Elvis Presley

Elvis Presley

L'uomo che volle farsi re

di Gabriele Gambardella

Dalle baracche di Tupelo agli hotel di Las Vegas. Dal rock’n’roll degli esordi ai concerti via satellite. Ascesa e caduta di un artista che ha saputo andare oltre la musica, arrivando a influenzare l’intera cultura americana e trasformandosi in una delle più grandi icone del Ventesimo secolo

Jimmy Rabbit: “Elvis non è soul”. Suo padre: “Elvis è Dio!”.
Questa piccola citazione, tratta dal film di Alan Parker “The Commitments”, aiuta a comprendere cosa è stato, è, e sarà Elvis Presley per milioni di persone. I suoi numeri sono già eloquenti: più di un miliardo di dischi venduti in tutto il mondo. Sessantotto singoli piazzati nella Top 20 di Billboard tra il 1956 al 1977. Ventuno singoli in vetta alle classifiche britanniche con ottanta settimane di permanenza al primo posto. Unico artista inserito in ben quattro Hall Of Fame: rock, gospel, country e rockabilly. Milioni di fan club sparsi in ogni angolo del globo che ne perpetuano la memoria attraverso festival e celebrazioni. La residenza di Graceland, dichiarata monumento nazionale, è il secondo luogo più visitato degli Stati Uniti dopo la Casa Bianca. L’indotto realizzato dal merchandising fattura, tuttora, milioni di dollari annui. I numerosi avvistamenti e le leggende sorte dopo la morte dimostrano che, a più di trent’anni di distanza, il vuoto da lui lasciato è incolmabile.
In campo musicale, poi, la sua influenza è stata, e continua a essere, enorme. Dai Beatles agli Stray Cats, dagli U2 a Bruce Springsteen, fino ad arrivare ai nostri piccoli fan-cloni come Little Tony, Bobby Solo e Ligabue, tutti hanno dovuto fare i conti con Elvis Presley.
Snocciolare dati e numeri non aiuta, però, a comprendere in pieno l’importanza di Presley per il mondo della musica e della cultura. Molto più chiarificatrici, in tal senso, sono queste frasi di due artisti di fama mondiale che ne hanno riconosciuto, a più riprese, l’influenza:
"Prima di Elvis non c'era niente" (John Lennon)
"Ascoltare Elvis per la prima volta fu come scappare di prigione" (Bob Dylan)
Frasi ad effetto, quelle di Lennon e Dylan, che sintetizzano, però, il pensiero e le sensazioni di un’intera generazione di ragazzi. Prima di Elvis la musica non era rivolta ai più giovani. I vari Nat “King” Cole, Frank Sinatra, Dean Martin, Bing Crosby proponevano un tipo di musica adatta a un pubblico già adulto. Il loro modo di presentarsi, in giacca e cravatta, perfettamente pettinati e profumati, non rappresentava un modello in cui rispecchiarsi. Il modo di cantare poi, melodico e tecnicamente ineccepibile ma anche terribilmente asettico, non riusciva a far breccia nell’animo dei teenager. Elvis spazzò via tutto questo. Dopo il suo arrivo tutto sembrò improvvisamente preistorico. Fu il primo vero teen idol, un giovane che cantava per i giovani. La sua musica era innovativa e rivoluzionaria in cui il ritmo relegava in secondo piano le parole e la melodia. I primi vagiti del rock’n’roll c’erano già stati, ma erano rimasti relegati nell’ambito della musica “nera”. Solo Bill Haley, cantante di estrazione country, provò a sdoganare il rock’n’roll presso il pubblico bianco con la sua “Rock Around The Clock”, ma non aveva né il carisma né l’aspetto giusto. Malgrado la sua straordinaria qualità di musicista, il suo look da tipico padre di famiglia americano, grassoccio, bonario e col ricciolo in fronte, non gli consentì di travolgere emotivamente il pubblico. Elvis Presley, presentandosi in scena con un’immagine nuova, con movenze mai viste prima e con la voce più sexy mai udita, fece immediatamente breccia nel cuore dei ragazzi, portando alla ribalta nazionale un genere considerato fino a quel momento di infima categoria e contribuendo anche al successo di grandi artisti di colore, come Chuck Berry, Little Richard, Arthur Crudup. Eppure, la sua leggenda è iniziata in modo del tutto normale...

In the beginning

Elvis PresleyI gemelli Presley, Elvis Aaron e Jessie Garon, nacquero l’8 gennaio del 1935 a Tupelo, Mississippi, da Vernon Presley e Gladys Smith. Jessie Garon morì a poche ore dal parto e questo lutto portò la madre a riversare tutto il suo affetto sull’unico figlio rimasto, sviluppando con quest’ultimo un legame pressoché indissolubile. Il futuro “re del rock” crebbe in una piccola cittadina del profondo sud americano in condizioni economiche quantomeno precarie. Gli effetti della “Grande Depressione” del 1929 si facevano ancora sentire, tant’è vero che il padre Vernon non aveva un lavoro fisso e la madre Gladys era costretta a fare piccoli lavori serali per racimolare qualche soldo. La modestissima casa era situata nella zona povera della città, vicino al quartiere dei neri, fatto questo che ebbe un’importanza cruciale nell’educazione musicale del giovane Elvis. Come molti altri artisti dell’epoca, anche Elvis scoprì il piacere di fare musica nella chiesa che i suoi genitori erano soliti frequentare. Fu proprio nel coro della “Assembly Of God” che il giovane Presley mosse i primi passi nel mondo musicale, imparando a conoscere ed apprezzare il gospel che tanta influenza avrà sul resto della sua carriera. Il talento musicale di Elvis non tardò a manifestarsi quando, per il suo ottavo compleanno, si fece regalare una chitarra con la quale cercava di riprodurre le melodie ascoltate durante le riunioni di famiglia. Dal punto di vista economico, però, le cose non andavano affatto bene per la famiglia Presley. La vita era sempre più dura e suo padre Vernon, a causa della disoccupazione, decise di trasferirsi con tutta la famiglia a Memphis nel Tennessee.

Per Elvis inserirsi nel nuovo contesto cittadino non fu per niente facile. Aveva grosse difficoltà a fare amicizia con i suoi coetanei sia a causa del carattere estremamente introverso, sia a causa del legame ossessivo con i genitori. Il suo look, poi, non lo aiutava di certo. Mentre gli altri ragazzi mostravano capelli corti e magliette, Elvis portava i capelli col ciuffo, corredati da un bel paio di basette. Amava vestirsi con colori sgargianti, il che lo rendeva totalmente fuori moda e poco popolare tra i compagni di scuola. A causa delle ristrettezze economiche in cui versava la sua famigli, si vedeva costretto a comprare i vestiti a Beale Street, in pieno quartiere nero, dove poteva trovare qualunque cosa a poco prezzo. Proprio grazie a questo suo continuo contatto con la comunità di colore, Elvis sviluppò un atteggiamento totalmente antirazzista. Un comportamento rivoluzionario per l’epoca, per l’America degli anni 50, soprattutto negli stati del Sud. Le radio, ad esempio, erano divise tra quelle che trasmettevano musica “bianca” e quelle che trasmettevano musica “nera”. Elvis non faceva distinzioni razziali sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista musicale. Frequentava scuole bianche e mercatini neri; ascoltava il blues di B.B. King e il country di Roy Acuff.
Nonostante queste difficoltà ambientali ed economiche, Elvis cercò di aiutare la sua famiglia trovando lavoro come camionista per la Crown Electric di Memphis. Fu proprio durante uno dei soliti giri col camion della ditta che Elvis notò, sulla Union Avenue, un piccolo studio di registrazione chiamato Sun Studios dove si poteva registrare un disco pagando un dollaro. Era il 5 luglio 1954.

