Fugazi

Fugazi

Il post-hardcore di Washington

di Tommaso Franci

Leader storici della scena di Washington, i Fugazi di Ian MacKaye e Guy Picciotto hanno traghettato punk e hardcore nell'era del post-rock, sfoggiando una straordinaria abilità compositiva e d'esecuzione

I Fugazi sono un gruppo post-hardcore formatosi nel 1987 a Washington (DC) tanto sconosciuto al grande pubblico (i suoi album più venduti vanno nell'ordine di poche centinaia di migliaia di copie nel mondo) quanto talora eccessivamente valutato da parte della critica. La loro musica è risultante dalla somma dell'hardcore da strada dei Minor Threat, del jazz-core dei Minutemen e dello slo-core degli Slint, andando oltre all'addizione delle proprie parti grazie a una straordinaria capacità esecutiva, compositiva e riflessiva.

I Fugazi sono il gruppo del cantante, chitarrista e proprietario della label Dischord, Ian Mackaye (Washington, 1962), che dopo aver formato e sciolto Minor Threat (1980-83), Embrace (1985-86) ed Egg Hunt (1986) approda così alla sua via definitiva al post-hardcore. Post-hardcore che non nasce certo nel 1987 (bisogna risalire a cinque anni prima e a gruppi come Minutemen, Fear e Mission Of Burma), via che non è certo l'unica (si affianca a jazz-core, noise-core, crossover, metal-core, pop-core, songwriter-core, industrial-core ecc.), ma opera che risulta significativa per la storia del rock, in quanto da una parte istituzionalizza l'emo-core (ossia quella via al post-hardcore oggi così di moda che consiste in un'intellettualizzazione, sofisticazione, complicazione e interiorizzazione o soggettivizzazione dell'hardcore all'insegna di una cultura e di un'arte indie-noise che significa infiacchimento di potenza e velocità hardcore col conseguente allungamento del brano-medio hardcore, che passa dalla media di un minuto a quella di tre), dall'altra concepisce questo non solo come un modo per il post-hardcore, ma anche e soprattutto un modo per il post-rock (così si chiama quell'ultima arte rock che consiste non più nel fare canzoni, ma nell'eseguire freddamente e spietatamente spartiti di canzoni, ora dilatandone ora costipandone i ritmi all'insegna di un'apatia e alienazione totali e impotenti, anti-melodiche e cerebrali, vissute e adolescenziali, introverse e tumorali, ma non suicide o ribelli bensì conservatrici e sopportatrici).

Dopo aver ispirato, propiziato e sostenuto con la propria produzione e label la formazione di uno dei primi gruppi emo-core della storia, i Rites Of Spring (1986), Mackaye soffocò il progetto e ne fece passare il batterista (Brendan Canty) e il cantante/chitarrista (Guy Picciotto: Washington, 1965) nei Fugazi (al basso Joe Lally).

La musica dei Fugazi non è hardcore, ora perché è troppo celebrale (Minutemen) ora perché è troppo minimalista (Slint). Essa si pone a un livello di trascendenza del reale tramite l'assunzione introspettiva delle sue forme e contenuti in una riflessione abiuratrice, ma inoffensiva (così asociale), che sortisce l'effetto di ridurre all'astratto, primitivo o impersonale, le temperie metropolitane così intimamente sofferte. Esegue questa musica un ensemble cameristico che per tecnica non ha chi lo superi nella storia del rock (v'è ovviamente chi ne raggiunga il livello) e che costituisce, esso ultimo verace rappresentante, la quintessenza del rock, non discostandosi per lo più dai tre strumenti tre e non indulgendo in alcun effetto che non sia, così com'è, riproducibile fuori dallo studio di registrazione. Mackaye con la sua voce teppistica, hardcore, violenta e roca; Picciotto col suo falsetto impube e immateriale, alternandosi, elevano la musica che suonano a vertici formali assoluti, ora contrapponendosi con espressione a una musica inespressiva ora viceversa. I cantanti stanno tra di loro come la sezione ritmica sta alle chitarre: la prima impeccabile e sublimamente imperturbabile, le seconde in perenne fremito: con un effetto complessivo, però, che pare attribuire (ed è lezione, attraverso Albini, dei Naked Raygun: ma più in generale dell'hardcore, anti-riff per eccellenza, tutto) le sparute melodie che si trovano in questa musica più alla prima che alla seconda.

Come gli Slint, i Fugazi fanno post-rock perché sono gli ultimi a fare rock: e ultimi perché, dopo che raggiunsero la massima gamma espressiva chitarra, batteria e basso, con Slint e Fugazi tali strumenti denudano la propria invalicabile e oggettiva essenza, ribadire la quale (da qui la morte del rock nel 1991) risulta inautentico e inutile.

