Don Caballero

Don Caballero

Ciò che brucia non ritorna

di Gianfranco Campolongo

Un sound complesso, determinante per la nascita di quello stralunato idioma musicale detto post-rock e capace di resuscitare in una nuova formula (math-rock?) musiche considerate off, come prog e jazz-rock. L'esperienza sonora dei Don Caballero è vertigine, perdita di riferimenti, annullamento della forza di gravità

Non è facile scrivere di una band come i Don Caballero. E' risaputo che Damon Che e soci rappresentino un esempio a dir poco anomalo nella storia del rock indipendente. Sia da un punto di vista strettamente sonoro, visto l'inusuale cocktail di prog e post-punk che i quattro andavano sintetizzando, sia da quello di costume, ovvero l'atteggiamento schivo e al contempo teatrale sbandierato dalla band.
Sono sempre stati al di sopra delle righe, i Don Caballero. Accusati di realizzare una musica troppo rigida e seriosa, accusati di tecnicismi fine a se stessi e di aver creato un genere musicale (il math-rock, del quale non hanno mai accettato la paternità) che secondo molti è semplicemente una brutta copia del progressive-rock.

Alla difficoltà di scrivere una monografia corretta e che renda giustizia a questo ensemble si aggiunge la recente riesumazione della ragione sociale voluta da Mr. Octopus (così il batterista/leader/despota veniva giustamente definito nel booklet del loro terzo disco) a partire dalla primavera 2006, quando venne dato alle stampe World Class Listening Problem, disco mediocre di una band imparentata solo per un quarto con l'originale.
Ciononostante, la loro discografia originale (quella datata 1991-2000) costituisce un innegabile punto di svolta nella musica rock. Il loro contributo è stato determinante per la nascita di quello stralunato idioma musicale detto post-rock e, cosa ancor più importante, grazie a loro il rock "indie" ha potuto confrontarsi con musiche più complesse e sino a quel momento considerate off, come il progressive (che pare oggi riacquistare quella dignità sottrattagli per oltre 20 anni dal punk) e il jazz-rock.
Ma procediamo per gradi.

I Don Caballero si formano a Pittsburg, nel 1991, la line-up iniziale è composta da Mike Bandfield alla chitarra, Pat Morris al basso e Damon Che Fitzgerald alla batteria. Il sound della band è inizialmente molto cupo e rumoroso, una sorta di post-punk strumentale, fatto di rigorosi giri chitarristici, bassi pesanti e drumming preciso e pestato. Con questa formazione la band incide una manciata di singoli prima che tale Ian Williams vada a occupare il posto della seconda chitarra. Con Williams le cose non cambiano, le atmosfere si fanno semmai più astratte e pesanti.

L'abum d'esordio, intitolato For Respect, esce invece nel 1993 e si ha subito l'impressione di trovarsi di fronte a una band con una marcia in più rispetto alla media. Le undici composizioni del disco sono quanto di più sconvolgente si fosse sentito dai tempi di "Spiderland". Una musica astratta e potente, imparentata col dialetto degli Slint, da cui aveva ereditato l'atteggiamento sperimentale e la tendenza a dilatare i brani a partire da riff e accordi dissonanti, e con l'hardocore più evoluto e fragoroso.

Prodotto da Steve Albini, che evidenzia come di consueto il lato ruvido e potente del suono, For Respect è un lavoro estremamente lucido nella sua struttura d'insieme, nonostante i brani siano convulsi e oppressivi e senza dubbio di difficile ascolto.
Composizioni come "For Respect" e "Rocco" spingono alle estreme conseguenze il rumore bianco di Big Black, Helmet e Unsane, aggiornandolo con una buona dose di disarmonie ossessive e pungenti. L'assenza di un cantato rende ancor più traumatico il risultato finale, una muraglia insormontabile di decibel, chitarre al vetriolo e percussioni pachidermiche. I pezzi alternano momenti di lenta ed estrema pesantezza a bruschi cambi di prospettiva, tempi framentati seguono marziali cadenze in controtempo. In totale, oltre mezz'ora di massacro che si fa fatica a digerire tutto d'un fiato.
E' un disco, For Respect, angosciante e oscuro, a suo modo ricercato, ma decisamente fuori portata per gli amanti delle avanguardie, ed eccessivamente astratto per gli indie-rocker. In un periodo in cui la "alternative nation" non si era ancora trasformata in una macchina da soldi e la parola post-rock non aveva ancora alcun significato (gli Slint, all'epoca conosciuti da poche centinaia di persone, si erano appena sciolti) possiamo immaginare che il pubblico rock non abbia fatto i salti di gioia trovandosi tra le mani una musica come quella contenuta in For Respect.

