Gun Club

Gun Club

Il blues della pistola

di Simone Dotto

Tra l’impero del pop sintetico e le rockstar da stadio, nell’America degli anni 80 c’era chi faceva resistenza e disperatamente cercava una terza strada. Assieme ai Birthday Party, i Gun Club di Jeffrey Lee Pierce sono i principali esponenti di una "non-scena" che rivisitò le istanze del root americano attraverso la lezione del punk per traghettarle verso la fine del secolo

Prima o poi gli storiografi della popular music si decideranno a fare ordine anche in questo cassetto e magari gli assegneranno un'etichetta più adeguata. Fino ad ora si è parlato indifferentemente di blues-punk, voodoo rock, punk-a-billy, garage o post-punk, ma si tratta di definizioni dalle maglie larghe, sotto le quali è stato fatto rientrare tutto e il contrario di tutto. Non una penna si è ancora azzardata a radunare i nomi di Cramps, Pussy Galore, Birthday Party, Beasts of Bourbon, Jon Spencer Blues Explosion, Scientists, Swell Maps, Barracudas, Gun Club e Gallon Drunk in una coalizione che sorvolasse i due oceani nel nome di un obiettivo condiviso: rinnovare le istanze della tradizione musicale americana attraverso la lezione del punk.

Primi fuochi a Los Angeles (1978-1982)

Il ’77 è passato e ha cambiato le regole: chi fa finta di niente suona ridicolo o passa per reazionario. Jeffrey Lee Pierce l’ha capito e, ad appena diciassette anni, converte la sua fede di ascoltatore di glam e progressive per guidare il Blondie Fan Club della sua città, Los Angeles. E proprio mentre l’Inghilterra del dopo-punk comincia a guardare alle ritmiche dub come a un buon propulsore per ricominciare a costruire, il giovane Pierce si avventura in terra giamaicana sotto l’ascendente del reggae e dei suoi sciamani. Una volta di ritorno negli Usa, si mette alla ricerca di un corrispettivo musicale che abbia lo stesso fascino arcaico e si imbatte nei nastri del delta blues e nelle sue derivazioni urbane, impara a strimpellarvi su la chitarra e finisce fra le fila di una band di rockabilly, i Cyclones di Pleasant Gehman. L’incontro con Brian Tristan sposterà le sue mire dalle sei corde al microfono e contribuirà a ribattezzare la formazione, orfana del vocalist originale, Creeping Rituals. Un nome che però sa troppo di "gotico-decadente", almeno secondo l’opinione di Keith Morris, cantante dei Circle Jerks e, all’epoca, coinquilino di Pierce: sarà lui a suggerire, con Gun Club, la ragione sociale definitiva. Assieme al nome si riassetta anche la formazione, con l’innesto di una nuova sezione ritmica presa a prestito dai The Bags.

"In quei giorni Jeffrey ci diede una cassetta con su quelle canzoni che avrebbe voluto influenzassero la band. Il nastro conteneva cose molto diverse, come Bo Diddley e Marvin Rainwater, le murder ballads di Marty Robbins, il primo Little Richard e un po’ di roba blues(…) Facemmo i nostri compiti a casa, ascoltammo quelle registrazioni e cominciammo a risuonarle. (...) Oh sì, ricordo che anche Bob Dylan stava su quella cassetta… la cover di 'Tombstone Blues' fu una delle prime cover dei Gun Club, potresti ancora sentirne tutta l’eco sul primo disco". A ricordare quanto programmatiche fossero le ispirazioni dei primi Gun Club è Tristan, che di lì a poco passerà a suonare la chitarra per i Cramps con il nome di battaglia di Kid Congo Powers. Il tempo di rimpiazzarlo con tale Ward Dotson (anch’egli già passato da un provino coi Cramps) e la band entra in studio per uscirvi solo due giorni dopo: è il 1981, esce Fire Of Love. A pubblicarlo è la Slash Records, l’etichetta omonima di una fanzine locale sulla quale Pierce aveva tenuto un paio di rubriche (tema "il rock delle origini").