The Sun years

Elvis PresleyElvis arrivò ai Sun Studios per incidere un disco da regalare alla madre in vista del suo compleanno. Entrò in sala d’incisione e cantò “My Happiness”, una canzone tradizionale americana, tanto cara alla famiglia Presley fin dai tempi di Tupelo. Il timbro di voce del giovane Presley e il suo modo assolutamente innovativo di cantare, colpirono immediatamente il proprietario della Sun Records, Sam Phillips (Florence 5 gennaio 1923-Memphis 30 luglio 2003), che uscì come una furia dalla cabina di regia e lo bloccò immediatamente. Da qualche tempo Sam Phillips stava cercando un suono nuovo, capace di unire le due anime d’America: il country e il blues, e quello strano ragazzo col ciuffo sembrò un dono del cielo. Dopo aver convocato il chitarrista Scotty Moore e il bassista Bill Black, due ottimi sessionman, diede il via ad alcune sessioni di prova. Dopo una notte passata a improvvisare con scarso successo, Elvis attaccò un vecchio pezzo country di Artur Crudrup, “That’s All Right Mama”, e la musica cambiò per sempre. La sua versione, caratterizzata da un ritmo indiavolato e da una vocalità mai udita prima, fu come un pugno in pieno stomaco. Sam Phillips, intuendo le potenzialità del brano, la incise immediatamente e la pubblicò il 19 luglio dello stesso anno. Per il lato B fu scelta una versione, altrettanto rivoluzionaria, di un classico di Bill Monroe, “Blue Moon Of Kentucky”. Era nato il rock and roll.
Il 45 giri “That’s All Right Mama”/“Blue Moon Of Kentucky” targato Sun fu un successo enorme e impose Elvis all’attenzione dei teenager americani. Qualche giorno dopo la pubblicazione del singolo, Elvis si esibì all’Overton Park Shell dove poté esprimere le sue fantastiche qualità di frontman. Durante la performance, sia a causa del ritmo incalzante sia a causa del nervosismo dovuto all’emozione di suonare davanti a una folla considerevole, Elvis cominciò a dimenare il bacino e a muovere le gambe a tempo di musica. L’effetto sul pubblico fu devastante. Le donne presenti andarono in visibilio e cominciarono a urlare. Il bassista Bill Black iniziò a roteare a colpire il suo strumento, producendo un suono percussivo che ben si adattava allo spirito selvaggio dell’esibizione. Il dado era tratto. La miccia era accesa e la richiesta d’esibizioni dal vivo crebbe a vista d’occhio.

Nel giro di pochi mesi Elvis suonò all’Eagle’s Nest Club, tenne un unico, storico concerto al Grand Ole Opry di Nashville e apparve alla Louisiana Hayride, una delle trasmissioni radiofoniche più seguite di tutto il sud degli Stati Uniti. Trovò comunque il tempo per tornare in sala d’incisione e i risultati furono, ancora una volta, strabilianti. I singoli successivi, pubblicati ancora per la Sun, non fecero altro che confermare l’enorme talento musicale e le incredibili potenzialità commerciali del ragazzo di Tupelo. Brani come “Good Rockin’ Tonight” di Wynonie Harris, “Mystery Train” di Junior Parker o “Baby Let’s Play House” di Arthur Gunter diventarono, nelle mani di Elvis, infuocati inni rock’n’roll. La chitarra “in staccato” di Scotty Moore e il contrabbasso percussivo di Bill Black, unitamente alla vocalità singhiozzante di Presley, fecero di questi tre pezzi degli standard rock’n’roll con cui confrontarsi negli anni a venire. I ragazzi americani, letteralmente impazziti, telefonavano alle radio chiedendo chi fosse quel nero che cantava pezzi country o quel bianco che cantava brani blues. I suoi singoli entrarono contemporaneamente - cosa mai accaduta prima di allora - sia nelle classifiche rhythm’n’blues che in quelle country.

In altre parole, Elvis era diventato, in pochi giorni, la stella musicale più splendente degli Stati del Sud e, senza dubbio, uno degli artisti più promettenti d’America. La Sun Records, da anonimo studio di registrazione di provincia, si ritrovò a essere una delle case discografiche più influenti e innovative di tutti i tempi (Sam Phillips lanciò successivamente artisti del calibro di Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison e Carl Perkins), entrando di diritto nella storia della musica. Tuttavia la rapida ascesa di Elvis causò serie difficoltà alla Sun Records che non aveva i mezzi finanziari per gestire l’enorme successo del suo cavallo di razza. Nel novembre del 1955 Sam Phillips vendette il contratto (insieme a tutte le matrici, i nastri e ogni altro materiale registrato) di Elvis alla cifra record di 35.000 dollari, consegnando il timido ragazzo di Tupelo alla Rca, casa discografica di portata nazionale, sicuramente in grado di lanciare la giovane promessa nel firmamento dello star-system internazionale.

La strada verso la leggenda

Elvis PresleyIl talento di Elvis fu affidato alle cure di Thomas Andrew Parker (nato Andreas Cornelis Van Kuijk-Breda 26 giugno 1909- Las Vegas 21 gennaio 1997), detto “Il Colonnello”, che divenne il manager del cantante per tutto il resto della carriera. Nel gennaio del 1956, Elvis effettuò le prime sessioni ufficiali per la Rca a Nashville, Tennessee. Da queste sedute d’incisione fu tratto il nuovo singolo “Heartbreak Hotel/ I Was The One”, che fu pubblicato il 27 gennaio. Tom Parker, intuite le enormi potenzialità della neonata televisione, organizzò per il suo assistito diverse esibizioni nelle principali trasmissioni nazionali al fine di promuovere il nuovo singolo. Il 28 gennaio Elvis fece la sua prima apparizione televisiva nazionale allo “Stage Show” di Tommy e Jimmy Dorsey. Come volevasi dimostrare il singolo schizzò contemporaneamente in testa alle classifiche pop, country e r’n’b, diventando disco dell’anno. La sua presenza in televisione fu una costante per tutto il 1956. Partecipò, infatti, ad altre cinque puntate dello “Stage Show” e a una puntata del “Milton Berle Show” davanti a un pubblico stimato di quaranta milioni di persone. Elvis entrò così ufficialmente in tutte le case d’America destando scandalo e preoccupazione. Il suo modo di ballare, agitando gambe e bacino a tempo di musica - cosa che gli valse il soprannome di “Elvis The Pelvis” - ebbe l’effetto di una bomba all’idrogeno sull’America benpensante e bacchettona degli anni 50. Associazioni cattoliche, sacerdoti, psicanalisti, uomini politici, accusarono il cantante di corrompere, con le sue movenze oscene, “la meglio gioventù” americana.

