Blows In My Heart”), per approdare suppergiù al punto di partenza con il più movimentato e convenzionale “West Kirby County Primary”.
La band sceglie di non rimpiazzarlo e va avanti per la sua strada. Per la prima volta decide di autocelebrarsi e nel settembre 2008 rilascia la sua personale Singles Collection, una doppia raccolta con tutto il meglio della propria produzione e un cd emblematicamente intitolato “Mysteries & Rarities” (assemblaggio di demo, outtake sparse e qualche versione live), in cui non rientra tuttavia la gustosa marea di b-side pubblicate in quasi un decennio di carriera.
Per un nuovo album di inediti tocca attendere invece quasi altri due anni e l’uscita di Butterfly House, registrato da John Leckie, già produttore degli acclamati esordi di Stone Roses e Kula Shaker (e di “The Bends” dei Radiohead).

220x270_xii_02Cartografando la produzione discografica dei Coral, si può osservare come dall’arrischiata schizofrenia psichedelica del primo indimenticabile album (un ardito bazar infarcito di eccentriche chincaglierie freakbeat a profusione) la band di Hoylake abbia poi progressivamente imboccato la china (discendente secondo alcuni, a qualità costante per altri) di un ritorno sempre più marcato all’ortodossia del revivalismo nostalgico senza più la pirotecnia e i sussulti delle opere giovanili. Uniche parziali eccezioni, a pensarci, il coltivato stranismo patafisico da retrobottega dei sogni del tascabile Nightfreak And The Sons Of Becker e i lampi di fantasia (in qualche caso indimenticabili) di The Invisible Invasion. Come i concittadini Gomez – altri sublimi collezionisti di assortite dagherrotipie sixties, nonché falsificatori calligrafici di primissimo pelo – o anche i Bees, domiciliati non per niente nell’isola di Wight (qualcuno se li ricorda?), i Coral hanno più o meno consapevolmente deciso di seppellirsi vivi in una cripta sottratta al fluire impietoso del tempo, per continuare a coltivare e perfezionare ad libitum la sontuosa arte di un filatelia musicale dai tratti quasi maniacali nel suo onnivoro collezionismo.

Intento senz’altro ammirevole, non fosse altro che per la cura e la passione davvero infinite con cui il quintetto allinea, anche nel nuovo lavoro, tante multicolori figurine psych-pop e microscopici francobolli imperlati di bizantinismi compositivi da godere a fil di lente di ingrandimento fin nel più piccolo dei loro dettagli grafici, cogliendo ancora rimandi (mai dissimulati) a Love, Zombies, Donovan, Big Star, Monkees, Incredible String Band o Kinks (provate ad assaggiare pasticcini come “Sandhills”, “Grenn Is The Colour”, “1000 Years” o “Two Faces” e poi fateci sapere). Ghirlande di cori floreali e un certo tono messianico di rinascita fisica e spirituale (vien da pensare in ragione delle difficoltà patite dal gruppo in seguito all’addio sofferto del talentuoso Bill Ryder-Jones), fanno la piccola (ma credibile) fortuna di questo sesto album impacchettato dalle ormai ex-promesse assieme al celebrato capocuoco Leckie, che rischia davvero di diventare l’opera stilisticamente più equilibrata e compiuta della band da un quinquennio abbondante a questa parte, pur mancando per la prima volta il consueto appuntamento con la top ten britannica.

I Coral saranno forse un improbabile ufficio stampa per le delizie turistiche di una decade musicale (i magnifici Sessanta) solo immaginata dai nostri e probabilmente mai davvero esistita (almeno per come ci è stata diligentemente raccontata da mitografi troppo solerti), eppure il caleidoscopio smerigliato di canzoni offerto dalla band – e quello più frugale dell'integrale rilettura acustica, "Buttefly House Acoustic", in uscita nel 2011 – vale comunque la monetina richiesta, per chi saprà meritarselo.