La tracklist definitiva di Fire Of Love raccoglie diverse delle loro prime composizioni: manca la cover dylaniana di cui sopra, ma la versione rivista e corretta di "Preaching The Blues" basterebbe anche da sola a restituire la cifra stilistica del gruppo. Gli arzigogoli calligrafici di Eric Clapton e le fantasie gigantiste di Jimmy Page sugli stessi temi sono distanti anni luce. In quel brano Jeffrey Lee è Robert Johnson, senza mediazioni: stesse chitarre tirate, stessa voce dall’aldilà, pare di risentire un nastro di Alan Lomax nel pieno dell’era elettrica.
Tutto Fire Of Love, d’altra parte, si presenta secondo i crismi del più classico "blues record": c’è l’inno all’alcol e quello al sesso, il pezzo sulla droga e quello sul viaggio… L’esperimento di centrifugare le dodici battute viene ripetuto pari pari nella "Cool Drink Of Water", che fu di Tommy Johnsons, ma la stessa ricetta è estesa anche a gran parte dei brani originali in scaletta, a partire da "Black Train" (un tentativo piuttosto riuscito di creare un blues ferroviario contemporaneo per poi spedirlo a velocità triplicata).
"Sex Beat" si basa sulle stesse epilessie, ma presenta un cantato ansimante, impaziente, quasi nevrotico: accade lo stesso in "She’s My Heroin", dove Pierce scatena il suo ululato erotico e pericoloso, fondendo donne e droga in un unico oggetto del desiderio. Il suo balbettìo si fa mano mano più ansioso, sempre sul punto di spezzarsi o esplodere: al traino della sua interpretazione, il resto della band alterna esplosioni di sfogo a frenate nervose, lasciando spesso che la batteria giri "a vuoto" e mantenga un ritmo ossessivamente costante. Particolarmente rappresentativa nel riprodurre queste dinamiche è "For The Love Of Ivy", la cui prima strofa, "You look like an Elvis from hell", dedicata per l’appunto a Poison Ivy dei Cramps, potrebbe tranquillamente essere applicata anche a Pierce in persona: è lui l’Elvis che arde tra le fiamme dei tre accordi, un titolo che divide forse soltanto con il suo "compagno più sincero", un Nick Cave che ancora rampava nei Birthday Party. Per entrambi il punk rappresenta un filtro connaturato, la lente attraverso la quale è possibile guardarsi alle spalle.

Nonostante una produzione in piccolo, Fire Of Love è favorito dagli influssi benefici della scena hardcore-punk losangelina e riesce a guadagnarsi l’attenzione della stampa specializzata: tra tutte le definizioni coniate per incasellare una miscela che, malgrado le radici lontane, suona innovativa, "voodo rock" è probabilmente la più fortunata. Un rimando, incoraggiato dalle stesse liriche di Pierce, all’estetica e alla pratica degli antichi riti tribali africani, magari un po’ ingenuo ma perlomeno in grado di sintetizzare a dovere le caratteristiche del marchio Gun Club. Spiega ancora Brian "Kid Congo": "Tutto quanto dipendeva dal tempo, i cambi di tempo avvenivano in coincidenza con l’arrivo della voce… e le linee vocali arrivavano quando arrivavano, non quando avrebbero dovuto. Bisognava stare ad aspettare (…) Non sapevamo quando sarebbe arrivata la parte di Jeffrey né quanto l’avrebbe tirata per le lunghe, non sapevamo se un attimo dopo avremmo potuto scatenarci o se invece dovevamo starcene tranquilli".