Furono soprattutto le quattro puntate al "Toast Of The Town" di Ed Sullivan a entrare nella storia; durante le trasmissioni, infatti, Elvis venne censurato grazie a inquadrature dalla cintola in su. Intanto il successo tra i giovani raggiunse vertici assoluti. Nel marzo del 1956 venne pubblicato il primo album: Elvis Presley (la cui copertina ispirò, venticinque anni dopo, quella di “London Calling” dei Clash) contenente pezzi tratti sia dalle sedute con la Sun Records sia da sessioni per la Rca. Il disco ebbe un successo immediato, passando dieci settimane in vetta alle classifiche “Billboard” e diventando il primo album rock a superare il milione di copie vendute. Brani come “Blue Suede Shoes”, “Tutti Frutti” e “I Got Woman” cambiarono per sempre il corso della musica mondiale. Presley, attraverso il suo innato istinto musicale, reinventò brani di Carl Perkins, Little Richard e Ray Charles facendoli immediatamente suoi. Le accelerazioni ritmiche e le modulazioni vocali, che passavano dal sussurro all’urlo più rauco, stravolsero le versioni originali rendendole più selvagge e trascinanti. Anche in brani meno frenetici, quali “Blue Moon” o “I’ll Never Let You Go (Li’l Darlin’), Elvis riuscì a esprimere al contempo tenerezza e sensualità grazie alla sua voce e ad arrangiamenti che ne esaltavano la morbidezza e la duttilità.
Le vendite incredibili continuarono per tutto il 1956 durante il quale Elvis piazzò nella Top 40 di Billboard ben undici singoli dei quali, cinque s’insediano ai primi posti delle classifiche rimanendovi per venticinque settimane.  Titoli come “Hound Dog”, “Don’t Be Cruel”, “I Want You, I Need You, I Love You” diventarono immediatamente dei classici facendo di Elvis il personaggio di riferimento per milioni di ragazzi. Fu in particolar modo la scatenata “Hound Dog” a colpire l’immaginario collettivo (verrà citata perfino in “Forrest Gump”di Robert Zemeckis, in cui il protagonista insegnava a Presley i famosi passi di danza) grazie alle rullate fragorose tra una strofa e l’altra e al cane bassett hound che accompagnava la campagna pubblicitaria.

Elvis Presley - Nancy SinatraIl successo fu bissato nell’ottobre dello stesso anno, con la pubblicazione del secondo Lp intitolato semplicemente Elvis. Come il precedente, l’album passò quattro settimane in vetta alle classifiche grazie a brani come “Reddy Teddy”, “Rip It Up”, “Long Tall Sally” e la splendida “Love Me” che fornì il modello per tutte le ballate presleyane a venire. Fu soprattutto questa ballad, infatti, a suggellare la collaborazione tra Elvis e due tra i compositori più prolifici della storia della musica, Jerry Leiber e Mike Stoller, che contribuirono al successo del cantante quasi quanto il Colonnello Parker, sfornando una hit dopo l’altra.
Intanto, anche dal punto di vista artistico/musicale, la carriera di Presley stava evolvendo in altre direzioni. Il produttore cinematografico Hal B. Wallis firmò col Colonnello Parker un contratto in esclusiva per avere Elvis nelle sue pellicole e il 19 novembre del 1956 uscì il film di debutto del cantante intitolato “Love Me Tender”. Il brano omonimo, tratto dalla colonna sonora del film, fu presentato in anteprima il 9 settembre 1956 durante la puntata di apertura dell’“Ed Sullivan Show” ed ebbe un successo folgorante. Questa delicata canzone rappresenta uno dei vertici assoluti della discografia presleyana. La sua voce, accompagnata solamente da una semplice chitarra acustica, si fa soffice e disperata, tremolante e decisa allo stesso tempo.
Sebbene “Love Me Tender” non fosse ancora disponibile sul mercato, la Rca ricevette prenotazioni per oltre un milione di copie, tanto da dover chiedere aiuto ad altre case discografiche come la Decca, la Capitol e la Mgm per riuscire a far fronte all’enorme richiesta. Il brano evidenziò come lo stile canoro di Elvis stesse cambiando, passando dal rock di “Blue Suede Shoes”, “Hound Dog”, “Jailhouse Rock” e “Don’t Be Cruel” a un approccio più morbido e melodico tipico dei crooner. Sull’onda del successo di “Love Me Tender”, nel 1957 uscirono altri due film con Presley protagonista: “Loving You”, in luglio e “Jailhouse Rock” in ottobre. Le due pellicole, nonostante lo scarso valore cinematografico, ottennero un enorme riscontro al botteghino.

Dal punto di vista discografico, fu pubblicato il fantastico album natalizio Elvis’s Christmas Album, che avrebbe dato il via a una progenie di seguaci (Beatles, Beach Boys, Philles Sound fino ad arrivare al recentissimo Michael Bublè), nonché singoli di grande impatto quali “Too Much”, “All Shook Up”, “Teddy Bear” e “Treat Me Nice”. In questo periodo l’eclettismo e la duttilità artistica di Elvis emergono in tutta la loro grandezza. Il cantante passa dal r’n’r scatenato di “All Shook Up” e “Teddy Bear” alle rivisitazioni dei classici natalizi quali “Silent Night” e “White Christmas”.
Il Colonnello Parker scatenò la sua inventiva e il suo senso degli affari, creando attorno al nome di Elvis un merchandising fatto di magliette, rossetti, portafogli, capace di fatturare venti milioni di dollari annui (siamo nel 1957!). Questa cavalcata apparentemente inarrestabile fu bruscamente interrotta da un evento clamoroso: il 20 gennaio 1958 Elvis dovette presentarsi al distretto militare della sua città per adempiere gli obblighi di leva.

Sotto le armi

Elvis PresleyImmediatamente si scatenò una ridda di polemiche. Numerose furono le scene d’isterismo tra le file del suo pubblico femminile, nonché le proteste e le richieste d’esonero inviate direttamente al Presidente degli Stati Uniti, Dwight Eisenhower. Dal canto suo Elvis, già dichiarato abile nel gennaio del 1957, non si oppose al servizio militare e accettò senza polemiche i due anni di lontananza che gli obblighi di leva prevedevano. Fu la Paramount l’unica a chiedere un rinvio per permettere al cantante di terminare le riprese del suo quarto film, “King Creole”. Il 24 marzo del 1958 Elvis fu arruolato a Fort Chafee, Arkansas, per essere successivamente trasferito a Fort Hood, Texas, dove seguì i corsi del corpo d’appartenenza.
Nonostante la durezza della vita militare le cose scorrevano abbastanza lisce, vista la fama della recluta, ma il colpo più duro doveva ancora arrivare. Il 14 agosto successivo Gladys Presley morì a causa di un attacco cardiaco dovuto all’epatite di cui soffriva da tempo. Per Elvis fu un dispiacere inimmaginabile dato il legame morboso che aveva con la madre. Poco più di un mese dopo, il 22 settembre, Presley fu imbarcato sulla portaerei USS Randall destinata a Bremerhaven, in Germania. Fu assegnato alla 4 Divisione Armata di stanza a Frielberg, in cui presterà servizio come autista di jeep e di camion. L’unico privilegio concessogli durante il soggiorno in Germania, fu quello di dormire fuori dalla caserma, in una villa presa in affitto a Bad Nauheim in cui vivrà in compagnia del padre, della nonna e di tutti quei “cugini” che gli stanno intorno come guardie del corpo e segretari particolari.
Il servizio militare in Germania rimase l’unica volta in cui Elvis visitò l’Europa, poiché, a parte qualche concerto in Canada, non lasciò mai gli Stati Uniti. La parentesi tedesca lasciò una seppur minima traccia nella discografia presleyana; nel 1960 (appena tornato dal servizio militare) Elvis incise “Wooden Heart”, facente parte della colonna sonora del film “Cafè Europa”, in cui due strofe sono cantate in tedesco. Negli Stati Uniti, intanto, sia la Rca che il Colonnello Parker si adoperarono per mantenere acceso l’interesse del pubblico nei confronti del cantante. Vista l’impossibilità di incidere nuovo materiale, furono pubblicati singoli incisi in precedenza come “Don’t”, “One Night”, “I Got Stung”, “A Big Hunk Of Love”, che conquistarono ottimi risultati di vendite.
Furono in modo particolare la gridata e roca “One Night” e la tambureggiante “I Got Stung”, con l’indimenticabile intro a cappella e i cori dei Jordanaires, a colpire l’immaginario del pubblico.
In aggiunta a ciò, videro la luce eccellenti raccolte come King Creole, Elvis Golden Records, For LP Fans Only e A Date With Elvis che dimostrano ancora una volta l’eccezionale popolarità del cantante.

