God Is An Astronaut

God Is An Astronaut

Prospettive di viaggio astrale

di Stefano Fasti

Storia ed evoluzione del gruppo irlandese, che ha fatto del post-rock non un semplice vessillo, ma una bussola della propria ispirazione. Una produzione decennale, ora interamente ristampata dalla Revive Records

Se c'è chi crede nell'esistenza di una terra-di-mezzo musicale, nella quale il vero si fronteggia con il verosimile e nella quale dei paladini pallidi, custodi del vessillo di un genere logorato dal tempo dalle intemperie, credono di essere investiti della missione di proteggere una sacra reliquia (in verità, una chimera e un falso storico), mettendo in questo compito tutta la loro energia, allora su questi confini vale la pena di ricordare, a dieci anni dall'inizio del loro errare, le gesta dei God Is An Astronaut.
Nel 2012 la band festeggia il decimo anniversario dal conio della propria fantasiosa sigla (ispirata a una citazione tratta da "Nightbreed", film del 1989 dello scrittore e regista inglese Clive Barker, da noi uscito con lo stesso titolo del racconto, "Cabal"): per l'occasione con la loro label, la Revive Records, decide di rimasterizzare e ristampare tutti i suoi titoli, proponendoli in una arricchita veste grafica e nella elegante forma di 6 panel digipack. Una storia, la loro, forse non epica e tale da aver scardinato regole di gioco e riscritto le pagine della historia a cui appartiene, ma allo stesso tempo capace di evolvere gradualmente, facendo della bandiera del post-rock non un semplice vessillo, ma un indicatore della direzione in cui soffia il vento della propria ispirazione.

Il trio irlandese formato da Torsten Kinsella (chitarre e tastiere), Niels Kinsella (basso e chitarre) e Loyd Hanney (batteria, synth), prosegue certamente nella scia dei Mogwai (impossibile negarlo), derivando da loro un gusto per le medesime melodie circolari e un certo modo di "trattare" le chitarre, più che le improvvise impennate soniche che caratterizzavano gli esordi degli scozzesi. Nel giro di dieci anni i God Is Astronaut, senza capire bene come, vista l'esigua distribuzione della loro label casalinga, sono divenuti abbastanza noti, da una parte conquistando consensi per quella loro schietta rielaborazione di consolidati stilemi (cliché) post, ma anche per le loro indiscutibili doti nel saper realizzare pindariche escursioni nel Cosmo, forse non troppo complesse, ma efficaci, essenziali, funzionali.
La formazione non sembra aver mai puntato sulla magniloquenza (a cui pure la propria musica tenderebbe a indurre), pur potendo contare su un livello di preparazione strumentale piuttosto elevato. Il ripudio di ogni virtuosismo fa da contraltare a una raffinata ricerca delle gradazioni di colori e delle location adatte per ambientarvi le proprie esplosioni di luce: una musica "progressive" più nell'attitudine che nel risultato. Si possono anche continuare a citare i soliti Mogwai, Explosions In The Sky, Do Make Say Think, Red Sparowes, ma l'eleganza composta dei God Is An Astronaut ha una sua identità specifica e risiede proprio nel percorso intrapreso, con costanza, di disco in disco, forse senza mai introdurre sostanziali sconvolgimenti di rotta, ma riuscendo sempre a individuare nuovi scenari e perseguendo il perfezionamento del proprio ideale sonoro.
Viene talvolta di immaginarli come dei Sigur Ros siderali, tesi più all'ascesa verso l'infinito che non a introspezioni terrene. Qualche parallelismo con la struttura del lessico elaborato dal trio irlandese lo si può anche rinvenire nei 65daysofstatic o nei Maserati, per un comune ricorso a fonemi synthetici e tecnologici per particolareggiare il quadro idiomatico.

Il debut del 2003, The End Of The Beginning, traccia le linee guida che definiranno, pur con sfumature differenti, anche i successivi capitoli della loro ancor breve carriera:"From Dust To Beyond "(vaporoso mare clonclusum in cui l'armonia crea uno stato di eccitazione sottocutanea senza mai deflagrare), "Ascend To Oblivion" (perfetta canzone post-wave senza parole), "Coda" (rigogliosa inflorescenza dai cromatismi sonori estremamente cangianti), "Fall From The Stars" (tra i momenti con maggiore scarto dinamico), "Route 666" (che specialmente on-stage diviene una sorta di anthem), sono episodi che pur rimanendo relegati a una compostezza formale, piuttosto imbrigliata dal punto di vista ritmico ed ermetica ad autentiche sorprese, tradiscono emozioni autentiche, che vanno al di là di confini troppo ben delineati e di transizioni di scene calcolate al decimo di secondo. La morbidezza di fondo che lo contraddistingue è il suo limite principale.