Cose nuove, cose vecchie

220x270_viii_01In un’intervista del febbraio 2012, il bassista Paul Duffy annuncia che la nuova fatica del quintetto, ancora senza nome, è in fase di ultimazione nei celeberrimi Real World Studios di Peter Gabriel, a Bristol. Si parla di un album assai diverso dai predecessori, ricco di contrasti e dal suono più corposo. Tutto sembra insomma pronto per il primo passo di quella che, a tutti gli effetti, parrebbe una nuova incarnazione della band, quand’ecco che appena qualche settimana dopo il gruppo annuncia il congelamento delle proprie attività, per lasciare spazio ai progetti personali dei vari membri. Il disco in uscita scompare dai radar, accantonato forse per sempre, e per diversi mesi non giungono ulteriori dispacci. Nella quiete apparente di questo hiatus, le buone nuove arrivano a giugno dell’anno seguente: il coprifuoco in cui i ragazzi inglesi si sono barricati da tempo viene violato, almeno implicitamente. Merito di James Skelly, frontman e icona byrdsiana, che approfitta del prolungato periodo di pausa per dare forma a una nuova compagine e registrare il primo disco a suo nome. La ragione sociale viene cointestata alla backing-band degli Intenders, che sono di fatto tutti i restanti Coral a esclusione del chitarrista ritmico Lee Southall, ma con rincalzi da altre piccole realtà della zona, Tramp Attack e Sundowners (tra cui il terzo fratello Skelly – Alfie – alla chitarra, e la sorella Fiona ai cori). Il quartetto-base, composto dai due Skelly più celebri, dal bassista Paul Duffy e dal tastierista Nick Power, aveva in realtà già dato segnali confortanti a fine 2012, con la pubblicazione (originariamente per la piccola Watertown del quinto Skelly, Neville) di un album psych-pop – Cut From A Star – accreditato a Ian Skelly & The Serpent Power, di fatto prima prova in solitaria (si fa per dire) di uno dei ragazzi di Hoylake.

220x270_xviiSin dalle intenzioni, anche il nuovo progetto – varo della nuova etichetta “di famiglia”, Skeleton Key – mira a esprimersi come frutto di una radicale opera di condivisione tra tutti i suoi membri: “Volevo una cosa tipo Bruce Springsteen & The E-street Band o Tom Petty & The Heartbreakers” – ha dichiarato il sempre biondissimo leader – “qualcosa che lasciasse intendere (da qui il nome) che non si sarebbe trattato di un semplice lavoro solista”.
Che quella in questione sia un’opera estremamente partecipata lo chiarisce senza troppi indugi l’avvio pimpante di “You’ve Got It All”, brano ordinato e piacevole tra edulcorati aromi blues e strizzate d’occhio al rock delle radici, plasmato da James sullo scheletro di un demo regalatogli nientemeno che da Paul Weller, affinché il Nostro ne ricavasse una buona canzone. L’incipit funziona egregiamente come paradigma: la convinzione non manca, l’affiatamento non è opinabile e il disco nel suo insieme appare ben suonato e vivace, pur non potendo offrire alcuno spunto realmente originale. Un limite, questo, compensato a dovere dall’entusiasmo genuino e inattaccabile degli interpreti, oltre che dalla forza del collettivo.
Skelly svetta però con la caratura del protagonista in numerosi episodi, primo fra tutti il risaputo R&B di “Do It Again” (con tanto di piano veloce e coretto soul al femminile) recitato con il dovuto ardore, chiaro riflesso della pesante influenza di John Lee Hooker e Muddy Waters, ma ancor più della musica Motown, sperimentata nei mesi in cui Love Undercover viene alla luce. Qui e altrove l’andatura si conferma incalzante, i riff in linea con i dettami del genere e l’atmosfera piacevolmente disimpegnata, da progetto collaterale che rimesti senza la minima pressione esterna tra sonorità in passato meno sbandierate (manca infatti quel mix di psichedelia sixties, Merseybeat e western morriconiano, che ha fatto la fortuna dei Coral) ma comunque molto amate dai suoi autori.

