Faith No More

Faith No More

Dal post-metal al post-grunge

di Tommaso Franci

Meno influenti di quanto generalmente si creda, ma efficaci interpreti di una evoluzione del rock, a cavallo tra metal e grunge, i californiani Faith No More sono stati tra le band piu' osannate degli anni 90. I successivi progetti del leader, Mike Patton, hanno invece seguito percorsi piu' sperimentali
Per la storia della musica rock che i Faith No More ci siano o non ci siano stati sarebbe stato lo stesso. Ciò significa ben poco e non vuole essere una critica a questo gruppo, ma solo una constatazione, che vale, tra l'altro, per la stragrande maggioranza dei gruppi. Mi sono sentito tuttavia in dovere di apporla in esordio di trattazione per via di un'incauta e impropria esaltazione da parte di taluni di un gruppo che di rivoluzionario e sperimentale ha molto meno di quanto a una prima analisi si possa credere. Prima ci si documenti sulla storia della musica rock (vedi Fear) poi si stabilisca quali sono stati i gruppi fondamentali e quali quelli di mantenimento. Il discorso è indipendente dalla "riuscita" delle singole canzoni e sarà spiegato qui sotto.

I Faith No More (dal nome del primo gruppo di Mike Bordin e Bill Gould, Faith No Man) vennero formati in California nella zona di San Francisco nel 1982 dal tastierista Roddy Bottum (1963: nel 1994 formerà gli Imperial Teen), dal batterista Mike Bordin (1962), dal bassista Bill Gould (1963), dal chitarrista Jim Martin (1961) e dal cantante nero Chuck Mosley. Dacché si è formato questo ensemble ha conquistato nel grande pubblico la fama di gruppo sperimentale e d'avanguardia per eccellenza: in realtà si può, al massimo, considerare il gruppo, più che "alternativo" o sperimentatore, il più famoso nel mercato tra coloro che sono artefici di un tipo di musica non monolitica ma aperta in una sorta di fusion programmatica ai più svariati generi. La fama è arrivata quando, a dire della maggior parte della critica, questi ragazzi erano già in una parabola discendente e non avevano più lo smalto di una volta. Ossia: i primi due album (1985, 1987) con Chuck Mosley al canto sarebbero stati i più "artistici", poi, Mike Patton (1968; dal 1985 con i Mr. Bungle), dopo aver preso parte al culmine dell'evoluzione dei Faith No More in The Real Thing (1989), avrebbe portato la vecchia macchina della fantasia a un più o meno bieco compromesso con le sonorità preponderanti nel mercato (che a inizio anni 90 erano quelle grunge). Io non sono d'accordo e dico che:

- quando si formarono i Faith No More non sapevano ancora che cosa fare, se non di tentare una strada che prendeva un po' da tutti i generi senza fossilizzarsi in nessuno, magari con un tocco dissacratore alla Frank Zappa;

- a inizio anni 80, in ambito hard, i generi preponderanti in California erano l'heavy metal (Metallica) e l'hardcore (dite un gruppo hardcore e al 90% è californiano e si è formato a inizio 80);

- i Faith No More dei primi due album (We Car a lot, Introduce Yourself) hanno intiepidito svuotandola di significato e a suon di funk, ska, jingle, hip-hop, ora la ricetta heavy-metal ora quella hardcore;

quando la programmatica fusion di né carne né pesce senza nemmeno aggiungere una virgola di novità ai generi toccati, è riuscita, e ciò è da ricercarsi nella bontà delle canzoni dal punto di vista compositivo, sono venuti fuori buoni album; quando il tocco "cantautorale" è mancato, non avendo altro da dire questa musica è musica che annoia, presuntuosa talora e di un fine a se stesso da rasentare (involontariamente, è chiaro: ma si dice per darle un senso) la funzione dall'"ambient music": sottofondo, null'altro; 5. nel periodo di Mosley (e della sua piatta e tecnica voce) la fusion non è riuscita (non vi sono buone canzoni); nel periodo di Patton, segnatamente dal quarto album in poi, da quando il gruppo a mezzo Patton si rifà non più allo storpiare il metal o all'hardcore ma al nuovo grunge, vi è un pugno di realizzazioni degne di nota; 6. un valore di autocoscienza si può dare ai Faith No More in tanto in quanto sono un gruppo di post-rock e lo sono nel fare cover di classici rock ("War Pigs" dei Black Sabbath è la migliore).