Due anni di tempo, questo è ciò di cui ha bisogno il trio per cercare di comprendere cosa va e cosa non va nella sua proposta, che continua a richiedere una più istintiva urgenza espressiva: i God Is An Astronaut lo percepiscono anche dalle recensioni un po' tiepide, tuttavia anche nel nuovo album All Is Violent, All Is Bright (2005), il filtro resta quello di una accurata produzione, che dilati le dinamiche e che, principalmente, stratifichi i suoni, processandoli tramite il setaccio elettronico.
L'alchimia generale diventa più personale e introspettiva: sebbene brani come l'iniziale Fragile e Forever Lost, tra rintocchi di piano, strati di synth e giri di chitarre paiono riconducibili a "Happy Songs For Happy People" dei Mogwai, si avverte la sensazione che una maturazione ci sia stata e che il frutto della "macerazione delle idee" abbia un sapore più penetrante. La title track, già dal titolo, è il manifesto di questo nuovo stato d'animo, risultando pienamente coinvolgente nel suo movimento di catartica scalata, crescendo di intensità, di minuto in minuto. "Fire Flies And Empty Skies" (sempre indecisa fra un suono guitar-oriented e uno synth-driven, furoreggia ai concerti), "Suicide By Stars" è una quieta perturbazione magnetica causata da un irradiante vento solare.
In conclusione, la lunga "When Everything Dies" vuole definitivamente convincerci che i ragazzi innamorati di post-rock hanno scandagliato appieno le proprie capacità per tirar fuori il meglio delle proprie possibilità: e così ci regalano una mini-suite aperta dal piano, sviluppando un concetto di progressione che non vuole passare per le consuete alternanze fra silenzi e scariche d'energia, ma che piuttosto procede con l'addensamento di cariche elettriche, aggiungendo particolare su particolare, dettaglio su dettaglio, fino al climax emotivo finale. E' indubbia la evocativa suggestione verso cui la musica di All Is Violent, All Is Bright riesce a condurre, ma è altrettanto vero che permane una dose di incertezza fra l'anima meditabonda (ambient?) e quella più propriamente rock-psichedelica.

Prima di mettere a punto una nuova opera in studio, gli irlandesi, decidono di fermarsi a metà del guado per comprendere cosa lasciare su una riva e come disegnare la costa sulla quale approdare: il loro Ep A Moment Of Stillness del 2006 (nella versione originale contava cinque brani, nella ristampa del decennale arriva a divenire un album tout court, toccando la durata di 37 minuti), racchiude alcuni fra i più luminosi affreschi sonori mai dipinti dalla band. "Frozen Twilight" in apertura è senz'altro il pezzo cardinale che ridefinisce le coordinate di quel lucente modo di sviluppare melodie di cui il trio è divenuto maestro: raramente altri gruppi afferenti all'area post-rock sono riusciti a far assomigliare tanto dei discorsi puramente strumentali a canzoni. Arabescanti arpeggi sembrano cuciti su pregiati tappeti di synth: la batteria si adegua alla spiraleggiante ascesi. In questa volontà di staccarsi dal terreno umano per innalzarsi verso le luci di una qualche distanza astrale si cela la tensione spirituale che sottende alle composizioni, perché proprio questo è l'elevato terreno d'elezione e di gioco del gruppo.
L'immersione in queste fulgide acque dai riflessi talvolta abbacinanti continua ancora a produrre uno stato di coinvolgimento, ancorché privo di stupore, e una espressione di stima nei confronti di chi riesce così candidamente a realizzare - in mezzo a un esercito di altri cloni - questa metafora musicale di un'immagine che ha per soggetto una ragnatela fragile ed esposta al vento e alla pioggia, senza esaltare le dinamiche con cui un aracnide progetta la sua letale dimora, ma semplicemente tessendo la poesia dei delicati equilibri che bilanciano vita e morte, ispirazione e abisso.