Evitando l’eccessiva enfasi, James svela la sua anima romantica, bada al sodo e fa centro con la schiettezza della proposta. Qua e là armonica e hammond scoprono le sue carte, tradendo l’inclinazione per i registri dell’Americana più placida e tradizionalista (nel senso buono del termine). Non manca (“Set You Free”) il prestito dell’elementare linea di chitarra di “My Favourite Game” dei Cardigans da cui trarre un trascinante numero rock, alla maniera dei vecchi Freewheelers o dei Marah, che non dovrebbe dispiacere ai fan degli Stones né ai seguaci di Ryan Adams. Altrove (“I’m A Man”) si sente abbastanza chiaramente l’eco del Dylan elettrico, con la medesima disinvoltura di altri giovani artisti che ne hanno seguito le tracce in tempi recenti, da Langhorne Slim (soprattutto) agli Skygreen Leopards, da Donovan Quinn & The 13th Month ai Felice Brothers.
Tra gli altri passaggi degni di nota, merita di essere citata anche “Searching For The Sun”, ballatona d’ampio respiro (risalente alle primissime session della band-madre) in cui Skelly rivela la propria indole malinconica supportata da un apprezzabile talento melodico, sulla scia dell’alt-country di scuola Jayhawks: ne esce un pezzo dal refrain-killer e dal gioioso appeal populista, ancora un riuscito esempio di easy listening profondamente radicato nella tradizione.

220x270_xiiiAnche quando si rallenta, Love Undercover si dimostra una prova di artigianato solida e amabilmente passatista, che rifiuta gli artifici digitali per suonare più autentica possibile nel proprio sincero omaggio a un universo sonoro sempre meno ricercato. E’ musica senza maschere, dimensioni ulteriori o sovrastrutture intellettuali, suonata però con il cuore e riuscita perché calda, onesta. Se prevale il pianoforte come in “Here For You”, può capitare che tornino alla mente altri yankee di rango come i Black Crowes (nella loro variante più rilassata e meno sanguigna). James è bravo a cercare la massima profondità in una voce sì affidabile, ma tutt’altro che straordinaria come quella di un Chris Robinson, mentre il carisma tra le corde della sua Rickenbacker fa il resto. 
Non male anche la chiusa (“Darkest Days”), più raccolta ed estatica, in cui torna finalmente a far capolino il menestrello tutto anima dei primi Coral. Colpiscono la pulizia e la misura in un songwriting in fondo senza tempo: derivativo ma anche filologicamente ineccepibile, datato in quanto a orizzonti stilistici ma reso attuale dalla matura vitalità dell’interpretazione. Tutti gli strumenti in questo album sono esattamente quelli che servono e dove servono, senza intrusioni fuori contesto, esotismo, vacuità psichedeliche o contaminazioni chiassose. Un lavoro anomalo per l’ensemble del Merseyside, ma pur sempre un buon lavoro.

Frattanto, anche gli altri membri della compagine hanno avviato progetti personali. Con il moniker Northern Sky, Lee Southall registra un disco, poi abortito, con Molly Jones; assieme a Eva Petersen, Paul Duffy scrive invece la musica d’accompagnamento per un cortometraggio e un film animato, mentre Nick Powers collabora con altre formazioni locali e pubblica un volume di poesie.

Nell’agosto 2014, sorpresa: i Coral annunciano il ritorno con un nuovo album. Sorpresa nella sorpresa: non si tratta dell’album che ci si aspettava da loro. La pausa a tempo indeterminato nelle attività, promossa in via consensuale per lasciare campo libero alle rispettive esperienze soliste, aveva spinto il quintetto del Merseyside a procrastinare la pubblicazione del fatidico settimo capitolo, registrato a Bristol nei Real World Studios di Peter Gabriel e quasi pronto da ormai tre anni. Bene, il The Curse Of Love licenziato dalla label di famiglia in autunno non è affatto quel disco. In pochissimi lo sapevano, ma i Coral conservavano nel cassetto un pugno di canzoni pronte per il master da circa nove anni. E’ il Portishead Geoff Barrow, ai tempi produttore per la compagine inglese, a rivelarlo alla Bbc, in una trasmissione divenuta il formidabile teaser di lancio per questo autentico oggetto misterioso.