Gli anni 50, intanto, volgevano al termine e con essi stava finendo “l’età dell’oro” del rock’n’roll. Artisti come Jerry Lee Lewis, Little Richard, Chuck Berry, Gene Vincent e Buddy Holly erano avviati verso un inesorabile declino ed anche la carriera di Elvis era destinata a prendere altre direzioni. Il primo marzo 1960 il Sergente Presley terminò il servizio militare e il suo rientro nello show-business fu celebrato in maniera trionfale con una partecipazione allo show televisivo di Frank Sinatra.

1960-1966: The road to Hollywood

Elvis PresleySenza perdere altro tempo, Elvis si recò in sala d’incisione e nell’aprile del 1960 fu pubblicato il singolo "Stuck On You"/"Fame And Fortune". La lontananza sembrò non aver minimamente scalfito l’affetto del pubblico nei confronti del cantante, tanto che il singolo schizzò in vetta alle classifiche vendendo un milione di copie solo su prenotazione. Stessa identica cosa accadde per i singoli “It’s Now Or Never”, “Surrender” e “Are You Lonesome Tonight” che evidenziarono come lo stile di Elvis fosse definitivamente cambiato. Non c’era più spazio per il rock selvaggio di qualche anno prima, ma solo piacevoli interpretazioni di successi internazionali (“It’s Now Or Never” è una rilettura di “’O Sole Mio” e “Surrender” di “Torna A Surriento”) e ballate di grande effetto. Specialmente la pacata e ammiccante “Are You Lonesome Tonight”, con il suo caratteristico talkin’ centrale, contribuì a evidenziare il cambiamento. Il Re stava allargando la schiera di sudditi passando a uno stile degno di un grande crooner.
Presley, a dispetto delle soddisfazioni in campo musicale, si orientò sempre di più verso il cinema diventando una presenza fissa sui grandi schermi.
Nel 1960 uscirono “G.I. Blues”, una commedia brillante e “Flamig Star”, mediocre western con un occhio alla problematica razziale. Nel 1961, dopo “Wild In The Country”, film di genere drammatico, fu la volta del divertente “Blue Hawaii”, che definì finalmente la formula più adatta a soddisfare le attese del pubblico. I film di Elvis, da quel momento in poi, seguirono quasi sempre lo stesso cliché: una commedia leggera in cui il protagonista combatteva per il suo avvenire e per la ragazza dei suoi sogni. Il tutto condito da location da sogno e canzoni su misura. I film furono, per tantissimo tempo, l’unico modo per veder cantare Presley; questo spiega il grande successo di cassetta di pellicole spesso insulse, come quelle che uscirono nel biennio '65/'67.

Dal punto di vista musicale, Elvis, nonostante la sua carriera fosse completamente assorbita dal cinema, produsse ottimi album come Elvis Is Back!, dell’aprile 1960, giudicato uno dei migliori del cantante grazie a sentite interpretazioni di “Fever”,“Reconsider Baby” e “ Like A Baby”.

Nel dicembre del 1960, fu pubblicato l’eccellente His Hand In Mine,interamente composto da musica gospel,in cui giganteggiarono brani come “Milky White Way”, “Mansion Over The Hilltop” e “Joshua Fit The Battle”. Sei mesi dopo, nel giugno del 1961, fu la volta di Something For Everybody, altro disco d’oro, caratterizzato dai successi di “Gently”, “Sentimental Me” e “It’s A Sin”.
Lo scarso impegno in campo discografico fu ampiamente compensato dall’intenso lavoro cinematografico. A dimostrazione di ciò, nel 1962, uscirono due film con Elvis protagonista: “Follow That Dreams” e “Kid Galhad” e un solo album in studio: Pot Luck. A differenza degli album precedenti, Pot Luck non ottenne il solito clamoroso successo di vendita, nonostante contenesse brani di tutto rispetto come “Kiss Me Quick” e “I’m Yours”. La causa di questo calo nelle vendite fu la contemporanea pubblicazione delle colonne sonore che, forti di una maggiore pubblicità e visibilità, surclassarono tutte le pubblicazioni parallele. Da quel momento in poi, infatti, Elvis si dedicò quasi esclusivamente alla produzione dei temi musicali dei film nei quali recitava, anche se non mancarono alcuni singoli totalmente estranei al mondo del cinema, come “Good Luck Charm”, “Little Sister”, “Crying In The Chapel”.

L’attività concertistica scomparve del tutto. Il 25 febbraio 1961 e il 25 marzo successivo segnarono le ultime apparizioni in pubblico di Presley. La prima fu uno spettacolo di beneficenza a Memphis, la seconda un concerto organizzato alle Hawaii per raccogliere fondi a favore della “Uss Arizona”, una nave affondata a Pearl Harbour durante la II Guerra Mondiale. Intanto la sua carriera hollywoodiana procedeva a gonfie vele e, negli anni che vanno dal 1963 al 1966, furono ben undici i film che lo videro protagonista. Titoli quali “Girls! Girls! Girls!”, ”Fun In Acapulco”, “Viva Las Vegas”, si susseguirono a ritmo frenetico (a volte anche tre in un anno!) opportunamente corredati di colonna sonora e relativo merchandising. Ormai lontano anni luce dal suo pubblico, abituato a vederlo solo attraverso il maxischermo, Elvis si trovò costretto in un ruolo non suo. Non era un attore, ma il re del rock, e venne presto il momento di riprendersi il trono!

Il ritorno del Re

Elvis Presley - Priscilla BeaulieuL’anno della svolta fu il 1967. Tre eventi segnarono il decisivo cambio di rotta nella carriera e nella vita di Elvis: la pubblicazione di un album completamente estraneo al mondo del cinema, il matrimonio con Priscilla Beaulieu e la pubblicazione del singolo “Big Boss Man”. Nei giorni compresi tra il 25 e il 28 febbraio del 1966, momentaneamente libero da impegni cinematografici, Elvis si recò negli studi Rca di Nashville per delle sedute d’incisione. Accompagnato da ottimi sessionman come The Jordanaires ai cori, Scotty Moore alla chitarra e Chralie McCoy al basso, incise degli standard di musica gospel che confluirono nell’album How Great Thou Art. Impareggiabili interpretazioni di brani della tradizione americana quali “Father Along”, “So High”, “By and By” mostrarono il rinnovato amore di Presley per la musica delle origini. Il disco, pubblicato nel febbraio del 1967, divenne immediatamente multi-platino, vincendo un Grammy Award nello stesso anno e assestandosi alla diciottesima posizione della classifica di Billboard.
Pochi mesi dopo Elvis annunciò il suo matrimonio con Priscilla Beaulieu (Brooklyn 24 maggio 1945), figlia di un colonnello della United States Air Force, da lui conosciuta durante il servizio militare in Germania. Il 1 maggio 1967 il due si sposarono con una breve cerimonia in una suite all’Aladdin Hotel di Las Vegas. Il 26 settembre dello stesso anno fu pubblicato il singolo “Big Boss Man/ You Don't Know Me”, che segnò il ritorno di Elvis al suo primo amore: il rock’n’roll. Tuttavia la sua carriera stentava a ritornare agli antichi fasti e nemmeno la nascita dell’unica figlia, Lisa Marie, avvenuta il 1 febbraio del 1968, servì a lenire la crescente insoddisfazione. Il pubblico, stanco delle canzonette sceme e dei film insipidi cominciava a voltargli le spalle. Dei dieci singoli pubblicati tra il gennaio 1967 e il maggio 1968, solo due entrarono nella Top 40 di Billboard e non oltre il numero 28. L’ultima soundtrack pubblicata, tratta dal film “Speedway”, non andò oltre l’ottantaduesimo posto in classifica.