"Improvvisazione" era già la parola chiave nell’arte come nella vita di Jeffrey Lee, e prima che si rivelasse in tutto il suo retrogusto drammatico, era l’ingrediente che poteva rendere ogni concerto dei Gun Club un evento unico. Una volta ben rodata sui palchi di L.A. e dintorni, la formazione viene adottata dalla Animal Records di Chris Stein, il quale, a dispetto della sua stessa occupazione (chitarrista dei Blondie) confessa fin da subito di non amare granché i dischi "heavy guitar based" e di voler rimettere mano al loro sound.
Pierce dà il nullaosta, Stein prende il posto che nel primo album era stato di Tito Larriva (The Plugz) e Chris D (The Flesh Eaters), e i cambiamenti si sentono: Miami (1982) si tira dietro una buona coda di critiche, quasi tutte volte contro una produzione "piatta e senza vita". Di certo le sue registrazioni avevano richiesto un approccio lievemente più sofisticato rispetto alla due giorni che aveva fruttato l’album precedente, praticamente un "live in studio". Eppure è proprio grazie alla mano di Stein che il gruppo può permettersi di spingere le proprie ricerche più in là rispetto al solo blues e di allargare i suoi confini stilistici.
Secondo un’altra antica usanza (questa risalente ai tempi del r&b), si parte da un pezzo intitolato come il disco uscito in precedenza e si procede esplorando territori lontani: "Fire Of Love", posta a centro album, è in realtà una rampa di lancio che riallaccia il discorso sonoro dove lo avevamo lasciato un anno prima: sempre voodo-billy, ma a passi più misurati. L’alternanza fra esplosioni e momenti di quiete precaria torna di scena in "Call Up Thunder" e in un futuro classico della band come "Carry Home", un’odissea da giramondo "on the road" riassunta in tre minuti di rock’n’roll e steel guitars.
Presto le due anime del disco (quella tradizionale e quella più propriamente rock) si dipaneranno su binari differenti: su un lato stanno brani di velocità forse meno spedita ma dall’innegabile impatto sonoro, come "Run Through The Jungle", la cover dei Creedence che riprende le connessioni con il rock classico distorcendole attraverso l’interpretazione morbosa di Pierce. Sull’altra sponda si trovano i pezzi che fanno di Miami un primo passo per la ricerca sonora della band: non solo il coro di steel che corona "Texas Sernade" - raro esemplare di country and western interamente elettrico - ma anche i toni nativisti e le suggestioni di "Watermelon Man", dove Pierce ricerca l’estasi vocale dei grandi stregoni giamaicani, cimentandosi in un quasi-reggae "all’americana". Evidentemente, dalla prospettiva del cantante, tradizione statunitense, usanze pellerossa ed esotismi giamaicani appartengono a un unico immaginario arcaico: lo dimostra la doppietta che affianca le storie del "Bad Indian" (di nuovo su di giri) e di "John Hardy", il "desperate man" che era già passato per le bocche di mezza tradizione folk-country.
Nel segno dell’American music anche la chiusura di "Mother Earth": un capolavoro di songwriting e un’interpretazione fra le più ispirate di mister Pierce, che rivelerà il suo alto profilo lirico a chi lo riteneva poco più che un punkster.
Considerata a posteriori, anche l’immagine che campeggia in copertina può rivelarsi significativa per una diagnosi sullo stato di salute della band: nella foto di gruppo manca Rob Ritter, licenziatosi a registrazioni appena concluse. Seguiranno presto gli altri due componenti: la figura laterale di Graham e quella di Ward Dotson, messa in ombra dietro il volto del cantante, la dicono lunga sulle dinamiche jeffreycentriche che stavano interessando il gruppo: "Jeffrey poteva essere affascinante quando voleva o doveva esserlo, e questo aumentava ancora di più il mio risentimento nei suoi confronti. Era anche un enorme bugiardo, talvolta mentiva soltanto per il gusto di farlo. Potrà anche suonarvi romantico, ma se provate a stare in un furgone con qualcuno del genere, comincerete a sognare di ucciderlo. E non mi importa di quanto fosse bravo come songwriter".

Walking with the Beast: cadute e riformazioni (1982-1984)

Con tutto l’equipaggio in ammutinamento, Pierce e quelli della Animal reclutano in fretta e furia una line-up provvisoria (Jim Duckworth al basso, Dee Pop dei Bush Tetras alla batteria, lo stesso Jeffrey Lee alla chitarra) per incidere su un Ep il materiale che la formazione precedente aveva lasciato inutilizzato: Death Party è l’ultimo exploit nello stile dei Gun Club prima maniera, vicino a quell’immaginario di amore e morte che comincia a tormentare il loro leader. Assieme alla dissonante title track, scritta con alcuni membri dei Flipper, nel mini figurano altri quattro pezzi: apre la robusta ballata "The House On Highland Ave", mostrando la notevole maturazione di Jeffrey in qualità di songwriter e cantastorie. "The Light Of The World" e "The Lie" percorrono sentieri più scoscesi e ballano una danza della morte che già conoscevamo, ma che si sta facendo più lugubre con il passare del tempo.
In un lavoro interamente incentrato sul tema della morte non poteva mancare nemmeno l’ode ai numi tutelari dell’aldilà: arriva per ultima ed è una veloce scheggia punk guidata dai tamburi che porta il titolo di "Come Back Jim". Quale che fosse il destinatario originale della dedica, questo resterà un fianco prestato ai paralleli con la figura di Jim Morrison, già in costante aumento per le similitudini tra i rispettivi stili vocali ma, soprattutto, per l’aurea da geni maledetti che parrebbe accomunarli.