220x270_xvThe Invisible Invasion, di fatto gemello eterozigote dell’opera in questione, aveva rappresentato un’ipotesi di svolta rock in seguito sconfessata. Al di là del luogo di nascita e dei protagonisti coinvolti, The Curse Of Love ha però ben poco a che spartire con quella raccolta. Sin dall’incipit il tono è infatti dimesso, ombroso; i ragazzi (che all’epoca erano sei, il talentuoso Bill Ryder-Jones non aveva ancora fatto le valigie ma era in stand-by, con David McDonnell come sostituto pro tempore) scelgono di giocarsi la carta dell’intimismo, limitando gli orpelli e rivelando una sobrietà decisamente adulta. L’impronta cantautorale limpida, refrattaria agli additivi formali o alle giocolerie citazioniste, li avvicina per rigore e registro a artisti dell’introspezione folk come David Eugene EdwardsIlya Monosov o Alasdair Roberts, al netto – beninteso – delle asperità e del caratterismo pungente di tutti loro. 
A movimentare di quel poco le acque pensa “Wrapped In Blue”, primo brano del lotto a essere diffuso in rete: c’è una fluidità brillante, che richiama ancora quella dei connazionali Clientele, ma rispetto agli standard della formazione il mood resta umbratile. Nel tocco si apprezza una gran delicatezza, l’interpretazione si merita l’etichetta di “impressionista” e il frontman James Skelly appare controllato e incisivo come non mai, davvero bravo a tralasciare l’affettazione tra le (poche) opzioni operative scelte in questo caso.

Poi certo, queste canzoni sul tristanzuolo andante, mai troppo sofisticate in quanto ad arrangiamenti, non saranno le migliori scritte dai Coral in oltre un quindicennio di onorata carriera, ma presentano comunque momenti di lucentezza preziosa (e giusto qualche graffio elettrico che non dispiace). Sottili coloriture psichedeliche insaporiscono qua e là, ma non prevaricano, anche in quel paio di segmenti strumentali che accentuano il retrogusto arcano di questa collezione così a lungo dimenticata. La fascinosa “View From The Mirror” riaccende la vecchia ossessione per il mondo acquatico del gruppo, la cui presenza continua a essere peraltro “sommersa”, distante e inquieta. Vaghe reminescenze kinksiane fanno invece capolino poco oltre, nella più polverosa e floreale “Gently”, che pure evita di indulgere nel barocchismo da quattro soldi. Occasionalmente i Coral recitano la parte dei decadenti, aprono all’estetica del crepuscolo, ma senza sovraccaricare l’opera con un teatro che, forse, non è nelle loro corde dai tempi ormai remoti dell’esordio eponimo.

220x270_xviiiAnche quando provano a riaccostarsi ai propri cliché consolidati, quando le tinte si fanno leggermente più calde, i ragazzi tradiscono espressioni turbate o imbronciate (“The Golden Bough”) e permane un’atmosfera di meraviglia trattenuta, di armonia contemplativa che è poi quanto di meno ruffiano il repertorio preveda (“Willow Song”). Solo in “The Watcher In The Distance”, che profuma di seventies nell’accezione retrospettiva di Wolf People e affini, il sound si concede più corpose innervature, al solito con un’autorevolezza non comune. Più che di un canonico e muscolare revival psych orchestrato da una band a tutto tondo, continua tuttavia a prevalere l’impressione di un lavoro solista arricchito da un sontuoso ensemble di supporto: a condizionare in tal senso in giudizio potrebbe essere la prova di uno Skelly forse mai così convincente.
Per converso, il limite di canzoni pure suggestive come queste risiede nel loro girare in tondo senza una vera meta, tendendo a ripetere a oltranza sempre il medesimo canovaccio senza curarsi di forzare l’ascoltatore con il colpo a effetto che l’easy listening di rango necessariamente richiede. Ecco perché nel suo sviluppo The Curse Of Love conferma de facto la stessa anomalia della sua genesi. E’ un album disincantato, terso ma esangue, privato in partenza dei lazzi pirotecnici e della gioiosa esuberanza della casa. Rinunciatario, verrebbe da dire, e nondimeno estremamente sincero, come ai Coral non capitava di scriverne da tanto. Da nove anni almeno, per l’esattezza.

