Diamond Head

Le meteore del metal

di Tommaso Franci

Influenti come pochi nel metal, ma destinati a scomparire subito, come la più veloce delle meteore, i Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale...

I Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale. Come i Sex Pistols. Nessun altro nella storia del rock è riuscito a essere così influente con una produzione tanto esigua. Differentemente dagli inventori del punk, e a loro discredito, i Diamond Head hanno tristemente tentato per oltre venti anni di ri-propinare il medesimo materiale costituito di 7 canzoni 7, riuscendo soltanto a infangare la rispettabilità di queste, oltre che la loro. D'altra parte siamo di fronte a un gruppo fantasma, un gruppo che nacque-morto: e la discretamente scarsa popolarità è dovuta soltanto ai complessi più famosi che lo hanno, nel corso di 20 anni, pubblicizzato ai propri fan, i quali così sono diventati fan anche dei Diamond Head. L'immensa popolarità dei Metallica è stata per i Diamond Head una vera e propria manna dal cielo. Nel 1998 i re del metal inserirono nel loro album di cover Garage Inc. ben 3 brani dei Diamond Head, che peraltro sia dal vivo sia in singoli eseguivano da tempo immemorabile.

Per questi motivi basilari sarebbe più opportuno parlare di Lightning to the nations anziché di Diamond Head. Un cenno ai secondi tuttavia servirà a contestualizzare il primo.

I Diamond Head (classica formazione a quattro) si formarono nel 1976 a Stourbridge in Inghilterra, inserendosi assieme a Iron Maiden, Saxon, Angelwitch e tanti altri, nel filone del nascente metal inglese, inaugurato da Judas Priest e Rainbow e definito dallo specialista Geoff Barton "New Wave Of British Heavy Metal". I Diamond Head erano però tra coloro che si rifacevano più all'hard-rock di Deep Purple e Led Zeppelin (nemmeno Black Sabbath) che agli eccessi di Judas Priest e Rainbow; tra coloro che vedevano lo stile metal come uno sviluppo (inferiore) di quello hard-rock e non come una rottura o rinnegamento di questo (cosa che invece facevano a vario titolo Iron Maiden e Motorhead).

Quattro anni dopo (1980), proprio come gli Iron Maiden (nati anch'essi nel '76), i Diamond Head riescono a far uscire il loro primo album, che, come il primo degli Iron Maiden, va considerato uno dei dieci album più importanti della musica metal. Perché i Diamond Head sono riusciti nella non facile impresa di scrivere 7 canzoni formidabili una dietro l'altra e di farlo nel pentagramma di quel metal che stava inventandosi. C'è un però, ed è questo a rendere molto inferiori i Diamond Head agli Iron Maiden. Tale però sta in un abisso di dieci anni o più. Infatti l'esecuzione di un qualsiasi brano era compiuta dai Diamond Head (e non solo a causa dei limiti di registrazione e mixaggio dell'epoca) secondo gli stilemi e i volumi dell'hard-rock di fine 60-inizio 70; dagli Iron Maiden invece con una velocità e potenza mai sentite o immaginate prima (ad eccezione, anche se su altri piani, dei Motorhead) e che troveranno piena enucleazione solo nel corso degli anni 80. Siamo su due mondi diversi il cui stato è tanto più contraddittorio quanto l'opera dei Diamond Head fu compositivamente fondamentale per i posteri. Come se due epoche fossero ovviamente irriducibili eppur cercassero di comunicare per telefono.

Concretamente: Sean Harris cantava come Robert Plant, Brian Tatler suonava la chitarra come Jimmy Page (eccezion fatta per un'innata rudezza e pesantezza aliena al secondo ma che fortunatamente riportano il primo nell'alveo dei chitarristi metal); la sezione ritmica (soprattutto il basso, perché la batteria è ancora in secondo piano e troppo confinata nell'accompagnamento) era l'unica a essere aggiornata alla dimensione dei Judas Priest. Quello che più conta è che c'erano i testi e le canzoni su cui si impianterà tutto il metal avvenire, compreso quello di oggidì: e in ogni sua branca o variazione.

Non rimane che analizzare i capolavori di Lightning to the nations,sapendo che erano scritti come le più moderne canzoni metal (sinfonici brani oltre i cinque minuti pervasi di ritmi ossessivi e violenti e di tematiche manichee, depravate e lugubri), ma che furono letti con le più vetuste pronunce hard-rock (rhythm and blues).I Metallica prenderanno questi brani e faranno vedere che erano già heavy-metal: bastava saperli interpretare correttamente. Su questa interpretazione gli inventori dell'heavy metal baseranno non piccola parte della loro fortuna.