Cionostante il gruppo continua il suo naturale percorso, sfornando il seguito dopo due anni.
Nel 1995 esce Don Caballero 2, disco ambizioso e monumentale a partire dalla durata, che supera abbondantemente i sessanta minuti. Nei due anni trascorsi qualcosa è cambiato, la musica non è quella monolitica degli esordi ma si è fatta più agile e nervosa. Williams pare aver preso in mano le redini della band, un tempo in balia del solo Che, e il risultato è, se possibile, ancor più sconvolgente che in passato. La line-up ha subito un ulteriore cambiamento, Mike Jencik sostituisce Morris al basso (la sua presenza, come quella di tutti i bassisti della band, sarà comunque transitoria).
Si inizia con "Stupid Puma", metri ritmici irregolari e singhiozzanti, violente sfuriate noise, caos controllato, una maniacale padronanza degli strumenti, in una parola: perfetta. Dalle ossessioni del precedente album il cambio di rotta è netto ed evidente. Si prosegue con "Please Tokio, please THIS IS Tokio", un sensazionale esempio di avanguardia rock in cui convivono il chitarrismo di Robert Fripp, le geometrie ritmiche di Bill Cobham, e il noise più evoluto. Memorabile il finale che trascina clangori e feedback a due passi dagli esperimenti di Lee Ranaldo e Glenn Branca.
Non mancano momenti più diretti e godibili come "Rollerblade Success Story", dove l'atmosfera si fa più intelligibile e colorata.
"2", tuttavia, passerà alla storia come il più potente disco rock mai suonato. Gli schemi sonori ipotizzati dai King Crimson vengono definitivamente portati al collasso, il groove è completamente disarticolato e isterico, e il formato delle tracce diventa caotico e incontrollato.
Il drumming di Damon Che è ormai una sorta di lungo e forsennato assolo jazz/grind. Il batterista ha messo a punto uno stile assolutamente personale, in cui la compattezza e potenza del noise-rock incontrano lo spirito improvvisativo e destrutturato del jazz d'avanguardia. D'altro canto, Williams tiene testa con onore, la sua tecnica sopraffina gli permette di spaziare senza problemi da schemi rarefatti e psichedelici a violente sfuriate di stampo heavy.
Non ci sono pose intellettuali in questo disco, ma sudore e rock'n'roll. Questa è probabilmente la caratteristica principale dei Don Cab. A differenza di ensemble come King Crimson e Blind Idiot God in cui la componente progressiva ed epica è posta in primo piano, qui l'astrattezza traumatica e le convulsuoni non lineari rappresentano l'elemento portante del sound. Anche la matematica, che pure è presente in modo marcato, è seppellita dalle violente sferragliate della batteria di Che e dalle orribili e cervellotiche traiettorie chitarristiche.
Le 8 canzoni di Don Caballero 2 rappresentantano un importante documento sonoro, un rock violento e ipercinetico, capace d'un tratto, come per incanto di trasformarsi in melodia, rarefatti e incantevoli landscape di armonici e arpeggi sognanti. Eccellente esempio di questa capacità è la già citata "Please Tokio", che parte con un groove destrutturato e filiforme per confluire in una magnifica trama per chitarre leggiadre e brillanti. Pochi secondi, e poi di nuovo potenza, chitarre pirotecniche, drumming acrobatico, una macchina perfetta, un gioco d'incastri lucidamente orchestrato, un flusso sonoro inarrivabile per potenza e perfezione formale.

Nessuna band metal riesce a essere così potente, nessun ensemble d'avanguardia raggiunge le capacità espressive dei Don, nessuna band prog è altrettanto efficace e austera.
E' una musica visiva quella dei Don, da seguire con gli occhi più che con l'apparato uditivo. Una musica che prende forma e consistenza di fronte all'ascoltatore e lo proietta in una dimensione nuova, magneticamente affascinante, morbosamente attraente. La sensazione che più rende giustizia alla musica della band è la vertigine, la perdita di riferimenti, l'annullamento della forza di gravità.

Don Caballero 2 rappresenterà un punto di non ritorno per il rock, ma anche per la band che, a partire dal successivo What Burns Never Returns (1998) decide di cambiare radicalmente direzione.

