Galaxie 500

Galaxie 500

Come ride the fiery breeze!

di Lorenzo Righetto

Nati quasi per gioco, i Galaxie 500 hanno interpretato, senza mai cadere nell'autocommiserazione e nel rimpianto, le sensazioni di una beat generation post-litteram, generando un suono unico e irripetibile con i più semplici degli ingredienti: chitarra, basso e batteria. Nonostante una produzione limitata, i loro dischi tornano sulla scena con cadenza ormai prevedibile, a testimonianza di quanto il loro ricordo sia ormai impresso nella storia

Forse è la prima volta, forse è una delle tante, forse è stata l'ultima. Il concetto di "seminale" qualifica i Galaxie 500 con la stessa frequenza con cui il concetto di "mestizia esistenziale" viene associato al genere che - insieme ad altri, naturalmente, e con valorose ascendenze - hanno fondato. Eppure, come spesso accade (ma non sempre), è tutto nato per caso, così come, in seguito, la coscienza della band nel proprio percorso sarà più o meno presente, nel capire la portata di quest'ultimo. Forse, come mai poi nello sviluppo del genere negli anni 90, è la trasfigurazione dei sentimenti tipicamente associati al movimento dello slow-core (disagio, malinconia, riflessi in un incedere impassibile e rimuginante) in qualcosa di più vitale, letteralmente, a rendere i Galaxie 500 ancora una band di culto - prova ne sia la ristampa di quest'anno (2010) di tutto il loro materiale, con tanto di accoglienza roboante nel mondo indipendente attuale. Il segreto sta forse nella "semplicità curiosa" di chi scopre insieme, a piccoli passi, la musica, tendendo in primo luogo a riversarvi le proprie sensazioni, prima che alla perfezione accademica. È, questa, una delle chiavi del successo yankee, che i tre ragazzi di New York riuscirono a mettere in campo nel loro approccio alla musica.
Questa è la storia di come tre amici seppero tradurre le ansie nascoste del "decennio degli eccessi" in qualcosa di potente e raffinato, di straziante ed esaltante. Qualcosa di prettamente umano.

Dean Wareham e Damon Krukowski stanno frugando, adolescenti squattrinati ma in piena foga collezionistica, nel bargain bin del negozio di fiducia, quando trovano il singolo della band di quello che in quel momento era un loro professore. Affievolita la sorpresa, scemato il ghigno, comunque doveroso, decidono di formare una band. Missione: pubblicare un singolo che un giorno avrebbe attirato polvere in un cartone malandato di un antro per nerd musicofili.
I due si mettono insieme, così, prima ancora di saper suonare uno strumento, talmente forte è la passione dell'idea. Dean suona la chitarra, guidato dall'istinto e magari dalla memoria genetica instillata dalla madre, musicista jazz professionista, mentre Damon si mette dietro, alla batteria, con il kit prestato da Conan O'Brien, compagno di studi a Harvard. Immancabilmente, quest'ultima è, da sempre, una "macchia" - lo è perlomeno per i talebani del rock proletario, o pauperista piuttosto - che ha attirato livori e incomprensioni. Ancora di più, forse, data l'evidente spinta "artistica" del gruppo - quindi elitaria - o, magari, la sua poetica di disagio esistenziale che, si pensa, sopravviene quando l'appagamento materiale è già stato conquistato.
Dopo una serie di provini non andati a buon fine, il basso viene imbracciato dall'amica - e anch'ella frequentatrice di Harvard - Naomi Yang. Naturalmente, senza averlo mai suonato. Ma non sono certo gli anni di perfezionamento accademico, i piaceri del tapping furibondo a costituire il movente dei Galaxie 500: è un'ansia espressiva forse senza precedenti, che spinge a mettere tutto in secondo piano, dall'abilità tecnica per se finanche all'esecuzione tout court dei pezzi. A chi importa di intonare gorgheggi quando si mette sul tavolo un: "Why's everybody actin' funny?/ Why's everybody look so strange?"?  

