Explosions In The Sky

Explosions In The Sky

Dal silenzio alla violenza

di Claudio Fabretti

“Dal silenzio totale alla violenza totale”, è il motto dichiarato di questo quartetto texano, che sa spaziare da paesaggi sonori trasognati a lancinanti progressioni noise-rock
Certo, parlare di esplosioni nei cieli di questi tempi può apparire inopportuno. Ma il giorno in cui si sono formati (4 luglio 1999) gli Explosions in the Sky non potevano prevedere che il loro nome sarebbe diventato una macabra profezia. E quando hanno perfino riportato sulle pagine interne della copertina del loro album l’immagine di un aereo con la scritta “This plane will crash tomorrow” non potevano neanche immaginare quello che sarebbe successo qualche mese dopo. In ogni caso, di fronte a questo quartetto texano, non bisogna fermarsi al nome. Ciò che conta, infatti, è la qualità della loro musica. Una musica epica e viva, riflessiva e selvaggia al tempo stesso.

Dopo l'esordio, avvenuto con How Strange, Innocence nel 2000, i nostri hanno pubblicato Those Who Tell the Truth Shall Die, Those Who Tell the Truth Shall Live Forever, un album sorprendente, perché riesce a spaziare tra generi diversi senza assorbirne i cliché, ma arricchendoli, al contrario, con una buona dose d’inventiva e di improvvisazione. Michael James al basso, Munaf Rayani e Mark Smith alle chitarre, Chris Hrasky alla batteria (tutti di Midland, Texas, tranne Hrasky, originario dell’Illinois) sanno creare un’atmosfera surreale, che combina melodie e paesaggi sonori trasognati con strati di denso noise-rock al limite della cacofonia. Il terreno da cui prendono le mosse sembra essere soprattutto l’anarchia strumentale di Godspeed You Black Emperor!, ma è solo un punto di partenza. La loro è una combinazione mirata tra spontaneità punk e cerebralismo post-rock, una fusione dosata di malinconia ed energia. I toni languidi e dimessi sono solo un pretesto per far cadere l’ascoltatore in uno stato di trance dal quale ridestarlo improvvisamente con le cadenze ossessive della batteria e l’andamento serrato delle chitarre. “Dal silenzio totale alla violenza totale”, è il motto dichiarato della band.

L’overture di "Greet Death inizia con 50 secondi di semplici fluttuazioni sonore, che fanno da preludio a una sequenza di riff incalzanti, in una progressione che è insieme epica e trascinante. "Yasmin the Light" simula un battito cardiaco, in una sorta di ninnananna, accompagnata dal suono ora quieto ora più serrato delle chitarre. Anche "Have You Passed Through This Night?" parte piano, con suoni aperti e distesi, che sembrano quasi evocare le distese sconfinate del Texas, prima di immergersi in un mare di chitarre abrasive e lancinanti. E sono proprio queste esplosioni che rendono la musica degli Explosions in the Sky così drammatica ed emozionante. Esplosioni rese grazie a un chitarrismo raffinato, emulo di maestri come Joe Satriani e Robert Fripp, a cui si abbina a una sezione ritmica marziale e poderosa.

E’ un impasto sonoro di grande impatto emotivo per una band giovane (il membro più anziano ha 27 anni), ma che sembra già possedere un grande affiatamento: “Abbiamo suonato la prima volta insieme nell’aprile del 1999 - raccontano i quattro -. E qualcosa ci è parso chiaro e giusto già da quella notte”. Qualcosa che non dev’essere sfuggito neanche a Kat Candler, che ha voluto la musica degli Explosions in the Sky per il suo film “Cicadas”: “Vidi il gruppo dal vivo qualche tempo fa — racconta Candler -. E furono davvero stupefacenti, quasi commoventi per l’intensità che traspariva dalla loro musica. Li ho pregati di comporre la colonna sonora per il mio film e il risultato è stato ancora una volta meraviglioso”.