Anche accompagnata al genio, però, la sregolatezza non facilita la stabilità all’interno del gruppo, di nuovo ai ferri corti dopo appena pochi mesi: alla vigilia della tournée australiana, due membri della band si rifiuteranno di prendere l’aereo per Melbourne e lasceranno Jeffrey Lee ancora una volta da solo. Eppure, sentenzia la critica dell’epoca, "i Gun Club sono Jeffrey Lee Pierce": e lui che lo sa bene s’imbarca su quel volo ugualmente, portando con sé la bassista Patricia Morrison e riservandosi di trovare le altre comparse sul posto. Il destino gli dà ragione e tiene in serbo per lui una gradita sorpresa: ad aspettarlo in terra oceanica c’è Kid Congo Powers in persona, finalmente libero dai suoi impegni con i Cramps e disposto a riprendere l’avventura con quella che era stata la sua prima band. A suo dire "in Australia ci aspettava un sacco di gente. Era il popolo dei Birthday Party e la nostra fama di garage band più bevuta e drogata d’America doveva averci preceduto". Rocambolesco ma divertente, il tour riesce a ridare al gruppo la spinta che gli ci voleva e, al ritorno in America, Pierce decide "per qualche strana ragione" di riarruolare il primo batterista Terry Graham per rientrare in studio.

Nonostante a questo punto la formazione sia per i tre quarti quella dell’esordio, i risultati sono del tutto inediti: The Las Vegas Story (1984) continua il discorso da dove Miami l’aveva abbandonato e assurge al titolo di "disco pop" dei Gun Club, non foss’altro per la varietà del materiale che presenta e per l’approccio allo stesso. "Eravamo nella nostra fase free jazz, stavamo esplorando nuovi territori e volevamo un disco che ci soddisfacesse. Sapevamo che quella combinazione di persone era davvero in gamba e che avrebbe potuto creare un sound completamente differente rispetto a prima. Eravamo molto, molto presi dalla discomusic. Molto presi anche dalla musica pop, Prince era la nostra maggiore influenza al tempo. Lui e le droghe".
Le sessioni avranno luogo negli Ocean Way Studios di Los Angeles, proprio accanto alla sala dove Ry Cooder sta registrando la colonna sonora per il nuovo film di Wim Wenders, "Paris, Texas". I membri della band prenderanno "a prestito" molti dei suoi apparecchi vintage e di quegli "strani macchinari rumorosi" per estendere ulteriormente la propria tavolozza sonora. La produzione di Jeff Erych – chiamato per dare all’album un tocco "sognante" - consente loro di togliersi altri sfizi, come far suonare il pianoforte di "My Man’s Gone Now" al pianista di Julio Iglesias…"fu una esperienza da studio strana e divertente, anche se decisamente poco ‘punk’. Un sacco di persone ci volevano 'earthly punk', ma più loro ce lo chiedevano e più noi desideravamo allontanarcene".
E in effetti Las Vegas Story è anche il primo Lp a presentare un notevole "rallentamento" nelle ritmiche e a creare contemporaneamente lo spazio per la vena lirica del frontman, sempre meno "agitatore", sempre più in vena di confessioni. Il suo ululato passa da feroce a disperato e conquista la ribalta di brani dall’ampio respiro come "Gives Up The Sun", o la sostenuta ballata di "My Dreams", fra i migliori pezzi del lotto.
Ciò che non può più fare la velocità lo fa il lavoro di Congo Powers, ormai rumorista provetto e in grado - grazie ai macchinari di Cooder - di dipingere paesaggi di irrequieto nervosismo sulle tele di "Moonlight Motel" e "The Stranger In Your Town". Il mid-tempo di "Walking With The Beast" può essere considerato il brano-manifesto sotto diversi punti di vista: quello squisitamente stilistico (l’andamento misuratamente ritmato, che fotografa il nuovo assetto sonoro) e quello biografico, dove JLP prende pubblicamente coscienza del proprio "demone" come di un fedele compagno di viaggio.