I Fugazi operano in questo senso dal 1987 al 1991, quindi non hanno fatto che ritorcere i concetti appresi all'insegna di una vena che è arida costitutivamente (dopo il post-rock non può esserci ancora rock; dopo il nulla non può darsi un tutto) e non per imperizia: dimostrano anche loro così come nessun gruppo rock, in quanto tale, possa artisticamente interessare oltre il primo, secondo, terzo album ad ammettere le dovute variazioni sul tema.

 

I Jesus Lizard (Chicago, 1987-1999) sono sotto ogni rispetto dei Fugazi dediti al nero anziché all'incolore.

L'influenza dei Jesus Lizard e dei Fugazi sarà enorme su tutto il rock degli anni 90, non solo a livello di singole referenze ma anche di sound generale (in Italia,i Marlene Kuntz, nel loro piccolo, sono debitori loro). Minutemen e Slint, che hanno reso possibili i Fugazi, appaiono però, e per questo, più importanti.

Nella sua lunga carriera di produttore e discografico Mackaye di occuperà di: Government Issue ('83), Faith/Void ('85), Dag Nasty ('86), 7 seconds ('87), Rollins Band ('88),The Nation of Ulysses ('91), Soul Side ('90), Lungfish ('94); Guy Picciotto dei Blonde Redhead ('98, '00, '00, '02).

Singolare può apparire notare come i quattro Fugazi costituiscano a rigor di termini una tra le più longeve formazioni della storia del rock: stanno insieme da 17 anni. A quanto mi risulta, solo Queen, U2 e R.E.M hanno mantenuto la medesima, precisa formazione per più tempo: rispettivamente 20, 24 e 22 anni.

 

Come gran parte del post-hardcore e come tutto il rock d'avanguardia, i Fugazi non fanno, propriamente "canzoni": non solo perché i loro pezzi ignorano la "forma canzone", ma anche perché sconfessano sistematicamente le singole parti di questa (dalla melodia, al canto, all'accompagnamento, alla strofa, al ritornello). Dei Fugazi non vi sono canzoni "belle" e canzoni "brutte", perché non vi sono canzoni. Lungi ciò da essere un alibi per eludere la critica del giudizio (rischio che corre chiunque si ponga al di fuori della "forma canzone" e che porta a ritenere l'"album" come un continuum inopinabile), è da ritenersi invece come uno spostamento di baricentro verso un giudizio che deve interessare non più categorie estetiche o formali, ma matematiche o sostanziali: le categorie che si occupano della quantità di innovazioni tecniche e compositive di ogni singolo brano e non della loro qualità o bellezza. Forma cioè nei Fugazi diviene quella quantità, quel numero che si trascende, quale disumano che interpreta l'umano. La loro non è arte del brutto (trash) ma arte fine a se stessa (in questo mostruosa e da qui la sua apatia) il cui messaggio ultimo è che al di là di tale dimensione altro, di valore, non si dia.
Ogni lavoro dei Fugazi è pubblicato dalla Discharge di Mackaye.

Fugazi Ep, 1988. Sette brani, 23 minuti. Produttore: John Loder (già produttore di Crass, Jesus and Mary Chain, Rudimentary Peni, Subhumans

Il capolavoro è "Waiting Room" (2:54), un sabba jazz-core conteso tra il ringhio costipante di Mackaye e l'eco smaterializzante in coro di Picciotto. "Bulldog Front" (2:53) è un elegante salmo della dannazione, che la voce di Picciotto (a cui risponde una sezione ritmica splendidamente impietosa) fa candido di giovinezza (eternità).

"Bad Mouth" (2:36) condanna alla raffinatezza anche il mediocre rap-core dei Red Hot Chili Peppers stendendo un tappeto che giunge sino al crossover dei Faith No More (in talune dinamiche anticipandolo). Tra rallentamenti e ripartenze il sound sempre nitido e ineffabilmente concreto. "Burning" (2:39) impone una sorta di ABC Pere Ubu con un Picciotto particolarmente debitore dell'estetico edonismo di David Thomas. Finale in stile Sonic Youth.