Elvis PresleySi rese necessario, perciò, un rientro in grande stile che fosse in grado di restituire splendore all’immagine di Presley, un po’ offuscata dagli anni hollywoodiani. L’ultima apparizione di Elvis in Tv risaliva al Timex Show di Frank Sinatra nel lontano 1960, al rientro dal servizio militare, e perciò il Colonnello Parker decise che era giunto il momento di un nuovo show televisivo. Il manager si diede tanto da fare che alla fine riuscì a convincere la Nbc a finanziare, produrre e registrare una puntata speciale che sarebbe andata in onda nel periodo natalizio.
Nel giugno del 1968 Elvis si recò in studio a Los Angeles per registrare quelle che divennero note come le “Burbank Sessions”. Accompagnato da alcuni dei migliori musicisti d’America (tra cui Scotty Moore e D.J, Fontana) si presentò, per la prima volta dopo sette anni, davanti a una platea di spettatori in carne e ossa per rinverdire la sua sbiadita immagine di “re del rock and roll”. In quell’occasione, completamente vestito di pelle nera (come nella migliore tradizione rockabilly), Elvis registrò in audio e in video diverse ore di spettacolo che andarono a comporre quello che diverrà l’ “Elvis NBC TV Special”, meglio conosciuto come “Elvis ’68: Comeback Special”.
Fu la svolta. Grazie a memorabili interpretazioni di successi vecchi e nuovi (da segnalare le fantastiche performance in “One Night”, “Can’t Help Falling In Love” e nel medley “Heartbreak Hotel/Hound Dog/All Shook Up”) e a una presenza scenica non comune, Elvis dimostrò al mondo intero di essere ancora Il Re, in barba alla crescente British Invasion e alla neonata psichedelìa. Andato in onda il 3 dicembre 1968, il Comeback Special, mise d’accordo critica e pubblico, raggiungendo uno share del 42% di spettatori che ne fece, immediatamente, il più grande successo televisivo dell’anno. Numerosi giornalisti incensarono la storica trasmissione, con resoconti del tipo:
“ C’è qualcosa di magico nel vedere un uomo che ha smarrito se stesso ritrovare la strada di casa. Ha cantato con quel tipo di forza che la gente non si aspetta più di trovare nei cantanti rock’n’roll. Il suo modo di muovere il corpo, deve aver reso Jim Morrison verde d’invidia” (Jon Landau).
“Trasmissione di grandeur emozionale e risonanza storica” (Dave Marsh).

Il Re si era ripreso i suoi sudditi grazie a una spettacolare prova di forza. Da quel momento in poi la sua carriera volò alta come non mai. Il singolo “If I Can Dream”, scritto apposta per la trasmissione e pubblicato nel gennaio del 1969, raggiunse il dodicesimo posto in classifica, mentre la soundtrack tratta dal Comeback Special schizzò direttamente nella Top Ten.

Neverending Tour

Elvis PresleyIl momento magico proseguì con la pubblicazione, nel giugno del 1969, dell’ottimo album From Elvis In Memphis, con cui dimostrò di aver completamente abbandonato il cinema e le colonne sonore (l’ultimo film fu “Change Of Habit” dello stesso anno). Registrato a Memphis tra il febbraio e marzo 1969 agli American Sound Studio di Chips Moman, l’album fu impreziosito da alcune delle più belle interpretazioni di Elvis tra le quali “Long Black Limousine”, “Only The Strong Survive”, “Any Day Now” e la famosissima “In The Ghetto”. Le stesse sessioni fruttarono anche lo stellare capolavoro di pop/soul “Suspicious Minds” che, pubblicato come singolo nel settembre 1969, riportò Presley in vetta alle classifiche dopo oltre dieci anni. Il caratteristico riff di chitarra che apre la canzone e la perfetta interazione tra Elvis e il coro, conferiscono a “Suspicious Minds” lo status di capolavoro assoluto, facendone uno dei 45 giri più venduti della storia.
Intanto, il 31 luglio dello stesso anno Elvis debuttò all’International Hotel di Las Vegas con una serie di spettacoli da tutto esaurito. Coadiuvato da un team di musicisti formidabili tra cui James Burton alla chitarra solista, Ronnie Tutt alla batteria, Jerry Schaff al basso e John Wilkinson alla chitarra ritmica, la cosiddetta Tcb Band (acronimo per “Tacking Care Business Band”), Elvis diede vita a performance di rara potenza.
Da questa serie di concerti venne tratto un Lp che fu pubblicato il 14 ottobre successivo insieme a un nuovo album di inediti tratto dalle prolifiche sedute agli American Sound Studios: From Memphis To Vegas/From Vegas To Memphis. Questo lavoro rappresentò contemporaneamente il primo doppio album e il primo live ufficiale di Elvis. Suddiviso in Elvis In Person At The International Hotel – l’album dal vivo- e in Back In Memphis – l’album in studio- il disco mostrò al pubblico un artista in perfetta forma, capace di spaziare dal rock’n’roll della prima ora (“Johnny B. Goode”, “Blue Suede Shoes”), a ballate di grande intensità (“In The Ghetto”, “Can’t Help Falling In Love”), con la stessa disinvoltura ed efficacia. Gli inediti, tra cui “From A Jack To A King”, “Without Love” e “Stranger In My Own Hometown”, confermarono il grande momento di forma fisica e di ispirazione musicale.

Il decennio seguente si aprì con una nuova serie di spettacoli, sempre all’International Hotel di Las Vegas, programmati tra il 26 gennaio e il 23 febbraio 1970. Dopo tanti anni di lontananza, Elvis sembrò voler recuperare tutto il tempo perduto lontano dal pubblico, intensificando a dismisura l’attività live.
Dal punto di vista discografico, dopo i clamorosi successi dei tardi anni 60, Elvis confermò il ritrovato splendore con la pubblicazione dei singoli “Kentucky Rain”, che ottenne un buon sedicesimo posto in classifica, e “The Wonder Of You”. Troncato ogni rapporto con l’industria cinematografica, l’unica testimonianza filmata di Elvis fu il documentario “Elvis: That’s The Way It Is”.

Elvis Presley - Richard NixonLa richiesta di concerti aumentava ogni giorno di più e numerose volte si parlò di possibili tournée europee e mondiali, ma Elvis, sorprendendo tutti, preferì non lasciare mai gli Stati Uniti. Il suo rifiuto di esibirsi al di fuori dei confini nazionali rimase per anni uno dei punti più controversi della sua carriera e una delle domande più ricorrenti tra l’enorme schiera di fan sconsolati. Una delle spiegazioni ufficiali fu il suo crescente patriottismo che lo portò a incontrare, nel dicembre del 1970, Richard Nixon. Su esplicita richiesta del cantante, il presidente degli Stati Uniti lo ricevette alla Casa Bianca per un colloquio privato in cui Elvis dichiarò, a più riprese, il suo fervente americanismo e il disgusto per la cultura delle droghe di matrice hippie.
Tra il 4 e l’8 giugno del 1970 si recò agli studi Rca di Nashville per incidere i brani che confluiranno nell’Lp Elvis Country (I’m 10,000 Years Old) che sarà pubblicato il 2 gennaio del 1971, a due anni dal precedente. Considerato uno dei migliori lavori dell’artista di Tupelo, rappresentò il suo ulteriore ritorno alle origini, poiché fu concepito come un concept-album composto principalmente di standard country e bluegrass. Lavoro d’ottima fattura, potè vantare al suo interno gemme quali “Little Cabin On The Hill”, “I Really Don’t Want To Know” e “There Goes My Everything”.