L’appuntamento con la vera nuova fatica del quintetto inglese, ad ogni modo, è solo rimandata. Novità sul conto di quelli di Hoylake sono la deliziosa opera seconda eponima di Ian Skelly con una ragione sociale nuova di zecca – The Serpent Power – condivisa in una joint venture pop lisergica con l’ex-Zutons Paul Molloy, e l’ingresso proprio di quest’ultimo nella formazione regina al posto di un dimissionario Lee Southall. 

the_coralSembrava destinato a non lasciare alcuna traccia The Curse Of Love, il piccolo tesoro ritrovato dei Coral, risalente a una fase di passaggio nebulosa e lontana. Aveva le stimmate dell’uscita anomala ed estemporanea, ma qualche strascico nei suoi autori – maturati, al momento del lancio – deve averlo lasciato, eccome. Prova ne è il nuovo passo di un’avventura discografica sin qui ineccepibile, quel Distance Inbetween che le ormai ex-promesse del Merseyside registrano assieme a Richard Turvey, in quel di Liverpool, nel corso del 2015. Il tono, la malia e l’abbandono al disincanto restano in effetti i medesimi di quella raccolta, con il quintetto che bada a riposizionarsi dalle parti di un psych-rock appesantito, viscoso e sinistro, organi funerei a profusione e un James Skelly oscuro maestro di cerimonie, come se i Wolf People si cimentassero con i brani dei Black Heart Procession di “Six”. “White Bird” e “She Runs The River” lo dicono chiaro e tondo, e nell’assortimento di aromi ecco balenare l’espressionismo ancestrale, medievaleggiante, degli ultimi Midlake, tra farfisa virati al torbido, chitarre lasciate a fermentare e litanie orientate a un perenne altrove, un tempo che sembra congelato in una dimensione sospesa, impenetrabile.
I Coral, più che chiudersi nel consueto eremo da contemplativi passatisti, allestiscono una personale distopia dell’inquietudine, un tantino claustrofobica (“Chasing The Tail Of A Dream”) e nondimeno convincente. I ritagli della polverosa meraviglia di ieri hanno lasciato il campo a questo rosario di minacciose evocazioni in presa diretta, sorta di liturgia ritmica ossessiva o di infezione ritornante. “Beyond The Sun” è una paginetta mesta e dal modesto trasporto. Il sole evocato dal titolo è regolarmente gravato da velature. Regala scorci anche fascinosi (come pure la successiva “It's You”) ma proprio non ha modo (né interesse, a dirla tutta) di scaldare. Discorso analogo vale per quello al crepuscolo della title track, con Skelly impegnato in un superbo crooning di marca doorsiana. Man mano che si avanza, guadagna credito l’impressione di un album compassato e non di rado decadente, la cui indubbia coerenza espressiva può essere letta, secondo i gusti, come un merito o un limite sostanziale.

220x270_vi_07Con “Million Eyes” un po’ di luce comincia a filtrare ma la rifrazione falsa le prospettive. La visione esce deformata mentre il nuovo sound robusto, ricco di innervature, limita al minimo le scorie emotive quasi si trattasse di un monolite impassibile. Lo schema si ripete subito prima del congedo, in “Fear Machine”, quando il frontman torna a evocare lo spettro di Jim Morrison giusto per lasciarlo fluttuare e sparire in un sottile vortice di apatia. Il risultato, ordinato nella sua regolarità, riesce insomma sanguigno e nel contempo (volutamente) algido. A regalare scampoli d’espansività, o quantomeno un’illusione di calore, è il singolo “Miss Fortune”. La suggestione di un disco distante (quando non scostante) non viene comunque meno, così gli esercizi di virtuosismo elettrico affidati alla new entry Molloy optano per un incanto misurato più che per la fregola delle seduzioni ruffiane. Il mestiere di una band dalla competenza e dall’inventiva incontestabili non manca di farsi apprezzare, ma per una volta tocca archiviarlo alla voce “compensazione”.

Le peculiarità sonore di Distance Inbetween, i suoi cupi automatismi, quell’esplosività trattenuta o il brio volturato a forza in tonalità seppiate, ad ogni modo non lasciano indifferenti. Si impongono piuttosto come abito prominente, la fotografia indimenticabile della band inglese a maturità ormai acquisita.