Le prime prove del trio sono assai significative per quanto, poi, la band esprimerà nelle proprie registrazioni. Dean parte abbozzando un giro di accordi, ripetendolo incessantemente, fino a trovare la chiusura del cerchio. Proprio come farebbe un musicista alle prime armi. A lui si aggiungono progressivamente il sordo, asciutto rimbombo di Damon e la fluida pulsazione di Naomi, applicando i dettagli a quella che pare davvero una sorta di "lavorazione al tornio". Da qui la sensazione di levigatezza che si accompagna al moto perenne degli accordi dei Galaxie 500, da qui l'impressione di completo assorbimento reciproco dei tre, in una sorta di dogma terrestre di "unione divisa".

L'incontro con Kramer e il nudo sconcerto di fronte all'"Oggi"

I don't wanna stay at your party
I don't wanna talk with your friends
I don't wanna vote for your president
I just wanna be your tugboat captain
It's a place I'd like to be
(da "Tugboat")

Non impiegano tanto, i Galaxie 500, a raggiungere il loro obiettivo iniziale: nel febbraio 1988 esce il loro primo singolo, "Tugboat". Due accordi e via, ma l'impressione è che non ci sia bisogno di molto di più. Un cambio di tonalità, qualche rifinitura chitarristica, l'ipnotico - ed epico, a suo modo - ritornello "It's a place I'd like to be" che si riversa nella progressione finale, implicita liberazione delle emozioni. Che eleganza contemplativa nella mescola degli strumenti, nella contemporanea ammissione di incapacità di relazione e apertura al mondo... Un'innocenza innanzi alla quale non si può non reagire, quella racchiusa nell'idillio amicale dei tre, l'eco della voce di Dean che si infrange sul battito corposo di Damon, il fluire naturale dei riff e dei giri di basso. Come un sogno, per metà imprendibile, effimero, per l'altra tangibile, sensibile più che nella realtà stessa.

La realtà, intanto, parlava di un inaspettato successo dei loro demo presso le radio universitarie, quella di Harvard stessa in particolare. Tanto che i Nostri tentano di "agganciare" Mark Kramer dello studio Noise di New York. L'impatto di questa figura semi-leggendaria sul sound della band necessita di qualche spiegazione preliminare: per stessa ammissione dei membri del gruppo, oltre che per osservazione degli addetti ai lavori, Kramer diventerà il quarto galassista. Sue saranno diverse delle idee definitive per il suono dei Galaxie 500, in particolare nel riverbero delle voci, per non parlare del suo ruolo di guida, in studio, nello sviluppo delle canzoni.
kramer1Kramer non è stato solo un produttore, ma anche un musicista attivo, una figura centrale della scena downtown di New York degli anni 80, membro dei Butthole Surfers fino al 1985, quando comprò gli studi del Noise New York, e performer insieme a John Zorn. La sua etichetta, la Shimmy-Disc, diventò un punto di riferimento distribuendo artisti come Gwar, Daniel Johnston e Ween. Anni più tardi, dopo aver prodotto l'intera discografia dei Galaxie 500, scoprì e lanciò i Low.

L'incontro dei tre con Kramer fu all'altezza dell'aura di guru musicale che circondava il personaggio. Situati all'ultimo piano di un edificio di West Broadway, i Noise New York parevano l'antro di uno sciamano, il fumo denso di pot perennemente aleggiante tra i mixer. In poche ore di registrazione Kramer spiccicò qualche parola, ma mise subito la sua impronta, aggiungendo riverberi su riverberi alla voce di Dean.
Incoraggiati dai primi risultati ottenuti con un mentore esperto come Kramer (il singolo di cui si parlava), i tre vengono avvicinati da Alghini, per un'etichetta che aveva appena fondato, l'Aurora. È così che vede la luce Today. L'"oggi" della band statunitense si trova da qualche parte nel luglio del 1988. Là, insieme a "Daydream Nation" e "Spirit Of Eden", in una sorta di caduta del Muro musicale, indispensabile per traghettare il mondo della musica da un decennio all'altro.