Dalle sessioni per Elvis Country scaturì così tanto materiale che i dirigenti della Rca pensarono bene di ricavarne un altro album. I brani “di scarto” selezionati, furono rimaneggiati con delle sovraincisioni dal produttore Felton Jarvis e pubblicati con il titolo Love Letters From Elvis nel giugno del 1971. Di qualità nettamente inferiore rispetto agli album precedenti, il disco fu stroncato da pubblico e critica, e non riuscì a entrare nemmeno nella Top 20 di Billboard. Vi erano comunque contenuti brani di pregio quali “Love Letters”, “Got My Mojo Workin’” e “Heart Of Rome”. La title track, su tutte, entrò di diritto tra i pezzi forti del repertorio di Presley, grazie allo splendido accompagnamento pianistico che enfatizza i toni baritonali e avvolgenti della sua voce.

Ma l’insuccesso non scoraggiò la Rca, che diede subito alle stampe Elvis Sings The Wonderful World Of Christmas,ideale seguito del disco natalizio del 1957. Pubblicato nell’ottobre del 1971 e seguito dal singolo “Merry Christmas Baby”/ “O Come All Ya Faithful” nel novembre successivo, l’album, nonostante i discreti esiti commerciali, non riuscì a rinnovare l’appeal dell’Elvis Christmas Album. Oltre ai brani già citati, fu inserita una versione da brividi di “The First Noel” e un’ottima interpretazione di “Silver Bells”.

I concerti quasi continui impedirono a Elvis di produrre dell’eccellente materiale in studio. Quasi tutti i dischi pubblicati nei primi anni 70, infatti, contenevano materiale proveniente dalle sessioni tenute agli Studi Rca a cavallo tra i due decenni.
Non fece eccezione l’album Elvis Now, pubblicato nel febbraio del 1972, e assemblato per la maggior parte con materiale eterogeneo inciso da Elvis tre anni prima e per la restante parte con registrazioni effettuate tra il marzo e il giugno 1971. A differenza degli ultimi lavori, questo album non seguì un filo logico unitario, ma si presentò come un prodotto raffazzonato e disomogeneo: dalla cover di “Hey Jude”, al country di “I Was Born Ten Thousand Year Ago”, fino alla ballad “Sylvia”.

Le vendite non furono esaltanti, anche se il singolo estratto, "Until It's Time for You to Go/ We Can Make The Morning", raggiunse il nono posto in classifica. Dalle sedute d’incisione del marzo/giugno 1971 fu tratto, inoltre, l’album He Touched Me, pubblicato appena due mesi dopo Elvis Now. Presley ritornò al modello del concept-album, pubblicando il terzo disco di musica gospel della sua carriera. Trainato dalle splendide “Amazing Grace”, “An Evening Prayer” e “Reach Out To Jesus”, l’album vinse un Grammy Award nella categoria “Best Inspirational Performance” e rimase per ben 10 settimane nella classifica di Billboard alla posizione numero 79.

La Metro Goldwin Mayer, dal canto suo, riprese una serie di concerti nell’aprile del 1972 e pubblicò il film Elvis On Tour che vinse, in quello stesso anno, il Golden Globe nella categoria Miglior Documentario. La serie di concerti che Elvis tenne al Madison Square Garden di New York registrò, per la prima volta nella storia, il tutto esaurito per quattro serate consecutive. L’album tratto dai concerti newyorkesi, Elvis:As Recorded At Madison Square Garden pubblicato nel giugno 1972, divenne subito un million seller. Immediatamente dopo il tour, il singolo “Burning Love” bissò il successo del disco dal vivo portando per l’ultima volta Elvis ai vertici della Top ten.
Tanto successo e gloria, però, hanno sempre un prezzo, a volte, molto alto.

Polvere di stelle

Elvis PresleySe la carriera di Elvis procedeva a vele spiegate, altrettanto non si poteva affermare relativamente alla sua vita privata. I continui spostamenti, dovuti ai concerti frenetici, lo portarono a trascurare sempre di più la moglie Priscilla e la figlia Lisa Marie. Tra loro si era venuta a creare una distanza pressoché incolmabile, sebbene continuassero a vivere sotto lo stesso tetto. Nel 1971, inoltre, Elvis ebbe una relazione con Joyce Bova, ex-impiegata alla Casa Bianca, la quale sarebbe rimasta incinta e avrebbe successivamente abortito (all’insaputa del cantante). Elvis prese persino in considerazione l’idea di portarla a vivere con sé a Graceland, convinto che la relazione con la moglie sarebbe terminata a breve. I Presley si separarono il 23 febbraio del 1972, dopo che Priscilla confessò di aver avuto una relazione con Mike Stone, insegnate di karate suggeritole dallo stesso Elvis. La reazione del cantante, stando alle dichiarazioni della moglie, fu molto violenta e il divorzio divenne inevitabile. Cinque mesi dopo Linda Thompson, ex-reginetta di bellezza di Memphis e nuova fidanzata del cantante, si trasferì a Graceland.

Proprio durante questo periodo così travagliato dal punto di vista personale e affettivo, Elvis ottenne quello che fu, forse, il suo più grande successo professionale. Il 14 gennaio 1973 un suo show tenuto a Honolulu, Elvis: Aloha From Hawaii, venne trasmesso in mondovisione via satellite, raggiungendo un pubblico stimato di un miliardo di telespettatori sparsi in quaranta paesi. Fu un evento storico. Nessun artista prima aveva raggiunto un’audience così vasta. L’album tratto dal concerto, Aloha From Hawaii Via Satellite, fu il primo disco quadrifonico a diventare un million seller. Fece epoca anche l’abbigliamento che Elvis sfoggiò in quell’occasione, tanto da far dimenticare le giacche sgargianti degli esordi e persino il completo di pelle del Comeback Special.

Ma fu anche il canto del cigno di Elvis Presley. Non riuscì mai più a raggiungere questi vertici, anche a causa del progressivo deterioramento della sua salute psico-fisica. Durante uno show, nello stesso mese, fu aggredito da un fan. Grazie alla sua conoscenza delle arti marziali, riuscì a scaraventarlo giù dal palco, ma l’evento contribuì ad accrescere la sua idiosincrasia e il timore nei confronti degli estranei. Da quel momento in poi si circondò di una barriera pressoché impenetrabile di parenti, amici e guardie del corpo, denominata ironicamente “Memphis Mafia”, che, di fatto, gli impediva qualsiasi contatto col mondo esterno. Per la verità già dal 1960, al rientro dal servizio militare, Elvis aveva sviluppato una forte diffidenza nei confronti della gente rendendosi quasi inavvicinabile ma, nei primi anni 70, prese a vivere, in pratica, come un recluso. Forse fu proprio la presenza della Memphis Mafia una delle probabili cause del divorzio di Elvis dalla moglie Priscilla, che divenne effettivo il 9 ottobre 1973. Questo progressivo distacco dal mondo esterno lo portò, paradossalmente, a cercare sempre di più il contatto col pubblico. Il succedersi frenetico dei concerti, unitamente a un fisico fuori forma e a una crescente depressione, portarono Elvis a fare un uso smodato di farmaci. Barbiturici, tranquillanti e anfetamine lo costrinsero a vari ricoveri ospedalieri già alla fine del 1973. Un’alimentazione disordinata lo portò, inoltre, a ingrassare notevolmente, riducendolo l’ombra di ciò che era stato appena tre anni prima.