C’è in effetti qualcosa di romanticamente impetuoso, nella musica del gruppo texano, una sorta di cupa tempesta d’emozioni che sprizza fuori dalle note. Insomma, la stoffa c’è. E anche il successivo, pur discontinuo, The Earth Is Not A Cold Dead Place (2003) lo conferma, con le sue raffinate tessiture armoniche, che non si limitano alla consueta alternanza tra momenti di quiete e autentiche esplosioni sonore, ma si svolgono con gradualità intorno a un sottile ordito strumentale. Per il seguito di The Earth Is Not A Cold Dead Place ci vogliono ben quattro anni, nel corso dei quali la band resta però per nulla inerte, sviluppando gli aspetti più pacati e descrittivi della sua arte prima nella colonna sonora Friday Night Lights e poi nel mini The Rescue.

Benché da queste opere sembrasse evincersi come l’attenzione della band si stesse in prevalenza concentrando sulla cura dei momenti di lenta costruzione della tensione emotiva che non su quelli di impetuosa e talora violenta liberazione della stessa, il successivo All Of A Sudden I Miss Everyone (2007) restituisce almeno in parte gli Explosions In The Sky alla consueta e ben sperimentata coesistenza tra un’immediatezza d’impatto, a tratti anche piuttosto ruvida, e un’emotività tanto sottile da apparire persino repressa. Fin dall’incipit ad effetto di “The Birth And Death Of The Day”, si capisce però come non vi sia alcuna rinuncia al caratteristico impeto emotivo in favore di una più compunta stratificazione strumentale: squarci di chitarra e ritmiche austere, trame liquide e asperità affioranti caratterizzano i poco oltre quaranta minuti di un album quasi tutto giocato sulla graduale costruzione di una tensione latente, inframezzata da crescendo lenti ma quasi mai risolutivi di composizioni complesse, i cui apici emotivi talvolta addirittura anticipano quei passaggi più morbidi che si è invece solitamente abituati a veder sopraffatti dalla furia delle chitarre.

La compresenza e l’intersezione tra impeto a tratti pronunciato e armonie impalpabili rappresentano il punto focale della maggior parte dei brani di All Of A Sudden I Miss Everyone, fedelmente rispondenti ai canoni del genere, che vengono tutt’al più soltanto rimescolati restituendo però quasi sempre un risultato conosciuto, curato fino all’eccesso ma, forse proprio per questo, non del tutto efficace. Meglio allora la lenta evoluzione che si scorge nei due brani dalla durata inferiore ai cinque minuti, caratterizzati da una linearità di gran lunga preponderante sui complessi movimenti del resto dell’album, ovvero “What Do You Go Home To?” e “So Long, Lonesome”, ove le atmosfere si fanno decisamente rarefatte, mentre la tensione resta latente senza essere mai del tutto liberata (“What Do You Go Home To?”), oppure viene fin dall’inizio dissolta attraverso note di pianoforte di inconsueta serenità, pur culminanti in un accenno di moderata e quasi doverosa impennata finale (“So Long, Lonesome”).

Poiché l’esplosività ritmica e chitarristica rischia ormai di diventare uno stereotipo del genere, quale elemento saliente e pienamente apprezzabile in alcuni brani di questo lavoro, permane soprattutto il lavorio strumentale sommesso e ponderato, attraverso il quale la band texana riesce a declinare le sue potenzialità emotive secondo una meno convenzionale formula piana, priva di sensibili scossoni, eppure più efficace dei residui crescendo e nelle ripetitive detonazioni fragorose.