Ripartono i concerti, il management della Animal Records riprende a prenotare date soprattutto oltre i confini statunitensi. Palco dopo palco la band si allontana dalla brutta aria che tira nei circuiti live americani dove, da figli dei Seventies più liberali, notano con preoccupazione la crescita di uno "strano nazionalismo" nelle performance dei colleghi. Bandiere a stelle e strisce e vari simboli dell’era reaganiana spingono i Gun Club a suonare soprattutto in Europa, senza riuscire però a lasciarsi alle spalle i problemi più pratici: per ben due volte il loro tour bus viene svuotato e a Parigi, dopo il secondo furto, Terry Graham decide di filarsela durante la notte. Risvegliatasi zoppa e senza armamentario, la band – o quel che ne resta – ha un crollo di nervi definitivo: con i rapporti tra i musicisti nuovamente ai minimi storici, Jeffrey Lee, saggio per un giorno, scioglie la seduta per un lungo periodo di pausa.

Ramblin’ in Europe : il ritorno e le libere uscite (1987-1993)

La riformazione del Circolo delle Pistole cade nel 1987, lo stesso anno in cui il mondo viene finalmente a conoscenza dello street-rock losangelino attraverso il nome dei Guns ‘n’Roses: la scintillante mistura scala-classifiche di punk e glam-rock con venature blues, le pose da animale da palco di Axl Rose e persino il nome della sua band devono più di qualcosa al conterraneo J.L. Pierce, che tuttavia non sembra intenzionato a batter cassa, impegnato com’è a percorrere tutt’altri sentieri.

Malgrado le promesse fatte a se stesso, la pausa non è riuscita a tenerlo alla larga dalle sue dipendenze, tantomeno da quella per la musica: in questi tre anni Pierce è già rientrato in studio senza la band per ben due volte, pubblicando un disco e mezzo a suo nome. Wildweed e Flamingo, l’Ep che lo segue, non sono quelli che si dicono due dischi perfetti, ma hanno il merito di testimoniare il rodaggio di un artista costantemente in vena di sperimentazioni e, finalmente, in grado di riprendere le redini della creatura a cui più tiene.

Nel frattempo neanche Kid Congo è rimasto con le mani in mano: la chiamata alle armi lo sorprenderà infatti tra le fila dei Bad Seeds, salvo tornare a dedicarsi interamente alla banda madre subito dopo aver inciso le parti di chitarra per "The Good Son". A completare quella che Pierce definirà poi la sua line-up preferita di sempre (e non a caso la più duratura) ci sono i due musicisti che lo avevano già accompagnato nella sua sortita solista: Nick Sanderson dietro le pelli e Romi Mori, la bassista dalle origini orientali che Nick Salmon dei Scientists gli aveva presentato durante i concerti australiani e che sarebbe presto divenuta la sua compagna.

Da queste mani e dalla regia di Robin Guthrie (Cocteau Twins) prenderà forma Mother Juno, il primo e forse il più rappresentativo tra i loro dischi dell’età "matura". Abbandonate le divagazioni pop, i Gun Club ripartono da ciò che meglio sanno fare, l’alternanza fra brani veloci e atmosfere più tradizionali in un mitigato ritorno alle origini che il cantante paragonerà all’andirivieni "delle onde nell’Oceano".
A dispetto di un’immagine tanto romantica, la tripletta di partenza ("Bill Baley"-"Thunderhead"-"Lupita Scream") è in vecchio stile e l’attacco vanta anche un brano-dedica tra i più memorabili del repertorio Gun Club: il "Bill Baley" che inaugura il disco altri non è che Nick Cave, sotto le mentite spoglie di uno stand-up comedian dalla vita sregolata. Lo raggiunge poco più tardi, e alla stessa velocità, un probabile Kim Salmon, cui sembrerebbero alludere le parole di "My Cousin Kim" che pure raccontano tutt’altra storia: si tratta in entrambi i casi di pezzi dal piglio nervoso, incaricati di riportare il ricordo ai "bei vecchi tempi" di Fire Of Love.
Non sono più di due ("Breaking Hands" e la lunga e ondeggiante "Yellow Eyes") gli episodi che invece rallentano il ritmo, cedendo in parte alle lusinghe della new wave che a quel punto tanto "nuova" già non era più. Per il resto Mother Juno vale soprattutto per come riesce a impacchettare un sound già familiare secondo l’ottima forma tecnica di una nuova line-up.
La distanza rispetto al percorso precedente si fa invece più marcata nei testi: il lirismo di Jeffrey Lee completa qui un cammino verso la disillusione già intrapreso in alcuni episodi dei lavori passati, una "parabola" che lo porta gradualmente verso un’amara rassegnazione passando "da ribelle a pazzo e da pazzo a perdente" (Scaruffi).