Di seguito le canzoni più notevoli di questo gruppo che ha un ottimo bagaglio tecnico alle spalle e che, partito dal post-metal (dopo il 1983: ma se domandate a un metallaro di quei tempi quali concerti andava a vedere di sicuro vi dirà anche quelli dei Faith No More, che in effetti suonavano in concerti con gente come i D.R.I) è approdato al post-grunge (dopo il 1991). Alla fine di tale seguito, mettendo in relazione il numero delle canzoni significative di ciascun album (di quelli che ne hanno) con quello dei brani dell'album medesimo, sarà facilmente e oggettivamente ottenibile la palma dell'album migliore dei Faith No More.

The real thing (1989), 11 brani, è un album di post-metal in quanto assume la lezione di violenza e velocità di questo nella sua versione più heavy e la dilata (in virtù anche dei tempi eccessivamente lunghi dei singoli brani, anche abbondantemente sopra i 5 minuti) in un campionamento (la batteria talora fa ridere nella sua artificiosa piattezza da drum-machine) in linea ai canoni degli anni 80 (all'interno del quale può sbizzarrirsi il crossover del gruppo di San Francisco) e oggi suonante se non antiquato almeno "spaziale" o futuristico. "Epic" è il brano (eminentemente pattoniano o Mr. Bungle: funk del più marcio + melodia commovente in falsetto alla Rush: quello che a Patton non riuscirà più di fare e che non è riuscito di fare mai ai maestri del funk-metal, gli Extreme del coevo "Pornograffiti") più famoso dei Faith No More, che li catapultò in testa alle classifiche di MTV. Ecco i suoi brani significativi:

"Surprise! You're dead": metal allo stesso tempo progressivo e trash, con cambiamenti di tempo copiati dai maestri dei cambiamenti di tempo: i grandissimi Voivod (che qui sembrano quasi plagiati). È il ventenne Patton che fa miracoli alla voce e urla sgolato come pochi sanno fare.

"Zombie Eaters" che si innalza, grazie allo sputare di Patton e alle tecnicamente impeccabili chitarre di Martin dal melenso semi-acustico con cui parte (e in cui la inculcano soprattutto le tastiere di Bottum utili solo a riempire effettisticamente quando manca la qualità delle composizioni: in questo caso inutili), per approdare a un'espressionistica resa umoristica degli incubi metropolitani.

"The Morning After": con le tastiere ad effetto archi, un basso prodigioso e dominante, il conflagrare della voce prima, della chitarra dopo che vanno a uccidere un melodismo noioso in un supremo funk-metal che toglie al funk ogni sua componente autocompiaciuta, lasciandolo solo tragico, desolato e significativo.

"Woodpecker from Mars": lo strumentale fluidificante e commovente che ha solo qualcosa di troppo: tre minuti in più; doveva durarne 4, e non avrebbe perso né in eticità né in tragicità. Tastiere e cornamuse protagoniste; basso originale e tecnicamente sublime; stacchi in volo pindarico della melodia; poi, percuotere martellante di chitarra (che si lancia in un dilatatissimo e scurissimo slide sabbathiano) e batteria (il basso è onnipresente fino ad affrancarsi dalla sua compagnia ritmica e fare canto a sé).

Angel Dust (1992), 14 brani, sembra l'album di un altro gruppo. Perché è l'album di un gruppo che, con Mike Patton e con la storia del rock soprattutto, è passato dagli 80 e 90 nel passaggio dal post-metal (per la serie: e il metal classico degli Iron Maiden e l'heavy metal classico dei Metallica hanno detto l'essenziale che dovevano: o si fa "altro metal", come il death, o non si fa metal) al post-grunge (nato e morto tra il 1988, con "Touch me I'm sick" dei Mudhoney e il 1991 con "Nevermind"). Il crossover dei Faith No More, dopo tre album in cui si era basato sul metal, si baserà, per altri tre album, sul grunge.