Dean, Damon e Naomi si recano ai Noise New York come devoti scolari di Kramer. Suonano le canzoni come in un loro live, lasciando al produttore il compito di sbizzarrirsi con le soluzioni, aggiungere riff, rifinire i percorsi ritmici. Finché i Nostri non si sentono abbastanza sicuri da riuscire a proporre in autonomia lo sviluppo delle canzoni, o perlomeno da scegliere dai suggerimenti di Kramer quelli più conformi alla loro idea di sound. Per stessa ammissione di Damon: "Il falsetto, gli assoli posizionati nei momenti più bizzarri, tracce al contrario, arrangiamenti percussivi spregiudicati... Diventò il nostro sound, ma lo ricavammo da cose che Kramer aveva fatto e che ci erano piaciute".
Today ha in effetti tutta l'allure newyorkese di un prodotto artistico ma sbarazzino, pieno di spontaneità - Kramer registrava rigorosamente one take - ma con un'identità ben definita. Ricorda, in questo senso, il celebre "Velvet Underground & Nico". In quanto esordio della band, suona nonostante tutto pimpante, divertito nel ribadire la propria differenza, appunto, il proprio grido unico, personale (si veda l'armonica a bocca della quasi frivola melodia di "Oblivious" e, dall'altra parte, il cantato di "My Temperature's Rising", che stringe lo stomaco d'angoscia). Si percepisce chiaramente un'innocenza che va a braccetto con una poetica disinibita (le iniziali "Flowers" e "Pictures"), con racconti estratti dal cuore che invitano a una catartica condivisione, deflagrante nell'epica sgraziata di pezzi come "It's Getting Late" e dell'intermezzo strumentale.
È così che prende forma il primitivismo espressionista dell'inno "Don't Let Our Youth Go To Waste" (cover di Jonathan Richman), potente affresco di ansia giovanile, di energia traboccante, che sembra fuoriuscire dal drumming tempestoso di Damon, per riversarsi nelle schegge elettrificate della chitarra di Dean. Nell'occhio del ciclone, poi, sta il puro oracolo della declamazione:

Say something warm, say something nice
I can't stand to see you when you're cold
Nor can I stand being out of your life
And I could bleed in sympathy with you
On those days
And I could drink up everything you have

Don't let our youth go to waste

Ed ecco, di nuovo, la tempesta tornare a infuriare... Today è, poi, un incredibile manuale per chi si chiede come sia possibile che siano state composte migliaia, milioni di canzoni con quello stesso pugno di accordi. Ogni nota spicca nel flusso del disco con purezza cristallina, squilla come se fosse la prima volta che viene suonata, perfettamente incastonata tra la precedente e la successiva: una caratteristica sviluppata nella loro passione per i Beatles.
Talmente lontani dal gusto imperante all'epoca negli Stati Uniti - a lungo criticati per le stonature dell'irrefrenabile vocalità di Dean (!) - il successo arriverà in Inghilterra e, poi, in Europa. Dopo il contratto di distribuzione con la Rough Trade, i Galaxie 500 andranno frequentemente in tour oltreoceano, dove suoneranno per un pubblico sempre crescente.
Negli Stati Uniti le cose tardarono a muoversi: le difficoltà a trovare un contratto furono tali che dovettero chiedere alla Rough Trade stessa di distribuirli anche in America, finché il ramo statunitense andò in bancarotta, costringendo grottescamente la band a comprare il proprio contratto all'asta.