Ormai affezionato al Vecchio Continente e ai suoi profumi, Pierce aveva voluto che il percorso della sua band ripartisse dagli Hansa Studios di Berlino, in quella che un giorno era stata una sala da ballo dei militari nazisti e che, in tempi più recenti e meno bellicosi, aveva ospitato anche il duca David Bowie al lavoro sulla sua magistrale trilogia berlinese. Mother Juno inaugura dunque la fase europea della band, ancora in fuga da quella "Bad America" che aveva cantato solo qualche anno prima: Jeffrey scappava da Los Angeles, dai suoi fantasmi, dall’alcool e dalla droga.
"Siamo a casa nostra e ci accolgono in non più di cinquanta, ormai veniamo recepiti come una band in trasferta dall’Europa - commentava Tristan, dopo una delle tante date del loro nuovo tour americano andate quasi deserte – Nella nostra band abbiamo persone dal Giappone e dall’Inghilterra: abbiamo imparato a guardare alle cose attraverso occhi europei, così siamo diventati un po’ più europei anche noi".

Sulla scorta dei nuovi riferimenti multiculturali, Pastoral Hide And Seek (1993) ruba il titolo a un film surrealista giapponese che sa sintetizzare la situazione della band: "giocare a nascondino" in quelle che, almeno a un americano purosangue, dovevano apparire come delle lande incontaminate. La sesta fatica in studio del Club, infatti, prende forma nella campagna belga, con una coesione sempre maggiore a legare Pierce a Romi Mori e con Kid Congo tornato a far da pendolare fra i Bad Seeds e le session del nuovo disco. "Jeffrey si stava impegnando con la chitarra, viveva assieme a Romi, erano amanti e compagni di gruppo assieme. Così vivevano nel loro mondo. E tutta le questioni diventavano questioni di coppia".
Un maggiore coinvolgimento di Pierce come musicista è forse l’aspetto più evidente del nuovo album, che uscirà nel 1990 accreditandolo anche in qualità di produttore artistico: nel frattempo l’età adulta aveva preso il sopravvento, accantonando definitivamente lo spirito punk e l’urgenza blues più viscerale, in favore di una maggiore ricerca delle forme. La ballata di "Emily’s Changed" registra nuovi equilibri tra la musica e l’attitudine "letteraria" dei testi, "St. John’s Divine" è il mid-tempo che più degli altri sintetizza le caratteristiche musicali del nuovo corso: si fanno insistenti i paragoni che abbinano il proto-punk dei Television al rock traditional dei Thin Lizzy, la tarda fase dei Led Zeppelin con (neanche a dirlo) gli ultimi Doors.

Resta per Pierce l’esigenza di riprendere tra le mani la propria musica e di farne un diario personale, a costo di ridurre lo spazio degli sfoghi rabbiosi a favore di composizioni più riflessive: la cosa si fa evidente anche nei testi e finisce per sfociare naturalmente in un altro capitolo solista.

Registrato nello stesso periodo di "Pastoral" ma uscito soltanto due anni dopo per l’americana Triple X, Ramblin’ Jeffrey Lee è un autoritratto in blues che vede il suo protagonista affiancare a un paio di importanti brani autografi gli standard degli autori più amati di sempre, da Howlin' Wolf a Skip James. Il blues rappresenta ancora l’unica medicina per Jeffrey Lee e parecchi dei lavori nella sua ultima fase risultano onerati da questo peso catartico, da una responsabilità che è quasi terapeutica.

Ne guadagna la sua statura di scrittore, che proprio in questi anni colleziona alcune delle sue cose migliori: su tutte "Sorrow Knows", basato su un riff tra i più orecchiabili che il Club abbia mai concepito. Inspiegabilmente escluso dal long playing precedente, viene subito ripescato come fiore all’occhiello del mini Divinity, che fra gli altri numeri notevoli presenta l’hard-rock urlato e apocalittico di "Black Hole". Sarà questa l’ultima pubblicazione a portare la firma di Kid Congo Powers. Oltre all’invadenza (ora anche tecnica) dell’amico e alla spiacevole posizione di terzo incomodo tra lui e Romi, c’era qualcosa in più che al chitarrista non andava più genio.