Abbandonarsi all'ascolto di "Grace Ascending" e, in generale, di tutto il loro disco del 2007, Far From Refuge (che segue le intuizioni colte sull'Ep), equivale a lasciarsi cullare da una delicata marea di fascinazioni analoghe: l'album si propone di compiere un estremo esercizio di ampliamento di vedute a partire da punti di osservazione non particolarmente favorevoli, da anguste feritoie, senza il timore di essere sconfessati da critici in grado di rilevare la limitata portata di una musica che nasce dall'amore incondizionato nei confronti degli schemi del "post-rock-classicamente-inteso". Ma i God Is An Astronaut fanno ciò che a loro piace e gli esiti di questo noncurante agire si sentono tutti, a partire dalla significativa title track, una delle più belle tracce della loro discografia, che ha proprio questa ragion d'essere nel suo Dna: costruire una sontuosità costantemente in crescendo, in modo irrimediabilmente, drammaticamente ammaliante, e altrettanto irrimediabilmente identificabile come "post-rock".
Persino il vertice del disco, "Tempus Horizon", ripone tutta la sua rivelazione in questa estremamente raffinata, pesante, pensante, pulsante voglia di emanare colori, sapori e luci e di gridare al mondo tutta la fierezza di essere libera pur se vincolata a una identità evidente. Per i God Is An Astronaut forse si potrebbe coniare anche un termine ad hoc: azzardando si giungerebbe a parlare di cinematic-cyber-psichedelia-progressiva. Ma sarebbe come girarci intorno. Qui è del "post-rock" che si parla, intendo la "scatola post-rock", la scatola con sopra scritto "post-rock", che da contenitore diventa il contenuto. E ascoltare musica post-rock, ammesso che ne esista "una", diventa come quando dici mi bevo una lattina di Coca: è ovvio che non ti bevi una lattina (ossia il contenitore) ma quello che c'è al suo interno (appunto la Coca, anche quando forse è una Pepsi). Il post-rock, come il progressive-rock, è solo una metonimia, un contenitore che assurge al ruolo di simbolo di una musica che forse neppure esiste. Sicuramente i God Is An Astronaut sono divenuti degli artigiani dalla bravura inusitata nel plasmare la forma di questo contenitore, facendo prendere a liquidi "in circolazione" da decenni, forme uniche e, per molti aspetti, affascinanti. Come certamente lo è la chiusura di Far From Refuge, affidata alle panoramiche note dell'avvincente "Beyond The Dying Light".

A distanza di solo un anno - siamo nel 2008 - i God Is An Astronaut cambiano però improvvisamente marcia, per la prima volta nel loro percorso, in modo così deciso, smettendo di fare post-rock (o peggio, post-post-rock) e diventando una band che fa rock senza prefissi o suffissi. Un rock sempre strumentale, indissolubilmente legato a  suggestioni filmiche, ma sudato fino al midollo, non distaccato, non autocompiacente/autocompiaciuto, non altezzoso: i ragazzi di Glen Of The Downs per il loro quarto album, l'omonimo God Is An Astronaut, si sono messi a suonare sul serio, copiosamente, corposamente, passando per una compiuta e completa fase di composizione tale dare pieno respiro alle melodie, senza immaginarle riuscite solo in virtù di un po' di elettronica d'effetto nei punti giusti. Stavolta non c'è ambiguità, non c'è ammiccamento: qui l'ispirazione è stata assecondata, senza lo stratagemma dei filtri, della ricerca delle timbriche perfette.
Per qualche strana ragione il quadro d'insieme, ormai immune all'effetto Mogwai, appare sotto certi aspetti non dissimile dall'approccio dei 65daysofstatic, anche se nel loro caso il make-up elettronico non è certo parco. I brani impetuosi e ricchi di impressioni psichedeliche, trovano tutti una perfetta collocazione in un mosaico studiato per non avere tasselli fuori posto. Le vampe di energia di "Shadows" diventano muraglie di onde emozionali nella luminosissima "Echoes", rilasciando bagliori elettrici nel corso della superba "Post Mortem": tutta questa energia sembra distendersi in "Snowfall", tanto da diventare pace interiore in "First Day Of Sun", salvo poi riprendere intensità in "No Return", diventando nuovamente carica elettrica sfavillante in "Zodiac". E poi via fino alle strutture fotovoltaiche di "Shores Of Orion" e alla gabbia di Faraday costituita dalla conclusiva "Loss".
Questo cambiamento non è stato tuttavia ben accolto da parte dei sostenitori della prim'ora.