"In fiamme": uno squarcio prometeico

"[...] A volte vedevo un migliaio di caribù azzurri, in corsa in una tempesta di sabbia verso la linea d'arrivo, un testa a testa per tutto il tempo come se fosse una versione naturale dell'Indy 500! Carne e sangue contro gli elementi! E mi ricordo di essermi chiesto... "Perché corrono?" Poi un bel giorno ho capito perché si teneva quella gara. Era tutto perché il pelo sul collo di quei caribù era solleticato dalla conoscenza istintiva di un incendio in corso non troppo lontano e, con tutta probabilità, vi erano diretti. Gli uomini spesso hanno la stessa sensazione... Come una brezza stranamente calda propulsa malignamente dalle fiamme devastanti dietro di esso. Montate sulla brezza infuocata dei Galaxie 500!"
(Mark Kramer, liner notes originali di "On Fire")

Tra un mini-tour organizzato da Kramer e l'altro, i Galaxie 500 completano, nell'autunno del 1989, il proprio capolavoro, distribuito dalla Rough Trade: On Fire. Ottenuto il pieno controllo dei propri strumenti, i tre lasciano irrompere un potente flusso di note, del quale pare sentire il morso incandescente, il guizzare fluido, perfetto. Mai come in questo disco si ha la sensazione di precisione del tratteggio, della chiarezza di intenti, che donano all'intarsio dei tre una vitalità imponente, quasi soprannaturale. E, sopra ogni cosa, di un'ansia comunicativa non solo non sopita, ma ancora più incontenibile.
Si viene letteralmente investiti da una tempesta di sentimenti dei più disparati, dall'indifesa, impotente timidezza ("Tell me one more time/ You like the shoes I like" canta Dean dopo pochi minuti, all'inizio del secondo pezzo) alla svagatezza capricciosa della solitudine disperata di "When Will You Come Home", fino all'irresistibile, ebbra confessione di "Isn't A Pity" (tributo a George Harrison).

galaxie10È il fuoco di un'umanità deflagrante, la cui pira sale progressivamente fino a lanciarsi verso il cielo nell'assolo iniziale di "Strange", vero e proprio inno della band. Qualcosa nasce, in quel grido, che pare farsi strada tra le corde vocali di Dean per migrare verso altri mondi, altre galassie. È l'inno dell'Uomo, del suo sconcerto disperato ed euforico di fronte alle altre persone, all'alterità intrinseca delle cose e degli eventi, alla costante sensazione di inadeguatezza di fronte alla vita.
Il corredo musicale è quanto mai all'altezza di questo insieme magmatico di suggestioni. Intermezzi chitarristici ribollenti ("When Will You Come Home"), inaspettate e inebrianti comparsate strumentali, come il dialogo col sassofono di "Decomposing Trees". È l'aspetto inconfondibile della realtà, la nettezza dei suoi colori, dei suoi odori, a rendere questo disco dei Galaxie 500 qualcosa che supera i confini di genere, forse anche di modalità di espressione artistica.

Non a torto, appunto, Naomi Yang definisce la registrazione di On Fire il "momento liminale" tra naivetè ed esperienza musicale. È anche la stampa americana - con un encomio deciso nell'inserto domenicale del New York Times, in cui si sottolinea l'enorme progresso compiuto dalla band - a salutare l'approdo dei Galaxie 500 alla dimensione dei grandi.
Lo si sente nell'obliqua psichedelia di "Snowstorm", in uno spirito che pare innalzarsi dalla pedante, quotidiana meteorologia ("Well I listen to the weather/ And he's changed his tone of voice"), per volteggiare, ineffabile e spensierato, nella neve e nel ghiaccio sferzanti, come in una sublime purificazione, insieme ai caribù azzurri:

Well I'm lookin at the snowflakes
And they all look the same
And the clouds are goin by me
They're playin some kind of game
Well you know there's a snowstorm
When the tv has gone out
And they got nothing else to think of
And they're letting me go home

Sta tutto qui, il Fuoco dei Galaxie 500: non solo risveglia le coscienze, ma rimane, ardente, a tracciare la strada per gli anni a venire.