"Amavo Jeffrey, credevo che fosse qualcosa di meraviglioso e che questa band fosse meraviglioso, ma davvero c’era qualche cosa di seriamente sbagliato, qualcosa di oscuro e sbagliato. Solitamente non ci avremmo nemmeno fatto caso, ma stavolta non c’era proprio niente di buono. E non stava nemmeno motivando la nostra creatività, la stava buttando giù". E’ il commiato definitivo di un membro storico del Club, ma si consuma senza troppi drammi, anzi, i due fondatori restano in buoni e frequenti rapporti.

A sostituirlo sarà la chitarra di Tony Melik - già accreditato in "Ramblin’", con lo pseudonimo di Wille Love - ma soltanto nelle date che seguiranno la nuova e ultima fatica della band: l’accresciuta abilità tecnica di Pierce come chitarrista e l’innesto di Van Pipper all’organo rendono Lucky Jim il disco più "classico" e forse più adulto dei Gun Club.
Dietro la sua Squiter Strato, Jeffrey pare ora una inaspettata via di mezzo fra BB King e David Gilmour (!), i suoi brani assumono forme sempre più estese e rendono il giusto spazio allo sconsolato autobiografismo che torna a dominare i testi: "A House Is Not A Home" narra la storia di musicisti senza più radici - la stessa che stiamo cercando di raccontare da qualche riga a questa parte… - "Idiot Waltz" e "Anger Blues" sono forse i titoli più sofferti e rappresentativi del nuovo stile.
Pur non rientrando nel novero dei lavori più riusciti di Pierce, Lucky Jim è un brandello di testamento stilistico che va cucito con le opere soliste, una sorta di pantheon che omaggia le sue diverse ispirazioni musicali. Oltre al già citato blues classico, si fanno ricordare le reminiscenze hendrixiane in "Ride" e il tentativo di costruire una soul ballad per chitarre elettriche contenuto in "Cry To Me". Inevitabilmente, però, l’accento più forte cade sulla title track, canzone semiacustica e struggente urlo finale rivolto un’altra volta verso l’alto: "We need you, oh Lucky Jim/ where have you gone, oh Lucky Jim/ we miss you here, oh Lucky Jim".
Il fantasma di Morrison riprende ad aleggiare sulla testa del suo successore, e non poteva scegliere tempo più tragicamente puntuale di questo: con Jeffrey chino a esercitarsi sulla chitarra, la sezione ritmica comincia a …fraternizzare. Romi Mori e Nick Sanderson intessono una relazione amorosa alle spalle dell’amico e decidono di abbandonare il gruppo. Per il cantante è il colpo di grazia.

The Black Hole: gli ultimi giorni (1993-1996)

Tutti gli sforzi per ripulire la propria esistenza crollano in pochi giorni sotto il peso dei vecchi demoni dell’alcool e della droga. Gli ultimi resoconti e gli avvistamenti in pubblico lo dipingono effettivamente "ramblin’", vagante, quasi perso… intervengono gli amici di sempre, lo ospitano in qualche sporadico show: nel ‘94 appare in un paio delle date europee dei Bad Seeds (per interpretare "Wanted Man"), poi abbandona definitivamente i Paesi Bassi che l’avevano ospitato negli ultimi anni e torna a Los Angeles. Là ritrova Kid Congo e con lui tiene una serata al Viper Room di Johnny Deep, in memoria dei vecchi tempi: di scena i brani da Fire Of Love e Miami, che rinfocolano vecchie passioni e procurano ai due diverse offerte per un tour di revival. Ma la proposta non sembra interessare nessuno dei due, men che meno Pierce, che dopo queste ultime apparizioni si rintana nella casa della madre per dedicarsi alla stesura della sua autobiografia.
"Go tell the Mountain" è l’ennesima seduta di autoanalisi, questa volta su carta, ma senza più la funzione depurativa che quelle precedenti erano riuscite a sortire. Ne rimarrà un j’accuse nei confronti di tutti (o quasi) i vecchi compagni d’avventura, rei di aver abbandonato la sua causa, e un rancoroso addio al mondo.