Elvis PresleyDal punto di vista musicale e discografico, l’appannamento mentale e fisico ebbe conseguenze rilevanti. L’ansia crescente, unita a una grave forma di paranoia, fece sì che Elvis perdesse quasi ogni interesse nei confronti dello studio di registrazione. Nel dicembre del 1973 la Rca organizzò delle sedute d’incisione agli Stax Studios di Memphis che produssero diciotto brani. Una parte di essi finì nell’album Elvis (The “Fool” Album) che uscì nel luglio seguente. Originariamente concepito per essere registrato metà in studio e metà dal vivo, fu ampiamente rimaneggiato per conferirgli una maggiore omogeneità. Furono completamente eliminati i brani dal vivo (tranne “It’s Impossibile) e sostituiti da pezzi di stampo melodico.
Il disco divenne famoso per la presenza dello stesso Presley al pianoforte in brani come “It’s Still Here”, “I’ll Take You Home Again”, “Kathleen” e “I Will Be True”. Le vendite furono eccellenti (trainate dal successo di “Aloha From Hawaii”) anche grazie a degli spunti interessanti come il brano omonimo “Fool” e l’ottima cover, in pieno stile country, della dylaniana “Don’t Think Twice It’s All Right”.

Dell’effetto-traino beneficiò anche il successivo Raised On Rock/For Ol’ Times Shake. Pubblicato appena due mesi dopo “The Fool Album”, il disco segnò un avvicinamento a sonorità più orientate verso il funk e la black music. Malgrado la massiccia presenza di rifacimenti di brani già noti come “Are You Sincere”, furono inseriti anche pezzi originali, accomunati dalla tematica amorosa, quali “If You Don’t Come Back”, “I Miss You” e “Girl Of Mine”. Per tutto il 1974, Elvis non mise piede in studio, impegnato com’era in una nuova, ennesima, tournée. Il pubblico, in quest’occasione, si trovò di fronte un personaggio nemmeno lontanamente somigliante al performer indiavolato che aveva strabiliato il mondo durante il concerto a Honolulu. Ingrassato, sfatto, visibilmente inebetito dall’abuso di farmaci, Elvis stentava perfino a ricordare le parole dei suoi brani più famosi. Il suo carattere divenne sempre più instabile e il suo comportamento assunse, sempre più, atteggiamenti maniacali. In quel periodo, ad esempio, amava girare armato di tre o quattro pistole e non era infrequente vederlo all’opera in esercizi di kung-fu durante i concerti o le sedute d’incisione.

I giovani cominciarono a voltargli le spalle considerandolo, ormai, un relitto, una caricatura. Marjorie Garber, una critica culturale, scrisse di lui: “Ormai le sue fan erano matrone di mezza età e nonne dai capelli blu”. Tuttavia nel marzo del 1974 fu pubblicato Good Times, ancora una volta messo insieme con brani incisi più di un anno prima. Il disco non riportò un grosso successo, anche se venne rivalutato in seguito come uno degli album più significativi del Presley anni 70, in forza di brani come “Talk About The Good Times”, “I’ve Got A Thing About You Baby” e di ottime cover quali “Spanish Eyes” e “She Wears My Ring”.

Il lento declino di Presley fu confermato dal flop commerciale dell’album successivo, Promised Land. Pubblicato nel marzo del 1975 e intitolato così grazie al brano omonimo di Chuck Berry inserito in apertura del lato A, il disco fu interamente assemblato con pezzi di scarto rimasti fuori dal precedente Good Times. Solo il singolo contenente la title track ottenne un buon successo. L’altro singolo estratto, “If You Talk In Your Sleep”, rimase, invece, decisamente nell’anonimato.

Nel marzo del 1975 Elvis tornò, finalmente, in sala d’incisione agli Rca Studios di Hollywood, California. In due giorni registrò il materiale necessario a pubblicare Today!, forse, il colpo di coda della sua carriera. Il brano “T-R-O-U-B-L-E “ lo riportò nella Top 40 statunitense mentre la cover di un brano di Tom Jones, ”Green Green Grass Of Home”, salì ai vertici anche nel Regno Unito.  La scaletta dell’album fu completata grazie a valide interpretazioni di brani di Don McLean (“And I Love You So”), Troy Seals (“Piece Of My Life”), Greg Gordon (“Bringing It Back”). Questa fu l’ultima volta che Elvis mise piede in uno studio di registrazione. La vita gli stava sfuggendo sempre più di mano.

Il Re è morto! Viva il Re!

Elvis PresleyVisto il considerevole calo di popolarità, il Colonnello Parker e la Rca ritennero indispensabile il ritorno di Presley in sala d’incisione per produrre materiale originale. Il carattere estremamente instabile del cantante, il quale si rifiutava di mettere piede in studio preferendo esibirsi dal vivo, obbligò il manager e la casa discografica a inviare direttamente a Graceland tutto il necessario per permettere a Elvis di incidere tranquillamente in casa propria. L’attrezzatura fu sistemata nella cosiddetta Jungle Room (una stanza arredata in stile polinesiano) ma, nonostante questa comodità, le nuove session furono funestate dalle manie e dai capricci dell’artista.
La Rca si aspettava non meno di venti nuovi brani ma alla fine ne furono incisi circa la metà. Elvis appariva sempre più confuso e distante, trascorreva intere giornate a letto o intrattenendo i suoi amici nei modi più insoliti. Le difficoltà non impedirono, in ogni caso, ai discografici di dare alle stampe l’album From Elvis Presley Boulevard, Memphis, Tennesse pubblicato nel maggio del 1976. Come brano di punta del disco fu scelta la splendida “Hurt”, composta da Jimmie Crane e Al Jacobs, di cui Elvis diede una grande interpretazione, mentre “For The Heart” , ispirata al rock più classico, ottenne un buon successo.
Nell’album furono poi inseriti, come riempitivi, brani di stampo melodico quali “Blue Eyes Crying In The Rain”, “Love Coming Down” e “Never Again”.

Cominciarono anche i problemi finanziari. I notevoli debiti di gioco del Colonnello Parker, le spese folli atte a soddisfare i capricci suoi e della Memphis Mafia, uniti a una carriera decisamente in fase calante, costrinsero Elvis a tour sempre più estenuanti. L’unico a opporsi a questo vortice assurdo che stava letteralmente uccidendo il cantante fu proprio suo padre, Vernon Presley, che nel luglio del 1976 licenziò alcune guardie del corpo facenti parte della Memphis Mafia, con la motivazione di un giusto, quanto drastico, taglio alle spese. Ma ormai era troppo tardi; “Elvis era una banca e, in quanto tale, doveva restare aperta”. Per questo motivo gli appuntamenti dal vivo continuarono a susseguirsi senza sosta.
Le esibizioni, però, peggiorarono sotto ogni punto di vista spesso riducendosi a spettacoli penosi. Presley, ormai crollato fisicamente e mentalmente, non era più in grado di sostenere un concerto. La maggior parte delle volte biascicava parole senza senso nel microfono; altre volte, quando era particolarmente nervoso, si lasciava andare a raffiche di parolacce. Aumentarono notevolmente le occasioni in cui Elvis non si presentava nemmeno sul palco, impossibilitato ad alzarsi dal letto. In questo periodo, infatti, soffriva di glaucoma, pressione alta, colite spastica e problemi epatici, il tutto aggravato dall’abuso di droghe. Aumentarono anche le turbe psichiche, che lo costringevano a restare a letto per giorni. Numerose tournée furono cancellate e le sedute d’incisione divennero inesistenti.