"Give Me the Cure" (2:59) vede un Picciotto che ridente piange sopra quello spietato bambino rappresentato dal glaciale (in tutto il suo rilievo) tappeto sonoro. "Suggestion" (4:44) disarticola e anatomizza un'ascendenza hardcore tutta Minor Threath e lancia Mackaye a sublimare nella ripetizione sofferente, rabbiosa, scorata (ma sempre calcolatamente) del titolo. "Glue Man" (4:21) mostra come tutto quello dei Fugazi non sia un rock della ricerca o del soggetto, ma della perfezione formale e dell'oggetto: l'estremo come il flebile, il metal (Soundgarden, Prong) come l'indie (Pixies) vengono collocati su un museo e contemplati, ridotti all'inoffensivo, dominati, pienamente compresi e, dopo questo vaccino razionale, riproposti agli ascoltatori. Opera tra le più innovative del rock, eternamente attuale, questo Ep merita un voto 8/10.

Margin Walker, Ep, 1989. Sei brani, 17 minuti. Produttore: John Loder. Il capolavoro è "Margin Walker" (2:30), un hardcore (devastato da inserzioni ritmiche garage e jazz), urlato da Picciotto (normalmente è questo compito di Mackaye) con una potenza che non è cattiveria ma sfera di bellezza infantile. "And the Same" (3:27) è una cantilena tra singulti hardcore e una processione scheletricamente garage-rock. I Fugazi paiono dei veristi di uno status che rappresentano, ma non commentano. "Burning Too" (2:41) è un richiamarsi di voci (già Rage Against The Machine) frammezzato da turbini chitarristici in ciclo. Svariati anni in anticipo sui tempi. "Provisional" (2:17) riporta in auge i Gang Of Four col loro minimalistico e possente garage, diluendolo con stati ostetrici di borotalco, per la voce di Picciotto e la clinica sezione ritmica. "Lockdown" (2:10) è ancora un magistrale (canto di Picciotto) sproloquio che pare non dire niente, perché non si riesce a definire e che invece, proprio per questo, dice tutto. "Promises" (4:03) è una ballata d'avanguardia che con gran classe si inietta di urla hardcore e nenie sempre in bilico tra canto e rap: nella seconda metà di dilata ulteriormente per chiudersi in una progressione hard-garage.

Three Songs Ep, 1990. Tre brani, 7 minuti.

"Song #1" (2:54) è strumentalmente quasi un omaggio ai Rolling Stones di "Stray Cat Blues", mentre per la voce è un eccesso hardcore coralmente tra la cantilena e la botta e risposta. "Joe #1" (3:01) è uno strumentale cadenzato con incedere thriller, dove domina il basso in una delle sezioni ritmiche tra le più rivoluzionarie di sempre (dopo, per ovviamente diversi motivi, quelle di Rolling Stones, Who e Motorhead). "Break In" (1:32) è un veloce hardcore ridotto un cencio ora dai vari rallentamenti ora da una voce (in molte voci e forme) che lo umilia ed inchioda al muro.

Repeater , Lp, 1990. Undici brani, 35 minuti. I capolavori sono: "Turnover" (4:16), dove i Fugazi sublimano addirittura in una melodia (scoratissima) ogni loro accento, dialetticamente educato (in un'educazione che differenzia questo da ogni altro gruppo): rap, garage, hardcore,progressive-core; "Greed" (1:47), in cui a forza di singhiozzi e cambiamenti di tempo pare che si perda tutti l'orizzonte tranne chi suona; "Styrofoam" (2:34), con innumerevoli vortici di chitarre (Mission Of Burma), il tempo ben saldo sulla batteria, gli assoli di basso a introdurre la dimensione extraterrestre di turno, e parallelamente lo sgolato di Mackaye.

"Repeater" (3:01) passa i Faith No More a mezzo Sonic Youth; nella sua compostezza brano originalissimo e come tutti gli altri impressionantemente arrangiato (fino a dare l'impressione dell'improvvisazione). "Brendan #1" (2:32): chitarre Sonic Youth, sezione ritmica (talora il neo dei Sonic Youth) tribale, accordi Slint. "Merchandise" (2:59) è un'altra danza moderna (e con questo i Fugazi si dicano i Pere Ubu degli anni 90), che gioca con l'hard-rock per sminuzzarlo, ora in una sua rappresentazione oggettivata ora in un candore tutto infantile.