La fredda cronaca degli ultimi attimi di Jeffrey Lee Pierce è affidata anch’essa a un amico, che in quanto a conoscenti martiri non scherza di certo: Mark Lanegan, voce degli Screaming Trees. "Mi lasciò un paio di messaggi sulla segreteria: sembrava completamente fuori di testa ma non come quando chiamava da ubriaco. Era strano, come se fosse diventato pazzo; finalmente qualcuno richiamò, mi disse che Jeffrey era tornato, che aveva bevuto mentre era stato fuori, che il fegato gli aveva messo del veleno in circolo e ora stava passando attraverso la demenza. L’ospedale l’aveva dimesso dicendo che non c’era nulla da fare per lui, che il suo fegato era andato e lui stava morendo. Dopodiché ricevetti una sua chiamata: si trovava in Utah e sembrava normale. Gli dissi ‘che diavolo, amico, tutti dicono che stai morendo’. E lui rispose ‘oh, dicono sempre così!’. Una settimana più tardi cadde in coma e morì".

Pro Memoria

"Le scritture di Kid Congo Powers e Jeffrey Lee Pierce sono il più fresco contributo bianco al blues del loro tempo. ‘Sex Beat’, ‘She's Like Heroin To Me’ e ‘For The Love Of Ivy’... perché queste canzoni non vengono insegnate a scuola?". Così Jack White dei White Stripes, che dai Gun Club hanno mutuato senz’altro gli aspetti più sanguigni e "radicali".
E pure scartabellando tra le cover e i tributi seminascosti che in tanti hanno voluto dedicare alla memoria di Jeffrey Lee dopo quel 30 marzo del 1996, emerge con chiarezza una tendenza generale: che passino per le mani di vecchi amici o di ammiratori apparentemente lontanissimi, anche i pezzi più veloci firmati da Pierce finiscono per far riemergere tutta la loro malinconia e trasformarsi in lenti struggenti, dolorosi blues in suo onore. Basti ascoltare la versione di "Mother Of Earth" proposta da Mick Harvey dei Bad Seeds o lo scuro e bellissimo album-tributo "I Knew Jeffrey Lee" dei nostri Circo Fantasma; oppure le due diverse versioni di "Carry Home", che ritrovate in molte delle scalette live di Bonnie "Prince" Billy, così come in testa a "I’ll Take Care Of You", il disco di cover dello stesso Mark Lanegan, che la affianca ai brani senza tempo della musica popolare americana.
Nonostante un successo limitato e incostante, una vita di occasioni perse e di autosabotaggi e una maledizione che ha costantemente pesato tanto sulla sua testa quanto sulla sua arte, Jeffrey lee Pierce e la sua musica sono riusciti a superare la prova del tempo e a guadagnarsi in qualche modo il dovuto status di "classici".

Gun Club

Il blues della pistola

di Simone Dotto

Tra l’impero del pop sintetico e le rockstar da stadio, nell’America degli anni 80 c’era chi faceva resistenza e disperatamente cercava una terza strada. Assieme ai Birthday Party, i Gun Club di Jeffrey Lee Pierce sono i principali esponenti di una "non-scena" che rivisitò le istanze del root americano attraverso la lezione del punk per traghettarle verso la fine del secolo ..
Gun Club
Discografia
 GUN CLUB  
   
Fire Of Love (Slash Records, 1981) 
Miami (Animal, 1982) 
 Death Party (Ep, Animal, 1983) 
 The Birth, The Death, The Ghost (live, ABC, 1983) 
 Las Vegas Story (Animal, 1984) 
 Two Sides Of The Beasts (antologia, Dojo, 1985) 
 Dense Kalinda Boom: Live In Pandora's Box (live, Megadisc, 1986) 
Mother Juno (Solid, 1987) 
 Pastoral Hide And Seek (Solid, 1990) 
 Divinity (Ep, Solid, 1991) 
 Ahmed's Wild Dream: Live In Utrecht (live, Solid, 1992) 
 In Exile (antologia, Triple X, 1992) 
 Lucky Jim (What’so Funny About, 1993) 
 Early Warning (Sympathy for the record, 1994) 
 
 
 JEFFREY LEE PIERCE  
   
 Wildweed (Statik Records, 1985) 
 Flamingo (Ep, Statik Records, 1985) 
Ramblin’ (con Cypress Groove e Willy Love) (TripleX, 1992) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

GUN CLUB

Fire Of Love

(1980 - Slash)
Un adrenalinico e grandioso capolavoro del male

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