In un tragitto artistico, "vive" solo chi si mantiene aperto ai mutamenti: gli altri, al massimo, sopravvivono o, tutt'al più, vivacchiano. E non si può dire che la formazione irlandese non ci abbia provato ad aprirsi a una metamorfosi.
Era lecito tuttavia attenderli al varco, al passo successivo, per comprendere se il combo avesse deciso con Age Of The Fifth Sun (2010) di assecondare i fan della prima ora, invaghiti dall'ordinata e garbata coniugazione del verbo post-rock, sospesa fra una sottile elettronica e una carica emotiva (mai del tutto esplosa), oppure di continuare a deliziare gli estimatori della vigorosa virata in direzione del rock psichedelico di God Is An Astronaut. In modo conforme alla natura della propria musica, che non propone mai fratture nette, il gruppo dei fratelli Kinsella cerca di individuare sulla mappa una via mediana fra i due approcci, recuperando l'eredità di due ottimi lavori come All Is Violent, All s Bright (2005) e Far From Refuge (2007), ascrivibili a stilemi più imbrigliati, e infondendole però tutto l'impeto che aveva caratterizzato il precedente album. Si recuperano molti dei momenti elettronicamente meditabondi che in parte erano stati accantonati di recente, cercando di intersecarli con le traiettorie elicoidali di schegge poco post e molto, molto rock: fra gli ibridi che ne vengono fuori sono da segnalare tanto la fantasmagorica "In The Distance Fading" quanto la sussultoria "Parallel Highway". Ma forse la perfetta sintesi fra questi due approcci risiede proprio nella smagliante title track, sanguigna e spirituale allo stesso tempo, iridescente e oscura fino al midollo. Le atmosfere si dilatano, seppure rese sempre vivide da una inquietudine di fondo: dagli ultimi tre minuti dell'iniziale "Worlds In Collision", scaturisce questa concezione di immanente, intimissimo cosmo che echeggia poi nella increspata malinconia di "Shining Through" e che trova il suo centro di gravità nella sublime "Dark Rift". Il congedo è ancora altissimo o forse solo ultraterreno: "Paradise Remains" ci abbandona, un po' inebetiti, in questo vuoto prospettico.
Quale forza prevale pertanto in Age Of The Fifth Sun? Quella densamente estatica o quella elettricamente tellurica? La musica contenuta in questo album non risolve - e neppure ci prova - il dilemma. Sembra, ancora una volta, la colonna sonora di un viaggio, stavolta però tesa a descrivere tanto il movimento quanto la sosta.

La dimensione live è sicuramente l'habitat in cui il trio - dal 2011 divenuto un quartetto con l'ingresso in formazione di Jamie Dean a dare man forte alle tastiere e al piano - riesce a manifestarsi in modo più compiuto: sorrette da un lightshow davvero mozzafiato, le sinfonie fotoniche dei God Is An Astronaut acquistano una vita tutta nuova, nella quale il rafforzamento delle parti più sospese non cede il passo a un muro sonoro in grado di anestetizzare gli spettatori. Semmai, questi vengono destati e coinvolti a seguire ogni singolo dettaglio, ogni passaggio, attraverso un ancor più dinamico l'interplay fra gli strumenti e una esaltazione delle ritmiche. Un gruppo capace di misurarsi e di saper optare per delicati equilibri: questo sono i God Is An Astronaut. Altre band con la metà del loro potenziale esplosivo potrebbero dar vita a performance caratterizzate da "coattaggine (s)concertante". Loro no: ordine prima del caos, armonia sopra l'impatto. Disciplina come antidoto a ogni indisciplina. Con tutte le implicazioni che da ciò possono derivare.

Il successivo album Origins (2013) presenta una line-up allargata a cinque elementi con l'importante supporto anche di Pat O'Donnell dei Fountainhead. Questi, infatti, offre il suo aiuto in sede di composizione, oltre che alle chitarre, alle tastiere e, in alcuni episodi, anche alla voce, con la sua ugola che, trattata con effetti vari, diviene essa stessa ulteriore strumento. E ancora, tra gli ospiti, figurano Donal McGuiness al trombone e Kevin Foran alla tromba, che rendono ancor più corposo il sound.
Ancora una volta la ricerca melodica rimane di gusto e di nottuna dolcezza, con le chitarre che giocano tra armonie e pulsioni “soniche” su tappeti di piano, synth ed elettronica in punta di piedi. Origins presenta dodici canzoni intense come una suggestiva aurora boreale, che lasciano immaginare lo spettacolo live ancor più coinvolgente con giochi di luci, video e altri elementi multimediali che, come lo stesso quintetto lascia intuire, dovrebbe lasciare estasiati.
In attesa del prossimo caleidoscopico show, intanto, si alimenta l'immaginazione con questo buonissimo ritorno.

Se Dio fosse un astronauta, un navigatore delle stelle, i God Is An Astronaut potrebbero essere ingaggiati per curare le colonne sonore dei suoi viaggi.

God Is An Astronaut

Prospettive di viaggio astrale

di Stefano Fasti

Storia ed evoluzione del gruppo irlandese, che ha fatto del post-rock non un semplice vessillo, ma una bussola della propria ispirazione. Una produzione decennale, ora interamente ristampata dalla Revive Records

God Is An Astronaut
Discografia
 The End Of The Beginning (Revive Records, 2003)

5,5

All Is Violent, All Is Bright (Revive Records, 2005)

6,5

 A Moment Of Stillness (Ep, Revive Records, 2006)

6

 Far From Refuge (Revive Records, 2007)

6,5

God Is An Astronaut (Revive Records, 2008)

7,5

Age Of The Fifth Sun  (Revive Records, 2010)

7

Origins  (Rocket Girl, 2013)

7

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