"RV" ironizza sul vocione e i chitarrismi dei cantanti country, poi si prende sul serio aumentando leggermente il tono e incupendosi; infine parte incontenibile, disperato e arrabbiato.

"Smaller And Smaller" cala in un'atmosfera disumana e alienata alla Alice in Chains (di cui vengono ripresi effetti chitarristici e chitarre). E' il brano che meglio esemplifica il retro di copertina: l'immagine della cella frigorifera di una macelleria con varie carni appese. Infine, tribalismi futuristici alla Sepultura. Patton fa al solito la differenza.

"Malpractice" si configura finalmente in modo programmatico violenta e senza requie: cambi di tempo, urla efferate, ignoranza di tutto e di tutti, deflagrazione sonora autoflagellante e basta. Patton trova spazio quando raccatta i cocci in un falsetto suo caratteristico strafottente ed edonistico: ma è più credibile ed efficace nei panni del distruttore. Le tastiere colano sangue sotto forma di arie orientali: che richiamano un sogno fatto incubo, un esotico finito e sfinito nello sfracello su di un marciapiede cittadino.

"Be aggressive" è un trash-dance psicotico e depravato, che alterna uno strato di tastiere horror-retrò alla Blue Oyster Cult a cori di bambine omicide, urla fuori tempo di Patton e stacchi chitarristici provocatoriamente antiestetici.

"Crack Hitler" è il migliore brano dell'album e continua la sperimentazione di "Be aggressive", esacerbandola in chiave strumentale-dub all'interno di una dimensione post-nucleare che costituisce una perdizione cosmica senza redenzione alcuna. Spietato nel tono medio ma deciso dell'incedere, si ferma come per contemplare più che un'ovazione a un dittatore, la catastrofe del fungo nucleare che ha reso inabitabile la terra, o il dittatore intendendo tale fungo per tale. Sul finale anche un coro alla Bruce Dickinson degli Iron Maiden, quindi vanificato da un wow-wow chitarristico e un corretto post-adolescenziale di chi è consapevole della perdizione e pur è costretto a rimanervi all'interno.

"Jizzlobber" anticipa (con una classe d'altro livello e detonazioni alla Nine Inch Nails) di un quinquennio il nu-metal di cui in ogni caso predice solo le manifestazioni più apprezzabili (Korn, Deftones). Un assolo finale inaspettato di organi da paradiso (o inferno, comunque stato oltreumano) evita che la lunghezza della composizione (oltre sei minuti) annoi troppo.

Su King For A Day del 1995 va via (causa incomprensioni che potremmo richiamare alla scelta e di Patton e Bordin di lavorare sul grunge) Martin, rimpiazzato dal Mr. Bungle Trey Spruance, segno della dominazione di Patton sul gruppo, che è sempre più suo. Chitarrista meno tecnico e di più effetto/emotività/tragicità, fa acquistare al suono del gruppo uno spessore e una drammaticità che portano una ventata di freschezza vitalizzante e assecondano le propensioni di Patton per fare del grunge il post-grunge, con la solita forza di iniezioni, nel genere in questione, di un crossover come non mai moderato e contenuto, asservito più a esprimere contenuti che a crogiolarsi o smemorarsi in se stesso.
King For A dayè un album di canzoni scritte per parlare e non stordire. Più Pearl Jam (alle sonorità dei quali si trovano espliciti riferimenti) che Beefheart. Il meno eclettico e più Patton dei Faith No More.

"Get Out" conquista per il suo ancheggiare tra un basso funk e un urlo puro hardcore, con chitarra e batteria che si destreggiano tra i due rilasciando una potenza tanto articolata quanto immediata (2'.17''). È il brano manifesto dell'album: fumetti alla Batman, ambientazioni post-adolescenziali che per la loro fantasiosità e pur tangibilità nel presente si rivelano così tanto più attuali e spaventose.