L’ultima apparizione dal vivo di Elvis Presley fu il 26 giugno 1977 alla Market Square Arena di Indianapolis, in cui propose straordinarie versioni di “Unchained Melody” dei Righteous Brothers e di “Bridge Over Troubled Water” di Simon & Garfunkel. Un mese dopo venne pubblicato il suo ultimo album ufficiale: Moody Blue. La Rca tentò di fissare delle session, nel gennaio del 1977, per registrare materiale da includere nel nuovo album, ma Elvis non si presentò mai in studio. Questo disco fu ricavato dall’ultima seduta d’incisione che Presley tenne a Graceland, nel 1976, e completato con numerosi brani dal vivo. La title track, pubblicata come singolo, ottenne buone vendite. Furono incluse la già citata “Unchained Melody”, “Let Me Be There” e “Way Down” (che divenne un successo postumo). Mentre il lavoro veniva pubblicato, Elvis si trovava a Graceland per un periodo di riposo e per pianificare il nuovo tour che sarebbe dovuto iniziare il 17 agosto a Portland. La partenza era prevista nel tardo pomeriggio del 16 agosto 1977 da Memphis, ma quel tour non iniziò mai.
Nella tarda mattinata di quel triste giorno, Ginger Alden, nuova compagna del cantante, trovò il corpo senza vita di Presley riverso sul pavimento del bagno. I vari tentativi di rianimazione e il ricovero d’urgenza al Baptist Memorial Hospital furono del tutto vani. Il Re fu dichiarato morto alle ore 15: 30. Causa della morte: attacco cardiaco. Aveva solo 42 anni.

Se n’era andato così, in silenzio, da solo, nella stanza più remota e umile della sua fortezza inespugnabile che lo isolava e proteggeva dal mondo. Ma ormai non poteva più nascondersi. La notizia della morte di Elvis Presley si diffuse con la velocità della luce. In poche ore si accumularono davanti ai cancelli di Graceland più di 80.000 persone. I fiorai di Memphis furono subissati di richieste per corone e cuscini. Furono organizzati voli speciali per trasportare omaggi da ogni angolo degli Stai Uniti. I funerali, tenutisi il 18 agosto a Graceland, furono seguiti in diretta televisiva da milioni di persone. Fuori dai cancelli, una folla oceanica attendeva il corteo funebre per accompagnare il Re nel suo ultimo viaggio. Numerosi fan furono colti da malore e da manifestazioni d’isteria. Il carro funebre, nella calca, uccise due donne e ne ferì seriamente una terza. Il corpo di Presley fu inumato al Forrest Hill Cemetry accanto a quello della madre Galdys, ma a causa di un tentativo di furto della salma avvenuto verso la fine di agosto, fu trasferito il 2 ottobre successivo nel Meditation Garden di Graceland dove riposa tuttora.
Il pellegrinaggio continuo dei fan che da trentacinque anni visitano, senza sosta, la sua tomba; la pubblicazione a getto continuo di biografie (veritiere o meno), di video, di rarità e quant’altro dimostra, ove ce ne fosse bisogno, che Presley non è morto per andare in Paradiso, ma per trasformarsi definitivamente in leggenda.

Elvis Presley

L'uomo che volle farsi re

di Gabriele Gambardella

Dalle baracche di Tupelo agli hotel di Las Vegas. Dal rock’n’roll degli esordi ai concerti via satellite. Ascesa e caduta di un artista che ha saputo andare oltre la musica, arrivando a influenzare l’intera cultura americana e trasformandosi in una delle più grandi icone del Ventesimo secolo

Elvis Presley
Discografia
Elvis Presley (Rca, 1956)

8,5

Elvis (Rca, 1956)

 8
 Love Me Tender (Rca, Ep, 1956)

 

 Loving You (Rca, 1957)

 6

Elvis' Christmas Album (Rca, 1957)

7,5

 Jailhouse Rock (Rca, Ep, 1958) 
 King Creole (Rca, soundtrack, 1958) 6
 For Lp Fans Only (Rca, 1959)

 

 A Date With Elvis (Rca, 1959)

 

Elvis Is Back! (Rca, 1960)

7,5

 GI Blues (Rca, 1960)

 6

 His Hand In Mine (Rca, 1960)

 7

 Something For Everybody (Rca, 1961)

 6

 Blue Hawaii (Rca, soundtrack, 1961)

 5,5

 Follow That Dream (Rca, Ep, 1962)

 

 Pot Luck (Rca, 1962)

 6

 Kid Galahad (Rca, Ep, 1962)

 

 Girls! Girls! Girls! (Rca, soundtrack, 1963)

 4

 It Happened At The World's Fair (Rca, soundtrack, 1963)

 4

 Fun In Acapulco (Rca, soundtrack, 1963)

 3,5

 Kissin' Cousins (Rca, soundtrack, 1964)

 4

 Viva Las Vegas (Rca, soundtrack, 1964)

6

 Roustabout (Rca, soundtrack, 1964)

 3,5

 Girl Happy (Rca, soundtrack, 1965)

 6

 Elvis For Everyone! (Rca, 1965)

 

 Harum Scarum (Rca, 1965)

 5

 Frankie and Johnny (Rca, soundtrack, 1965)

5,5

 Paradise, Hawaiian Style (Rca, soundtrack, 1966)

 4

 Spinout (Rca, soundtrack, 1966)

 4

How Great Thou Art (Rca, 1967)

 7

 Easy Come Easy Go (Rca, soundtrack, 1967) 
 Double Trouble (Rca, soundtrack, 1967) 4
 Clambake (Rca, soundtrack, 1967) 3,5
 Speedway (Rca, soundtrack, 1968) 3,5
Elvis - NBC TV Special (Rca, 1968)8,5
From Elvis In Memphis (Rca, 1969)8,5
From Memphis To Vegas/ From Vegas to Memphis (Rca, 1969) 8,5
Elvis In Person (Rca, live, 1969)7,5
On Stage (Rca, live, 1970) 8
 That's The Way It Is (Rca, 1970) 8,5
Elvis Country (Rca, 1971)7,5
 Love Letters From Elvis (Rca, 1971) 5
 The Wonderful World Of Christmas (Rca, 1971) 6,5
 Elvis Now (Rca, 1972) 5
 He Touched Me (Rca, 1972) 7
 Elvis As Recorded Live In Madison Square Garden (Rca, 1972) 6
 Aloha From Hawaii (Rca, 1973) 6
 Elvis ("Fool" album) (Rca, 1973) 5
 Raised On Rock/ For Ol' Times Shakes (Rca, 1973) 5
 Good Times (Rca, 1974) 6,5
 Elvis Recorded Live On Stage in Memphis (Rca, live, 1974) 6
 Promised Land (Rca, 1975) 6
Elvis Today (Rca, 1975) 7
 From Elvis Presley Boulevard, Memphis, Tennessee (Rca, 1976) 5
 Moody Blue (Rca, 1977) 5
 Elvis In Concert (Rca, live, 1977) 3
The Essential Elvis Presley (2 cd, antologia, Rca, 2007) 



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