Cronache ultime di una pseudo-leggenda

Nel 1990 This Is Our Music arriva, così, in un momento di grazia per i Galaxie 500: il successo di On Fire non ha avuto solo l'effetto collaterale di obbligarli ad abbandonare la scuola. Ora sono in grado di vivere della propria musica, e non solo: vengono corteggiati dalle major, programmano tour in Giappone, suonano insieme con una confidenza che mai hanno avuto e possono permettersi di portarsi dietro Kramer anche nei loro show europei, tra i quali un'apparizione a Glastonbury, davanti a 40.000 persone.
Eppure, sebbene mantenga i marchi di fabbrica del sound della band, la magica interazione tra gli accordi svettanti e la voce insieme addolorata e fremente di Wareham, il rimbombo tempestoso di casse e piatti di Krukowski e le levigature circolari della Yang, This Is Our Music suona spento, inoffensivo. Per quanto sia avvertibile la diversa capacità dei tre di esprimersi musicalmente, nelle sessioni scatenate - come in buon disco di mestieranti del palcoscenico, però - di "Summertime" e "Fourth Of July", ad esempio, la voce di Dean fa da buona cartina da tornasole delle difficoltà espressive. Controllata, a volte quasi inespressiva ("Hearing Voices" pare una litania di Sparhawk): da essa traspare una stanchezza che non è così preponderante negli altri membri della band.

È così che, alla fine di un tour americano - nell'ultimo show faranno da spalla ai Cocteau Twins - Wareham lascia la band, senza che i suoi compagni sappiano spiegarsi il perché. Nella considerazione del pubblico, i Galaxie 500 sembrano, con bizzarra ricorrenza, una band che ha "dato tutto quello che poteva dare", per la quale "tre dischi erano probabilmente la durata ottimale".
Non è dato sapere da dove venga tutta questa sicurezza: certo This Is Our Music è un disco che, per gli standard dei Galaxie 500, suona manieristico. I lunghi intermezzi strumentali - tra questi va citata la cover di Yoko Ono, cantata da Naomi, di "Listen, The Snow Is Falling" - sembrano ingabbiare la band, invece del contrario. Spesso si fa ricorso a orchestrazioni e comparsate a effetto (i fiati di "King Of Spain, Pt.2", i flauti di "Listen, The Snow Is Falling"), per cercare di ritrovare il guizzo emotivo. Con This Is Our Music hanno forse accontentato i critici che li definivano sgraziati, ineducati, acquistando uno "stile musicale" ma, nel fare questo, non si sono accorti dell'appannamento della scintilla espressiva di Dean.

All'interno della band le cose si erano, in effetti, fatte complicate: Naomi, col senno di poi, guarda alla carriera dei Galaxie 500 come un aumento delle loro capacità di musicisti inversamente proporzionale alla saldezza della loro amicizia. Questo è quanto dice Damon al proposito, con commovente schiettezza:"La cosa sorprendente è che, da qualche parte lì in mezzo, imparammo a fare musica. Non avrei mai pensato che ce l'avremmo fatta. Rovinò il gioco di essere in una band. Questa è la triste frase finale". Certo, le cose, come già sottolineato, promettevano bene: le motivazioni dell'abbandono di Wareham paiono decisamente più profonde. Talmente profonde da non necessitare di una spiegazione.

galaxie9Per scherzo, i tre speravano di raggiungere lo status di "pseudo-leggenda", così come veniva definito Kramer in un articolo di giornale. Una cosa è sicura: negli anni i Galaxie 500 si sono guadagnati tale considerazione nel mondo della musica. I loro dischi sono oggetto di devozione per gli appassionati, sono considerati gli iniziatori di interi movimenti musicali. I Galaxie 500 assurgono, insomma, alla "pseudo-celebrità" di chi ha fatto qualcosa di irripetibile, ma che assumerà un'importanza devastante per pochi e rimarrà sepolto nell'indifferenza per molti.
Tutto ciò viene confermato dall'uscita, nel 1996, di un bel box set della loro intera produzione presso la Rykodisc, che contiene i loro tre dischi, più una raccolta di inediti, cover, demo, tracce live, intitolata Uncollected, poi pubblicata, nel 2004, come uscita a sé stante. Non una raccolta indispensabile, se non per dovere di completismo. Interessanti le divagazioni espressive nella cover dei Rutles di "Cheese And Onions", divertente e divertita, particolare con la versione di "Blue Thunder" non pubblicata in cui compare, ancora una volta, il sax tenore di Ralph Carney. A queste vanno aggiunti gli esperimenti più diretti dei Sonic Youth di "Crazy", dello psych-pop di "Song In 3" e dell'indie-pop che addirittura fa capolino in "Walking Song".