"The Gentle Art Of Making Enemies", tra grunge, grindcore e sussurri jazzati nonché scansioni ritmiche alla Minutemen, è il miglior modo per rendere grazie ai padri dei Faith No More (almeno di quelli di Patton): i Fear dell'eretico dell'hardcore Lee Ving, gli hardcore più hardcore di tutti, nell'atteggiamento e nella mancanza di compromesso, dal suono prodigiosamente meno hardcore (troppo vario e complicato pur nell'economia della durata dei brani per essere tale).

"Cuckoo For Caca" insinua un melodismo irresistibile nella verve hardcore all'interno di una cornice tragica da campo di concentramento: le urla di Patton (che impersonifica sia la vittima che l'aguzzino, sia il male che il bene) risultano assolute, predominati e sufficienti da sole a dare valore a qualsivoglia cosa.

"Ugly In The Morning" persiste sapientemente su questa scia: ora sgomento e indifeso ora rabbioso e incontenibile.

"Digging The Grave" è il capolavoro dell'album e un capolavoro assoluto. Tre minuti e quattro secondi di perfezione nella dialettica tra pieni e vuoti, nel testo, nel parlato e nelle urla. Dal vivo strappa la pelle. Dal disco pure. Non grunge, né punk. Fear, aggiornati (tramite remixaggio) al 2000. Il finale è poi l'assoluto nell'assoluto, precipitoso e senza lasciare scampo. S'insinua nell'anima e non vi esce più.

Album Of The Year (1997) è il canto del cigno: infatti i cigni, per tradizione, nell'ora della morte cantano come non avevano mai cantato. Dodici brani, quarantaquattro minuti. Faith No More così essenziali non si erano mai visti; semplici, leggeri, a tratti naif (e da penombra di calura estiva), ma anche raffinati (ci tentano dalla foto anni 20 di copertina): vengono allo scoperto, hanno qualcosa da dire e lo fanno scavando nei più reconditi ripostigli del passato giovanile e già perduto di ognuno. Delle opportunità mancate e dei sogni infranti. Ma anche delle persone che, seppur solo per un attimo, sono state care e poi perse per sempre (e non perché sono morte, ma perché non si sono più volute fatte vedere: che è peggio, per la sconfitta sociale del soggetto).

"Collision" la esemplifica il titolo; miglior partenza per l'album non si poteva auspicare; peccato che si adagi (per poi riprendersi in brutalità, ovviamente) quando sarebbe stato più originale fare per una volta (a forza di cambiamenti di piano-forte si diventa prevedibili!) una progressione tutta d'un fiato. Ottimo lo stacco singhiozzante di chitarra finale.

"Ashes To Ashes" sembra una cover, tanto è classica e primitiva. Brano immortale con un Patton in ogni tono commovente, chitarra sublime e raffinata, sottofondo tastieristico quanto meno opportuno. Alla fine ci si guarda indietro. eppure parla ancora di vita, questo gran pezzo: finché si ricorda si vive, finché si piange. "Got that feeling" è un hardcore supersonico che da solo varrebbe un concerto: gasa, esalta, conflagra fino all'inverosimile; l'urlo infinito e sgolato di Patton è reso se possibile più spietato da una inarrestabile eco parlata in scandire. Il finale poi deve entrare nella storia del rock: una strofa che con il suo ritmo attiva tutti i neuroni cerebrali incanalandoli in un orizzonte voluto dal cantante. "Pristina" è la finale ovazione che, dopo un preludio di due minuti, abbandona alle orecchie dell'ascoltatore un'armonia di scorato e insoddisfabile amore, che non può lasciare insensibili. Quindi i Faith No More si sono sciolti.

All'interno del post-rock Mike Patton si è rivelato come uno dei pochissimi artisti degni di menzione, attorniandosi intelligentemente e di in volta in volta senza compromessi, di protagonisti sublimi dei tempi andati, e capitanando gruppi-progetti sempre inaspettati, sempre di qualità, sempre irredenti, nonché dal vivo imperdibili. Con i Mr. Bungle escono Disco Volante (1995) e California (1999); dopo i solisti Adult themes for voice (1996, dove si sperimenta davvero) e Pranzo oltranzista (genialmente ispirato dal vate futurista Filippo Tommaso Martinetti, indirettamente conosciuto forse anche per l'accasarsi di Patton con una fiorentina: fiorentini che hanno la fama di essere degli "originali" e "aperti di mente"); quindi a nome Fantomas (e che nome, lo sottoscrivono nientepopodimenoche: Buzz Osbourne dei Melvins alla chitarra, Dave Lombardo degli Slayer alla batteria e Trevor Dunn dei Mr Bungle al basso) l'omonimo (1999) e The Director's Cut (2001); a quello Tomahawk (e guardate con chi: il chitarrista Duane Deninson dei Jesus Lizard, Kevin Rutmantis, il bassista dei Cows e John Stanier, il batterista degli Helmet) l'omonimo (2001) e Mit Gas. Nel 2004 la ditta Fantomas ha prodotto Delirium Cordia.