Nel frattempo Williams fonda gli Storm & Stress che nel 1997 esordiscono con un micidiale album (registrato da Steve Albini) a base di avanguardia jazz e stralunato songwriting. Anche Damon Che si reinventa cantautore eccentrico con i The(e) Speaking Canaries. Entrambe le avventure sono interessanti e spassose, questi divertissement tuttavia sembrano voler presagire i problemi di leadership in cui i Don si troveranno di li a poco.
Sia Damon Che che Ian Williams sono musicisti sopraffini e dal carattere forte, le due personalità finiranno per entrare in conflitto sempre più spesso fino allo scioglimento, annunciato verso la fine del 2000 a seguito di uno sfortunato tour.

Il 1998 è un anno piuttosto fortunato per la band di Pittsburg, in piena esplosione del fenomeno post-rock in quattro non fanno fatica a farsi notare. D'altro canto What Burns Never Returns è da molti considerato il loro miglior disco. Pat Morris, defenestrato qualche anno prima, riprende il suo posto come bassista, anche se l'atteggiamento complessivo della band è irrimediabilmente mutato.
L'esperienza Storm & Stress ha spostato l'asse compositivo verso lidi più melodici e improvvisati. I referenti principali del chitarrista sono ormai il secondo Robert Fripp (quello di "Discipline", per intenderci) e Derek Bailey storico chitarrista della scena impro d'avanguardia.
Le distorsioni maniacali sono ormai un ricordo sbiadito che raffiora solo nella convulsa "Delivering The Groceries At 138 Beat Per Minute", in cui la potenza mostruosa dei primi due dischi viene gloriosamente rievocata. Per il resto il disco si attesa su registri free, nonostante l'immutato impeto percussivo di Damon Che, che continua a violentare l'ascoltatore col suo ormai riconoscibilissimo stile.
Williams scopre l'uso dei delay e inizia a sperimentare soluzioni chitarristiche fatte di tapping contorti che intaccano la rigida struttura ritmica imposta dal battitore di pelli. Le chitarre sono continuamente in controtempo, volutamente non metriche, creano una sorta di coltre che avvolge il flusso sonoro, rendendolo apparentemente sconnesso. Apparentemente, giacché la logica matematica non è venuta meno, ma si è tramutata in un sottile gioco timbrico-melodico, leggere microinterazioni frattali sottoposte a infinite variazioni sul tema.
Le melodie sono comunque sempre atonali e spigolose, percussive e sgraziate, le geometrie ritmiche si fanno sempre più infide e rarefatte, brani come "June Is Finally Here" e "From The Desk Of Elsewhere Go" ricordano da vicino gli esperimenti di musicisti come Art Ensemble Of Chicago.
Se Don Caballero 2 rappresenta il vertice della band per potenza e abilità (non solo tecnica, è bene ribadirlo), What Burns... introduce elementi radicalmente nuovi. L'iniziale "Don Caballero 3" (che parte con lo stesso pattern che chiudeva il precedente disco) indugia su movimenti chitarristici atonali e su un drumming disarticolato, offrendo uno spettro di possibilità virtualmente infinito, in cui improvvisazione, groove e matematica diventano sinestesia, colore, visione.
Arpeggi disgregati e disorganici capaci di creare un groviglio emozionale di una ricchezza disarmante. La chitarra di Williams (senza dimenticare Bandfield, che offre ottimi spunti contrappuntistici) crea melodie surreali e seducenti che dipingono paesaggi incantati, atmosfere radiose e melanconiche, mai banali o melense, sempre moderne, scomposte e "free", capaci di suggestionare e imprimersi nella memoria come i più ruffiani ritornelli pop.

What Burns... è l'ennesimo disco eccellente dei Don Caballero e sebbene meno rivoluzionario del precedente consacrerà la band tra le più importanti realtà musicali di fine secolo.

Il 1999 vede l'uscita della raccolta Singles Breaking Up vol.1, antologia di tutti i singoli pubblicati dal gruppo. L'attenzione nei confronti dei Don Caballero è in contante crescita e il disco, in verità molto bello, ha la funzione di mantenere i riflettori ben puntati sul combo.
Singles Breaking Up vol.1 non è comunque un disco per soli fan, ma obiettivamente una bella raccolta di brani, la gran parte dei quali inediti, che mostra in modo naturale e dettagliato il percorso evolutivo tracciato nel corso degli anni. Per chi scrive, anche più interessante del loro disco d'esordio, che decisamente a distanza di anni si fa fatica a rimettere sul piatto (a causa forse di una registrazione intubata e fin troppo claustrofobica). Si potrebbe trovare un limite nella assoluta mancanza di materiali risalenti al periodo 1994/1995, periodo in cui i Don pubblicarono il secondo album e nient'altro (almeno da quanto risulta). Non mancano invece brani più recenti come "Room Temperature Lounge" (alternative take di "Room Temperature Suite", inclusa in What Burns...) e "Trey Dog's Acid", entrambe superlative.