"Blueprint" (3:52) una power-ballad noise debitrice di tutti e di nessuno, vivendo così di luce propria. Sistematico l'incrociarsi degli strumenti, che ora suonano da soli senza fare assoli (qui sta l'arte), ora si sovrappongono (e accennano qualche assolo proprio quando non dovrebbero). La sezione ritmica si sobbarca poi ogni fuga e ogni assurdo riducendoli e soffocandoli (dopo averli sapientemente, come il gatto col topo, stuzzicati). "Sieve-Fisted Find" (3:24) mette da parte ogni cuore che non sia anatomico per poi, con il cuore non-anatomico, piangere di questa situazione; da qui l'atmosfera febbricitante. "Two Beats Off" (3:28) con chitarre che zampano, una batteria che fa il suo inerme corso, un basso metal, un Picciotto che prova il canto armonico e un finale disgustato. "Reprovisional" (2:17) è il prototipo del brano-medio Fugazi avvenire, è il prototipo della danza moderna degli anni 90: tra incensi indie, un ritmo tirato ed essenziale, rigurgiti noise sapientemente calcolati. "Shut the Door" (4:49) paga il suo debito agli Slint: accordi glaciali (con chitarre archeggianti e sezione ritmica goccia a goccia), perché vogliono dire la verità e in piagnisteo per questa verità: Mackaye pare voler prescindere da ciò e scagliarsi alla Rollins urlo su urlo. Un album da 8/10.

Steady Diet Of Nothing, Lp, 1991. Undici brani, 36 minuti.

I capolavori sono: "Latin Roots" (3:12) che frantuma ogni tempo (e al tempo sembra voler sfuggire se non volerlo mangiare); "Steady Diet" (3:41) uno strumentale che fa fare metal ai Sonic Youth, ribaltando poi l'uno e l'altro grazie a una sezione ritmica che li supera entrambi; "Polish" (3:38), che spoglia di ogni sua linfa addirittura il rock n' roll (vedi il riff centrale attorniato dal deserto ritmico); "KYEO" (2:58) che è summa (tesissima) del tutto.

"Exit Only" (3:12) è strumentalmente Slint e nel canto (Picciotto) Faith No More (Patton) con tono greve e ritmato. "Reclamation" (3:20) redime i Sonic Youth (noise) con gli Slint (sezione ritmica) o meglio "Tweez" con "Spiderland"; Mackaye particolarmente scorato e sempre estremo (trova inoltre espediente su espediente per i suoi cori). "Nice New Outfit" (3:26), che rispetta la regola Mackaye-hardcore, Picciotto slo-core ballabile, inserisce chitarre ritmiche metal (effetto Slint che bacchettano i Metallica).

"Stacks" (3:08) ritorna al teppismo di Mackaye, sempre convogliandolo in geometrie soniche. "Long Division" (2:12) è una cantilena di Mackaye, rattristita come il bambino che aveva un solo giocattolo (l'hardcore) e quello gli hanno tolto. "Runaway Return" (3:59) il brano più regolare (post-hardcore medio). "Dear Justice Letter" (3:27) è un rock n' roll involuto e ammazzato da pesantezze metal, estraneamenti ritmici, bulimie paesaggistiche. Do a questo lp un voto 8,5/10.

Dopo il 1991 i Fugazi (tra i 25 e i 30 anni) non hanno potuto far altro, come i Jesus Lizard, che consolidare il loro patrimonio: sempre con gran classe, sempre più spanne sopra quasi tutti gli altri gruppi, ma fatalmente riducibili ai primi lavori. Per chi non ha ascoltato i vecchi, i lavori dei Fugazi dopo il 1991 sono, condivisibilmente e senza distinzione, ritenibili nell'ordine di voto 8/10; per chi sa con chi ha a che fare, siamo sul 6,5/10.

In On The Killer (1993), Red Medicine (1995), End Hits (1998),The Argument (2001) non aggiungono nulla a quello che si sa già: e non è colpa dei Fugazi, ma semplicemente del fatto che nel 1991, anche grazie a loro, si giunge alla fine del rock col cosiddetto movimento post-rock; si aggiunga la fatidica regola per cui nessun gruppo rock va artisticamente oltre il muro del terzo album ed ecco la, pur splendida, gratuità di tutti i lavori Fugazi post-'91.

Si prenda il più recensito Red Medicine:è il miglior album di quelli che uscirono quell'anno (1995), ma non basta: primo perché nel '95 il rock è, a giudizio di chi scrive, già finito; secondo perché i Fugazi avevano artisticamente già esaurito il proprio repertorio. Del resto, la regola dei tre album (per cui nessun gruppo rock ha saputo originalmente andare oltre i suoi primi tre album) varrà anche per i Fugazi, se sono rock. Anche i Fugazi, non è un caso, come pressoché tutti i gruppi rock, iniziano con un album per anno, per poi passare a uno ogni due, quindi uno ogni, tre, e così via.