Contributi di Gabriele Benzing ("Magic And Medicine"), Cristian Degano ("Nightfreak And The Sons Of Becker") e Francesco Giordani ("Butterfly House")

Coral

Il retrobottega dei sogni

di Stefano Ferreri

Dai rutilanti esordi freakbeat all'accurato e crepuscolare revival della psichedelia sixties, l'anomala parabola di sei giovanissimi talenti del Merseyside nella loro personale (e invisibile) British Invasion: un caleidoscopio fuori dal tempo, una collezione di incantesimi giunta al traguardo dei quindici anni
Coral
Discografia
 THE CORAL 
   
 The Oldest Path Ep (Deltasonic, 2001)6,5
 Skeleton Key Ep (Deltasonic, 2002) 6,5
The Coral (Deltasonic, 2002)  7
Magic And Medicine (Deltasonic, 2003) 7,5
 Nightfreak And The Sons Of Becker ( Deltasonic, 2004)  7
The Invisible Invasion (Deltasonic, 2005) 7
 Roots And Echoes (Deltasonic, 2007) 7
 Singles Collected (Deltasonic, 2008) 7
 Butterfly House (Deltasonic, 2010) 6,5
 The Curse Of Love (Skeleton Key, 2014) 6,5
 Distance Inbetween (Ignition, 2016)7
   
 JAMES SKELLY & THE INTENDERS 
   
 Love Undercover (Skeleton Key, 2013) 6,5
   
 IAN SKELLY & THE SERPENT POWER 
   
Cut From A Star (Watertown, 2012) 7
   
 SERPENT POWER 
   
 Serpent Power (Skeleton Key, 2015) 7
   
 BILL RYDER-JONES 
   
 If... (Double Six, 2011)  5,5
A Bad Wind Blows In My Eyes (Domino, 2013) 7
 West Kirby County Primary (Domino, 2015) 6
   
pietra miliare di OndaRock
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Skeleton Key
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Goodbye
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Bill McCai
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Don’t Think You’re The First
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Pass It On
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Secret Kiss
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Grey Harpoon
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Venom Cable
(video, da Nightfreak And The Sons Of Becker, 2004)

In the Morning
(video, da The Invisible Invasion, 2005)

Something Inside Of Me
(video, da The Invisible Invasion, 2005)

Jacqueline
(video, da Roots And Echoes, 2007)

Who’s Gonna Find Me
(video, da Roots And Echoes, 2007)

Put The Sun Back
(video, da Roots And Echoes, 2007)

Being Somebody Else
(video, da Singles Collected, 2008)

1000 Years
(video, da Butterfly House, 2010)

More Than A Lover
(video, da Butterfly House, 2010)

The Curse Of Love
(video, da The Curse Of Love, 2014)

You Closed The Door
(video, da  The Curse Of Love, 2014)

Watcher In The Distance
(video, da  The Curse Of Love, 2014)

Nine Times The Colour Red
(video, da  The Curse Of Love, 2014)

The Curse Of Love Part Two
(video, da The Curse Of Love, 2014)

Chasing The Tail Of A Dream
(video, da  Distance Inbetween, 2016)

Miss Fortune
(video, da Distance Inbetween, 2016)

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Recensioni

CORAL

Distance Inbetween

(2016 - Ignition)
Il nuovo sole velato della band del Merseyside

CORAL

The Curse Of Love

(2014 - Skeleton Key)
Il nuovo album della band del Merseyside, vecchio di nove anni

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Butterfly House

(2010 - Deltasonic)
Il nuovo album della band di Liverpool, tra nostalgie psichedeliche e ansie di rinascita spirituale

CORAL

Roots & Echoes

(2007 - Columbia)
Quinto album e sintomi di crisi per il gruppo inglese

CORAL

The Invisible Invasion

(2005 - Deltasonic)
Prima svolta in carriera per il giovane sestetto del Merseyside

CORAL

Nighfreak And The Son Of Becker

(2004 - Deltasonic)
Un mini-album che può considerarsi un nuovo disco della giovane band inglese

CORAL

Magic And Medicine

(2003 - Deltasonic)
Il secondo lavoro della band di Liverpool, dopo il fortunato debutto del 2002

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