Dopo aver prodotto tre album in sette anni di attività i Don iniziano quasi a voler inflazionare la loro immagine dando alle stampe nel 2000, American Don, terzo album in tre anni.

American Don (il cui titolo fa il verso ai film "American Beauty" e "American Pie") è un disco meno matematco e più rock in senso classico. Ancora una bella prova, tutto sommato, in cui la band tenta di virare verso territori più ritmicamente regolari e verso soluzioni sonore più moderate. Ulteriore cambiamento nell'organico: Bandfield e Morris vengono definitivamente esclusi, mentre a Eric Emm (già negli Storm & Stress) spetta il ruolo di bassista.
American Don è il disco che sembra voler dichiarare il math-rock ormai clinicamente morto, niente ritmi arzigogolati né furia sonica: i tempi sono cambiati, meglio tentare di imbastire nuovi percorsi.
Difatti, composizioni come "I Never Liked You" e "Haven't Lived Afro Pop" sembrano diametralmente opposte ai cataclismi dissonanti di For Respect. Il groviglio chitarristico, sempre marcatamente frippiano, si è fatto regolare e pulsante, a tratti pare di ascoltare i Tortoise, e anche gli episodi più movimentati (le magnifiche "You Drink A Lot Of Coffee For A Teenager" e "Let's Face It Pal You Didn't Need That Eye Surgery") sono comunque distanti anni luce dalla violenza distruttrice di un tempo.

American Don rappresenta il definitivo distacco dall'estetica "math", un disco godibile e d'atmosfera che chiarisce definitivamente (semmai ce ne fosse stato bisogno) la statura e le capacità espressive della band, il cui sound, per quanto complicato, aveva il suo punto di forza nella capacità di ricreare scenari vertiginosi più che nello sfoggio di capacità tecniche.

Ma verso l'autunno dello stesso anno qualcosa nell'equilibrio del gruppo si spezza, la tourneé negli Usa finisce per evidenziare una sorta di malessere diffuso tra i componenti, cui succederà di tutto, tra cui una lite furibonda e un violento incidente stradale da cui usciranno miracolosamente illesi.
I componenti, ma non la band, che si scioglie a fine anno.

Poco tempo dopo, a seguito di sfortunate vicende professionali, Damon Che si rende conto che il nome Don Caballero è ancora un buon modo per batter cassa. Il talentuoso batterista aveva tentato l'esperienza Bellini con Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta (entrambi Uzeda), ma il suo carattere scontroso l'aveva portato ad abbandonare la band, nel senso letterale del termine, piantandoli ad Atlanta prima di un concerto e portandosi via il furgone. Nello stesso periodo, Williams fonda i Battles che di lì a poco sfonderanno con l'album "Mirrored".

In netto contrasto con quanto dichiarato dal programmatico What Burns Never Returns, i Don Caballero si riformano nel 2003 con una line-up di cui l'unico superstite è monsieur Fitzgerald. Accasatisi presso la Relapse, i nuovi math-rocker sfornano due dischi, poveri di idee e di sostanza, il già citato World Class Listening Problem (2006) e Punkgasm (2008).
Ma ciò che brucia non ritorna mai e i Don (quelli veri) non fanno eccezione. In molti si sono chiesti se non fosse stato meglio lasciare questa creatura, che tanto aveva dato, riposare in pace, anziché guastarne irrimediabilmente il curriculum. Ma, si sa, bisogna pur campare...

P.S. I dischi della reunion post 2000, sono volutamente stati omessi. L'obiettivo di questa monografia e ripercorrere la tappe salienti del primo periodo di attività della band originale che poco nulla ha a che spartire con la deriva heavy portata avanti dal solo Damon Che nei due successivi album.

Don Caballero

Ciò che brucia non ritorna

di Gianfranco Campolongo

Un sound complesso, determinante per la nascita di quello stralunato idioma musicale detto post-rock e capace di resuscitare in una nuova formula (math-rock?) musiche considerate off, come prog e jazz-rock. L'esperienza sonora dei Don Caballero è vertigine, perdita di riferimenti, annullamento della forza di gravità

Don Caballero
Discografia
 For Respect (1993, Touch and Go)

7

Don Caballero 2 (1995, Touch and Go)

9

What Burns Never Returns (1998, Touch and Go)

9

Singles Breaking Up (antologia, 1999, Touch and Go)

7,5

 American Don (2000, Touch and Go)

7

 World Class Listening Problem (Relapse, 2006)

5

 Punkgasm (Relapse, 2008)

6

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