"Do You Like Me" (3:16) un inno tra l'estetico e l'edonistico, "Bed for the Scraping" (2:50) un poliedrico jazz-core d'alta scuola con finale feroce, "Latest Disgrace" (3:34) una lussuria sado-masochistica piantata su di un corpo tutto adolescente, "Birthday Pony" (3:08) un ruggito da più parti nobilitato, "Target" (3:32) un power-Slint squisito, "Long Distance Runner" (4:15) un noioso formalismo cantilenato (negli effetti), elevato (a mezzo arte) a estasi post-modernista, sono tutti capolavori da applausi: anzi, sono forse i migliori brani di sempre dei Fugazi (specie perché ritornano alla forma-canzone: per dissimularla più raffinatamente e cocentemente). Ma questo non consente di dare un valore anche lontanamente comparabile a quest'album rispetto ai precedenti, che non ne sono la causa, ma lo comprendono ed esauriscono interamente. Non a caso, gli altri brani sono: "Forensic Scene" (3:05), per quanto il miglior brano che i Pearl Jam non hanno scritto, il momento di scissione del disco che da qui in poi pare quasi sempre pretestuoso; "Combination Lock" (3:06), un noioso formalismo strumentale; un antipatico "Fell, Destroyed" (3:46); "By You" (5:11), dove troppo interiorizzato o fatto proprio risulta il tributo agli Slint per non risultare ipocrita; "Version" (3:20) lo strumentale deja vu (fuoriluogo specie il sax); "Back to Base" (1:45), hardcore pour jouer; "Downed City" (2:53), mera sintesi, culminante nel melodico, dei rilievi e delle piattezze del disco.

Per la gioia di tutti i maniaci completisti, alla fine del 2014 la band di Washington D.C. finalmente ripubblica alcune registrazioni che vennero fissate a gennaio del 1988 e distribuite soltanto su cassetta durante gli infuocati live set di quegli anni. All’epoca i Fugazi non avevano ancora inciso nulla ed avevano alle spalle appena una decina di concerti. Le registrazioni di questi demo avvennero presso gli Inner Ear Studios, con in cabina di regia Don Zientara, che diventerà collaboratore di lungo corso del gruppo. Le undici tracce incluse in First Demo sono versioni ancora non rifinitissime (ma tutt’altro che embrionali) di brani che saranno inclusi nelle prime pubblicazioni ufficiali dei Fugazi: gli Ep “Fugazi” (1988) e “Margin Walker” (1989), questi due poi riuniti nell’album “13 Songs” (1989), ed il primo vero full-lengthRepeater” (1990). Le uniche incisioni che rimarranno più o meno nascoste saranno “Furniture” (edita nell’omonimo Ep soltanto nel 2001), “The Word”, “In Defense Of Human” (entrambe presenti in successive compilation targate Dischord), e l’assolutamente inedita “Turn Off Your Guns”. Per il resto questa selezione ci permette di scoprire il percorso formativo di pezzi quali “Waiting Room”, “Bad Mouth” (che finirono di lì a poco nel primo Ep) e “Merchandise” (poi inserita in “Repeater”), veri e propri inni dei primi Fugazi. Il trittico formato da “Song#1”, “Joe#1” e “Break-In” (l’unico pezzo qui firmato da Picciotto) arricchirà invece la riedizione di “Repeater”.
L’attitudine della band è già chiarissima, il Fugazi-sound è iper definito, la rabbia incendiaria sprizza da ogni singolo solco, le visioni hardcore diventano post-, miscelate con influenze dub, rap e con qualche riff assassino, a comporre un crossover originale e devastante. Furono i primi catartici proclami che segnalarono al mondo un gruppo che farà dell’integrità il proprio status symbol per gli anni a venire, sino a quel “The Argument” che nel 2001 sancirà la fine della storia. Storia che ora vede nella pubblicazione di questi First Demo un imperdibile prequel per appassionati e non.


Contributi di Claudio Lancia ("First Demo")

Fugazi

Il post-hardcore di Washington

di Tommaso Franci

Leader storici della scena di Washington, i Fugazi di Ian MacKaye e Guy Picciotto hanno traghettato punk e hardcore nell'era del post-rock, sfoggiando una straordinaria abilità compositiva e d'esecuzione
Fugazi
Discografia
Fugazi (Ep, Dischord, 1988)

8

 Margin Walker (Dischord, 1989) 
 3 Songs (Dischord, 1989)

7

Repeater + 3 Songs (Dischord, 1990)

8

Steady Diet Of Nothing (Dischord, 1991)

8

In On The Kill Taker (Dischord, 1993)

8

 Red Medicine (Dischord, 1995)

7

 End Hits (Dischord, 1998) 7
 Instrument (Dischord, 1999) 7
 The Argument (Dischord, 2001) 7
 First Demo (Dischord, 2014)6,5
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