Si tratta insomma di un compendio che mostra l'ampiezza delle potenzialità espressive dei Nostri e descrive un periodo in cui tutto pareva possibile, per i tre newyorkesi. Uncollected si chiude, poi, con un bel live che parte da una divertente - pare già di sentire il "rumore" del brit-pop - cover di "Rain" dei Beatles, per approdare, poi, a "Don't Let Our Youth Go To Waste", dalla mostruosa coda chitarristica.

Nel 2005, invece, vengono pubblicate le loro Peel Sessions, risalenti per metà al settembre del 1989, per l'altra all'ottobre del 1990. In quest'ultima parte - la prima nel disco - il materiale, quattro canzoni, è composto in prevalenza da cover. Da una versione "controllata", ma non meno intensa, di "Submission" dei Sex Pistols, si passa alla rivisitazione folkeggiante di "Final Day" dei Young Marble Giants, interpretata da Naomi. È nei loro pezzi, però, che i Galaxie 500 danno il meglio. Paiono tutti una replica esatta dell'originale, ma resa più vivida dall'impatto live. La seconda metà del disco - precedente alla prima, in senso cronologico, e risalente alla pubblicazione di On Fire - è infatti composta da sole canzoni del gruppo, sebbene tra queste compaia la cover di "Don't Le Our Youth Go To Waste". Sono forse le canzoni di Today a risultare più interessanti, data la miglior produzione di queste session.

È evidente, insomma, nella ricomparsa periodica di una raccolta, di una ristampa, di una collezione di inediti, che i Galaxie 500 hanno lasciato un marchio indelebile nella storia della musica - non ultima la rimasterizzazione del 2010 dei loro dischi, ripubblicati in edizione speciale. A ognuno di essi è associato un bonus disc contenente, rispettivamente, Uncollected, le Peel Sessions e il live Copenhagen.
La musica dei Galaxie 500 è insomma viva e vegeta: ogni riascolto di questa dimostra, invariabilmente, che in quegli anni è nato qualcosa che ancora emette luce, un faro per chi si avventura nei mari tempestosi della musica contemporanea. Una luce che esisterebbe, però, anche senza il mare, che sembra accogliere l'ascoltatore al grido: "Come ride the fiery breeze!".

Galaxie 500

Come ride the fiery breeze!

di Lorenzo Righetto

Nati quasi per gioco, i Galaxie 500 hanno interpretato, senza mai cadere nell'autocommiserazione e nel rimpianto, le sensazioni di una beat generation post-litteram, generando un suono unico e irripetibile con i più semplici degli ingredienti: chitarra, basso e batteria. Nonostante una produzione limitata, i loro dischi tornano sulla scena con cadenza ormai prevedibile, a testimonianza di quanto ..
Galaxie 500
Discografia
 Today (Aurora, 1988; reissue Domino/20-20-20, 2010)

 

 On Fire (Rough Trade, 1989; reissue Domino/20-20-20, 2010)

 

 This Is Our Music (Rough Trade, 1990; reissue Domino/20-20-20, 2010)

 

 Galaxie 500 (box set, Rykodisc, 1996)
 
 Copenhagen (live 1990, Rykodisc, 1997)
 
 The Portable Galaxie 500 (antologia, Rykodisc, 1998)
 
 Uncollected (Rykodisc, 2004)
 
 Peel Sessions (20-20-20, 2005)
 
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