Passano altri quattro anni, ma poco cambia nella formula della band texana: Take Care, Take Care, Take Care ne ripropone tutti i tratti salienti, sotto forma di composizioni lunghe, in graduale evoluzione, e di una precisione esecutiva talmente certosina da rasentare sfoggi di abilità tecnica che, tuttavia, non inficiano più di tanto le suggestioni che questo tipo di musica è sempre stato inteso a suscitare.
Nelle pieghe delle sei tracce dell'album, si rivelano però, accanto a numerose miniature di pregevole artigianato strumentale, esili interstizi tra fraseggi chitarristici e asciutte cadenze ritmiche, riempiti da silenti partiture ambientali e, per la prima volta, completati da vocalizzi eterei e distanti, in qualche misura assimilabili a quelli introdotti dai concittadini Balmorhea nei brani più legati all'asprezza selvaggia dei loro territori d'origine. Ulteriore dettaglio di parziale discontinuità col passato può essere individuato nelle tonalità leggermente più compassate e, in qualche caso, acide delle composizioni, che denotano come nella loro maturità artistica gli Explosions In The Sky prediligano, di tutta evidenza, intessere trame armoniche composite ma dal contenuto serenamente descrittivo che non puntare su infinite repliche di detonazioni roboanti che, pure, nel corso dell'album non sono del tutto assenti.
Nel complesso, comunque, tali elementi non bastano a superare il diffuso senso di standardizzazione, che fa di Take Care, Take Care, Take Care qualcosa di molto simile proprio a una raccolta di standard, un po' come se il post-rock più classico fosse diventato assimilabile al jazz e persino alcuni tra i suoi alfieri primigeni avessero deposto le speranze di rifuggire dagli angusti recessi del genere per concentrarsi quasi esclusivamente sugli aspetti formali della loro musica.

Gli anni questa volta sono solo due e separano il quartetto texano dal ritorno sulle scene, coincidente anche con la prima esperienza nel mondo delle colonne sonore. Ad offrire la possibilità è David Gordon Green che, guidato dalla passione per il post-rock tuto, era entrato in contatto con la band dieci anni prima per assicurarsi la possibilità di usare “The Moon Is Down” all'interno dello score del suo “All The Real Girls”. Proprio in quell'occasione, il regista era riuscito a stringere con il quartetto di Austin un'amicizia ben oltre la semplice collaborazione professionale, tanto da decidere di affiancarli nuovamente al fido David Wingo - autore all'epoca della soundtrack originale - stavolta per l'intera composizione della colonna sonora del suo ultimo film, Prince Avalanche. A fruttarne è una colonna sonora nel senso più puro del termine, con i pro (cintematografici) e i contro (musicali) del caso: dalla breve durata dei brani al piegamento delle sonorità alle necessità sceniche, passando per il sacrifico di gran parte delle componenti stilistiche proprie della musica del quartetto. Gran parte di queste sonatine cameristiche brevi e dalla melodia fugace sembra infatti appartenere in realtà principalmente a Wingo, in grado di ridurre la band americana ad orchestrina e ad erigersi a direttore della stessa. Quando quest'ultima decide di evadere dai confini, qualche acuto non manca di affiorare: ma la leggiadra “Join Me On Avalanche”, la maestosa “Alone Time” e il crescendo conclusivo di “Send Off” non evitano l'impressione del più classico “compitino” svolto senza troppo sentimento e della conseguente occasione sprecata.

Contributi di Raffaello Russo ("All Of A Sudden I Miss Everyone", "Take Care, Take Care, Take Care"), Matteo Meda ("Prince Avalanche:  An Original Motion Picture Soundtrack")

Explosions In The Sky

Dal silenzio alla violenza

di Claudio Fabretti

“Dal silenzio totale alla violenza totale”, è il motto dichiarato di questo quartetto texano, che sa spaziare da paesaggi sonori trasognati a lancinanti progressioni noise-rock
Explosions In The Sky
Discografia
 How Strange, Innocence (Temporary Residence, 2000)

 

Those Who Tell The Truth Shall Die, Those Who Tell The Truth Shall Live Forever (Temporary Residence, 2001)

 

 The Earth Is Not A Cold Dead Place (Temporary Residence, 2003)

 

 Friday Night Lights - soundtrack (Hip-O, 2004) 
 The Rescue (mini) (Temporary Residence, 2005) 
 All Of A Sudden I Miss Everyone (Temporary Residence, 2007) 
 Take Care, Take Care, Take Care (Temporary Residence, 2011) 
 Prince Avalanche: An Original Motion Picture Soundtrack (with David Wingo, OST, Temporary Residence, 2013) 
   
   
 INVENTIONS
(Mark T. Smith & Matthew Cooper)

 
   
 Inventions (Temporary Residence, 2014)
 
 Maze Of Woods (Temporary Residence, 2015)
 
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