"Lightning to the nations" troneggia subito con riff violentissimi, velocissimi e tristissimi. L'armonia è toccante e scorata. Nessuna tregua. Una corsa verso una fine che ci ha già colto e finito. I Diamond Head si presentano come l'anello mancante tra il doom-hard-rock dei Black Sabbath e quello heavy-speed dei Mercyful Fate.

"Prince" arriva a passo di carica: impianto molto diverso dalla precedente composizione, ma non meno devastante: poi tutti fermi per una coppia di riff memorabili che si innalzano graniticamente. La più profonda vena rock consente un'altra armonia coinvolgentissima. Traspirano disperazione e rassegnazione infinite che la spensieratezza estetica sempre più difficilmente può far sopportare. La blueseggiante coda di riff centrale è memorabile, come volesse nostalgicamente portarsi con sé tutte le storie dei secoli umani. Harris, quando abbandona i panni di Plant, riesce anche a essere mefistofelicamente evocativo (ed è nella parte della vittima-complice del male).

"Sucking my love" potrebbe essere un classico pezzo hard-rock-blues (jam da 9 minuti) se non fossero le ruvidissime (e per questo anti-blues) chitarre di Tatler a fungere d'antidoto alla ridondantemente panica ed edonista voce di Harris (con tanto di obsoleti sibili orgasmici). Il fraseggio blues chitarristico pre-finale è così primigenio che, nonostante il "plan-eggiare" di Harris, coinvolge e commuove di necessità.La dimensione è manco a dirlo notturna: più Blue Oyster Cult che Black Sabbath però.

"Am I evil" è il brano metal per eccellenza. I Metallica ne faranno la bandiera del genere. Introduzione da batteria da campo di battaglia, irrompere del basso; e poi la leggendaria fuga della chitarra, per ripiombare infine (ed è passato un minuto e mezzo) nelle zampate di nichilismo e potenza (fino a raggiungere la coralità, sentimentale e formale) del resto del manifesto. C'è anche spazio per un opportunissimo cambiamento di tempo (dal veloce al velocissimo ovviamente) con una grande prova della sezione ritmica. La frase "Am I evil? Yes I am" potrebbe essere sottoscritta da James Hetfield come testamento spirituale della sua carriera artistica. Il finale spetta a un'epica e alienata chitarra che ha dell'incontenibile e sostituisce la free-form classica con un inquadramento autoreferenziale nel pessimismo e malessere più puro. Classe da vendere. Ancor oggi una scuola per tutti.

"Sweet and innocent" costituisce l'altro, troppo smaccato, cedimento all'hard-rock, assieme alla lunghissima "Sucking My Love"; tuttavia un ritornello beatlesiano alla Aerosmith, odorando d'America, affranca almeno in parte dal plagio ledzeppeliniano.

"It's electric" torna nella religione del non-si-dà-scampo. Harris cambia intonazione preludendo quasi a Hetfield (un'ottava più basso rispetto a Plant). Il gruppo si assesta in un ricorsivo percuotere e pestare. Debole (privo di fantasia) l'assolo di chitarra; chitarra che per il resto risulta molto metal. Inutile fare la lista di chi ha attinto da questi brani: basti dire che chi fa metal parte da questi brani.

"Helpless" ripropone lo schema di "Lightning to the nation", "The prince" ed "Am I Evil" (i capolavori dei capolavori): andamento pesante e devastante di tutto l'impianto generale, intermezzo catartico dell'armonia; tuttavia non riesce (esteticamente-sentimentalmente) a raggiungere quei vertici. Il finale è ossimoricamente al cardiopalma con mitragliate sincopate; dimostrando ancora una volta l'originalità e fantasia di un lavoro, per il genere, d'avanguardia.

Tolto quest'album i Diamond Head non sono meritevoli di considerazione: dopo e tra Borrowed Time (1982) dove si riproponeva il solito materiale dell'esordio, la inutile terza prova di Canterbury (1983), la tragicomica riformazione del gruppo con Death and Progress (1993): live, antologie, demo: da evitare accuratamente.

Diamond Head

Le meteore del metal

di Tommaso Franci

Influenti come pochi nel metal, ma destinati a scomparire subito, come la più veloce delle meteore, i Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale...
Diamond Head
Discografia
Lightning To The Nations (Fan Club, 1980)

8

 Borrowed Time (MCA, 1982) 
 Canterbury (MCA, 1983) 
 Death and Progress (Blackheart, 1993) 
pietra miliare di OndaRock
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