Dopo 18 anni di attesa, a maggio 2015 i Faith No More tornano con un nuovo album, Sol Invictus, all'insegna dei medesimi suoni frequentati in passato, senza però la folle ispirazione e il rabbioso impatto d’urto dei primi lavori. Sol Invictus suona sincero, magari un po’ debolino, ma ricco di spunti piacevoli e interessanti, in grado di mostrare una formazione che non sembra certo in via di decomposizione, ma appare viva e vegeta. Sono le note di un pianoforte ad introdurre l’iniziale title track, sulle quali la voce del poliedrico Patton si stende a tratti inquietante. Immediatamente veniamo scaraventati nel bel mezzo degli anni 90, con un’alternanza di ritmi aggressivi (la superba “Superhero”), morbidezze in controtempo mai scontate (“Sunny Side Up”), saliscendi di grande intensità (“Separation Anxiety”), gradevoli rotondità (“Black Friday”, la conclusiva “From The Dead”), e progetti più strutturati, a tratti melodrammatici (“Matador”), con qualche momento minore (“Rise Of The Fall”), ma sempre ben suonato.
Per alcuni sarà il disco che i Faith No More potevano risparmiarsi (e risparmiarci), per altri sarà un felice déjà vu: di sicuro anche da questi solchi riscopriamo la grandezza di una band fra le più importanti degli anni a cavallo fra gli 80 e i 90. A conti fatti una prova buona e rispettabile, pur se priva di momenti tanto memorabili da poterli porre sullo stesso piano dei tanti brillanti gioielli del passato.

Contributi di Claudio Lancia ("Sol Invictus")

Faith No More

Dal post-metal al post-grunge

di Tommaso Franci

Meno influenti di quanto generalmente si creda, ma efficaci interpreti di una evoluzione del rock, a cavallo tra metal e grunge, i californiani Faith No More sono stati tra le band piu' osannate degli anni 90. I successivi progetti del leader, Mike Patton, hanno invece seguito percorsi piu' sperimentali
Faith No More
Discografia
 FAITH NO MORE

 

  

 

 We Care A Lot (Mordam, 1985)

6

 Introduce Yourself (Slash, 1987)

6

 The Real Thing (Slash, 1989)

6

 Live At Brixton Academy (live, Polygram, 1991)

 

Angel Dust (Slash, 1992)

7

King For A Day... Fool For A Lifetime (Slash, 1995)

7

Album Of The Year (Slash, 1997)

7

 Sol Invictus (Ipecac, 2015)

6

 

 

 MIKE PATTON

 

  

 

 Adult Themes For Voice (Tzadik, 1996)

 

 Pranzo Oltranzista (Tzadik, 1997)

 

 

 

 FANTOMAS

 

  

 

 Fantomas (Ipecac, 1999)

 

 The Director's Cut (Ipecac, 2001)

 

 Delirium Cordia (Ipecac, 2004)

 

 Suspended Animation (Ipecac, 2005) 
 

 

 MR. BUNGLE

 

  

 

 Mr Bungle (1991)

 

 Disco Volante (1995)

 

 California (1999)

 

 

 

 TOMAHAWK

 

  

 

 Tomahawk (Ipecac, 2001)

 

 Mit Gas (Ipecac, 2003)

 

 Anonymous (Ipecac, 2003) 
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

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Sol Invictus

(2015 - Ipecac)
All'insegna di un efficace crossover il ritorno dopo 18 anni della band di Mike Patton

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